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Guardia medica Dentro quelle mura lo stato di diritto non arriva. Nei Cpr i migranti si ammalano, compiono atti di autolesionismo, muoiono. Pura tortura: pochi vengono rimpatriati. Molti medici sostengono che quei centri sono incompatibili con la salute e lo fanno a viso aperto. Per questo una procura li indaga, li perquisisce, li intimidisce. Li vorrebbe carcerieri

Guardia medica Ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. È chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce

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8d504520-64ad-4c1c-afd9-013f4ed5d497 Flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna, in risposta alla perquisizione eseguita nel reparto di malattie infettive lo scorso febbraio – Ansa

Inchieste giornalistiche, studi accademici e più recentemente anche procedimenti giudiziari hanno documentato nei dettagli cosa accade dietro i muri dei Cpr, veri buchi neri della democrazia. Fiumi di psicofarmaci somministrati per sedare le persone invece di curarle, mancanza di assistenza medica e visite specialistiche, ritardi negli interventi di primo soccorso, degrado igienico-sanitario. E dunque lamette e pile ingerite, suicidi tentati o portati a termine, deliri psicotici e sviluppo di dipendenze che permangono anche dopo la fine della detenzione. È questo che migliaia di persone vivono ogni anno nel Cpr romano di Ponte Galeria o in quello milanese di via Corelli, in corso Brunelleschi a Torino o a Macomer, Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Bari. L’incompatibilità tra diritto alla salute e Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è un dato di fatto.

Lo hanno sperimentato sulla propria pelle, tra gli altri, Moussa Balde e Ousmane Sylla. Il primo era arrivato in Italia nel 2017. Quattro anni dopo ha subito un’aggressione razzista a Ventimiglia: calci, pugni e bastonate. Invece di ricevere cure, nonostante una prognosi di dieci giorni, è stato rinchiuso nel Cpr di Torino. Qui ha mostrato da subito segnali di difficoltà psichica. Lo hanno messo in isolamento nella sezione Ospedaletto. Pochi giorni dopo, in una domenica di maggio, si è arrotolato un lenzuolo intorno al collo e si è ammazzato. Aveva 23 anni. «Ha subito un processo di animalizzazione», dice il giudice nella sentenza di condanna della direttrice del centro.

Anche Ousmane si è impiccato, alle sbarre di Ponte Galeria il 4 febbraio 2024. Era finito nel Cpr di Trapani dopo aver denunciato maltrattamenti in un centro di accoglienza vicino Cassino. La psicologa della struttura siciliana aveva rilevato un’importante sofferenza psicologica. Per questo il legale del ragazzo ne aveva chiesto il trasferimento in una struttura idonea ad assisterlo. Invece l’Asp di Trapani ha rilasciato il certificato di idoneità alla detenzione. Così Sylla è stato trasferito, ma nel Cpr della capitale. Qualche giorno dopo non ce l’ha fatta più. Di lui è rimasta una scritta sul muro: «Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa». Era nato in Guinea, paese con cui l’Italia non ha un accordo di rimpatrio: era stato rinchiuso senza alcuna ragione.

Malgrado venga spesso dimenticato, per la legge italiana il trattenimento in un Cpr, a differenza della detenzione, non ha nulla di punitivo ma è una misura eccezionale con motivazioni strettamente logistiche: dovrebbe servire solo a preparare il rientro coatto nel paese di provenienza. Eppure ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. Dunque è chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce.

Va anche ricordato che i dannati dei Cpr non hanno commesso reati, ma irregolarità amministrative per documenti che lo Stato nega loro. Nessun italiano viene detenuto per simili ragioni, nessun italiano finisce dietro le sbarre su decisione di un magistrato onorario come il giudice di pace, nessun italiano viene privato della libertà in strutture gestite da privati con lo scopo di massimizzare i profitti. Come le società che hanno in mano i Cpr, vere e proprie galere etniche.

C’è da augurarsi che i pm di Ravenna che accusano alcuni medici di non aver timbrato i certificati di idoneità al trattenimento forniti dalle autorità di polizia siano consapevoli di tutto il quadro della detenzione amministrativa. Di sicuro devono sapere che la Corte costituzionale, ripresa dal Consiglio di Stato, ha intimato alla politica di regolare i modi del trattenimento. Il governo Meloni, abituato a gestire l’immigrazione a colpi di decreto, ha inserito queste norme in un disegno di legge fermo in parlamento. Così il certificato di idoneità è rimasto uno snodo decisivo, che per il personale sanitario implica enormi responsabilità anche penali, ma di scarsissima disciplina.

A leggere le prime carte dell’inchiesta, l’impressione è che le indagini si siano concentrate sulle discussioni, e in alcuni casi le legittime esternazioni pubbliche, dei dottori. Come se confrontarsi sulla tutela dei soggetti vulnerabili sia prova di colpevolezza.

Le perquisizioni di ieri, che hanno portato all’ipotesi dell’associazione a delinquere, sono partite da un’informativa del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dieci anni fa lo stesso Sco aveva condotto le indagini in un altro caso eclatante in ambito migratorio: quello contro l’ong Iuventa. Anche quella volta fu sollevata l’ipotesi di associazione a delinquere. Ma alla fine migliaia di ore di intercettazioni, armadi pieni di presunte prove, illazioni su pseudo contatti trafficanti-ong non hanno portato a nulla. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il 19 aprile 2024 il tribunale di Trapani. In sede di udienza preliminare perché non c’è stato neanche un rinvio a giudizio. Nel frattempo la reputazione delle ong e le vite degli imputati erano già state distrutte. Non il valore umano e politico del loro impegno e della loro professionalità.