Il luogo del delitto I moduli dei dinieghi sono conformi alla direttiva del Viminale. Migranti sbattuti nei centri anche senza visita medica completa
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Bologna, manifestazione contro l'ipotesi di costruzione di un Cpr – Foto Guido Calamosca/LaPresse
Un trattamento da nemico pubblico numero uno. L’infettivologo Nicola Cocco, indagato insieme a tre suoi colleghi dalla procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata al blocco dell’ingresso dei migranti nei Cpr, ha passato tutta la giornata di ieri all’interno della questura di Varese.
Questo dopo aver fatto la stessa identica cosa il giorno precedente, quando è rimasto negli uffici di polizia dall’alba a mezzanotte. Trentasei ore quasi consecutive passate a farsi sottoporre agli «adempimenti formali» della perquisizione a cui è stato sottoposto. Soltanto oggi riuscirà a incontrare il suo avvocato Eugenio Losco. La polizia, a quanto si apprende, gli ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici alla ricerca di materiale utile a supportare la tesi accusatoria della pm Angela Scorza, secondo la quale esisterebbe una diffusa rete di medici che in tutta l’Italia producono certificati falsi per sottrarre persone ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Mercoledì sono scattate 23 perquisizioni in mezza Italia, eseguite dallo Sco e dalla squadra mobile di Ravenna. La base del teorema è che la rete «Mai più Lager – No ai Cpr» non sarebbe soltanto una campagna d’opinione contro i luoghi della detenzione amministrativa – cioè in assenza di reati – e più in generale contro le politiche sull’immigrazione tenute dai governi negli ultimi anni, ma una specie di centro di coordinamento teso a produrre «falsi ideologici» attraverso sanitari compiacenti e avvocati abili a generare carte false.
LA PROVA REGINA dell’esistenza del piano criminale sarebbe la bozza del modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr. Un documento da compilare che i medici si giravano tra loro per esprimere, appunto, «in scienza e coscienza la valutazione di non idoneità del paziente al trattenimento». Un foglio standard, non troppo diverso da quelli che invece servono per esprimere una valutazione di idoneità. Perché questi siano validi e quegli altri no è un mistero che almeno nelle carte dell’inchiesta non trova spiegazione logica. Non a caso, e non senza (amara) ironia, Medici senza frontiere ha infatti chiesto alla procura di Ravenna di acquisire agli atti il giuramento di Ippocrate.
Peraltro, com’è noto almeno dalla pubblicazione del rapporto Cild sulle condizioni del Cpr di Ponte Galeria (era il novembre del 2024) molti documenti medici che davano il nulla osta alla detenzione amministrativa dei migranti non rispettavano i requisiti di legge sanciti dall’articolo 3 della cosiddetta direttiva Lamorgese. Lì, infatti, si imporrebbe di valutare non solo l’assenza di malattie infettive, ma anche lo stato di salute psichica, la presenza di patologie acute o cronico-degenerative, le condizioni di vulnerabilità che rendono la persona incompatibile con la vita in comunità ristretta o impossibilitata a ricevere adeguate cure in luoghi del genere. Nei moduli per la non idoneità tutte queste cose ci sono. In quelli di idoneità no. «Nei nostri monitoraggi – dice al manifesto Federica Borlizzi, che stese il rapporto su Ponte Galeria insieme a Valentina Muglia – abbiamo acquisito decine di certificazioni ridotte a moduli prestampati, con meri accertamenti sommari».
È IL CASO, ad esempio, di una donna che è stata trattenuta proprio a Ponte Galeria per 9 mesi nonostante le sue condizioni di estrema vulnerabilità psichica. «Il certificato che ne aveva consentito l’ingresso – prosegue Borlizzi – si limitava ad attestare l’assenza di malattie infettive, senza alcuna valutazione della salute mentale né una reale verifica della compatibilità delle sue condizioni con la vita in un Cpr». La certificazione, in effetti, era stata fatta con una superficialità tale che questa donna veniva indicata come di nazionalità turca quando in realtà era rumena. Il dettaglio venne fuori soltanto dopo che la Corte Edu ne ordinò la liberazione.
Non è un caso isolato. Spiega ancora Borlizzi: «Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo l’ispezione svolta nei Cpr italiani nell’aprile 2024, ha documentato una prassi consolidata: nella grande maggioranza dei casi, la visita preliminare si riduceva a un controllo sommario dei principali parametri vitali, senza una specifica valutazione della compatibilità della persona con la vita in comunità ristretta né dell’eventuale presenza di segnali riconducibili a disturbi mentali. La stessa superficialità emergeva dalle certificazioni esaminate, che oscillavano tra poche righe attestanti genericamente la “compatibilità con la vita in comunità ristretta” e moduli standardizzati sotto forma di checklist».
LA PROCURA di Ravenna, però, è convinta che il problema sia in 36 casi di diniego avvenuti tra il 2024 e il 2026. Nel provvedimento emesso lo scorso marzo dal tribunale di Ravenna – otto interdittive per altrettanti medici – la gip Federica Lipovscek impiega pagine e pagine per confutare i certificati medici con altri certificati medici, in quella che al più appare come una divergenza tra professionisti, non un falso. Il problema, dunque, risiede nelle intercettazioni: conversazioni, messaggi, post in cui alcuni medici esprimevano opinioni sui Cpr e sulle politiche migratorie in generale e programmavano uscite sui social e sui media. Cose che in realtà facevano anche in pubblico: Cocco era un habitué dei microfoni di Radio Popolare, tanto per dire, e più volte è stato intervistato da giornali e trasmissioni televisive. Le sue opinioni sono sempre state conosciute.
IL FATTO che alcuni colleghi fossero d’accordo con lui, per la pm Scorza sarebbe di per sé la prova di «un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici che mettono in atto strategie al fine di contrastare l’associazione degli immigrati irregolari al Cpr».
Da qui, solo e soltanto da qui, l’accusa di associazione a delinquere.
