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Un Lunedì Rosso dedicato alle storie da non dimenticare. Come quella dei kenyoti reclutati con l’inganno dalla Russia per combattere sul fronte ucraino. O la storia piena di conflitti e tensioni dell’Iraq contemporaneo, che nei suoi fragili tentativi di normalizzazione politica, risente dell’instabilità regionale. Gli occhi restano puntati anche su Cuba, dove lo stop al carburante imposto da Trump sta producendo una crisi umanitaria e un ritorno a metodi produttivi pre moderni. Nella foto: Una persona mascherata da Grinch al carnevale di Paraty in Brasile, via AP Photo/Andre Penner Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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Dopo le critiche, il segretario di Stato Usa Rubio mette in riga gli europei sul progetto Maga. La premier da Addis Abeba lo sostiene e si inventa il trucco per partecipare al Board of Peace di Trump: l’Italia ci sarà in veste di «osservatore». Giovedì appuntamento a Washington
Maga Meloni Invitata giovedì a Washington dall’amico americano, l’Italia parteciperà in veste di “osservatore” al progetto di Trump
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L’Italia entra nel Board of Peace dalla porta di servizio, dribblando l’ostacolo insuperabile che la stessa Meloni aveva a sua volta segnalato: l’art. 11 della Costituzione che permette all’Italia di aderire a organizzazioni internazionali con limitazione di sovranità solo in condizioni di parità. Dunque Giorgia Meloni, giovedì prossimo, sarà a Washington per la prima riunione del bizzarro organismo inventato da Trump. Lo annuncia la stessa premier, da Addis Abeba: «Siamo stati invitati come Paese osservatore e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board». L’invitata è già pronta a garantire la disponibilità del suo Paese anche se di cosa si stia davvero parlando non sa nemmeno lei: «Penso che risponderemo positivamente, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l’invito è arrivato ieri».
A PALAZZO CHIGI la fanno facilissima: «Parteciperemo alle riunioni ma senza essere membri effettivi. È una tipologia che esiste nel diritto internazionale: ci sono moltissimi precedenti». Messa così sembrerebbe trattarsi soprattutto di un passo fatto per rabbonire l’amico presidente americano, notoriamente irritato per il rifiuto europeo di entrare a far parte della sua “Onu alternativa” e ulteriormente inviperito dopo la levata di scudi di Merz, ma anche della Francia e dell’Inghilterra, da Monaco.
NON A CASO, la premier italiana prende le distanze da quel cancelliere Merz col quale, appena ventiquattr’ore prima, procedeva a braccetto. Certo, sulla diagnosi che vede le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico addentratesi «in una fase particolare» lei concorda in pieno, pur preferendo adoperare quel garbato eufemismo e anche sul fatto che «l’Europa debba occuparsi di più di se stessa» nulla da eccepire. Ma i fendenti contro la cultura Maga, quelli no: «Non condivido ma sono valutazioni politiche che ogni leader fa come ritiene. Non è un tema di competenza dell’Unione europea, riguarda i partiti politici». Molto meglio, comunque, «valorizzare quel che unisce e non quel che divide».
NELL’ETERNO TENTATIVO di tenersi in equilibrio tra Usa ed Europa Giorgia Meloni, quando sbilanciarsi diventa inevitabile, non ha mai dubbi di sorta. La prova di fedeltà al sovrano americano non può però essere solo smarcarsi a parole dal resto d’Europa. Il fatto concreto è appunto l’ingresso nel Board e anche la promessa di darsi da fare perché altri Paesi europei, oltre a Bulgaria, Ungheria e Albania, che però non fa ancora parte dell’Unione, spacchino l’unità della Ue nel tenersi completamente fuori dal Board: «Immagino che ci saranno anche altri Paesi europei giovedì a Washington. Ne stiamo parlando e vedo particolarmente interessati quelli mediterranei della sponda est». Non la Spagna e la Francia ma la Grecia, dunque.
DEL RESTO NON È una coincidenza se nelle stesse ore l’Italia mostra massima freddezza e scetticismo nei confronti del progetto di ombrello nucleare autonomo europeo al quale lavorano Francia, Germania e Regno Unito. «Cercheremo come sempre di mediare con un punto di equilibrio tra il lato americano e quello europeo della Nato», frena il viceministro degli Esteri Cirielli. Crosetto è più secco: «Lo scudo americano è la miglior sicurezza che esiste al mondo. Perché non continuare a usare quello?».
PER QUANTO RIGUARDA il Board, il problema, dettaglio decisivo, è che lo statuto del Board modellato da Trump non prevede partecipazione in veste di “osservatori” invitati dal medesimo re Donald. O si è dentro o si è fuori. La faccenda è dunque delicata e la premier dovrà sicuramente discuterne con il capo dello Stato, in quanto capo delle Forze armate ma soprattutto per le
Leggi tutto: Board of Peace, la Maga Meloni si inventa il trucco - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)È un successo lo sciopero delle firme in Rai dopo l’umiliante telecronaca di Petrecca alle Olimpiadi. Ora il posto del direttore melonissimo traballa. L’eccesso di occupazione degli schermi da parte della maggioranza, con la par condicio all’angolo, provoca una crisi di rigetto. Soffre anche la propaganda della destra sul referendum
Quando è troppo Sciopero «massiccio» dei giornalisti dopo il caso della telecronaca. Il direttore di Rai Sport a rischio: pronto il vice Marco Lollobrigida
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Giorgia Meloni – ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Un’adesione «massiccia», che ha coinvolto praticamente tutte le firme Rai, ieri in sciopero bianco a seguito della disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del direttore di Rai Sport, il meloniano Paolo Petrecca. Che ora, nonostante la rincorsa di smentite più o meno confermate, potrebbe saltare.
LA DECISIONE era stata annunciata due giorni fa dal sindacato UsigRai, che viste le mancate decisioni da parte dei vertici dell’azienda, aveva deciso di allargare la protesta a tutte le testate e i programmi dell’emittente pubblica: in protesta con quanto avvenuto lo scorso 6 febbraio infatti i cronisti di Rai Sport avevano già deciso di ritirare il proprio nome dai servizi per tutta la durata della kermesse. Ieri, lo hanno fatto quasi tutti i cronisti di viale Mazzini.
«Nonostante l’immagine di Raisport e della Rai siano state gravemente danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio pubblico di qualità», è stato il comunicato letto al termine di ogni Tg e giornale radio, dove i servizi firmati, a giudicare da una ricognizione sulle principali edizioni, sono stati pochissimi: al massimo quattro o cinque.
I VERTICI di viale Mazzini non hanno presentato una risposta ufficiale, ma accanto al comunicato di UsigRai ne è apparso un altro, molto più sibillino, del sindacato “giallo” gradito alla destra UniRai: «Diciamo no a proteste strumentali e chiediamo invece all’azienda, dopo il grande impegno delle Olimpiadi, la presa in carico delle problematiche editoriali e di lavoro a Rai Sport. Difendere la Rai significa sostenerla, rafforzarla e migliorarla, nell’interesse dei cittadini».
Così nel pomeriggio da UsigRai è partito un nuovo comunicato: «L’adesione è stata massiccia perché risponde alla richiesta di tutelare il prodotto Rai. La protesta della Redazione di Raisport oggi è la protesta di tutte le giornaliste e i giornalisti che chiedono una sola cosa a questo vertice: ristabilire con decisioni chiare la credibilità di un’azienda che in oltre cento anni di storia non aveva mai vissuto un momento così basso».
IL CASO, ad ogni modo, fa da cartina tornasole della gestione dell’esecutivo dell’emittente, e l’adesione trasversale di firme su tutti i canali rappresenta un segnale di malcontento oltre che di solidarietà. Petrecca, nominato direttore prima di RaiNews quando Fratelli d’Italia si trovava ancora all’opposizione e poi sfiduciato, era già stato bocciato due volte dalla propria redazione che gli aveva anche suggerito in tutti i modi di non autoproclamarsi telecronista di punta per l’apertura dei Giochi, vista la preparazione che un evento simile richiede.
Tra i vice di Petrecca figura tra gli altri Riccardo Pescante, finito nell’occhio del ciclone per le proprie simpatie postfasciste pubblicate sui social. Il giorno di Santo Stefano pubblicò un’immagine della fiamma tricolore scrivendo «Le radici profonde non gelano».
IL POSTO DI PETRECCA ufficialmente è
Leggi tutto: La Rai senza firme per un giorno, adesso Petrecca scricchiola - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Leggi liberticide, fermo di polizia, blocco navale, deportazioni, Meloni che chiede durezza? Tranquilli, è tutto un bluff. L’opposizione fa spallucce o resta zitta, sottovaluta la svolta autoritaria del governo contro migranti e dissidenti, condivide l’emergenza sicurezza
Timidezze Silenzio di Schlein e Conte sul blocco navale. Prevale la paura di esporsi su temi «impopolari». Alla Camera la protesta del centrosinistra solo contro i nuovi limiti alle visite dei deputati nei Cpr. In Emilia il presidente De Pascale dice sì a un nuovo Cpr. L’ira del sindaco dem Lepore
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Sarà per l’impegno sul referendum, che nelle opposizioni sta crescendo insieme alla rimonta del No nei sondaggi. Sarà per il tentativo – legittimo- di imporre una propria agenda su salari e sanità e non inseguire sempre le destre. Fatto sta che in questo febbraio in cui la destra ha mostrato la faccia più feroce contro il diritto a manifestare e i migranti il centrosinistra appare distratto. Il tono dell’opposizione è timido.
SE SI PARLA DI manifestazioni il terribile decreto con il fermo preventivo a totale discrezione delle questure è stato commentato con parole come «propaganda» e «truffa», o con argomenti tipo «non funzionerà perché mancano gli agenti». Il centrosinistra, vivaddio, non ha votato una risoluzione insieme alle destre dopo la terribile relazione del ministro Piantedosi in Parlamento, in cui il titolare degli Interni ha accusato tutti i manifestanti di complicità con i pochi violenti di Torino.
Eppure il tema è stato subito derubricato, con Conte attentissimo a non apparire insensibile alla richiesta di sicurezza e Schlein concentrata sulla campagna di ascolto in vista della costruzione del programma, campagna che ha tra i pilastri un questionario in cui si chiede ai cittadini «Tu come stai?»,
SULL’IMMIGRAZIONE è andata peggio. Nonostante le dure proteste delle ong (ieri Amnesty ha spiegato che il ddl ha «un impianto punitivo in cui l’immigrazione è considerata solo come una minaccia alla sicurezza nazionale, in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale»), il centrosinistra mercoledì, giorno dal varo in consiglio dei ministri, è rimasto muto. Schlein non ha detto una parola, Conte neppure parlarne e anche Avs, più sensibile sul tema, non è pervenuta.
Ieri alla Camera i parlamentari delle opposizioni (tranne Iv e Azione) hanno chiesto al presidente della Camera di stralciare dal ddl la parte in cui si limitano i poteri ispettivi dei parlamentari nei Cpr. «Il governo vuole negare ai parlamentari la possibilità di verificare le condizioni in cui vengono detenute persone che non hanno commesso alcun reato», la protesta di Francesca Ghirra di Avs. Nulla sul blocco navale. Dai leader nessun un commento, neppure ieri, quando i contenuti del ddl erano del tutto chiari. Il leader 5S ha parlato di tasse sugli extraprofitti, la segretaria dem si è concentrata sul referendum, «non vogliamo in Italia i modelli di Orban e Trump». Due campioni della caccia ai migranti, ma Schlein non ha citato il tema.
DALL’EMILIA ROMAGNA intanto arrivano le parole del governatore Pd Michele De Pascale, che ha aperto alla possibilità di costruire un Cpr in regione: «Pronto a sedermi col governo per discutere». «Se lo Stato chiedesse all’Emilia-Romagna una mano per migliorare la capacità di espellere soggetti socialmente pericolosi la mia risposta è “lavoriamo insieme”», ha detto De Pascale al Corriere di Bologna.
Parole che non sono piaciute al sindaco di Bologna Matteo Lepore, sempre del Pd, contrarissimo all’ipotesi. «Di Cpr ce ne sono già moltissimi in Italia, e ci sono centinaia di posti vuoti, quindi bisognerebbe preoccuparsi di altro piuttosto che di aprirne di nuovi», ha replicato l’assessora alla sicurezza di Bologna Matilde Madrid. «E sono dei luoghi in cui la
Leggi tutto: Sicurezza e immigrazione, le opposizioni perdono la voce - di Andrea Carugati
Commenta (0 Commenti)Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni
Legge del male Il Cdm vara il ddl migranti. Stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori. Dentro anche la disciplina della detenzione nei Cpr, ma sono soprattutto divieti
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Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.
L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.
COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.
Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.
DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».
Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.
PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i
Leggi tutto: Blocco navale delle ong, la destra torna alla carica - di Giansandro Merli
Commenta (0 Commenti)Con il sì di tutte le destre e di qualche socialdemocratico l’Europa affonda il diritto di asilo. Via libera alle deportazioni dei migranti sulla base di accordi, anche individuali, con paesi terzi. Accelera il «modello Albania», successo per Meloni che oggi vara il blocco navale
Eurovisione Via libera alle deportazioni extra Ue. E anche il progetto Albania potrebbe accelerare. Il concetto di paese terzo sicuro appare incompatibile con la Costituzione. Il Ppe vota di nuovo con le estreme destre. Defezioni nel centrosinistra
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Strasburgo, il voto al parlamento europeo – Christophe Petit Tesson / Epa
Il parlamento europeo ha affossato in via definitiva il diritto d’asilo nell’Ue. L’approvazione delle modifiche al regolamento procedure, già passate da Commissione e Consiglio, getta le basi per cancellare questo pilastro europeo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni è stata votata la creazione di un elenco comune di paesi di origine sicuri. Con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni gli eurodeputati hanno dato il via libera al concetto di paese terzo sicuro. Popolari ed estrema destra si sono schierati insieme. I socialdemocratici si sono opposti, con le defezioni di danesi, svedesi e rumeni. La sinistra europea ha detto compattamente No.
LA NOVITÀ IN GRADO di distruggere l’architettura del diritto d’asilo Ue, incentrato sul principio di territorialità, è il concetto di paese terzo sicuro. Finora un richiedente asilo poteva essere rimbalzato fuori dall’Europa solo se aveva un legame con lo Stato terzo o se vi era transitato, come accade ai migranti che dalla Turchia arrivano in Grecia. Ora basterà che l’Ue o un paese membro abbiano un accordo con un partner internazionale. È il modello Ruanda, diverso e più pericoloso del protocollo Albania. Facciamo un esempio: se l’Italia dovesse stabilire un’intesa con il Kenya, poniamo caso, ritenuto paese terzo sicuro potrebbe giudicare inammissibili le domande di qualsiasi richiedente asilo, russo o eritreo è uguale, e deportarlo a Nairobi. La persona sarebbe subappaltata per sempre, non solo durante l’esame della richiesta di protezione (come in Albania).
C’è da scommettere che quando la norma entrerà in vigore, da giugno 2026 con il nuovo Patto Ue, si aprirà un mercato di paesi terzi sicuri per spingere i vari governi, attraverso incentivi economici e/o ricatti politici, ad accollarsi quote di disperati della terra. Se questo sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue andrà verificato. La Costituzione italiana, però, stabilisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».
SENZA CANCELLARE dall’articolo 10 l’espressione «nel territorio della Repubblica» non si vede come la norma Ue possa superare il vaglio della Consulta, che prima o poi sarà chiamata a pronunciarsi sulla tutela di quello che a tutti gli effetti è un principio fondante dell’ordinamento costituzionale. Il dibattito sul «controlimite», un argine invalicabile al primato del diritto Ue a tutela della massima Carta nazionale, entrerà così nel vivo. Intanto, però, la politica sarà andata avanti per la sua strada. Se potesse contare anche sulla vittoria al referendum per la riforma della magistratura gli equilibri tra i poteri sarebbero alterati per sempre e i confini all’arbitrio dell’esecutivo molto più labili.
Nella campagna referendaria rischia di inserirsi anche l’altro punto approvato ieri all’europarlamento: la lista dei paesi di origine sicuri. C’è una conclusione ambigua nel testo, un
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