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I guai del governo, il nodo di Taiwan, le contraddizioni dei campi scintillanti del tennis e il tramonto dell’auto italiana nel disinteresse generale. Un Lunedì Rosso che traccia una mappa precisa delle zone di confine e i punti di crisi del mondo capitalista in cui siamo immersi. Nella foto: Una bambina danza sotto una statua di Marx e Engels in un parco di Shanghai in Cina, foto Eugene Hoshiko /AP
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Israele firma il rinnovo del cessate il fuoco in Libano mentre continua a bombardarlo: solo ieri 18 uccisi. Netanyahu pianifica un’«offensiva elettorale» a Gaza, dove i raid non si sono mai fermati. Gli accordi restano sulla carta e Tel Aviv occupa altra terra
Sotto la tregua Tel Aviv e Beirut allungano di 45 giorni l’accordo, ma gli attacchi non si sono fermati nemmeno per un minuto. Solo ieri diciotto uccisi
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Soccorritori libanesi sul luogo di un raid israeliano contro Sidone
Altri 45 giorni di tregua tra Libano e Israele: è il resoconto della due giorni del terzo giro dei negoziati che si stanno tenendo a Washington sotto l’ombrello statunitense.
IL CESSATE IL FUOCO cominciato il 17 aprile non è però mai stato e continua a non essere rispettato. Israele ha portato avanti i suoi attacchi in Libano (cento negli ultimi giorni) e ha stabilito un’area di una decina di chilometri a ridosso del confine sud e sud-est, la Linea Gialla, che occupa militarmente e in cui non è consentito accedere. Tel Aviv si è riservata la possibilità di attaccare in qualunque luogo e momento lo ritenga necessario. Hezbollah, che nei primi giorni dopo la sigla del cessate il fuoco aveva posato le armi, le ha riprese e oggi combatte sul terreno e lancia missili sul nord di Israele.
Al centro delle discussioni il disarmo di Hezbollah, più che mai isolato, soprattutto da quando ha perso l’alleanza storica e strategica di Bashar al-Assad, il presidente siriano deposto dal nuovo governo di Al-Shara’a, da cui si è recato in questi giorni il premier libanese Salam per confermare che il Libano ha «girato la pagina delle dispute con la Siria». «Il 14 e 15 maggio gli Stati uniti hanno facilitato due giorni di colloqui costruttivi tra lo Stato di Israele e la Repubblica del Libano. I due Paesi hanno concordato un quadro negoziale volto a progredire verso una pace duratura, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una reale sicurezza lungo il confine condiviso. Sono stati compiuti progressi significativi sull’agenda politica, che riprenderà il 2 e 3 giugno per proseguire i colloqui politici – si legge nella nota del Dipartimento di Stato Usa – Gli Stati uniti restano consapevoli delle sfide poste dai continui attacchi di Hezbollah contro Israele, condotti senza il consenso o l’approvazione del governo libanese, con l’obiettivo di far deragliare il processo di pace».
LA DELEGAZIONE libanese ha salutato i «progressi diplomatici tangibili in favore del Libano». Hezbollah ha invece denunciato il «complotto contro la patria, la sua sovranità e la sua resistenza» e la slealtà del presidente della repubblica Joseph Aoun che avrebbe «rinnegato i suoi accordi con Hezbollah e preferito quelli con gli americani, gli europei ed alcuni paesi arabi che sono sull’altro campo», quello del nemico. Ha inoltre invitato il governo libanese a rinunciare all’«illusione della pace». Hezbollah esprime in questo governo due ministri e nel parlamento un solido blocco, forte dell’alleanza con Amal, altro partito sciita il cui capo, Nabih Berri, è il presidente del parlamento.
IN LIBANO INTANTO i morti di questa nuova fase della guerra cominciata il 2 marzo sono arrivati quasi a 3mila e i feriti sono 9.112, secondo i dati del ministero della salute libanese. Proprio ieri, all’indomani dei negoziati, Israele ha intensificato i bombardamenti sulle aree di Nabatieh, Tiro e Sidone, fuori dalla Linea Gialla: almeno 18 uccisi e 124 feriti. L’aviazione israeliana bombarda senza sosta il sud e la valle della Beqa’a a est, dentro e fuori la Linea Gialla. Oltre 100 a oggi i soccorritori uccisi e circa 300 i feriti. Israele ha impedito e impedisce non solo l’accesso alle case – la maggior parte distrutte in una logica del tutto simile a quella usata a Gaza – ma anche ai campi, molti dei quali sono stati bruciati, impedendo le attività agricole, principale fonte di sussistenza: il 48% delle terre agricole è andato distrutto. Vengono sistematicamente bombardate infrastrutture civili, soprattutto quelle idriche, in modo da forzare le evacuazioni degli abitanti dei villaggi che non hanno voluto andarsene. Hezbollah rivendica attacchi quotidiani alle truppe di terra israeliane all’interno della Linea Gialla.
È IN CORSO un urbicidio e un ecocidio. Il ministro della difesa israeliana Israel Katz si rallegrava pochi giorni fa in occasione della commemorazione della guerra dei sei giorni, che «Aita el-Shaab (villaggio del sud del Libano, ndr) non esiste più». Stessa sorte per decine di altri villaggi. Organizzazioni come Amnesty International, ma anche Unifil e il governo libanese, hanno invece denunciato l’ecocidio, utilizzato da Israele come arma di guerra. È una pratica sistematica quella dell’uso di bombe al fosforo bianco, di glifosato, degli incendi di foreste, dell’inquinamento della falda acquifera.
CONTINUA ANCHE l’emergenza sfollati, circa un milione di persone distribuite negli oltre 600 centri di accoglienza. Unicef ha appena pubblicato uno studio che individua in Libano 770mila bambini «in stato di forte stress dovuto all’esposizione ripetuta alla violenza, alle perdite e agli spostamenti».
Commenta (0 Commenti)Trump riparte da Pechino con la convinzione di aver stretto «fantastici accordi». Ma non c’è sostanza: niente di fatto su Hormuz mentre Teheran non arretra, via libera alla Cina su Taiwan, poco business
Affari suoi La visita di Trump si conclude con la dichiarazione di Xi: «Maga e il grande rinnovamento della Cina possono andare di pari passo»
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Donald Trump e Xi Jinping a Pechino – Ap
«Com’è andata da 1 a 10? 9,99». Donald Trump abbassa il punteggio del suo summit con Xi Jinping, rispetto al 12 che aveva enfaticamente assegnato all’incontro dello scorso ottobre a Busan, quando i due leader siglarono la tregua commerciale. Una tregua che regge, pur senza tramutarsi in un’intesa più profonda e strutturale. Il viaggio in Cina del presidente degli Stati uniti ha prodotto tanti complimenti e parole buone, ma dietro la patina di una forma più che cordiale la sostanza pare piuttosto scarna. E dire che Trump parla di «fantastici accordi» raggiunti con Xi, sui quali però emergono sin qui non molti dettagli.
LA SECONDA GIORNATA di colloqui si è aperta a Zhongnanhai, con una passeggiata nel giardino privato della residenza della leadership del Partito comunista. Qui, ha indicato i cosiddetti «cipressi intrecciati»: due alberi vecchi di secoli con tronchi e radici incrociati. Chissà, quasi a simboleggiare l’interdipendenza tra Washington e Pechino. Xi e Trump si sono poi fatti scattare una «foto dell’amicizia» e hanno tenuto un dialogo informale durante una cerimonia tradizionale del tè. Chiusura con un pranzo di lavoro a base di merluzzo tritato, polpette di aragosta, pollo Kung Pao e ravioli al vapore. Trump ha definito più volte un «onore» incontrare Xi, il quale ha ribadito che «Make America Great Again e il grande rinnovamento della nazione cinese possono andare di pari passo per lo sviluppo comune di America e Cina». Concetto ribadito dal ministero degli Esteri. Sembra un’adulazione della politica Maga, ma è anche un modo per sottolineare la parità raggiunta nei rapporti tra i due paesi.
PRIMA DI SALIRE sull’Air Force One, Trump ha parlato calorosamente col ministro degli esteri Wang Yi, appoggiandogli entrambe le mani sulle spalle. Una volta a bordo, si è lasciato andare a una serie di dichiarazioni, ribadendo in sostanza gli accordi anticipati la sera prima. La Cina si sarebbe impegnata a un aumento degli acquisti di carne bovina e soia «per decine di miliardi di dollari», ma anche di 200 jet della Boeing. Xi avrebbe «mostrato interesse» su petrolio e gas naturale liquefatto. In cambio, ci sarebbe un allentamento delle restrizioni all’export di chip di Nvidia e la creazione di un «consiglio del commercio» per facilitare gli investimenti cinesi negli Stati uniti, in settori non sensibili. Elon Musk, presente al vertice, potrebbe invece ottenere l’approvazione della guida autonoma completa di Tesla.
Non si sarebbe comunque parlato di un ulteriore taglio ai dazi, mentre tecnologia e terre rare sono destinati a restare motivo di tensione, due armi negoziali nessuno dei contendenti vuole smettere di impugnare. Il segretario di stato Marco Rubio ha dichiarato che è stata chiesta la liberazione di Jimmy Lai, il magnate dell’editoria di Hong Kong condannato a 20 anni di carcere. Il tempo dirà se ha funzionato.
SULL’IRAN, TRUMP sostiene che Xi gli ha garantito che non invierà armi a Teheran e che è disponibile a «dare un aiuto». Vaghezza anche su Taiwan, tema che Trump ha menzionato solo una volta a bordo dell’Air Force One. «La nostra politica resta invariata», ha detto, confermando di aver parlato della vendita di armi a Taipei, su cui «prenderò presto una decisione». Poi i due passaggi più critici. «Non sto cercando di permettere a qualcuno di diventare indipendente e poi dover percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra», ha detto alla Fox. E infine: «Sulle armi dovrà parlare con la persona che guida Taiwan». Cioè Lai Ching-te, che Xi ritiene un «secessionista». Insomma, frasi contraddittorie che rischiano di allarmare sia Taipei sia Pechino.
La Cina ha confermato che Trump e Xi hanno raggiunto «una serie di nuovi consensi», ma non ha sin qui fornito maggiori specifiche. La retorica del leader e il racconto dei media confermano che per Pechino la priorità del summit era la dimostrazione dei nuovi rapporti di forza paritari con l’America.
IERI, Trump ha utilizzato nuovamente il termine G2 per definire i rapporti con Xi. Contribuiscono al messaggio anche una serie di video diventati virali sui social. Per esempio, Rubio che osserva ammirato il soffitto della Grande Sala del Popolo. Oppure Musk, che prima dichiara che il figlio sta studiando il mandarino e poi chiede un selfie col fondatore del colosso cinese degli smartphone Xiaomi. O ancora, il giornalista di Fox, Bret Baier, che gioca a ping pong con un anziano cinese in un parco. Il più citato è però Jensen Huang. L’amministratore delegato di Nvidia, colosso dei chip, è stato pizzicato mentre mangiava un piatto tipico di tagliatelle fritte in uno dei più celebri hutong di Pechino.
Se Trump ha ragione, potrebbero esserci addirittura altri tre incontri con Xi entro la fine dell’anno. Il presidente cinese è stato invitato alla Casa bianca a settembre, mentre potrebbero esserci le reciproche partecipazioni al summit Apec di Shenzhen e al G20 di Miami.
DI CERTO, già ieri Trump ha telefonato alla premier giapponese Sanae Takaichi per rassicurarla sull’alleanza tra Washington e Tokyo. Mercoledì prossimo, invece, Xi riceverà il presidente russo Vladimir Putin.
Commenta (0 Commenti)Accoglienza amichevole e cordiale per Trump in Cina. Ma Xi mette in chiaro che le due potenze, ormai su un piano di parità, «potrebbero entrare in conflitto» sul futuro di Taiwan. «Stabilità strategica costruttiva», è la nuova formula di Pechino. Agli Usa non resta che consolarsi con gli affari conclusi nel viaggio. Pochi
Il sorpasso Il presidente cinese ribadisce a un Trump prodigo di complimenti la linea di Pechino. E incassa il riconoscimento di un rapporto tra pari
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L’incontro tra Xi e Trump ieri a Pechino. E le bandiere di Usa e Cina su piazza Tienanmen – Ap
«Avremo un fantastico futuro insieme. È un onore essere qui con te, è un onore essere tuo amico. Le relazioni tra Cina e Stati uniti saranno le migliori di sempre», dice Donald Trump, subito prodigo di complimenti. «Il mondo è giunto a un nuovo bivio. Cina e Stati uniti riusciranno a superare la trappola di Tucidide e a creare un nuovo paradigma per le relazioni tra le grandi potenze?» si chiede invece Xi Jinping, riferendosi alla formula con cui gli analisti richiamano il rischio di un conflitto tra una potenza egemone e una potenza emergente.
I DUE ESORDI nei rispettivi discorsi di apertura all’attesissimo vertice della Grande sala del popolo dicono già molto dei nuovi equilibri tra i leader di Washington e Pechino. Il primo – accolto su piazza Tiananmen dalla guardia d’onore, 21 colpi di cannone e bambini con mazzi di fiori e bandierine – alla ricerca di un rapporto personale. Il secondo più composto, a interrogarsi su questioni strategiche di portata globale.
Xi ha auspicato che i due paesi possano essere «partner, non rivali», dicendo di aspettarsi una svolta positiva nei rapporti. Ma ha anche avvertito che Cina e Stati uniti «potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto», qualora la questione di Taiwan fosse «gestita male». Tradotto: se gli Stati uniti supportassero l’indipendenza di Taipei o continuassero ad accelerare sulla vendita di armi. Un messaggio molto esplicito e che pone proprio Taiwan al centro delle discussioni.
IL COLLOQUIO è durato oltre due ore, più del precedente incontro di Busan con cui fu siglata la tregua commerciale. Entrambi i resoconti hanno toni positivi, ma le priorità sono diverse. La Cina insiste sul concetto di «stabilità strategica costruttiva», una nuova formula lanciata oggi da Xi per le relazioni tra i due paesi. Pechino vede la visita di Trump come il riconoscimento di un rapporto tra pari.
Gli Stati uniti si concentrano invece sui risultati economici. Nello specifico, la Cina avrebbe accettato di aumentare gli acquisti di prodotti agricoli americani, tra cui soia e carne bovina. Secondo la Casa bianca, Xi si sarebbe detto disposto a un aumento delle importazioni di energia, compresi petrolio e gas naturale liquefatto: uno dei punti chiave delle richieste di Washington. Pechino si sarebbe impegnata a comprare anche 200 jet civili della Boeing, meno della metà dei 500 di cui si parlava alla vigilia. Ci sarebbe anche un’intesa per rafforzare i controlli sui flussi di sostanze chimiche utili alla produzione dell’oppioide fentanyl, il che apre a un’estensione della tregua sui dazi e un parziale ritocco verso il basso delle tasse doganali.
SI DISCUTE anche della creazione di un consiglio per gli investimenti, che consentirebbe alle aziende cinesi di investire negli Stati uniti in settori non sensibili. Possibile anche l’annuncio di linee guida per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Nonostante la presenza di Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, non sembrano invece esserci svolte sui chip e nemmeno sulle terre rare, le rispettive principali armi negoziali. In tal senso, significativa l’assenza dal vertice di Ding Xuexiang, vicepremier con delega alle politiche tecnologiche, e di Wang Xiaohong, ministro della pubblica sicurezza, figura chiave delle discussioni sui metalli strategici.
SEGNO CHE PECHINO non
Commenta (0 Commenti)Meloni risponde in Senato alle interrogazioni della maggioranza e delle opposizioni e mostra di non avere idee per affrontare la crisi. «Pure io faccio la spesa, vedo tanto affetto», assicura. Ma anche la presa sulla coalizione si allenta e la strada per finire la legislatura è ancora lunga
Premier time Due ore di discussione in Senato. Persino Calenda le chiede misure straordinarie contro la crisi. E lei: «Le mie ricette funzionano. Il salario minimo non va, ho ridotto la precarietà, entro l'estate la legge sul nucleare». Boccia Pd: «E' disperata, vive in una bolla». Renzi: «Sembrate la famiglia Addams»
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Giorgia Meloni in Senato – LaPresse
Quali novità ha in mente Giorgia Meloni per invertire la rotta in campo economico e sociale nell’ultimo anno di legislatura? Nessuna. O meglio: continuare con le ricette di questi 4 anni di governo, che lei considera efficaci anche se non risolutive. Perché i governi precedenti le hanno lasciato eredità pesanti, come il superbonus, «174 miliardi buttati che finiremo di pagare nel 2027, quando il nostro governo arriverà al termine del mandato».
QUESTA LA SINTESI di oltre due ore di premier time ieri al Senato: ore in cui Meloni si è mostrata meno aggressiva del solito, più consapevole della gravità dei problemi sul tavolo, naturalmente dovuti «al quadro economico internazionale e alle tensioni geopolitiche». Zero autocritica, zero correzioni di rotta. Sul Pnrr «ad oggi l’Italia ha incassato 153 miliardi, al 31 marzo 2026 la spesa certificata ammonta a 117 miliardi, pari al 76% del totale, direi che abbiamo fatto un buon lavoro». Lo stesso dicasi per l’occupazione, il potere d’acquisto delle famiglie, la lotta alla denatalità, persino il precariato che si vanta di aver drasticamente ridotto. Per non parlare del sud, che «con la Zes unica è tornato a crescere più della media nazionale». Una situazione così rosea da non richiedere misure d’emergenza. Anzi.
PERSINO CARLO CALENDA, l’oppositore gentile, le fa notare che servirebbero misure eccezionali, che il governo dovrebbe darsi una mossa per la crescita, per una vera politica industriale. La premier gli risponde assicurandogli che «entro l’estate sarà approvata la legge delega per il ritorno al nucleare».
Quanto al prelievo sugli extraprofitti delle grandi società energetiche, «abbiamo già fatto», scandisce la premier, riferendosi ai miseri prelievi di uno dei tanti decreti per far fronte agli astronomici costi dell’energia. «Le mie porte sono sempre aperte per chi antepone alle polemiche l’interesse della nazione», dice al leader di Azione. «Ma le altre forze di opposizione non hanno mostrato questa disponibilità, anzi quando li abbiamo convocati per la guerra in Iran ci hanno accusato di fare passerelle».
Calenda le ricorda che l’unica volta che le opposizioni sono state convocate, sul salario minimo, nel 2023, «non è stata una passerella, ma un esercizio di democrazia». Peccato che il governo abbia cestinato la proposta, linea che ieri Meloni ha rivendicato: «Molto meglio puntare sulla contrattazione come abbiamo fatto noi col “salario giusto”. In Puglia hanno fatto il salario minimo e le condizioni per i lavoratori sono peggiorate».
RENZI, E POI ANCORA il capogruppo Pd Francesco Boccia, le fanno notare come sia cambiata in questi 4 anni. «Lei è sotto botta, è un’altra rispetto a 4 anni fa: di fronte alla crisi di Hormuz la vostra proposta è cambiare la legge elettorale. Invece di un governo sembrate la famiglia Addams, senza offesa per Morticia e Zio Fester», attacca il rottamatore. La premier è seccata: «Ogni giorno mi chiedete di venire qui e, invece di proposte, sento accuse e insulti».
Per fortuna, per lei, che si sono Micaela Biancofiore di Noi moderati, e poi il fedelissimo capogruppo di Fdi Lucio Malan, a dirle quanto è brava, quante «fake news» vengono raccontate sul suo lavoro, a partire dall’aumento delle tasse Al cattivo Stefano Patuanelli del M5s tocca ricordarle che l’ultima proroga del famigerato superbonus «è avvenuta nel 2023, con il governo Meloni». «È singolare continuare a usare come alibi una misura che hanno gestito loro stessi. Ma il punto vero è che non hanno una strategia economica e energetica. L’unica risposta che la presidente offre al Paese è la propaganda sul nucleare, che ha costi per megawattora 4-5 volte superiori alle rinnovabili. E questo governo non è stato nemmeno in grado di decidere dove realizzare il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi che già oggi produciamo».
AL DEM BOCCIA, che le chiede se intende battersi per modificare i trattati Ue per superare il diritto di veto, replica: «Non è che se mi fa la domanda cento volte cambio la risposta. Superare il diritto di veto non sbloccherebbe la situazione. I governi trovano le sintesi, e poi c’è la burocrazia che decide di metterle in discussione».
«Palazzo Chigi è diventata una bolla che la protegge alla realtà, da quanto tempo non fa la spesa in un supermercato?», la domanda di Boccia. E lei: «L’ho fatta sabato scorso, non rinuncio a fare una vita normale e questo mi aiuta a capire come stanno le cose: dopo 4 anni attorno a questo governo c’è tanto affetto e questo qualcosa significherà». «Al referendum non ci siamo accorti che il paese stia con lei», replica beffardo Boccia, «lei si aggrappa ai numeri in modo disperato, la verità è che stata lasciando un paese più povero».
TRANCHANT NICOLA Fratoianni: «Evidentemente Palazzo Chigi e i ministeri sono stati trasferiti su un altro pianeta, perché solo così si possono spiegare le parole della premier: del paese immaginario che ha descritto non c’è nulla nella vita reale». Giuseppe Conte, di passaggio al Senato: «C’è un piano per recuperare l’inflazione? O per i 6 milioni di cittadini che sono in povertà assoluta? E per un lavoratore su 4 che prende meno di 1.000 euro al mese? Nulla, però va tutto bene: è il fantastico mondo di Meloni».
Commenta (0 Commenti)Dimissioni a raffica nel governo di Keir Starmer dopo la mazzata nelle elezioni locali e il suo tentativo di andare avanti comunque. Ma mezzo Labour ha già mollato il premier, dopo due anni di scelte impopolari. La lotta per la successione è partita ed è fratricida
Gran Bretagna Starmer asserragliato a Downing Street mentre nel Labour cresce la fronda che chiede al primo ministro un passo indietro
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Davanti al 10 di Downing Street; in alto, il primo ministro britannico Keir Starmer
Il premierato come un birillo. Tutta la giornata di ieri Keir Starmer ha vacillato, prossimo a cadere travolto dalla sfiducia dei suoi. Si è coricato ieri appeso a un filo dopo le dimissioni di quattro ministri, di cui uno, Zubir Ahmed, vicino a uno dei più papabili, possibili aspiranti al ruolo di Starmer che finora si è trattenuto dal farsi avanti, proponendo la propria candidatura, il centrodestro nipotino di Blair e ministro della Sanità Wes Streeting.
Sono i postumi del bagno di sangue elettorale alle amministrative di venerdì. Oggi c’è il King Speech, in cui il monarca elenca le policy del “suo” governo, il cui leader è comunque dimezzato, nonostante il sostegno in extremis espressogli dal ministro della Giustizia David Lammy. Keep calm and carry on, recita il famoso detto bellico con cui il governo propagandava ai britannici la sopportazione delle bombe tedesche, oggi trasformato in un petulante slogan di merchandising. Tanto calmo non è Keir Starmer, ma di certo per ora – ancora – carries on, tira avanti. Ieri ha presieduto un consiglio dei ministri dove l’aria si tagliava a fatica con la motosega e gli sguardi si evitavano accuratamente.
«Non me ne vado», ha ripetuto il premier al tavolo delle trattative, «sono stato eletto per governare» e ha declinato altre variazioni sul tema. Poco prima aveva incassato la lettere di commiati di Jess Phillips, poco dopo quelle di altri tre, Alex Davies-Jones e Miatta Fahnbulleh, infine quella di Ahmed. Ma i tre pesi massimi che gli avevano chiesto di farsi da parte: Ed Miliband (Energia), Shabana Mahmood (Interni), e Wes Streeting (Sanità, tutti gli occhi sono su di lui), per ora, restano. E tacciono.
STARMER SOPRAVVIVE perché sinora nessun altro membro del governo ha dato le dimissioni. Ma resta particolarmente caustica la lettera vergata da Phillips, prominente figura working class, di Birmingham – città da mesi impelagata in colossali problemi di smaltimento di rifiuti per un braccio di ferro fra il governo e gli addetti in sciopero – ministra per la Protezione dell’infanzia e dei vulnerabili, già coinvolta in manovre per sbarazzarsi di Corbyn: «Sono i fatti a contare, non le parole», ha scritto Phillips, stigmatizzando l’immobilismo di Starmer e la tendenza a evitare il confronto.
IL NUMERO DEI DEPUTATI che chiede la testa del primo ministro era nel pomeriggio di 86, uno stillicidio che vedeva una lettera dopo l’altra scandire i quarti d’ora. Tre oltre il minimo necessario per innescare la sfida che però nessuno dei tre papabili ha ancora mosso. Oltre un centinaio di altri deputati ha invece firmato una lettera in cui confermano fiducia e sostegno al premier. Per tutta la giornata di ieri nel calderone del partito ribollivano nervosamente le campagne di attacco e difesa. Lui, Starmer, chiuso in un ligneo mutismo: alcuni deputati suoi critici hanno cercato di parlargli, ma senza successo.
LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE e la tensione dei laburisti, in confronto ai conservatori così ingenui e privi di esperienza quando si tratta di congiure interne, si misurano dal contegno dei ministri fedeli al premier. Ogni volta che uno di loro esce da Downing Street di solito viene investito da una raffica di domande “imbarazzanti” dei giornalisti, in mezzo alle quali cammina spedito fingendo l’altrettanto usuale sordità: ma ieri, dopo il cabinet meeting, la situazione era tanto grave che un paio di ministri hanno trasgredito il copione correndo verso gli inseguitori per dichiarare al paese la loro lealtà nei confronti del leader ferito, soprattutto il potente Pat McFadden, il ministro del Lavoro.
IL CAOS DI IERI in casa Labour arriva dopo la raffica di primi ministri snocciolati dai Tories in un quinquennio attraverso i loro complotti e imboscate tipiche delle signorie rinascimentali. Un “caos,” come lo chiamano qui, a cui il paese non è ancora abituato. Qualunque siano gli sviluppi delle prossime ore, una cosa è certa: Starmer e i suoi collaboratori hanno perso la facoltà di strutturare il mondo attorno a loro e sono costretti a un’emotiva, destabilizzante giostra in cui devono gestire i cascami del potere perduto. Il partito è in una spirale di autocannibalismo. Mai maggioranza parlamentare tanto estesa ha prodotto altrettanta instabilità: ma è questo il new normal della politica britannica.
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