Fossilizzati L’estate più calda non smuove il ministro dell’Ambiente, tra i più penalizzati dai tagli in manovra: la crisi climatica è un’ipotesi
Fossilizzati L’estate più calda non smuove il ministro dell’Ambiente, tra i più penalizzati dai tagli in manovra: la crisi climatica è un’ipotesi
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Un campo di mais bruciato dalle alte temperature e dall’assenza di pioggia ad Alessandria – Luca Zennaro/Ansa
L’indifferenza del governo Meloni alla crisi climatica è dimostrata dai numeri. In quattro anni l’esecutivo ha più che dimezzato la spesa pubblica per l’energia pulita e la mobilità sostenibile, riducendo i fondi Pnrr per le comunità energetiche rinnovabili da 2,2 miliardi a 795 milioni e quelli per l’acquisto di veicoli non inquinanti da 8,7 a 4,6 miliardi. Il ministero dell’Ambiente è stato tra i più penalizzati dall’ultima manovra con un taglio di oltre 376 milioni per il 2026. Gas e petrolio, invece, non sono mai stati messi in discussione dalla destra: e così ieri benzina e diesel sono arrivati al loro massimo dal 2022, proprio mentre milioni di italiani rientravano dalle ferie. I prezzi alla pompa sono ormai stabili sopra i 2 euro al litro e la situazione peggiorerà ulteriormente da domani quando scadranno i tagli alle accise. Davanti a queste cifre, l’impegno a «fare di più» promesso da Pichetto Fratin non può essere credibile.
Nell’intervista di ieri su Repubblica, il ministro dell’ambiente è stato vago su tutto: la crisi climatica è solo un’ipotesi («se siamo davvero convinti che rappresenti una priorità nazionale, dovremmo affrontarla con spirito unitario»), le decisioni su come spendere i fondi Ue per ridurre il fossile sono ancora da prendere («è partito il confronto col Mef») e comunque non si deve «pensare che questo governo possa risolvere con la bacchetta magica un problema di dimensioni planetarie»: una retorica per negare la realtà e al contempo darsi l’alibi per non iniziare a fare la propria parte.
ALL’OSSERVAZIONE che il governo sembra più interessato ad altre questioni, Pichetto replica che «i temi sono dettati dalle contingenze» ma ci si chiede cos’altro debba accadere per far aprire gli occhi, dopo l’estate più calda da quando si misurano le temperature, che ha provocato 14mila morti in Europa e ha fatto accumulare un’enorme quantità di acqua evaporata in atmosfera che ci ricadrà addosso nei prossimi mesi sotto forma di eventi meteo estremi e distruttivi. I primi sono già avvenuti nei giorni scorsi. In Toscana, Liguria, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Friuli ci sono stati violenti temporali con raffiche di vento superiori a 100 km/h che hanno generato allagamenti, fatto cadere centinaia di alberi e danneggiato edifici e strade. In alcune località è caduta in tre ore la pioggia che in media si registrava in un’intera estate. Rispetto a questo scenario, su cui la scienza lancia allarmi inascoltati da cinquant’anni e che è destinato ad aggravarsi, la crisi climatica è oggi l’emergenza più grave e dovrebbe già essere la priorità.
In Italia, invece, l’indifferenza delle istituzioni si vede non solo dalle parole del ministro all’ambiente ma anche dall’ostilità del governo al Green deal europeo e dal tabù a parlare delle temperature anomale, su cui nessun esponente dell’esecutivo è intervenuto, eccetto la nota e triste uscita del presidente del Senato La Russa. Mentre nella penisola si preferisce distrarsi coi dibattiti su Ranucci e la cultura woke, in Spagna, Francia e Germania si diffondono bollettini sui morti per caldo con un approccio simile al periodo del covid.
PER RIVENDICARE di avere fatto qualcosa, Pichetto Fratin sottolinea i 28 gigawatt di impianti da fonti rinnovabili installati da inizio legislatura. Ma guardando le percentuali, a luglio le rinnovabili hanno coperto il 41,5% della domanda elettrica nazionale contro il
Leggi tutto: Clima, governo senza strategia - di Alex Giuzio
Commenta (0 Commenti)Giochi del silenzio A Taranto Meloni ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo Nessuna parola sulle molteplici crisi che investono la città
Giochi del silenzio A Taranto Meloni ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo. Nessuna parola sulle molteplici crisi che investono la città
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Atleti e dirigenti partecipano alla 20ª edizione dei Giochi del Mediterraneo nel centro di Taranto – Foto Ansa
Se saranno un successo si capirà alla chiusura. Intanto l’epica intorno questa edizione dei Giochi del Mediterraneo è già stata creata dal commissario incaricato dal governo, Massimo Ferrarese. Ma non intorno alla città ospitante, Taranto, piuttosto sulla sua persona. Un passato in politica con Angelino Alfano, fondatore di associazione di beneficenza con Al Bano, vera gloria locale, Ferrarese si descrive come colui che «ha donato una rotatoria alla sua città per velocizzare il traffico».
IN QUESTE SETTIMANE si è proposto come l’uomo del fare, senza il quale l’evento (deciso dal governo precedente) non si sarebbe mai tenuto. «Sono partito senza soldi – ha raccontato – all’inizio ho affidato le gare di progettazione senza la copertura finanziaria, poi l’ho spiegato alla Corte dei conti: era una mia decisione, un rischio che mi sono assunto». E ancora: «Tutti i tecnici e i politici mi hanno fatto i complimenti per la velocità, la grandezza e il carattere avveniristico di alcuni impianti, saranno un volano turistico». La sua sovraesposizione serve a tenere in ombra tutto il resto, come la crisi economica e sociale della città.
CIRCA 200 PERSONE si sono riunite giovedì sera in assemblea nel parco dove si tiene il concerto del primo maggio. «I decreti sicurezza ci impediscono di protestare – hanno spiegato dall’associazione Cittadini liberi e pensanti – ma faremo sentire la nostra voce». La voce è di una parte della città esasperata contro un’altra, altrettanto esasperata: «Ilva is a killer» hanno scritto sulle magliette esposte nello stadio pochi minuti prima dei saluti istituzionali.
PER L’APERTURA dei Giochi sono arrivati il presidente Mattarella (che in un messaggio ieri ha fatto sentire la sua vicinanza ai cittadini di Taranto che «hanno dovuto fronteggiare drammatici aspetti di occupazione e di salute»), quelli delle Camere, La Russa e Fontana. Per la Commissione Europea ci sarà il vicepresidente Raffaele Fitto. E mezzo governo italiano che per questa kermesse, organizzata nel feudo del potente sottosegretario alla salute Marcello Gemmato, ha speso quasi 400 milioni di euro. Con la premier, Giorgia Meloni quattro ministri: Andrea Abodi (Sport), Tommaso Foti (Affari Europei), Orazio Schillaci (Salute) e Gianmarco Mazzi (Turismo).
ASSENTI il ministro alle Imprese e Made in Italy Adolfo Urso e quella al lavoro Marina Calderone. «Loro a Taranto meglio che non si fanno vedere», spiega un tassista. Anche lui, come altri attuali colleghi, una volta lavorava in una delle decine di aziende dell’indotto dell’ex Ilva che hanno chiuso in questi 14 anni di crisi. Oggi si sa quello che Taranto non è più ma non che volto avrà nei prossimi anni. Non è più una città operaia, non è più una città portuale o militare (le risorse per l’Arsenale della Marina devono ancora arrivare), non ha i problemi di overturism del Salento. Ma il motto di questa edizione dei giochi del Mediterraneo «Embrace the future», che campeggia sul Ponte girevole che collega il Mar Grande al Mar Piccolo, suona come una presa in giro.
ACCANTO C’È IL CASTELLO Aragonese dove le istituzioni italiane hanno ricevuto le delegazioni straniere. I paesi in gara sono 26 eppure sono arrivati solo i capi di Stato di Albania, Kosovo, Macedonia e Libano e quelli del governo algerino e serbo. Pochissimi i curiosi in attesa che fanno spiccare ancora di più i molti cecchini sopra le terrazze di Taranto Vecchia. Il vicino Villaggio Fan (qualche stand che vende a 20 euro le magliette con il logo Taranto 2026 e un mega schermo per vedere la cerimonia di apertura) a un’ora e mezza dall’apertura ieri era ancora deserto.
Eppure per Ferrarese «Taranto sta svolgendo un ruolo su questioni delicate che hanno a che fare con lo scenario internazionale». Sarà pure così ma la città è ancora mezza chiusa per ferie e per strada girano solo i giovani volontari dei Giochi. Uno dei più antichi bar del centro non ha neanche richiamato i dipendenti dalle vacanze: «Non mi è sembrato ci fosse bisogno», spiega cortese la proprietaria mentre le tv locali diffondono l’annuncio che alcune gare degli sport meno popolari saranno a ingresso gratuito. Su quello che rimarrà alla città dopo l’evento (come il nuovo faraonico stadio del nuoto) non circola ottimismo. «Vedremo se ci sarà manutenzione e se la gestione sarà pubblica o privata – dice un lavoratore dell’ex Ilva in cassa integrazione – anche lo sport è una questione di classe: di certo il figlio di un operaio non può fare tennis o scherma, figuriamoci quello di un operaio disoccupato». «Con quei soldi si poteva risanare parte della città», nota Simona, ambientalista.
LA NOTIZIA che anche l’Eusider si è aggiunta all’improvvisa cordata capitanata da Federacciai per rilevare gli impianti siderurgici non interessa a nessuno. «Serve a salvare il governo e le industrie del nord che hanno bisogno di acciaio, mica Taranto», la chiosa di Mario, che della sua esperienza di lavoro nello stabilimento si porta dietro il ricordo di un tumore alla tiroide e tanta rabbia. Ma che sia una foglia di fico lo rileva anche Federmeccanica: «Per salvare l’ex Ilva, lo Stato deve tornare a fare l’imprenditore, con una quota di maggioranza che gli permetta lavorare con la cordata Federacciai al progetto di decarbonizzazione».
Commenta (0 Commenti)Gente di Dublino Anche Finlandia e Svezia chiedono a Roma il rispetto delle regole di Dublino che il Patto Immigrazione e Asilo ha reso stringenti
Gente di Dublino Anche Finlandia e Svezia chiedono a Roma il rispetto delle regole di Dublino che il Patto Immigrazione e Asilo ha reso stringenti
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Un agente della Guardia di frontiera finlandese parla con dei migranti al valico di frontiera internazionale tra Finlandia e Russia, a Salla, in Finlandia – Foto di Jussi Nukari/Lehtikuva via AP
E quattro, anzi e cinque. Dopo Germania, Svizzera e Austria, anche la Finlandia si prepara a rimandare in Italia i suoi dublinanti, sbarcati in Italia e poi passati negli altri Paesi europei. La Svezia segue a ruota ed è difficile immaginare che la lista si fermi qui. Finlandia e Svezia non fissano per ora date precise. Il ministero degli Interni di Helsinki si limita a comunicare che «i trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione» dal momento che l’entrata in vigore del nuovo regolamento sull’asilo «consente la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia». Il ministero dell’Emigrazione svedese è più laconico: «La nostra intenzione è applicare le regole di Dublino quando applicabili».
FONTI QUALIFICATE del Viminale rispondono in serata assicurando che l’Italia «per casi successivi al 12 giugno, intende affrontare la questione con spirito costruttivo» e che utilizzerà «tutti gli strumenti messi a disposizione» dalle nuove regole. Tratterà con ciascun Paese sulle diverse opzioni offerte dalla normativa entrata in vigore il 12 giugno: ricollocamenti dei migranti sul proprio territorio, contributi finanziari o presa in carico delle richieste d’asilo.
In ogni caso, segnalano le fonti, nulla garantisce che i migranti non varchino poi di nuovo il confine. Quanti siano i dublinanti che i Paesi europei vorrebbero rispedire in Italia è incerto. Una sanatoria vera e propria esiste solo con la Germania, anche se il periodo coperto, se fino al dicembre 2025 o al giugno 2026, è oggetto di contesa, e con la Francia.
È PERÒ EVIDENTE che, al di là delle dimensioni reali del problema, il danno politico e d’immagine per il governo italiano è enorme. Infatti l’opposizione va alla carica. Apre il fuoco Renzi: «Che autogol. Meloni ha infranto le regole europee e adesso ci rimandano indietro persone che altrimenti non sarebbero mai tornate». Schlein concorda: «È il boomerang di Ceuta. Quando dicevo che su Ceuta Meloni ha creato un precedente pericoloso intendevo esattamente questo». Conte si aggiunge al coro: «Lo show inutile e dannoso su Ceuta e le scelte sui migranti hanno prodotto questo corto circuito. I rimpatri funzionano ma contro di noi».
La propaganda, si sa, ha le sue regole che prescindono dalla realtà. Il problema della ripresa dei trasferimenti, congelati alla fine del 2022, si sarebbe posto comunque dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo il 12 giugno scorso. Ma è probabile che un incidente internazionale tanto rumoroso quanto facilmente evitabile come quello tra Spagna e Italia abbia accelerato i tempi di una crisi che si sarebbe aperta comunque, portando subito alla ribalta l’eterna divisione dell’Europa quando si tratta di immigrazione.
Il caso che ha dato inizio alla sarabanda allestita sulla pelle di poche migliaia di emigranti, la sospensione di Schengen dopo Ceuta, non si risolverà in anticipo. Verrà invece quasi certamente verrà prolungato di un’ulteriore settimana per arrivare alla stessa data indicata dalla Spagna per il pieno ripristino di Schengen, il 7 settembre. Questione d’immagine e di sfida ai limiti dell’infantilismo, faccenda che evidentemente con la sbandierata «sicurezza nazionale» non ha nulla a che vedere, ma tant’è.
La permanenza dei controlli implica una figura mesta anche per la Ue che aveva provato invano a mediare. Il portavoce della Commissione europea Lammert respinge le accuse di «inazione». Assicura che in particolare il commissario agli Interni Brunner «lavora quotidianamente» con gli Stati membri. È «in contatto diretto» con i Paesi impegnati nella rissa al fine di «trovare soluzioni alternative» alla sospensione reciproca di Schengen. Insomma, non è che la Commissione non ci provi. È che non ci riesce, il che è peggio.
L’accusa di «inazione» potrebbe invece essere a buon diritto rivolta al governo italiano. Il solo a darsi da fare è il ministro degli Interni Piantedosi che tratta con gli Interni di Berlino e la settimana prossima dovrebbe incontrare l’omologo Dobrindt. Entrambi vogliono risolvere la situazione senza scosse ma come fare non lo sanno.
PER IL RESTO, nonostante un quadro che imporrebbe una presa di posizione dell’intero governo, tutto tace e nulla si muove. Giorgia è in vacanza.
Commenta (0 Commenti)Senza diritto Per chiudere le indagini su Israele, Trump ordina nuove sanzioni contro i giudici della Corte penale e intensifica le pressioni sugli Stati membri perché lascino lo Statuto di Roma. Tre lo hanno già fatto, altri seguiranno. Legge internazionale mai così a rischio
Senza diritto Restrizioni contro la presidente del Tribunale dell’Aja. Nel mirino anche un procuratore che starebbe seguendo il fascicolo Palestina
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Una seduta della Corte penale internazionale – foto International Criminal Court
Erano trascorse poche ore dall’annuncio del Dipartimento di Stato Usa di nuove sanzioni ad alti funzionari della Corte penale internazionale quando, ieri, l’esercito israeliano ha aperto e chiuso indagini legate ad alcuni dei peggiori crimini commessi a Gaza dopo il 7 ottobre. A ribadire, indirettamente, la nota versione di Washington e Tel Aviv: Israele può indagare su se stesso, di corti internazionali non c’è bisogno.
TRA I FASCICOLI APERTI c’è quello sull’omicidio della piccola Hind Rajab, crivellata da centinaia di colpi a soli sei anni, dopo ore trascorse in auto accanto ai corpi senza vita di sei familiari. Era il gennaio 2024: numerose inchieste hanno già ricostruito le responsabilità. E c’è quello sui 15 paramedici uccisi a Rafah nel marzo 2025: giustiziati e poi seppelliti (male) sotto cumuli di sabbia. L’esercito ha invece chiuso le indagini sui due raid che ad aprile 2024 centrarono il convoglio dell’ong statunitense World Central Kitchen (sette uccisi); sul bombardamento di una delle sedi di Medici senza Frontiere a Khan Younis nel febbraio 2024 (due uccisi); e sul raid che nel novembre dell’anno precedente ammazzò altri due membri di Msf a Gaza City. Nessun colpevole: «Le decisioni dei comandanti non hanno oltrepassato la soglia di rilevanza penale».
QUANDO ISRAELE indaga su stesso, si assolve sempre. Per questo da decenni la società civile palestinese raccoglie prove, documenta reati e chiede indagini indipendenti. Come quelle di uno dei due più alti tribunali del pianeta, la Corte penale internazionale, da anni nel mirino di Stati uniti e Israele. L’ultimo schiaffo è arrivato martedì sera: il segretario di stato Marco Rubio ha emesso sanzioni contro la presidente della Corte, Tomoko Akane, e Abdolaye Seye, senior trial lawyer presso la procura, accusandoli di «perseguire funzionari di governi che non hanno acconsentito alla giurisdizione della Cpi». Si può fare, in realtà: la Corte può indagare crimini commessi sul territorio degli Stati membri dello Statuto di Roma. Palestina compresa.
A OGGI SONO NOVE i giudici e tre i procuratori oggetto delle sanzioni statunitensi: congelamento dei beni, blocco dei conti, divieto di viaggio, con effetti dirompenti sulle vite personali e professionali. Rubio lo ha detto chiaramente il 13 luglio 2026: «Smantelleremo la Corte pezzo per pezzo» per rispondere a «una guerra scatenata contro il nostro paese, non con bombe e missili ma con la forza del cosiddetto diritto internazionale». Due settimane dopo lo ha ribadito: «Abbiamo iniziato ad agire per riportare la Corte all’ordine».
Seduto accanto a lui, Donald Trump lo aveva interrotto: «(Rubio) sta provando a difendere Bibi». Quel Bibi Netanyahu sulla cui testa pende un mandato d’arresto della Cpi per crimini di guerra e contro l’umanità e che ieri ha celebrato le nuove sanzioni contro quello che chiama «un tribunale farsa».
IL TRIBUNALE ha reagito subito parlando di «attacco contro un’istituzione giudiziaria indipendente e imparziale» che «mina lo stato di diritto». Il rischio è altissimo, lo dimostrano le ultime vittime di Trump. Tomoko Akane, la presidente della Corte, è la sua più alta rappresentante, la figura che tiene i rapporti con gli Stati ma che svolge anche funzioni giudiziarie: colpirla significa alzare al massimo il livello dell’intimidazione. E poi Abdolaye Seye, procuratore senior. È meno visibile, ma preoccupa di più: quali fascicoli seguano i senior trial lawyer non è informazione pubblica, un’opacità necessaria alla loro protezione e indipendenza. Sanzionarlo significa svelare che, molto probabilmente, il dossier a cui sta lavorando è quello che terrorizza Washington e Tel Aviv, ovvero il fascicolo palestinese. Non solo: a dicembre l’Assemblea degli Stati dovrà nominare sei nuovi giudici e Seye è tra i papabili. Infilarlo in lista nera è un’intimidazione «preventiva» contro i paesi chiamati al voto.
Sta qui il secondo fronte dell’offensiva trumpiana. Se le sanzioni sono un’arma di delegittimazione della Cpi e di indebolimento dei suoi uffici, a preoccupare di più è lo sgretolamento dell’infrastruttura politica: la Casa bianca sta facendo pressioni sempre più feroci su vari Stati perché si ritirino dallo Statuto di Roma.
NELLE SCORSE SETTIMANE la Corte ne ha persi due, Ciad e Venezuela. La Colombia è vicina e altri potrebbero seguire a breve soprattutto da Africa e America latina. Se si dovesse assistere a un ritiro di massa, l’effetto sull’Aja sarebbe ben peggiore di quello delle sanzioni.
Tanto più che, dall’altra parte, non si registrano reazioni significative. Condanne a parole, promesse di proteggere il diritto internazionale, ma poco di più. Uno strumento concreto l’Europa ce l’avrebbe: l’attivazione del blocco delle sanzioni. La Ue può ridurre l’impatto delle restrizioni su persone giuridiche o fisiche sotto la sua giurisdizione, facendo da garante con banche, assicurazioni, aziende fornitrici di servizi. Insomma, tutelando le parti terze dalle sanzioni straniere.
Ma non lo fa: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si limita allo sdegno di rito. Il timore di infastidire l’«alleato» e magari di subirne le ire sotto forma di dazi prevale, ancora una volta, sulla tutela del diritto internazionale.
IL SUO CROLLO PASSA per la solita vittima sacrificale, la Palestina e la sua società civile, in prima linea per portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini contro l’umanità. L’offensiva di Usa e Israele serve anche a questo: il fascicolo palestinese deve essere il laboratorio dell’occultamento.
Commenta (0 Commenti)Confine umano Ora anche la Svizzera vuole restituire all’Italia i migranti che hanno attraversato la frontiera. Meloni paga la guerra dei sovranismi che ha scatenato in Europa. Nella vicenda della donna somala, è l’intervento della chiesa tedesca a rimediare all’accanimento di Roma e Berlino
Confine umano Le autorità avrebbero dovuto rispedire Abdirisaq Warsame all’alba di oggi in Italia. Merz ora ha un secondo fronte interno
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Migranti in un centro di accoglienza in Germania – Foto Patrick Pleul/Ap
«Rimarrà sotto la nostra protezione finché la Germania non si conformerà alla richiesta italiana di annullare la sua espulsione». Il presidente della Ong «Matteo – Kirche und Asyl», Stephan Reichel, alza il muro in difesa di Abdirisaq Warsame, la 22enne somala sui cui pende il mandato di trasferimento in Italia spiccato dall’Ufficio per l’immigrazione del distretto della Bassa Franconia, previsto per le 4.30 di questa mattina. «Sono felice di essere al sicuro. Qui finalmente mi sento a mio agio. Il tempo orribile della fuga è finito. Ho subito di tutto, tra cui le botte prese da tanti uomini. Ho paura a tornare in Italia. Voglio restare in Germania con la mia famiglia» riassume lei, tirando un sospiro di sollievo rispetto al destino segnato.
«ABBIAMO ACCOLTO la ragazza in una chiesa di Norimberga»: così ieri il responsabile dell’associazione evangelica dopo avere preso la decisione di porre Warsame sotto al solo scudo umanitario che può salvarla dalla deportazione: la profuga somala «in questo momento gode dello status dell’asilo ecclesiastico» precisa il presidente di «Matteo», all’attenzione prima di tutto del governo Merz. Tutt’altro che una trovata mediatica: l’asilo ecclesiastico è una forma di tutela riconosciuta e praticata in Germania fin dagli Anni Ottanta, sebbene abbia raggiunto la ribalta delle cronache soltanto nel 2014, con il caso di una donna cecena destinata a essere “rimpatriata” in Polonia insieme ai quattro figli. Anche allora la deportazione fece scalpore e attivò la rete di protezione non solo della Chiesa evangelica.
«NEGLI ULTIMI ANNI sono stati concessi tra i 1.000 e i 2.000 status di asilo ecclesiastico ogni anno. Tuttavia il numero di richieste supera di gran lunga il numero di posti disponibili» raccontano dalla congregazione dei Gesuiti della Baviera. A volerla cogliere, per il governo Merz sarebbe l’occasione ideale per uscire dal cul-de-sac in cui ha infilato la Germania con lo scontro frontale con Roma. A meno che il cancelliere del partito cristiano-democratico non intenda aprire il fronte di guerra anche coi preti dei due rami della Chiesa tedesca. Oltre ad Abdirisaq Warsame «chiediamo la sospensione di tutte le altre procedure di espulsione programmate» insiste il presidente di «Matteo» impegnato a denunciare il gioco politico dietro la partita dei dublinanti.
«Gli italiani devono rendersi conto che il loro governo ha agito contro i loro interessi, sancendo la responsabilità esclusiva degli stati Ue di confine nell’ambito del Ceas (Il sistema europeo d’Asilo comune). In più ha contribuito a inasprire le regole di Dublino» specifica Reichel. E ipotizza per l’imminente futuro: «Fino al 50% dei rifugiati europei dovrà restare in Italia perché il complicato meccanismo del Ceas e il piano, probabilmente illegittimo, di esternalizzazione dei rifugiati in Albania o Africa pianificata da Roma non funzioneranno». Fin qui il fallimento tecnico-politico della guerra ai rifugiati, ma l’Ong che protegge la giovane somala nella chiesa di Norimberga punta il dito anche contro la disumanità mostrata dai leader di Germania e Italia, rispettivamente padre e madre cristiani.
«TRISTE RILEVARE la mancanza della minima empatia per una ragazza costretta a vivere nella totale incertezza del suo futuro». Abdirisaq Warsame ha passato «quattro settimane drammatiche in Italia». È lei stessa a raccontare: «Dopo la buona accoglienza a Lampedusa, sono stata trasferita in un centro vicino alla stazione di Milano, tenuto in condizioni igieniche pessime e con spazi condivisi fra uomini e donne. Non c’era neppure la doccia» riassume la ragazza per bocca dell’Ong. Attualmente vive in un «Asylheim» in un borgo bavarese di campagna intorno a Schweinfurt. Qui risiedono la madre, il fratello e tre sorelle che già regolarmente frequentano la scuola secondaria.
UN RICONGIUNGIMENTO familiare che non avrebbe creato scalpore se non fosse per l’effetto a catena della «crisi di Ceuta» giunto a far deflagrare il caso dei dublinanti italiani in Germania (che riguarda appena 11.750 persone). Da qui il ricorso all’asilo ecclesiastico, ultima spiaggia anche se non esattamente un porto sicuro. «L’iter per la richiesta dello status funziona così: il giorno dell’arrivo di un rifugiato in una chiesa bisogna segnalare il caso alle autorità.
Entro 4 settimane deve essere presentato il fascicolo che indichi le difficoltà a cui è stato esposto nello Stato di provenienza. Quindi l’ufficio immigrazione esamina il dossier e decide se la Germania si farà carico dell’asilo umanitario. Nella maggioranza dei casi, però, il fascicolo viene respinto».
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La guerra grande Finiti i 60 giorni: il negoziato non è mai partito, la guerra degli Usa all’Iran continua e si allarga. Droni colpiscono il Kurdistan iracheno, Trump minaccia l’Oman. Va male anche con Netanyahu che non segue i «consigli» su Gaza. E Washington ora litiga anche con la Corea del Sud
La guerra grande Erbil nel mirino dopo il tentativo curdo-iracheno di mediare per conto di un Trump in crisi
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Teheran, una gigantografia si prende gioco di Donald Trump – Foto Abedin Taherkenareh/Epa
C’è un dettaglio, in questa storia di canali segreti tra Washington e i vertici militari iraniani, che vale più di qualsiasi analisi. Due droni, arrivati da chissà dove, colpiscono Erbil, capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Nessun morto, nessun ferito grave. Il messaggio, però, arriva comunque a destinazione.
Tutto comincia a metà maggio. L’amministrazione Trump cerca di aggirare i negoziatori iraniani seduti al tavolo, il presidente del parlamento Ghalibaf e il ministro degli esteri Araghchi e si rivolge direttamente al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) che considera il vero centro del potere iraniano.
PER SCAVALCARE i canali ufficiali, Washington si rivolge a Nechirvan Barzani, presidente del Governo regionale del Kurdistan iracheno. Cresciuto in parte in Iran durante la guerra con l’Iraq, laureato all’Università di Teheran e fluente in farsi, Barzani è il tramite scelto per arrivare direttamente al generale Ahmad Vahidi, comandante dell’Irgc. Barzani porta a Vahidi la proposta americana: un incontro segreto a Erbil tra negoziatori americani e iraniani di alto livello, ospitato dallo stesso presidente curdo. Vahidi rifiuta e rimanda ai negoziati ufficiali già in corso.
La notizia emerge solo a metà agosto, tre mesi dopo i fatti, in una ricostruzione di Axios basata su tre fonti a conoscenza diretta. E arriva proprio nel momento in cui Barzani, secondo le stesse fonti, avrebbe fatto sapere alla Casa bianca di essere ancora disponibile a fare da ponte per riaprire un dialogo diretto. Una disponibilità che, a giudicare da quanto accade nelle ore successive, sembra aver ricevuto una risposta tutt’altro che diplomatica.
DUE DRONI di provenienza iraniana colpiscono Erbil. Uno raggiunge l’ufficio personale di Barzani, l’altro la residenza del capo dell’intelligence della regione autonoma. Nessuna rivendicazione ufficiale.
MA TRA GLI OSSERVATORI della regione la lettura è quasi unanime: non un attacco pensato per fare vittime, ma un avvertimento pensato per essere letto. Teheran vuole far sapere che i canali informali non sono più i benvenuti e che ogni tentativo di parlare direttamente con l’Irgc, bypassando Ghalibaf e Araghchi, sarà considerato un’ingerenza da scoraggiare. Anche a costo di colpire in casa di un alleato storico dei curdi iracheni.
Se Barzani possa ancora essere utile a Washington è tutto da vedere. Lui ha fatto sapere che gli attacchi non impediranno a Erbil di continuare a svolgere il proprio lavoro. Una dichiarazione di circostanza che, però, non cancella il punto vero. La disperazione dell’amministrazione Usa a trovare una soluzione al pantano mediorientale si scontra, ogni volta, con un Iran che risponde con un linguaggio sorprendentemente compatto.
Trump torna a chiedere a Teheran di arrendersi e di «alzare bandiera bianca», mentre i colloqui restano in stallo. Il memorandum d’intesa firmato a giugno, che prevedeva la cessazione immediata delle operazioni militari e un accordo definitivo entro sessanta giorni sul programma nucleare iraniano, è naufragato. Ieri è scaduto anche il termine fissato per la trattativa.
TEHERAN DICHIARA di essere pronta a passare da una strategia difensiva a una offensiva proprio a causa dello stallo. Secondo un alto funzionario iraniano, l’Iran potrebbe ricorrere alla forza per rompere il blocco navale americano nello Stretto di Hormuz.
Il direttore generale per gli affari legali del ministero degli esteri iraniano, Abbas Baqerpour, sostiene che il memorandum, pur violato da Stati uniti e Israele, non va considerato estinto, ma piuttosto «in coma», ancora recuperabile. Intanto l’Oman cerca di mediare per ripristinare il traffico commerciale nello stretto, mentre Trump minaccia di bombardare Muscat «senza pietà» se dovesse ostacolare gli Stati uniti.
Le dichiarazioni di Trump non sembrano scuotere più di tanto un mercato che ha già incorporato nei prezzi il rischio di interruzioni dell’offerta. Il petrolio resta stabile: il Brent è in lieve rialzo a 88,93 dollari al barile, mentre il Wti scende leggermente a 82,22 dollari, complice l’assenza di progressi sul fronte diplomatico.
GLI ANALISTI RITENGONO che i prezzi possano salire davvero solo in caso di chiusura di Bab el-Mandeb. E proprio ieri il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha dichiarato di aver colpito con missili quella che definisce una nave militare saudita e quattro unità di scorta nel Mar Rosso, nei pressi di Mocha, non lontano dallo stretto. Il gruppo aveva imposto a luglio un blocco navale contro l’Arabia saudita, in risposta a quello che definisce un assedio saudita allo Yemen.
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