Zelensky dice sì a un accordo per la pace in Ucraina, l’ultima versione del “piano in 28 punti” seguito dal “piano in 19 punti” e da un terzo negoziato ieri a Abu Dhabi. Trump invia due fedelissimi a Mosca e Kiev per l’ultima pressione. Ora tocca alla Russia, ma la porta si è stretta
All'ultimo piano Il testo iniziale ha subito diverse modifiche, Trump invia i suoi per la versione finale
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L’incontro tra Zelensky e il segretario dell'esercito Usa Driscoll – foto AP
Durante i colloqui con gli emissari Usa ad Abu Dhabi «gli ucraini hanno accettato il piano» di pace Usa e mancherebbero solo «alcuni dettagli», come anticipato da un anonimo ufficiale statunitense e poi confermato in serata dal presidente ucraino stesso. «Frenesia informativa» l’ha definita il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rifiutandosi di commentare. Troppe notizie sul piano di pace proposto dagli Usa, emendato a Ginevra, ridiscusso negli Emirati arabi durante gli ultimi due giorni e rimescolato dai Volenterosi ieri. I dettagli in questione sono in realtà i pilastri sui quali in questi quattro anni di guerra non si è riusciti a trovare una sintesi e il rimando a un imminente colloquio tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump per sciogliere le questioni ancora sul tavolo – «entro la fine di novembre», sperano gli ucraini, «non prima della firma» secondo Washington – assomiglia a un modo per guadagnare tempo.
DEL TESTO IN 28 PUNTI che prevedeva la cessione dei territori attualmente sotto l’occupazione russa, della parte restante di Donetsk non ancora conquistata, il riconoscimento de facto della sovranità russa su queste regioni da parte degli Usa, la riduzione dell’esercito ucraino a 500mila soldati e altre misure economiche politiche e militari non probabilmente non resta molto. Per lo meno non i punti che hanno spinto il Cremlino a definirlo «un’ottima base di partenza». Anzi, sembra che si ritorni a una settimana fa, nonostante tutti gli attori coinvolti, da Bruxelles a Washington definiscano i progressi «incoraggianti». Trump ha addirittura dichiarato che «nella speranza di finalizzare questo piano di pace, ho incaricato il mio inviato speciale Steve Witkoff di incontrare il presidente Putin a Mosca e, contemporaneamente, il segretario dell’esercito Dan Driscoll incontrerà gli ucraini». Tutti tranne Mosca. «La Russia potrebbe respingere una versione modificata del piano di pace statunitense, se questo non soddisferà le richieste di lunga data di Mosca» ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Il funzionario ha rivendicato che il piano nella sua prima versione era uno sviluppo fedele di quanto deciso da Vladimir Putin e Donald Trump durante il loro incontro in Alaska, il 15 agosto scorso. Lo «spirito di Anchorage» e il Cremlino «non ne accetterà la cancellazione». Anche se uno spiraglio per la trattativa è aperto. I russi affermano di aver ricevuto solo la prima proposta e di attendere la «versione intermedia», alla quale hanno partecipato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, i rappresentanti dell’Ue e dell’Ucraina a Ginevra. Su questo sembra che si potrà discutere. Tuttavia, malgrado le aperture dei giorni scorsi a una maggiore presenza europea, ieri le parole del presidente Francese Emmanuel Macron – per il quale la pace «non deve essere una capitolazione che dia alla Russia carta bianca per continuare anche verso altri Paesi europei», «nessuno può dire per conto degli ucraini quali concessioni territoriali siano disposti a fare» e «spetta agli europei decidere sugli asset russi» – hanno riacceso la polemica dalla distanza. Per i russi le parole di Macron sono «sogni» e comunque l’Europa ha già avuto le sue possibilità di giocare un ruolo nella soluzione pacifica del conflitto ucraino, «ma ha fallito su tutti i fronti». Nel frattempo ad Abu Dhabi i rappresentanti degli Usa incontravano in separata sede russi e ucraini ed è significativo che stavolta per Kiev abbia trattato il potente capo dell’intelligence militare (Gur) Kyrylo Budanov.
MA I LEADER EUROPEI più schierati per la cosiddetta «pace giusta», ovvero quella che
Leggi tutto: Zelensky dice sì all’accordo: Ue entusiasta, Mosca fredda - di Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Il campo largo vince le regionali in Campania e Puglia, mentre perde in Veneto. Tutto come previsto, ma nei numeri bene per il centrosinistra e male per Fratelli d’Italia. Che prende paura e subito vuol cambiare la legge elettorale delle politiche. Intanto l’astensione trionfa ovunque
Regionali La leader Pd si sente blindata dai numeri delle regioni del sud: «Uniti si stravince, ora lavoriamo subito al progetto per l’Italia». Prima va a Napoli da Fico con gli altri leader, poi a Bari. Cita Pino Daniele: «L’aria s’adda cagnà». Sulla legge elettorale: «La destra la vuole cambiare perché sanno di perdere»
Elly Schlein, appena visti gli exti poll, si precipita a Napoli, al comitato di Roberto Fico, per dire, citando Pino Daniele, che «l’aria s’adda cagnà». Con lei sul palco ci sono tutti i leader del centrosinistra, da Conte a Fratoianni e Bonelli, per una foto con Fico che guarda alla sfida nazionale contro Meloni. La leader Pd non si riferisce tanto all’aria da cambiare in Campania, dove la vittoria del centrosinistra contro il meloniano è andata oltre le aspettative, ma a quella di palazzo Chigi.
Dopo aver vinto la scommessa in Campania, dove per mettere in piedi una coalizione così larga ha dovuto farsi concava e convessa ingoiando qualche rospo, la sua leadership è più salda: sia dentro il Pd che nella coalizione. «Qui hanno perso Meloni e il governo, i cittadini hanno premiato la linea testardamente unitaria. E da domani andremo avanti con ancora più determinazione». «Uniti si stravince, la partita delle politiche è apertissima e il riscatto parte de sud», dice dal palco di Napoli riferendosi anche alla larga vittoria in Puglia.
AI MICROFONI DI LA7 fa un passo avanti in più: «Siamo talmente competitivi che batteremo la destra alle politiche del 2027». «La nostra non è solo un’alleanza contro la destra, ma per le cose che vogliamo fare, dalla sanità al lavoro ai diritti alla lotta alle diseguaglianze». Certo, «non è facile mettere insieme le differenze. Ma non partiamo da zero, lo si vede dove governiamo e anche nelle battaglie in Parlamento. Da domani lavoreremo a consolidare il progetto comune per l’Italia, e lo faremo non solo tra partiti ma nel paese».
La sconfitta in Veneto brucia ma non moltissimo. «Abbiamo raddoppiato i consensi rispetto al 2020», dice la segretaria, quasi soddisfatta per il 30% di Giovanni Manildo, che supera il 40% in alcune grandi città come Padova ,Venezia e Treviso (di cui è stato sindaco).
DI MEZZO C’È LA DESTRA, che ha subito annunciato a reti unificate di voler cambiare legge elettorale nel nome della «stabilità dei governi». «Lo fanno perché sanno che con la legge attuale perderebbero», attacca Schlein, «mi sembra che sia la premessa peggiore per cambiare le regole del gioco».
«Questa legge non è la migliore del mondo, ma ha dimostrato nei fatti che chi vince le elezioni ha la possibilità di governare, Giorgia Meloni ce la ricorda sempre con la longevità di questo governo», le fa eco il suo braccio destro Igor Taruffi. «Non si capisce la ragione per la quale qualcuno dovrebbe cambiarla, se non per un tornaconto di bottega». Schlein si dice «apertissima» a fare le primarie di coalizione con qualsiasi legge elettorale: «Decideremo insieme come scegliere il leader». E anche ad allargare ulteriormente la coalizione: «Massima apertura a tutte le forze alternative alla destra, ma soprattutto agli italiani che non vanno più a votare».
LA FOTO DI NAPOLI è un booster formidabile per la segretaria, nonostante le vittorie in Puglia e Campania fossero entrambe annunciate. Il temporeggiatore Conte si è ammorbidito
Leggi tutto: La festa di Schlein: «Possiamo battere la destra alle politiche» - di Andrea Carugati
Commenta (0 Commenti)Un Lunedì Rosso dedicato ai movimenti di liberazione dalla violenza maschile e dal patriarcato.
Movimenti che sono fisici fatti di carni e ossa che occupano lo spazio pubblico.
Sono artistici, culturali e sottoculturali, pedagogici, medici, normativi. Movimenti che sono ancora in marcia in tutto il mondo e che oggi si battono anche contro le guerre e l’oppressione neocoloniale. Contro la povertà e l’esclusione sociale. Movimenti di libertà, a volte può essere anche solo quella di essere una donna senza filtri.
Nella foto: Manifestazione nazionale a Roma contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, foto Mario Quartapelle / Nur Photo via Getty Images
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25 novembre Stando a quanto riferisce l’Istat una donna su tre ha subito violenza nel corso della vita. In migliaia ieri in piazza a Roma
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Manifestazione di Non una di Meno – Foto Getty Images
Se ancora, e sempre, sono in migliaia a scendere in piazza per dire no alla violenza contro le donne, la ragione risiede in un dato di realtà che, contrariamente a quanto viene dipinto dalla destra al governo, è piuttosto evidente. Chi intende lottare contro la logica della sopraffazione continuerà a farlo, sempre, perché ha la coscienza che si tratti di una forma strutturale, sistemica. Lo farà nel potere erotico di sovvertire un dominio, nella gioia di trovarsi insieme, nell’attraversamento di uno spazio pubblico che si vorrebbe restringere sempre di più e proprio per questo va invece abitato, occupato, trasfigurato e variamente riscritto dai nostri corpi.
«Sabotiamo guerre e patriarcato», nello slogan scelto da Non Una di Meno per la grande manifestazione nazionale di ieri c’è la consapevolezza di questa prosecuzione, ferma. L’intento arriva, ancora una volta, chiaro: quello a cui stiamo assistendo è il massacro perpetuo di esseri umani come di territori. E due sono i sistemi che si autoalimentano: la guerra e il patriarcato. Tenere insieme queste radici comuni, saperle vedere nel loro legame storico e politico, indica un orizzonte di lotta che ha animato il corteo di ieri, con migliaia di donne, femministe, movimenti, soggettività, centri antiviolenza, associazioni e la marea che da quasi dieci anni invade le piazze e le strade non solo della Capitale.
«C’è un continuum tra violenza patriarcale e genocidaria», dicono le attiviste di Nudm ed è vero che non fare sconti alla violenza maschile contro le donne e di genere implica il riconoscere le stesse matrici strutturali di oppressione nella distruzione dei popoli. Si comincia da qui, si arriva (o si torna?) alla realtà cui stiamo assistendo: un dispositivo che deve essere smantellato. Pezzo per pezzo.
«Insieme siam partite, insieme torneremo», urlavano un gruppo di ragazze, con un’alleanza intergenerazionale e di forza che sa di futuro. Nonostante, in questo Paese, si provi ad attaccare la libertà femminile e l’autodeterminazione da più fronti. Nonostante il clima autoritario per cui dobbiamo ascoltare come se fosse qualcosa di accettabile – dopo anni di lavoro serio e rigoroso, pratiche, movimenti, anni di interpellanze e proposte di legge – le parole di una ministra della Repubblica sul poter parlare di educazione sessuo-affettiva ma «lateralmente». Questo è un parere discutibile o una diminuzione della questione volta a chiudere il dialogo?
Stando a quanto riferisce l’Istat una donna su tre ha subito violenza nel corso della vita, e rimanendo sui numeri forniti dall’Osservatorio di Non Una di Meno se femminicidi, lesbocidi e transcidi sono in calo lo scenario cambia se sommiamo i tentativi. Sono stati numerosi e se consideriamo ciò che arriva dai centri antiviolenza il quadro è ben più complesso; basterebbe forse leggere quanto riportano i 118 centri della rete DiRe: in un anno sono state ascoltate 23.851 donne.
La risposta del governo continua però imperterrita a essere punitiva, ed è in questa direzione che il 25 novembre alla Camera ci sarà l’esame del disegno di legge sul delitto di femminicidio (già approvato in Senato). Arriveranno forse i cavernicoli a darci una soluzione, con le loro possenti clave e un «codice genetico», lo dice un altro ministro, ineluttabile.
Nel frattempo non ci resta che continuare a dissentire, a dire di no alla violenza e alla sorveglianza dei nostri corpi. Continuiamo a sabotare, nell’accezione piena e collettiva del mettersi di traverso, sempre. Perché la trasformazione di immaginari è in atto ormai da qualche decennio, grazie in particolare al movimento delle donne e al femminismo, e chi non lo accetta o mostra ostilità e volontà di azzeramento è, occorre proprio dirlo, fuori dalla storia.
Commenta (0 Commenti)«È uno dei momenti più difficili della nostra storia. La scelta è tra perdere la dignità o perdere un partner fondamentale». L’Europa non esiste: dopo quasi quattro anni dall’invasione russa, Zelensky spiega agli ucraini che può solo accettare le condizioni di Trump e Putin
Non si può rifiutare Zelensky apre alla necessità di fare concessioni dolorose per evitare di perdere il sostegno degli Usa. Esplode la confusione nell’Ue
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Volodymyr Zelenskyy, a sinistra, parla con il segretario dell'esercito statunitense Dan Driscoll a Kiev – (Ap)
«Questo è uno dei momenti più difficili della nostra storia, attualmente la pressione sull’Ucraina è tra le più forti». Inizia così un discorso storico, con il quale Volodymyr Zelensky, da solo davanti allo sfondo digitale della Verkhovna Rada, annuncia alla nazione che dopo quasi quattro anni ci avviamo alla conclusione della guerra. «L’Ucraina potrebbe ora trovarsi di fronte a una scelta molto difficile: perdere la propria dignità o rischiare di perdere un partner fondamentale; o 28 punti difficili o un inverno estremamente difficile, il più difficile mai visto, e ulteriori rischi. Una vita senza libertà, senza dignità, senza giustizia. E ci si aspetta che ci fidiamo di qualcuno che ci ha già attaccato due volte. Non faremo dichiarazioni altisonanti, lavoreremo con calma con l’America e tutti i nostri partner. Presenterò argomenti, persuaderò, offrirò alternative, ma sicuramente non daremo al nemico alcun motivo per dire che l’Ucraina non vuole la pace».
DONALD TRUMP nel frattempo aveva lanciato un vero e proprio ultimatum: o la firma entro giovedì prossimo o «drastici tagli alle forniture di armamenti». In serata, rispondendo ai microfoni di Fox news sui territori che Kiev dovrà cedere ha aggiunto: «Probabilmente, se il conflitto dovesse continuare, li perderà comunque in un breve lasso di tempo». Sulle sanzioni alla Russia il tycoon ha insistito – «Non farò nulla per revocarle» – ma nei fatti al gigante del petrolio russo Lukoil è stata concessa una proroga fino al 13 dicembre. Il suo vice, JD Vance, si era affrettato a chiamare il presidente ucraino per ribadire il concetto, qualora non fosse chiaro: cedere o incorrere nelle conseguenze dell’ira funesta della Casa bianca. Una conversazione durata circa un’ora, alla quale ha partecipato anche il segretario dell’Esercito Usa, Daniel Driscoll.
I generali inviati a Kiev da Trump non appena Zelensky ha terminato il suo tour europeo avevano fatto lo stesso e l’inviato speciale Steve Witkoff aveva continuato a tenere un canale aperto con Mosca, lasciando trapelare agli ucraini quel poco che bastava. Il risultato di questo fuoco incrociato è che ieri Zelensky è stato costretto a rompere gli indugi. E lo ha fatto nel modo più eclatante, palesando le difficoltà e in certo senso collettivizzando il dilemma, che davvero stavolta è amletico: accettare di fare concessioni, anche durissime, e continuare a esistere oppure combattere e prosciugarsi fino a sparire. Deve essere una responsabilità di tutti, dice Zelensky a chi non vede l’ora di accoltellarlo alla schiena, a chi vuole semplicemente archiviarlo come successo a tanti leader subito dopo la fine delle ostilità (famoso l’esempio di Winston Churchill, che però la guerra la vinse) e a chi trama per cercare tra gli ex qualcuno di fedele che obbedisca agli ordini dall’estero. Ma non solo, il messaggio del capo di stato è rivolto davvero alla popolazione e dice effettivamente «facciamocene tutti carico». Perché ora e perché in modo così eclatante? Possiamo azzardare delle ipotesi basate sugli ultimi sviluppi.
LO SCANDALO CORRUZIONE, esploso con una tempistica quasi perfetta per mettere in difficoltà il presidente ha già minato la fiducia degli ucraini nei vertici della repubblica. Dalle riunioni che dovevano decidere il futuro del cerchio magico del leader e, in particolare, il destino del capo di gabinetto Andriy Yermak, non è uscito nulla. «La questione del personale nell’Ufficio del presidente è responsabilità del presidente», avrebbe affermato Zelensky, rispondendo alla domanda di una parlamentare. L’incontro si è svolto a porte chiuse, agli onorevoli è stato chiesto di lasciare i cellulari fuori dalla sala ed è stato imposto il massimo riserbo. Sembra che il presidente più che l’aula abbia voluto blindare i suoi prima di un passaggio epocale che per lui sarà il più difficile di tutti. Intanto diversi ministri e alti funzionari si sono fatti portavoce della linea dell’intransigenza.
Uno su tutti l’ex ministro della Difesa e attuale capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Rustem Umerov. «Non possono esserci decisioni al di fuori del quadro della nostra sovranità, della sicurezza del nostro popolo o delle nostre linee rosse né ora né mai». Lo stesso fiero difensore dell’Ucraina che non appena ha avuto sentore che l’inchiesta stesse per raggiungerlo si è dato alla macchia, prolungando il suo “viaggio diplomatico” all’estero fino ad aver ricevuto la garanzia di non essere arrestato. Zelensky poteva nicchiare, aprire agli Usa e nel frattempo provare a stravolgere il piano in camera caritatis, con il rischio di rimandare l’inevitabile tracollo personale. Ha scelto invece di giocarsela fino in fondo, consapevole del fatto che non è solo il futuro dell’Ucraina ma il suo personale a essere a rischio. Fisicamente e non solo metaforicamente.
CHI HA PALESATO la sua totale inconsapevolezza è l’Europa. Basti considerare le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, in conferenza stampa con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in vista del vertice G20 a Johannesburg: «All’Unione europea non è stato comunicato alcun piano in
Leggi tutto: La svolta obbligata per Kiev - di Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Consegnato a Kiev il «piano in 28 punti», ma è il progetto russo con firma americana: affitta il Donbass a Mosca, disarma l’Ucraina, lascia il conto alla Ue. Con Zelensky schiacciato tra il fronte che cede e le inchieste, Trump e Putin provano a dividersi le spoglie della guerra
Il limite ignoto Dopo il colloquio con i generali inviati da Trump, a Kiev si cerca di prendere tempo
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky attende a un tavolo negoziale a Kiev foto Ap/Mark Schiefelbein
I piano di Usa e Russia per la fine della guerra in Ucraina è arrivato a Kiev, Zelensky l’ha ricevuto ufficialmente ed è stato costretto a dire che ci lavorerà e ne parlerà con Donald Trump. Possiamo già dire che, se le condizioni rimarranno quelle attuali, non sarà un bell’incontro per la parte ucraina. A Kiev si parla di «piano assurdo», di «provocazione per disorientare» gli alleati e, in ogni caso, «inaccettabile». Ma ciò che dicono i funzionari di Zelensky non muove miliardi di armamenti necessari al fronte, non sposta finanziamenti che tengono in vita lo stato e se l’Ucraina vuole continuare a esistere ha bisogno degli Stati uniti.
QUINDI di Donald Trump, che però è tornato a quella che secondo lui è la diplomazia: mettersi d’accordo con il più forte della contesa e costringere tutti gli altri a suon di ricatti o finte concessioni. Come spiegare altrimenti una proposta che è, essenzialmente, la copia carbone delle rivendicazioni russe dall’inizio del conflitto? Dov’è la diplomazia in questa periodica riproposizione delle richieste di Vladimir Putin? Se non volessimo rispondere che gli uffici esteri statunitensi non hanno fatto (o non sono riusciti a fare) nulla in questi mesi, dovremmo dedurne che Washington ci reputa tutti idioti o almeno smemorati. Oppure, in ultima analisi, che se ne frega. Presentare il 19 novembre 2025, 45 mesi dopo l’invasione russa, un piano che prevede la cessione dei territori del Donbass – anche di quelli non occupati dai soldati russi – vuol dire non tenere in minima considerazione il fatto che già dal 2014 in Ucraina si combatte per quelle maledette due regioni. Non solo, significa anche fregarsene delle centinaia di migliaia di caduti per la difesa di ogni centimetro del Lugansk e del Donetsk. Dove in questo momento stesso si combatte: a Pokrovsk, a Kostiantinivka e poco più a nord, a Kupiansk, che il Capo di stato maggiore russo Valerii Gerasimov ieri ha dato per conquistata. Al di là di ogni valutazione ideologica o della tanto abusata realpolitik, il punto è pratico: i militari ucraini non acconsentiranno a lasciare ciò per cui hanno combattuto così duramente e che gli è costato vita, famiglia, mutilazioni, case e salute psicologica. Obbligare in qualche modo Zelensky a firmare un accordo che ceda la parte del Donetsk non ancora conquistata vuol dire segnarne la fine politica – ora che è già in difficoltà per le indagini degli uffici anti-corruzione sui suoi amici e ministri – e metterlo in pericolo fisico, porgendo il fianco a tutti gli opportunisti post-bellici e agli ufficiali affabulatori che non aspettano altro che le armi tacciano per iniziare la propria scalata. «Il mito della vittoria mutilata» leggevamo sui libri di scuola delle superiori, sappiamo com’è andata a finire.
MA NON SARÀ SUFFICIENTE consegnare territori, ci sarà anche lo smacco del riconoscimento internazionale, che gli Usa intendono fare direttamente e al quale vogliono spingere gli alleati occidentali. Gli stessi che per quattro anni hanno ripetuto «con l’Ucraina fino al ripristino della sua integrità territoriale», dopo aver sproloquiato di «vittoria». Certo, al governo di Kiev sarà concesso di non riconoscere i propri territori come russi. In altri termini potrà continuare a rivendicarli in un mondo che li ha già riconosciuti come russi dopo anni di conflitto sicuramente non vorrà più sentirne parlare. Tranne coloro i quali saranno impegnati nella spoliazione delle ricchezze ucraine: aziende statunitensi per le terre rare, europee per la ricostruzione, chissà chi per il grano e l’energia… Dato che in questo piano non è lasciato nulla al caso, bisogna anche evitare che qualche sconsiderato generale ucraino possa danneggiare la Russia. Di conseguenza la armi a lungo raggio andrebbero riconsegnate e l’esercito di Kiev andrebbe addirittura dimezzato. Tutto ciò, ovvero la capitolazione dell’Ucraina, in cambio di non meglio specificate garanzie di sicurezza dagli Usa. Per chi volesse, dalla vigilia dell’invasione del febbraio ’22 a oggi esistono decine di dichiarazioni russe facilmente recuperabili on-line, da Putin in giù, che avanzano le stesse richieste presentate in questo accordo. In che modo questo piano sia «dettagliato e accettabile per entrambe le parti per fermare le uccisioni e creare una pace duratura», come dichiarato dalla portavoce della Casa bianca, Karoline Leavitt, non è chiaro.
Da Mosca per ora non si sono esposti, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha dichiarato di «non essere a conoscenza di alcun piano», e poi gli ha
Leggi tutto: Zelensky costretto a trattare sul piano Usa che lo umilia - di Sabato Angieri
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