Broglio di ricino Con 113 sì, 71 no e due astenuti la legge elettorale passa a Palazzo Madama, ma l’ultimo passaggio a Montecitorio non è senza rischi. Con il nuovo sistema solo l’alleanza con Fn garantirebbe la vittoria a destra
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Cartelli di protesta in Senato durante la votazione finale del disegno di legge sulla Riforma elettorale, Roma, 15 Settembre 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Con una prova di compattezza il centrodestra ha approvato ieri mattina in Senato la propria riforma elettorale, con 113 sì, 71 voti contrari delle opposizioni e due astenuti della Svp. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha trasmesso già nel pomeriggio la nuova versione del Melonellum alla Camera, che potrà intervenire solo sui pochi commi modificati a Palazzo Madama.
A PREOCCUPARE Giorgia Meloni non è tanto la battaglia parlamentare preannunciata dai dem alla Camera, con Chiara Braga e Simona Bonafè, quanto la tenuta dei gruppi di Fi e della Lega. E lo dimostra il fatto che si sta già ragionando se porre o meno la fiducia al fine di minimizzare il numero dei voti a scrutinio segreto. L’incidente parlamentare potrebbesempre accadere in primo luogo perché il nuovo sistema favorisce Fdi a scapito di Fi e Lega, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta alle urne; e in secondo luogo perché ci si sta rendendo conto che se le Corte costituzionale intervenisse sui punti più controversi, la versione risultante del Melonellum sarebbe ancora più deleteria per le sorti dei due partiti junior partner di Fdi.
Ieri mattina nelle dichiarazioni di voto finali in Senato, gli esponenti del centrodestra (Andrea De Priamo di Fdi, Andrea Paganella della Lega, Roberto Rosso di Fi e Mariastella Gelmini di Nm) hanno ripetuto la narrazione sulla propria riforma: essa serve per assicurare stabilità al Paese, evitando «governi tecnici e dettati dall’Europa» (Paganella) oppure «la palude» (De Priamo) e per introdurre «trasparenza» (Rosso) davanti agli elettori con l’indicazione del candidato premier: «Ci piacerebbe sapere cosa vi dia fastidio nel fatto che le forze politiche, prima delle elezioni, dicano agli italiani chi vorrebbero come Presidente del Consiglio», ha detto De Priamo.
TRA LE OPPOSIZIONI il più diretto nella contro-narrazione è stato Matteo Renzi: il centrodestra vuol cambiare il Rosatellum «non tanto perché ha a cuore la stabilità, ma più banalmente perché ha paura di perdere con quel sistema». E in effetti la cronaca di questi mesi si sono susseguite molteplici variazioni del Melonellum, ma con un’unica costante: l’eliminazione dei collegi uninominali del Rosatellum, che avevano consentito al centrodestra di vincere nel 2022 e che ne decreterebbero la sconfitta alle prossime politiche. Dagli altri gruppi di opposizione sono state sollevate le altre critiche: che il Melonellum con il suo premio «abnorme» mette in mano alla coalizione vincente anche l’elezione degli organi di garanzia (Peppe De Cristofaro di Avs e Francesco Boccia del Pd), che la rappresentanza è talmente alterata da fare del nuovo sistema una «legge truffa» (Luca Pirondini di M5s), come conferma il blitz dell’innalzamento del numero delle firme per i soggetti che vogliono correre alle elezioni e che sono ora fuori dal Parlamento.
LA PERFIDIA DEL DESTINO ha voluto che proprio il giorno dell’approvazione del Melonellum da parte del Senato, dunque nel testo che poi dovrebbe essere definitivo, Youtrend ha pubblicato delle proiezioni che confermano come con il nuovo sistema l’eventuale alleanza del centrodestra con Futuro nazionale diventi decisiva: con Vannacci in coalizione, il centrodestra otterrebbe 226 seggi alla Camera e 117 al Senato (in realtà esso pone il limite di 220 e 113 seggi nei due rami del Parlamento); con l’ex addetto militare a Mosca fuori dalla coalizione la vittoria arriderebbe al Campo largo, che avrebbe rispettivamente 221 e 110 seggi. E per una maggioranza che ha legiferato con i sondaggi alla mano, questi numeri non sono un buon viatico per l’esame a Montecitorio.
QUI IL CENTRODESTRA intende correre, portando in Aula il testo il 28 settembre. I margini di intervento degli emendamenti sono piccolissimi, ma comporterebbero comunque voti a scrutinio segreto. Il malumore di molti deputati di Fi e Lega non viene celato a taccuini chiusi. Il Melonellum, aumentando il numero di eletti con metodo proporzionale da 245 a 314, va a solo vantaggio di Fdi, il partito più votato. Ma da diversi giorni le discussioni riguardano un altro tema: cosa residuerebbe da una sentenza della Consulta che censurasse i punti più dubbi del Melonellum? Secondo i costituzionalisti auditi sono a rischio le parti che controbilanciano il nuovo sistema in favore di Fi e Lega, a partire dal listone bloccato nazionale. Tajani e Salvini hanno accettato il Melonellum perché il listone bloccato garantisce un numero di candidature superiore al peso elettorale dei due partiti. Se la Corte, come l’ampia maggioranza dei giuristi ha sostenuto, lo cassasse, il premio verrebbe assegnato mediante lo scorrimento dei candidati delle liste proporzionali, cioè ancora una volta proporzionalmente ai voti, ancora una volta a favore di Fdi.
Non è dunque un caso se Palazzo Chigi stia studiando la tattica parlamentare da adottare a Montecitorio, così da minimizzare i voti a scrutinio segreto, che riguarderà in ogni caso il voto finale sulla legge.
