Prova a prenderli Nei canali social che hanno intercettato le proteste di Milano è apparso il primo comunicato del Movimento 17 ottobre
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Milano, scontri nelle vie del centro – Foto di Stefano Porta / LaPresse
«Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli». Inizia così il primo comunicato del Movimento 17 ottobre, un gruppo nato sui social dopo gli scontri di Milano di sabato e domenica scorsi che sta attirando l’attenzione di media e questure di mezza Italia. Il profilo compare per la prima volta su Instagram e Telegram nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 ottobre. I riot di Milano e le proteste in decine di altre città non sono passati da qui, la scommessa di chi sta dietro questa pagina social è provare a intercettare quella disponibilità a scontrarsi in piazza per incanalarla verso obbiettivi politici più espliciti.
«NON ABBIAMO un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare. Il nostro nome è una data, non un organigramma, perché una data appartiene a tutte e tutti e nessuno può farne la propria proprietà». Il linguaggio utilizzato evoca una certa dimestichezza con la scrittura politica e le pratiche informali: le cose si fanno facendole, insieme. «Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia» prosegue il comunicato.
CHI SCRIVE suggerisce di non fidarsi della politica istituzionale, tantomeno di quelle realtà di movimento sulla scena da troppo tempo: hanno già dato. È tempo di qualcosa di nuovo, a partire dalle modalità organizzative. «Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa. Non è un’abiura: è una condizione. Devono dimostrarlo, nei fatti, mettendosi al servizio delle lotte invece di mettere le lotte al servizio della propria sopravvivenza, delle proprie sigle, dei propri bandi e delle proprie carriere. Fino ad allora nessuno parla a nome nostro e nessuno mette il cappello sulle nostre piazze». Così scrivendo, però, qualcuno sta già parlando per conto di altri. «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli». Esserci, ma invisibili. Le locandine dei presidi nelle città richiamano all’immaginario pop di V per Vendetta nel disegno rosso del simbolo e a strumenti di lavoro artigianali come una falce, un seghetto, un soffia fuoco, il tutto in un bianco e nero che rimanda a un’estetica un po’ anarchica, un po’ diy, un po’ retrò.
I RIFERIMENTI indicati portano perlopiù fuori dall’Europa: «L’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo be water, organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019». Nel confine labile che passa tra il non voler rappresentare nessuno e il farlo, il comunicato passa all’indicativo: «Cosa vogliamo dalle piazze» scrive il manifesto. «Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Non cerchiamo l’unanimità, cerchiamo la maturazione collettiva. Vogliamo piazze che siano scuole di politica, e giovani che ne escano più consapevoli di come sono entrati».
TUTTO PIUTTOSTO DISTANTE dal linguaggio masticato da chi si è scontrato con la polizia a Milano e che nei fatti ha praticato amicizia, informalità, gioia, conflitto a livelli impensabili per chi mastica già politica organizzata, di movimento o meno. Quello che chiede la pagina social è di crederci e avviare «una mobilitazione permanente ogni sabato alle 15». Tanto è bastato per gettare nel panico chi gestisce l’ordine pubblico, che non ha modo di predire la consistenza dell’annuncio. Del resto tra lunedì e martedì è bastato un messaggio falso confezionato da due minorenni a Cremona per militarizzare la città. O come a Lecco, dove alle 16 di martedì pomeriggio qualcuno avrebbe dovuto fare come in Francia. Ma in strada c’erano solo polizia e un gruppetto di fascisti a urlare «Lecco è nostra e la difendiamo noi». La scommessa, comunque, è lanciata.
