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Sforo italico Cresce la protesta di banche e aziende sul contributo chiesto dal governo: «Ci sono anche altri soggetti finanziari»

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af25ad29-3ab0-4bcc-80e6-74de6f277f31 Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – Ansa

I dieci miliardi e mezzo di euro chiesti in due anni dal governo alle banche e alle assicurazioni, oltre che probabilmente alla Cassa Depositi e prestiti (Cdp), svelano la contraddizione della prossima legge di bilancio. L’esecutivo non ha soldi ed è schiacciato dalla crisi energetica. Per questo è tornato a battere cassa e a sollevare la protesta di chi, come Enel o Intesa Sanpaolo, si era fidato dell’accordo triennale da 10,5 miliardi siglato un anno fa.

LA DISPERATA CORSA all’extra-gettito rischia di rivelarsi insufficiente per tenere oltre la linea di galleggiamento la sanità pubblica. Sei regioni governate dal centrosinistra hanno appoggiato la richiesta del ministro Schillaci: servono 5,5 miliardi per non mandare in agonia la sanità. E ne mancano tre allo stato attuale. Dove prenderli? Non si sa. Tenere insieme queste esigenze è un’impresa acrobatica che durerà ben oltre il Consiglio dei ministri atteso entro il 28 ottobre quando una manovra dovrebbe essere varata. Se l’Unione Europea non accorderà una nuova flessibilità anti-inflazione da circa 4 miliardi, la partita sarà ancora più dura da salvare.

«NON MI PARE che il settore elettrico abbia fatto poco, anzi, è quello che è stato più contributore di tutti» ha detto l’amministratore delegato di Enel Flavio Cattaneo. Il gigante elettrico ha «già dato» col decreto bollette: Irap aumentata di due punti, due mesi di elettricità gratuita per Isee sotto i 25 mila euro e 1,5 miliardi messi a disposizione in termini di cassa entro fine anno. In più, il tetto al prezzo del gas ridurrà i ricavi dalle rinnovabili.

UN «NO» AL GOVERNO è arrivato anche dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina il quale ha ricordato che, a fronte dei 50 miliardi di utili delle banche, lo Stato ne incasserà già 25 in imposte. «Non c’è solo un settore che deve pagare in un momento di difficoltà. Noi l’anno scorso abbiamo raggiunto un accordo triennale. Io ci ho creduto».

MESSINA HA CHIESTO di considerare le imprese con utili sopra i 500 milioni o al miliardo e ha calato l’asso: la richiesta di Giorgetti scritta nel Documento programmatico di bilancio presenta seri dubbi di legittimità costituzionale perché colpisce una singola categoria. «Speriamo che i soci ci perdonino per aver creduto in un contratto che invece non viene osservato – ha detto il presidente di Intesa Gian Maria Gros-Pietro – certamente non ci perdonerebbero se lo rifacessimo la seconda volta».

L’AVVERTIMENTO è stato lanciato. La trattativa è all’inizio, il perimetro della misura è indefinito e si vedrà se l’importo finale sarà pari ai 5 miliardi ipotizzati per il primo anno e 5,5 miliardi per il secondo. Bisogna tuttavia considerare il fatto che, come già visto l’anno scorso, quella prospettata dal governo sarebbe un’operazione finanziaria di rinvio temporaneo che non intacca la solidità patrimoniale né la redditività di lungo periodo delle imprese coinvolte. Oggi viene prospettata per mettere una toppa a una manovra che fa acqua da tutte le parti. Anche per questa ragione nel mirino dell’esecutivo finirebbero anche i fondi delle casse professionali. «Speriamo siano fake news» commenta il presidente dell’Adepp Alberto Oliveti, ricordando che il patrimonio da 136 miliardi serve a coprire le pensioni future e sconta già una tassazione del 26% sui rendimenti.

L’IMMAGINE DELLE DIFFICOLTÀ del governo è rappresentata dal vicepremier Antonio Tajani. Ieri ha rassicurato le banche di credito cooperativo e incontrato il presidente di Unipol Carlo Cimbri. Per Tajani il “contributo” va chiesto a «tutto il mondo finanziario, Cassa depositi e prestiti (Cdp) e altre realtà». Anche se in realtà Cdp versa già un lauto dividendo annuale al Mef: 1,8 miliardi nell’ultimo esercizio.

E POI C’È IL DRAMMA della sanità pubblica. I presidenti di sei Regioni – de Pascale, Proietti, Todde, Giani, Fico e Decaro – chiedono che il governo ascolti il suo ministro Schillaci: dei 5,5 miliardi indicati come quota minima per sostenere il Fondo sanitario, nel Dpb ne figurano meno di 2,5. Un ammanco che mette a rischio il diritto fondamentale alla salute. La segretaria del Pd Elly Schlein chiede di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil, mentre Avs e M5S accusano l’esecutivo di disperdere risorse in misure propagandistiche e spese militari anziché blindare sanità, trasporti e scuola.