Punire e ghettizzare Raccolgono un guanto di sfida lanciato contro di loro, i maranza, le baby gang, terminologia del disprezzo non solo della (ex) grande stampa ma del Viminale e di Palazzo Chigi
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Milano – Foto di Paolo Salmoirago/Ansa
Un giorno circonderanno d’inferriate il quadrilatero milanese della moda, come già i compound di lusso a Lagos o Città del Messico? Siamo complici dei teppisti se diciamo che il 17 e 18 ottobre sotto la Madonnina si è consumata violenza in miniatura?
Un milione di danni, suvvia, deprecabile ma incomparabile alla violenza quotidiana teorizzata via social e messa in pratica dai potenti della terra. Capi di Stato e tecnocrati che detengono le armi vere e teorizzano di remigrare nei Paesi degli antenati una quota dei loro concittadini in quanto «spazzatura», «zombie», «invasori».
Sarebbe da liquidarsi alla voce «militari in passerella», come i Lince che fanno bella mostra della propria inutilità fuori dalle stazioni ferroviarie dacché la destra governa, anche l’invio di cinquecento rinforzi dopo le vetrine mandate in frantumi nella Milano fashion che amiamo, ci mancherebbe, con tutti i suoi stranieri visitatori ricchi e, assai più numerosi ma essenziali, residenti poveri. Purché tale spedizione non sia il preannuncio di un’applicazione all’italiana del modello Trump: l’esercito non può fare rastrellamenti.
LA FACCIA FEROCE esibita dal governo distoglie l’attenzione non tanto dai suoi modesti risultati in materia di ordine pubblico, quanto dalla realtà che tutti ci ha lasciati sbigottiti: non sappiamo null’altro degli sconosciuti devianti acciuffati nel centro di Milano eccetto la precocità.
Mai vista nel secolo scorso, dal ’68 al ’77, una rivolta i cui primattori fossero adolescenti. Under 18 per nulla bisognosi di cattivi maestri perché le assemblee, gli scioperi, i cortei, tanto meno gli opuscoli celebrativi del fascino dei passamontagna calati sul volto, mica rientrano nel loro alfabeto. Hanno imparato già da bambini quel che pubblicitari, stilisti, musicisti, atleti vanno ripetendo nel loro stesso gergo: vince ciò che «spacca». Da qui l’idea del saccheggio come unica protesta efficace, illusione momentanea di riscossa dei poveri, rivalsa sull’indigenza: «Quella borsa in vetrina costa più di quanto mio padre guadagna in un mese».
STIAMO PARLANDO difatti dei figli dell’«infrastruttura paraschiavistica» (copyright Luca Ricolfi) divenuta componente strutturale del sistema economico italiano, dalla logistica ai servizi di cura, dal caporalato alla catena dei subappalti. Fin dall’infanzia conoscono l’ingiustizia sociale e l’ostracismo culturale, impresso su di loro come un marchio. L’aver vissuto direttamente o nella biografia dei genitori la privazione dei diritti di cittadinanza li fa inoltre sentire parte di una comunità mondiale che trova il suo simbolo nella tragedia dei palestinesi di Gaza.
Raccolgono in modalità spaccatutto un guanto di sfida che altri hanno sistematicamente lanciato contro di loro, i «maranza», le «baby gang», terminologia del disprezzo adottata ormai non solo dalla (ex) grande stampa ma anche dal Viminale e da palazzo Chigi.
Per trent’anni abbiamo tirato sospiri di sollievo perché nelle città italiane l’immigrazione non dava luogo a conglomerati urbani paragonabili alle banlieues francesi (è del 1995 il film L’odio di Mathieu Kassovitz) ma nel frattempo politica urbanistica e propaganda xenofoba lavoravano insieme per ghettizzarne le seconde generazioni. Il governo Meloni, infine, ha fatto della «guerra ai ragazzini» una sua ragion d’essere. Ce la siamo dimenticata la grande Operazione Antimaranza del 20 luglio scorso, chiamata proprio così in un video trionfale rilanciato dalla premier? In un solo lunedì arrestati 539 giovani per poi il giovedì successivo decretare l’abbassamento a 14 anni della procedibilità penale. «È un principio che vogliamo affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni», proclamava Giorgia Meloni. Oggi sembrano le parole famose.
NON APPAGATA, il 20 settembre, dal palco della festa della Gioventù Nazionale intitolata «Il tempo del coraggio», Meloni annunciava con finto sdegno il decreto che impone un tetto del 30% agli studenti stranieri in classe: «Non esiste, non esiste che in una classe italiana a sentirsi nell’angolo siano bambini italiani perché sono divenuti una minoranza!».
Vogliamo farla così fessa da pensare che provocazioni del genere non urtassero la sensibilità dei bersagli verso cui aizzava il rancore del suo elettorato? Diciamo almeno che lo sconquasso del 17 ottobre non è giunto come un fulmine a ciel sereno.
P.S. Lo so, non ho ancora scritto la parola «condanna». Se la aggiungo solo in fondo non è perché giustifico l’aggressione alle forze dell’ordine, il furto e i danneggiamenti. Ma perché questi ragazzini andavano rispettati prima che si rendesse necessario punirli.
