Acciaio L’area a caldo deve essere spenta per decreto entro il 27 ottobre
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Gli stabilimenti ex Ilva di Taranto – Ansa
La giornata campale per l’ex Ilva è stata rinviata. Rimane in sospeso il destino dei lavoratori degli impianti del gruppo siderurgico e quello dell’intera Taranto. Con una parte della comunità che preme per sganciare la città dalla siderurgia e l’altra che si dispera per il posto di lavoro perso.
La Corte di Cassazione, al termine dell’udienza di ieri, si è riservata di decidere sui ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la chiusura dell’area a caldo del polo siderurgico. Il pronunciamento arriverà in seguito e sarà direttamente comunicato alle parti. Il clima è, in ogni caso, elettrico: alla sentenza della Suprema Corte sono appese le decisioni del governo, che finora è passato da un decreto salva Ilva per la cassa integrazione a un altro (l’ultimo ha avuto il via definitivo ieri alla Camera) e quelle dei possibili acquirenti del polo siderurgico. L’interesse del gruppo speculativo Flacks, della multinazionale Jindal e della cordata italiana potrebbe concretizzarsi davanti all’ipotesi di una mini Ilva che lavora acciaio prodotto all’estero. Anche perché già si lavora in questo senso per salvare gli stabilimenti liguri e piemontesi a scapito di quello pugliese.
La requisitoria del procuratore generale Luigi Birritteri ha messo in allarme i legali dell’associazione Genitori Tarantini che avevano avviato il percorso legale per lo spegnimento degli altiforni, Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Nel corso dell’udienza il pg ha chiesto l’accoglimento parziale dei ricorsi e la rimozione dello stop. I legali dell’associazione hanno ammesso di sentirsi «un po’ spiazzati da questa requisizione nettamente sfavorevole». Temono che la Corte «segua la suggestione del procuratore generale», sulla cui indipendenza di giudizio avevano avanzato dubbi, raccolti poi dal pentastellato Mario Turco. Il senatore M5s ha presentato un’interrogazione parlamentare al guardasigilli Carlo Nordio sugli incarichi precedenti di Birritteri al ministero della Giustizia durante il governo Berlusconi e nei primi mesi dell’esecutivo Meloni e oggi socio dello stesso studio legale di alcuni dei consulenti di Ilva nel procedimento.
A Taranto, nel frattempo, i nervi sono diventati ancora più tesi. La notizia falsa di un pronunciamento definitivo della Cassazione aveva creato allarme tra le associazioni che sabato scorso avevano manifestato per la chiusura immediata del sito e gli interventi di bonifica. Del resto l’intero percorso legale è stato un’altalena: il ricorso dei Genitori tarantini partito dal tribunale di Milano era passato dalla Corte di giustizia europea per poi tornare dai giudici lombardi. Il 27 luglio scorso la Corte d’appello, riformando in parte un provvedimento di febbraio dello stesso tribunale, aveva ordinato il fermo degli altiforni e impianti connessi entro 90 giorni (che scadono il 27 ottobre) poiché emettevano elementi dannosi per la salute: polveri sottili oltre i limiti di legge e amianto. Acciaierie e Ilva avevano provato a sospendere il decreto per due volte ma le istanze sono state rigettate dai giudici sia l’11 settembre che il 5 ottobre.
Intanto al ministero del lavoro si teneva il tavolo sugli ammortizzatori sociali e sulle misure di tutela occupazionale. Governo e sindacati si sono incontrati con il fiato sul collo dell’abnorme richiesta di Adi di nuova cassa integrazione per 8.622 dipendenti del gruppo: 7mila solo a Taranto, poi 870 (su 917) a Genova, 515 su 542 a Novi Ligure e 117 su 127 a Milano.
«Incontro interlocutorio», per Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. «Occorrono risorse per le uscite volontarie e i pensionamenti anticipati, riconoscendo il lavoro usurante e i rischi conseguenti all’esposizione all’amianto e alle sostanze inquinanti agli operai», ha detto Loris Scarpa, coordinatore siderurgia della Fiom. Dopo i blocchi e le occupazioni a Taranto e Genova, la mobilitazione prosegue a Novi Ligure e Racconigi con i lavoratori in presidio in vista del tavolo con le istituzioni locali di oggi.
