Prova a prenderli L'intervista al sociologo e scrittore italo algerino Tahar Lamri
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Tahar Lamri, scrittore algerino – Foto di Leonardo Cendamo/Getty Images
«In Italia abbiamo un problema di integrazione che riguarda tutti, non solo i figli degli stranieri ma anche gli italiani. Ma soprattutto adesso abbiamo i Vannacci che dicono il contrario, quindi abbiamo un altro pericolo che incombe sull’Italia, forse peggiore». Lo scrittore e sociologo algerino Tahar Lamri, naturalizzato italiano, non nasconde il proprio disappunto nei confronti dei giovani e giovanissimi casseurs che domenica a Milano – a differenza di quanto accaduto il giorno prima durante la manifestazione – «si sono dati appositamente appuntamento in centro per dare sfogo alla propria rabbia e punire la città», come spiega. «Purtroppo così fanno il gioco delle destre». Ma sul contesto nel quale si sono sviluppati gli ultimi accadimenti ha molto da dire. La prossima settimana, Lamri sarà ospite del «Màt – Settimana della Salute Mentale» che si tiene a Modena e provincia per la conferenza «La doppia assenza: immigrazione e sradicamento».
Che idea si è fatto dei fatti di domenica a Milano?
Credo si tratti di imitazione delle piazze francesi. In questo specifico caso però la realtà è molto semplice: si tratta di ragazzi – in gran parte di seconda generazione – che si sono dati appuntamento tramite Snapchat per andare a devastare la città, rompere le vetrine e rubare. Sono quelli che a Milano chiamano «maranza», ragazzi che si sfidano a chi ha più “stile” o presenza scenica, per loro l’outfit è uno status symbol. L’hanno chiamata «la rivolta della Trap» ma io la chiamerei piuttosto una rivolta di gregge, completamente de-ideologizzata, secondo me.
Eppure esplode nelle grandi città del nord, dove c’è più ricchezza. Perché?
Perché è al nord, dove c’è più lavoro, che si concentra la maggior parte di famiglie immigrate. Ma proprio lì c’è una grande differenza fra loro e i figli degli autoctoni, il che fa crescere un senso di esclusione che alimenta quella invidia sociale di cui Franz Fanon parlava già negli anni Cinquanta. In Francia, allora, c’era in ballo in colonialismo ma quel risentimento cresce anche oggi.
C’è l’emulazione delle piazze francesi, ma in un contesto diverso?
In Francia il movimento di contestazione parte dalla scuola. E come si vede dalle bandiere e dai simboli portati nelle piazze, si tratta di una generazione diciamo «post Gaza», che non accetta la guerra e il capitalismo e lo elabora ideologicamente. A Milano invece non c’era alcun messaggio preciso.
Si può parlare di disagio pre-politico?
Direi che ad un malessere antico, che riguarda il loro mondo più che loro stessi, si accompagna una rabbia sintomo di un disagio sociale che si esplicita soprattutto in quel darsi appuntamento per andare a punire la città, perché è questo che fanno, una specie di vendetta.
Come nel brano di Marracash, Vittima, peraltro colonna sonora del docufilm «L’Incontro» di Fabrizio Galatea, il vittimismo può diventare un problema di salute mentale. È quello che si riscontra talvolta in questi ragazzi?
Si, ma quando si tratta di un gruppo è difficile dare giudizi perché insieme a chi ha problemi psicologici c’è anche chi sta abbastanza bene. Ma dobbiamo capire che questi ragazzi hanno fatto la scuola italiana, hanno sviluppato un senso critico che manca ai loro padri e alle loro madri, spesso analfabete e rimaste legate ad una patria ideale, mutata nel frattempo a loro insaputa. La mia lettura personale è che questi ragazzi sono vittima della rabbia contro i propri genitori che gli hanno lasciato in eredità l’immigrazione, una condizione non scelta. La scuola italiana ha insegnato loro cose molto belle, ma che non trovano riscontro nella realtà. A chi lotta per avere la cittadinanza, gli si risponde tu non sei italiano. Tutti i giorni c’è un Vannacci che li insulta, che parla di remigrazione, che li chiama «maranza». E davanti a un’autorità di Stato che fa il bullo e li incita al bullismo, fare lo spaccone è l’unico modo per sentirsi rispettato. Naturalmente io schematizzo perché poi, crescendo, per fortuna cambiano. Ma quando sono così giovani sono facilmente influenzabili e possono radicalizzarsi attraverso l’incontro con un imam sbagliato o con qualcuno sui social.
Dal decreto Rave a quello anti-maranza il governo italiano ha varato decine di leggi repressive con il solo obiettivo di dividere la società italiana.
Di solito le società si polarizzano attorno a delle idee, in questo caso invece assistiamo ad un tentativo di polarizzazione voluta, martellante, calata dall’alto. Nei disordini di piazza però paradossalmente autoctoni e immigrati si integrano perfettamente. Perché si tratta di ragazzi che hanno conosciuto l’espulsione e la frattura generazionale del Covid.
L’educazione affettiva nelle scuole potrebbe aiutare?
Assolutamente, potrebbe aiutare tantissimo. Soprattutto perché in Italia non c’è ancora stata una riconciliazione tra maschi e femmine. L’integrazione che riguarda tutti, non solo i figli degli stranieri ma anche gli italiani, passa da lì. Tutto passa da lì.
