Stato io Israele sceglie ancora Netanyahu. La sua politica di guerra permanente ottiene la maggioranza relativa. Non quella assoluta per l’exploit dei partiti palestinesi. Con cui però nemmeno l’opposizione vuole parlare
Stato io Il Likud vuole impedire un (improbabile) accordo tra opposizione e liste palestinesi. Maggioranza lontana, ma il primo è ancora lui
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La festa nel quartier generale del Likud a Gerusalemme – Foto Olivier Fitoussi/Ap
La battaglia per il governo israeliano è appena cominciata. Benyamin Netanyahu e il suo principale avversario Gadi Eisenkot rivendicano entrambi il diritto di guidare il prossimo esecutivo, mentre il conteggio dei voti, fermo ieri sera all’85,6%, restituisce una Knesset senza una maggioranza.
IL PREMIER DI DESTRA, al quale lo spoglio non definitivo dei voti assegna 53 seggi su 120 – il blocco che fa capo a Eisenkot è a 48 e le due liste palestinesi a 19 – è tornato a parlare di «brogli» avvenuti nei centri abitati arabi, senza però portare prove a sostegno di queste accuse. Già durante la giornata elettorale Netanyahu aveva parlato di «furto». «Stanno cercando di rubarci le elezioni», aveva detto riferendosi ai partiti arabi. Le accuse hanno trovato eco tra i suoi compagni di partito.
Si tratta di fuoco di sbarramento sull’ipotesi, peraltro molto remota, che i partiti sionisti all’interno dell’opposizione possano intavolare trattative con i rappresentanti politici dei due milioni di palestinesi in Israele per la formazione di un governo forte di 67 seggi che manderebbe in fumo il progetto di Netanyahu di restare al potere. Per il disappunto, a dir poco, di tanti israeliani, non solo di Netanyahu e i suoi alleati, i partiti palestinesi sono emersi dal voto come potenziali arbitri e ora pongono l’opposizione sionista di fronte a una scelta cruciale in uno Stato che una legge fondamentale descrive di proprietà solo degli ebrei.
NETANYAHU CONTAVA ieri sullo slancio del suo Likud, che si è confermato il primo partito, di poter conquistare qualche seggio in più alla Knesset e di avvicinarsi alla soglia minima di 61 su 120. In questo modo, una volta ottenuto l’incarico dal capo dello Stato Herzog, potrebbe provare a comprare qualche deputato dell’opposizione. Otto seggi però sono tanti per quel tipo di operazione, comunque non insolita nella politica israeliana. Allo stesso tempo la partita è tutt’altro che chiusa. Il Comitato elettorale centrale stima che restino da verificare e scrutinare tra 430mila e 480mila schede note come «doppia busta», espresse soprattutto da militari, poliziotti, detenuti, diplomatici all’estero e altre categorie di elettori impossibilitati a votare nei seggi ordinari.
IL NUMERO, SEPPURE inferiore alle circa 600mila schede ipotizzate in precedenza, potrebbe ugualmente incidere in maniera significativa sulla distribuzione dei seggi. Considerando che un deputato corrisponde indicativamente a circa 40mila voti, queste schede valgono potenzialmente una dozzina di seggi. E visto che in Israele i palestinesi non fanno il militare, quei voti andranno – si ritiene – in prevalenza al Likud e alla destra. La pubblicazione del conteggio completo è attesa questo pomeriggio; i risultati ufficiali dovrebbero essere annunciati il 4 novembre.
Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte come gli chiedono a gran voce Eisenkot e gli altri leader dell’opposizione e spera in un nuovo intervento a suo favore di Donald Trump. Il presidente statunitense, che martedì si è vantato di aver contribuito alla vittoria del suo amico Bibi, starebbe valutando la possibilità di dichiararsi a favore del premier uscente a capo di un governo di unità nazionale.
Su quella linea si muove, per ora, Netanyahu anche se la sua idea di unità nazionale è tutta spostata a destra. «Dobbiamo formare un governo forte, nazionale e di destra», ha dichiarato, indicando tra le priorità anche la «rimozione della minaccia iraniana» e rivendicando i risultati militari conseguiti dal suo governo. Ha insistito sulla continuità della propria politica di sicurezza.
IL SUO OBIETTIVO è mantenere insieme le forze ultranazionaliste e i partiti ultraortodossi, con i quali ha governato negli ultimi anni, provando a strappare all’opposizione i leader di destra Bennett e Lieberman, con i quali condivide tante posizioni, ma è diviso da anni di rapporti personali conflittuali.
Secondo Maariv l’entourage di Netanyahu starebbe promuovendo un piano per formare un governo proprio con Gadi Eisenkot, nonostante la sua promessa di non far parte di un governo con il premier. Sarebbe un esecutivo senza i partiti ultraortodossi e l’ultradestra di Ben Gvir e Smotrich con la rotazione alla guida del governo. Più o meno è la stessa soluzione che Netanyahu adottò durante il Covid, cooptando il leader del partito Blu e Bianco e suo tenace avversario, Benny Gantz. Un passo falso che Gantz anni dopo ha pagato con la fine della sua vita politica: si è ritirato prima del voto di fronte a sondaggi sfavorevoli. Canale 12 ha riferito che Lieberman ha chiuso i contatti con l’opposizione e ora promuove il governo Netanyahu-Eisenkot. Le prossime ore saranno decisive. Netanyahu può ancora sperare che il conteggio delle schede speciali rafforzi il suo blocco e gli permetta di avvicinarsi alla soglia dei 61 deputati.
EISENKOT, DECISO – pare – a respingere l’idea di un governo con i partiti palestinesi, forse punta a un esecutivo di minoranza. Un progetto di difficile realizzazione. Dopo aver ricevuto i risultati ufficiali, il presidente Herzog dovrà consultare i partiti e affidare l’incarico al candidato che riterrà più in grado di formare un governo.
Il procedimento potrebbe richiedere settimane. Se nessuno riuscisse a raccogliere il sostegno necessario, le nuove elezioni diventerebbero una necessità concreta.
