Taranto La cordata italiana vuole solo l’area a freddo per fare la nuova pipeline del metano. Avviato lo stop degli altiforni: oltre 8mila operai andranno in cassa integrazione
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16/10/2015 Taranto
Cronaca
Taranto: un violento nubifragio ha creato disagi e danni in città, in particolare al quartiere Tamburi, dove si trova l’azienda Ilva. All’interno dello stabilimento in mattinata alcuni reparti sono stati evacuati.
All’ex Ilva di Taranto lo spegnimento degli altiforni è iniziato ieri, mentre Federacciai dettava le condizioni della cordata italiana per prendersi il complesso siderurgico. Le operazioni per lo stop definitivo dell’area a caldo sono state avviate in mattinata e si concluderanno entro questa settimana per applicare la sentenza della Cassazione, che giovedì ha confermato la decisione di luglio della Corte d’appello sull’arresto degli altiforni. Nel frattempo a Roma Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e vice di Confindustria, interveniva a un convegno di Ansaldo Nucleare sull’industria energetica italiana smentendo il ritiro della cordata che era trapelato lunedì. «La decisione non è ancora stata presa, i giornali scrivono indiscrezioni», ha detto Gozzi. Il termine per presentare le offerte scade l’otto novembre salvo proroghe, più volte decise dal governo, e resta in corsa il gruppo statunitense Flacks che ieri ha confermato il suo interesse. Ma il numero uno di Federacciai sembra volersi prendere qualche altro giorno per giocare le ultime carte.
DA QUANDO lo scorso agosto il ministro Urso ha bussato alla porta degli industriali italiani per implorare la loro partecipazione, la federazione delle imprese siderurgiche ha studiato i documenti fino a rendersi conto che non ci sono le condizioni economiche. Per le 15 aziende della filiera dell’acciaio che fanno parte della cordata, tutte del nord, sarebbe impossibile assorbire i 300 milioni di euro di perdite stimate dai loro consulenti. Ieri dunque è stata Federacciai a bussare a Palazzo Chigi: dalle parole di Gozzi era evidente l’invito a rivedere il piano B del governo, che prevede di rinunciare alla vendita dell’ex Ilva e avviarne la riconversione coinvolgendo le società partecipate come Leonardo, Ferrovie dello Stato, Snam e Fincantieri. Per il vicepresidente di Confindustria «è giusto che le grandi partecipate industriali pubbliche siano chiamate a dare il loro contributo» non per convertire la produzione bensì per mantenere l’acciaio in Italia. Gozzi ha rievocato la pipeline Europa-Siberia costruita negli anni Settanta coi laminati dell’Italsider, «uno dei sistemi industriali più importanti del mondo», per accostarla al progetto di una nuova infrastruttura di trasporto del metano previsto tra le opere per il rilancio dell’ex Ilva.
LA CRISI energetica in corso «obbliga sauditi, emiratini, qatarioti, kuwaitiani a pensare di uscire dal blocco di Hormuz, creando nuove condotte. Questo significa tubi e pipeline», ha detto Gozzi. «Noi potremmo giocare una partita strategica straordinaria attraverso quegli impianti», altrimenti «gli indiani saranno gli unici fornitori di questi tubi». La proposta non è nemmeno troppo velata: se il governo vuole che la cordata italiana non si sfili dalla partita dell’ex Ilva, accetti di fare la pipeline per la quale serve il laminatoio compreso nell’area a freddo dello stabilimento tarantino, l’unico sul mercato a produrre le lastre da 4,5 metri adatte allo scopo. Il progetto è da sempre contestato dagli ambientalisti mentre sarebbe un affarone per gli industriali del nord, che si prenderebbero l’ex Ilva senza dover investire nei costosi altiforni elettrici necessari per poter riaprire l’area a caldo nel rispetto della sentenza della Corte d’appello. Questa ha imposto di spegnere gli inquinanti altiforni a carbone per garantire «un livello elevato di protezione della salute umana», permettendo di riaprirli solo se e quando l’azienda avrà rimosso l’amianto e riportato le emissioni entro i limiti di sicurezza. Ora la palla passa dunque al governo che dovrà decidere se accogliere la proposta di Federacciai oppure proseguire la gara con Jindal e Flacks (disposta a produrre acciaio coi forni elettrici).
INTANTO resta drammatica la situazione degli operai. Senza altiforni Taranto non può produrre acciaio, con ripercussioni anche per gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure che lo lavorano. Acciaierie d’Italia, l’azienda che gestisce l’ex Ilva in amministrazione straordinaria, ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 persone in totale, cioè nove dipendenti su dieci. Resterà attiva solo la lavorazione delle bramme acquistate dall’estero, che però riguarda un numero minimo di dipendenti e comunque rischia di fermarsi da gennaio, quando cesserà la produzione degli ordini in corso. Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto al governo «misure straordinarie a sostegno dei lavoratori» e al contempo di «accelerare il processo di decarbonizzazione, indispensabile per garantire una prospettiva occupazionale, ambientale e industriale al territorio». I sindacati sono stati convocati per venerdì prossimo dal ministero del Lavoro per esaminare le nuove richieste di cassa integrazione e tra il 10 e il 12 novembre aggiorneranno i dipendenti con una serie di assemblee.
