Santa Pazienza La visita di Rubio si inserisce in un tentativo più ampio della Casa bianca di riaffermare la propria visione geopolitica e, insieme, il proprio perimetro di influenza
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La domanda che circola con insistenza Oltretevere è una sola: che cosa va davvero a fare il segretario di Stato americano, Marco Rubio, dal Papa, domani, mentre, quasi a giorni alterni, Donald Trump attacca apertamente il Pontefice? La risposta non è univoca.
Nelle stanze ovattate della diplomazia vaticana, tuttavia, l’interpretazione più accreditata – quella di una missione distensiva evocata ieri anche dall’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch che ha detto «necessario recuperare un dialogo franco» – non convince, e non da oggi. Prevale piuttosto un’altra chiave di lettura: la visita di Rubio si inserisce in un tentativo più ampio della Casa bianca di riaffermare la propria visione geopolitica e, insieme, il proprio perimetro di influenza.
Una visione che include la legittimazione dell’attacco all’Iran e dell’intervento in Venezuela, ma anche l’idea, non suffragata dai fatti, osservano in Vaticano, di un ritorno della Santa Sede a un asse atlantico simile a quello vigente ai tempi di Wojtyła. È un’impostazione che, nella narrazione trumpiana, si accompagna alla convinzione, anch’essa contestata, che l’esportazione della democrazia possa coincidere con una «guerra giusta». Non è così e, aggiungono ancora Oltretevere, l’idea stessa che oggi possa esistere una guerra giusta, alla luce dei mezzi militari contemporanei, appare di fatto difficilmente sostenibile, se non del tutto superata.
Non era questa, del resto, la posizione di Karol Wojtyła. E non è questa la posizione di Leone XIV, il Papa che, nelle aspettative di Trump e del suo entourage, avrebbe dovuto segnare una discontinuità rispetto a Francesco, ma che nei fatti si è collocato in una linea di sostanziale continuità, almeno sui grandi temi internazionali come sull’idea di Chiesa.
Con ogni probabilità c’è stato un momento preciso in cui, a Washington, si è compreso che le cose non stavano andando nella direzione sperata. È accaduto lo scorso dicembre, quando Prevost ha nominato arcivescovo di New York Ronald A. Hicks, fino ad allora vescovo di Joliet, in Illinois: un profilo sobrio, pastorale, poco incline alla visibilità mediatica e lontano dalle polarizzazioni politiche.
La scelta di Leone è stata letta come un segnale inequivocabile, ovvero la volontà di proseguire lungo una linea meno identitaria e meno riconducibile a schieramenti, in discontinuità almeno parziale con il predecessore Timothy Dolan, percepito come più vicino ad ambienti repubblicani. In altri termini, un episcopato meno allineato a logiche partitiche e più ancorato a un linguaggio evangelico, attento agli ultimi e refrattario alle semplificazioni ideologiche. E le nomine successive hanno rafforzato questa impressione, trasmettendo all’amministrazione americana un messaggio chiaro. La Chiesa negli Stati uniti non intende parlare la lingua della politica, ma quella, più cauta, più universale, del Vangelo.
Le parole pronunciate ieri dal cardinale Pietro Parolin si collocano esattamente in questo solco: «Il Papa va avanti per la sua strada», ha detto, «cioè quella di predicare il Vangelo, la pace, come direbbe San Paolo». È una linea che prescinde dalle polemiche contingenti e dalle pressioni esterne, e che rivendica una propria autonomia di giudizio.
C’è però anche un punto che la diplomazia vaticana si prepara a chiarire a Rubio, con toni verosimilmente più concilianti. Ed è questo: non ogni parola di Leone è riferita a Trump.
Al di là della risposta diretta fornita dal Papa durante il volo verso l’Africa, in Vaticano non è piaciuta l’interpretazione sistematicamente politica fatta dai media dei discorsi successivi. Quei testi, sottolineano Oltretevere, sono stati redatti dagli stessi officiali che da anni lavorano ai documenti pontifici e pensati per il contesto specifico dei Paesi africani visitati dal Pontefice, non come replica alle dichiarazioni del presidente americano sui social.
È in questo scarto di lettura che si misura la distanza tra le due sponde: una distanza che non è soltanto politica, ma anche culturale e lessicale, legata a priorità profondamente diverse. Ed è probabilmente qui che si gioca il senso più autentico della visita, non tanto nel tentativo, difficilmente realizzabile nel breve periodo, di ricucire uno strappo ormai evidente, quanto piuttosto nel ridefinire i confini di un dialogo che entrambe le parti considerano necessario, ma che oggi appare fragile, intermittente e carico di ambiguità.
Un segnale, in questa direzione, è arrivato anche ieri. Lasciando Castel Gandolfo dopo il consueto giorno di riposo, Leone ha voluto ribadire il punto con parole che suonano insieme come chiarimento e linea di principio: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio e quindi spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio».
