Gaza Israele trova un altro modo per controllare la Striscia, una rete di milizie stipendiate e armate per fare il lavoro sporco. Ieri, per proteggere i mercenari, Tel Aviv ha fatto una strage. Vuole provocare scontri tra palestinesi e lasciare i suoi soldati nelle retrovie
Gaza «Nascosta sotto quel tetto, ho rivissuto le ore terribili della strage di Nuseirat»
LEGGI ANCHE Cinque uccisi a Gaza, due a Nablus. E Tel Aviv ignora anche gli alleati
Residenti si radunano sul luogo di un attacco aereo israeliano a Gaza City, il 1° settembre 2026 – Epa/Mohammed Saber
Alle 8 in punto del mattino, io e mia sorella Eman siamo uscite dal nostro rifugio per raggiungere il campus di Gaza City. Nulla di insolito: siamo andate all’università, abbiamo sostenuto gli esami e siamo uscite pensando a cose semplici, mangiare qualcosa e trovare un modo per tornare a casa. Ho detto a Eman che potevamo andare a Rimal, pranzare lì e poi trovare un mezzo di trasporto. Non sapevamo che, appena cinque minuti dopo aver lasciato l’università, una mattina come tante si sarebbe trasformata in ore di terrore.
ABBIAMO INIZIATO a sentire degli spari. I rumori si sono rapidamente avvicinati e hanno cominciato a sovrapporsi: spari da una direzione, esplosioni da un’altra e il rombo degli aerei sopra di noi. Nel giro di pochi minuti, sono caduti più di dieci attacchi di aerei da ricognizione, mentre il rombo dei caccia riempiva il cielo. Riuscivo a sentire quelli che mi sembravano F-16 e F-35 che volavano sopra le nostre teste. Poi sono comparsi i quadricotteri, che volavano a bassa quota e sganciavano bombe.
Ho guardato Eman e abbiamo iniziato a cercare un posto dove nasconderci. Non c’erano molte opzioni. La zona è piena di tende delle famiglie sfollate, diventate parte del paesaggio di Gaza, che in momenti come questo rivelano quanto siano davvero fragili. Una tenda può essere una casa, ma non protegge da un attacco aereo, da una bomba sganciata da un quadricottero o dai frammenti che volano in ogni direzione. Ci siamo nascoste sotto il tetto di una casa distrutta. Sembrava la nostra migliore possibilità di sopravvivenza, almeno c’era del cemento sopra le nostre teste, qualcosa di solido. Ma non appena mi sono infilata sotto, mi si è stretto il petto. Ho cominciato a sentirmi intrappolata. Mi sembrava che le pareti mi si stringessero addosso. Sentivo le esplosioni fuori e percepivo la polvere che cadeva intorno a noi, ma allo stesso tempo un altro tipo di paura stava montando: una paura che riguardava quello che era successo più di due anni prima. Ho provato a chiamare la mia famiglia. Volevo solo sapere se stavano bene. Ho chiamato una volta, poi di nuovo, ma ogni tentativo si concludeva con lo stesso messaggio: numero irraggiungibile. Ho provato a chiamare i miei amici che vivono nel nord di Gaza, sperando di sentire la voce di qualcuno o scoprire cosa stesse succedendo lì. Neanche quelle chiamate sono andate a buon fine.
AVEVO GIÀ PROVATO quella sensazione. L’8 giugno 2024 mi trovavo nel nostro appartamento quando un’unità delle forze speciali israeliane entrò a Nuseirat e il nostro appartamento fu bombardato. Rimasi ferita, insieme ai miei familiari, e Eman era con me. Ricordo tutta la mia famiglia distesa sul pavimento. Ricordo di aver cercato di chiamare un’ambulanza, senza sapere chi di loro avesse bisogno di aiuto per primo né se qualcuno sarebbe riuscito a raggiungerci. Continuavo a comporre il numero di emergenza e ad aspettare, ma non riuscivo a contattare nessuno. Eravamo intrappolati tra carri armati e raffiche di fuoco e il mondo esterno mi sembrava terribilmente lontano, anche se avevo un telefono in mano. Quel giorno si concluse con un massacro: quasi 300 palestinesi uccisi per liberare quattro ostaggi israeliani.
IERI, SEDUTA sotto quel tetto distrutto, ho provato quasi esattamente la stessa sensazione. Le esplosioni mi hanno riportata a quel giorno e il telefono mi ha riportato alla mente l’immagine della mia famiglia distesa sul pavimento mentre cercavo disperatamente di contattare un’ambulanza.
FONTI LOCALI hanno segnalato ieri delle interferenze nelle comunicazioni ma per me è stato di più: la solita sensazione di essere tagliata fuori dal mondo, di trovarsi nel momento più spaventoso e di non poter dire alle persone che ami che sei ancora viva. Io e Eman siamo rimaste sotto il tetto crollato mentre il rumore dei bombardamenti e degli spari continuava. Non sapevamo dove si trovasse l’unità delle forze speciali, se si stesse avvicinando o se si fosse ritirata. Con il passare delle ore, sono emersi resoconti: un’unità delle forze speciali israeliane si era infiltrata nella zona di Katiba, a ovest di Gaza City, in un’operazione che, secondo Israele, aveva come obiettivo un alto funzionario della sicurezza interna di Hamas, Muein al-Arabid, che sarebbe stato catturato. Hamas nega la cattura.
Dopo che l’unità – che secondo diverse fonti stampa sarebbe stata composta anche da miliziani palestinesi legati a Israele, da mesi coinvolti nell’occupazione e la spoliazione della popolazione civile – è stata scoperta e sono scoppiati gli scontri, l’operazione è stata accompagnata da pesanti bombardamenti aerei. Quattro palestinesi sono stati uccisi, tra cui due bambini e una donna, e decine feriti. Nelle stesse ore una bambina, Israa Al-Hissi è stata uccisa a Deir al-Balah. I numeri possono sembrare freddi quando compaiono in una riga di un articolo. Ma ogni numero è una persona con un nome, una famiglia e progetti per una giornata iniziata come le altre.
IERI, SOTTO IL TETTO di una casa distrutta a Katiba, una parte di me era ancora nel nostro appartamento l’8 giugno 2024. Certi giorni non finiscono quando cessano i raid. Rimangono nel modo in cui respiri, nella tua paura degli spazi chiusi e nel modo in cui la tua mano cerca istintivamente il telefono alla prima esplosione.
