La protesta A Livorno, Genova e Venezia le navi israeliane della Zim, cariche di armi, non hanno potuto attraccare
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Lo sciopero internazionale dei porti convocato dall'Unione sindacale di base (Usb) e dall'Unione portuali autonomi dorici (Upad) ad Ancona – ANSA / Francesco Mazzanti
I principali porti del Mediterraneo e del Mare del Nord sono stati bloccati per tutta la giornata di ieri, per il primo sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro le guerre e l’imperialismo. Le bandiere della Palestina erano le più numerose nei cortei organizzati in tutti gli scali marittimi più importanti d’Europa, tra cui Marsiglia, Bilbao, Pireo, Genova. Braccia incrociate anche in Nord Africa e Medio Oriente, da Mersin in Turchia a Tangeri in Marocco. Le adesioni sono arrivate oltreoceano in Sudamerica e Stati uniti.
La mobilitazione è stata organizzata dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia), che hanno deciso di indire un’iniziativa unitaria dopo i numerosi blocchi fatti negli ultimi mesi nei rispettivi paesi per opporsi al fitto traffico di armi destinate ai paesi in conflitto, a partire da Israele. Sotto lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra», i lavoratori si sono rifiutati di svolgere le ordinarie operazioni di carico e scarico per 24 ore. Tra le richieste «l’immediata fine del genocidio dei palestinesi, compiuto da Israele col supporto degli alleati Usa, Ue e Nato». Un tema che ha trovato l’appoggio di tanti cittadini e che i portuali hanno intrecciato allo sfruttamento del lavoro e all’impoverimento dei salari.
Le sigle hanno anche evidenziato la loro contrarietà «ai crescenti antagonismi tra gli Stati uniti e i loro alleati da un lato e Cina e Russia dall’altro per il controllo delle fonti di ricchezza, delle rotte di trasporto delle fonti energetiche, delle merci e delle materie prime», il cui fronte principale è proprio nei porti.
In Grecia si è scioperato nei porti del Pireo e di Eleusi, dove i comandanti delle navi merci hanno dovuto restare all’ormeggio per tutto il giorno. La partecipazione è stata massiccia e i lavoratori si sono radunati in mattinata davanti al teatro del Pireo. «Imbarcazioni cariche di armamenti passano per i porti del Pireo, Alessandropoli, Lavrio, Salonicco», ha denunciato Markos Bekris, presidente dell’Enedep. «Ci vogliono complici in guerre che non hanno nulla a che vedere con gli interessi dei lavoratori. Allo stesso tempo ci chiedono di lavorare 13 ore al giorno e di accettare la flessibilità, ma con salari da fame, insicurezza, repressione e il saccheggio dei nostri fondi previdenziali».
Blocchi anche nei porti di Brema e Marsiglia, dove sono rimaste ferme alcune navi destinate al Nord Africa. Ad Amburgo un lungo corteo è partito dal terminal Hapag-Lloyd per convogliare davanti al consolato americano. Dall’altra parte dell’Atlantico l’iniziativa è stata appoggiata dal movimento statunitense Stop Us-Led War, mentre in Colombia si è manifestato davanti all’ambasciata degli Stati uniti a Bogotá.
In Italia, ha riferito Usb, la nave Virginia della compagnia israeliana Zim è rimasta al largo di Livorno col suo carico di armi e non ha potuto attraccare a causa dello sciopero. Lo stesso è accaduto alla Zim Australia a Venezia e alla Zim New Zealand a Genova, dove in serata si è organizzato un presidio davanti al varco di San Benigno. La nave Eagle 3 di Msc, diretta a Israele, ha deciso di non avvicinarsi nemmeno alle banchine di Ravenna dove era attesa ieri: la compagnia ha preferito cambiare rotta, mentre davanti agli uffici dell’Autorità portuale era in corso un nutrito corteo di lavoratori e cittadini. Analoghe manifestazioni si sono tenute ad Ancona, Trieste, Civitavecchia, Cagliari, Salerno, Bari, Palermo e Crotone.
Ora che è stato costituito un coordinamento internazionale, è probabile che i portuali non si fermeranno alla manifestazione di ieri. In Europa il tema degli armamenti continua a essere critico: il regolamento Ue 1236/2005 vieta l’esportazione e l’importazione ma non il transito, che è aumentato dopo lo scoppio del conflitto a Gaza. I sindacati contestano anche il piano di riarmo europeo e Bekris ha criticato il programma di investimenti in armi annunciato lo scorso anno dal governo greco, che ha stanziato 27 miliardi di euro per i prossimi 12 anni: «Il popolo greco pagherà per equipaggiamenti che non servono alla difesa, bensì alle rivalità imperialistiche di Stati uniti, Nato e Ue nei confronti di Cina e Russia».
Per quanto riguarda Israele, solo Spagna e Slovenia hanno introdotto un embargo totale di armi e attrezzature militari verso Tel Aviv, proibendo esplicitamente anche il transito. Negli altri paesi invece avviene regolarmente, ma i portuali non vogliono esserne complici.
