Alleanze Nelle democrazie contemporanee, la capacità di esprimere il dissenso sembra spesso superiore a quella di trasformarlo in un progetto collettivo. Le rivendicazioni emergono, talvolta ottengono risposte, ma faticano a incontrarsi
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TheStatue de la Republique wearing a yellow vest in the aftermath of clashes between riot police and demonstrators during nationwide protests against the high cost of living in the country, in Paris, France, 18 October 2026. EPA/MOHAMMED BADRA
Le proteste si moltiplicano, ma il malcontento fatica a diventare cambiamento politico. Non è un paradosso soltanto italiano. Nelle democrazie contemporanee, la capacità di esprimere il dissenso sembra spesso superiore a quella di trasformarlo in un progetto collettivo. Le rivendicazioni emergono, talvolta ottengono risposte, ma faticano a incontrarsi. E ciò che potrebbe diventare una domanda di cambiamento più generale resta una successione di conflitti separati.
Le mobilitazioni di queste settimane ne offrono uno spaccato. Giovani alle prese con affitti insostenibili e prospettive incerte, autotrasportatori penalizzati dal caro carburante, agricoltori che chiedono sostegni ai propri redditi. Chi dispone di organizzazioni e capacità di pressione riesce più facilmente a ottenere risposte. Chi ne è privo rischia non soltanto di restare inascoltato, ma di non vedere neppure riconosciute le proprie rivendicazioni come domande politiche.
Ma la diversa forza contrattuale non esaurisce il problema. C’è qualcosa di più profondo nel modo in cui questi conflitti vengono raccontati e affrontati: ogni rivendicazione appare come una questione a sé, da risolvere con una risposta particolare. Eppure, dietro domande apparentemente distanti, possono esistere complementarità significative. Non soltanto interessi da conciliare, ma obiettivi il cui perseguimento congiunto può produrre benefici che nessun gruppo riuscirebbe a ottenere agendo da solo.
Il diritto alla casa, per esempio, non riguarda soltanto chi oggi non riesce a pagare un affitto. Una maggiore accessibilità abitativa può favorire la mobilità del lavoro e ampliare le opportunità dei giovani. Una scuola pubblica di qualità non è soltanto un beneficio per studenti e famiglie: contribuisce alla formazione delle competenze e alla produttività futura. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili non risponde soltanto a un’esigenza ambientale: può rendere famiglie e imprese meno vulnerabili agli shock energetici.
Queste complementarità, tuttavia, sono spesso difficili da riconoscere perché si manifestano nel tempo. I costi delle trasformazioni sono immediati, mentre i benefici futuri sono più incerti e distribuiti tra soggetti diversi. Una compensazione settoriale offre un vantaggio visibile oggi; una politica strutturale richiede investimenti che producono risultati più lentamente. Il breve periodo non è soltanto l’orizzonte entro cui si prendono le decisioni. Rischia di diventare anche quello entro cui gli interessi vengono percepiti.
È qui che, a un secolo esatto dalla sua stesura, Alcuni temi della questione meridionale di Antonio Gramsci torna a parlarci. Nell’Italia degli anni Venti, i contadini meridionali vivevano in condizioni di subordinazione economica e politica, mentre gli operai del Nord erano organizzati in un movimento capace di esercitare una pressione ben maggiore. Ma la comune opposizione all’ordine esistente non bastava a farne degli alleati. Gli operai dovevano superare i propri interessi corporativi e riconoscere nella questione della terra una parte essenziale della propria battaglia politica. Senza questo passaggio, le rivolte contadine potevano rimanere isolate e l’ordine esistente sostanzialmente intatto.
Gramsci mostrava anche il problema speculare: il blocco dominante non si reggeva soltanto sulla forza economica dei proprietari terrieri meridionali e della borghesia industriale settentrionale. La sua stabilità dipendeva da una struttura intellettuale capace di organizzare il consenso e dare coerenza a quell’alleanza. Gli intellettuali non erano semplici osservatori dei rapporti di potere: contribuivano a costruirli e a riprodurli.
A conservare la propria attualità è un’intuizione più profonda: gli interessi non si traducono spontaneamente in alleanze politiche. Il modo in cui vengono interpretati e messi in relazione contribuisce a determinare quali alleanze diventino possibili. È su questo terreno che si misura oggi la responsabilità degli intellettuali, intesi nel senso ampio di Gramsci: non soltanto studiosi, ma giornalisti, insegnanti, sindacalisti, dirigenti politici e quanti contribuiscono a dare forma alla rappresentazione dei conflitti sociali.
Non basta scegliere da che parte stare. Conta anche quali interessi si riescono a mettere in relazione e quale futuro si rende immaginabile. Una rappresentanza che si limita a raccogliere e amplificare rivendicazioni separate può finire per riprodurre la frammentazione che denuncia. E una politica che misura il proprio successo soltanto dalle concessioni ottenute nell’immediato rischia di lasciare fuori dal proprio orizzonte proprio le trasformazioni di cui potrebbero beneficiare la società nel suo insieme. Il potere non si conserva soltanto opponendosi al cambiamento, ma restringendo ciò che può essere immaginato collettivamente.
