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Monte dei Paschi L’offerta pubblica per assorbire la banca, incluse le azioni Generali e Mediobanca, farebbe nascere il secondo istituto dell’Eurozona

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Sede della banca Monte Paschi di Siena - imagoeconomica Sede della banca Monte Paschi di Siena

«Too big to fail»: durante la crisi finanziaria del 2007-2011 indicava gli istituti talmente grandi da non poter essere lasciati fallire, tanto che i governi finirono per salvarli con denaro pubblico, sottraendo risorse allo stato sociale. Essere grandi conviene: non solo perché si gestiscono più capitali con cui speculare, ma perché in questo modo ci si mette in una botte di ferro. È il ragionamento che da tempo guida anche le grandi banche italiane, impegnate in un risiko che ieri ha rivelato una nuova mossa.

È L’ALBA. Intesa Sanpaolo lancia un’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) su Monte dei Paschi di Siena, valutandola 30,6 miliardi di euro. L’operazione prevede il delisting della banca senese (ossia il ritiro del titolo dalla Borsa) e la sua integrazione nel gruppo guidato da Intesa. Agli azionisti Mps vengono offerti 1,6 nuove azioni Intesa più un euro in contanti per ogni titolo posseduto, per un controvalore di 10,091 euro ad azione e un premio del 12,5% rispetto alla chiusura del 5 giugno. La proposta, composta da 27,6 miliardi in azioni e 3 miliardi cash, darebbe vita al secondo istituto quotato dell’Eurozona per capitalizzazione, con un valore di mercato vicino ai 126 miliardi. Mps ha fatto sapere che valuterà. «Genereremo più di 16 miliardi di utile netto nel 2029», ha dichiarato l’amministratore delegato Carlo Messina. Secondo il manager, l’operazione permetterà, inoltre, di distribuire più dividendi agli azionisti. Viva la sincerità.

LA PARTITA non riguarda soltanto Mps. Attraverso Siena, Intesa metterebbe le mani anche sulla partecipazione detenuta in Mediobanca e, indirettamente, su una quota di Generali, due snodi storici della finanza italiana. Messina assicura, però, di non essere interessato a Generali e sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzarsi nel settore del risparmio gestito, cioè nella raccolta e nell’investimento dei soldi affidati dai clienti. La fusione, in ogni caso, darebbe vita a un gruppo con circa 20 milioni di clienti in Italia, attività finanziarie per circa 2.000 miliardi di euro (due terzi di tutto il debito pubblico italiano) e una presenza in 24 Paesi. Per «aumentare l’efficienza» sono previste 6.800 uscite «volontarie», che però dovrebbero essere compensate da altrettante assunzioni.

ANCHE UNIPOL si muove. Ha già raggiunto un accordo con Intesa per rilevare 635 filiali Mps e lo storico marchio Mps. L’idea è integrarle successivamente con Bper, di cui è il principale azionista, per costruire un secondo grande polo bancario nazionale. Acquisizioni, fusioni, concentrazioni, in uno scenario da lotta senza quartiere. «Un poderoso meccanismo per la centralizzazione dei capitali», avrebbe detto Karl Marx. Il detonatore di questa accelerazione è arrivato appena 24 ore prima, quando Bpm ha proposto a Mps una fusione tra pari. L’obiettivo era creare un gruppo più grande e competitivo. In questo contesto, la mossa di Intesa appare insieme offensiva e difensiva. Lasciare spazio all’asse Bpm-Mps avrebbe significato ritrovarsi un concorrente più forte nel credito, nel risparmio gestito e nelle assicurazioni. Messina nega che l’offerta sia una risposta a Bpm, ma la successione degli eventi suggerisce il contrario. Così la banca più antica del mondo, salvata dallo Stato nel 2017 e ricapitalizzata tra il 2023 e il 2024, si ritrova al centro del nuovo consolidamento del sistema bancario italiano.

IL PRESIDENTE di Confindustria, Emanuele Orsini, giudica positivamente l’iniziativa perché, a suo avviso, rafforza le banche e la loro capacità di «sostenere imprese, innovazione e risparmio». In verità, negli ultimi anni le banche hanno ridotto il credito a famiglie e imprese mentre è cresciuto il peso delle attività finanziarie e speculative. D’altra parte, in un sistema sempre più influenzato dai grandi fondi internazionali, non sorprende che tra gli azionisti delle principali banche italiane figurino colossi come BlackRock. Anche nel capitale di Intesa Sanpaolo il fondo statunitense detiene una quota rilevante, pari al 5,14%, collocandosi subito dopo la Compagnia di San Paolo (6,61%) e la Fondazione Cariplo (5,51%). Non è solo un dettaglio. Analogamente, non è un dettaglio la presenza maggioritaria di Credit Agricole in Bpm, considerati i titoli di stato che le banche hanno in pancia.