Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Milano La procura di Milano da tempo indaga su tutto questo, e i provvedimenti di mercoledì sono il frutto della confluenza in un fascicolo di vari filoni, tutti diversi ma con gli stessi nomi che ricorrono

Milano, Ansa Milano – Ansa

«Gli architetti sono qua, hanno in mano la città». Lo cantavano gli Afterhours quasi vent’anni fa, a testimonianza del fatto che l’inchiesta dei pm milanesi sul sacco urbanistico della sedicente capitale morale non è arrivata come un fulmine a ciel sereno.

Casomai come un tuono in mezzo alla tempesta.

Tempesta che, è vero, molti hanno fatto finta di non vedere: la retorica della città che non si ferma mai e della sua statura europea domina la narrazione – non solo giornalistica – da tempo immemore, mentre hanno fatto molto meno rumore le inchieste che segnalavano la crescita delle disuguaglianze, a partire dall’esplosione del prezzo al metro quadro degli appartamenti, con conseguente fuga verso la periferia e i comuni dell’hinterland dei tanti che a fine stipendio si accorgono che avanza ancora troppo mese.

La procura di Milano da tempo indaga su tutto questo, e i provvedimenti di mercoledì sono il frutto della confluenza in un fascicolo di vari filoni, tutti diversi ma con gli stessi nomi che ricorrono. Certo, questa volta il dito è puntato direttamente contro il sindaco Sala e la sua giunta, ma comunque parliamo di circostanze note e personaggi notissimi, perché il “modello Milano” non è solo materia giudiziaria, è tema di dibattito politico. O almeno dovrebbe esserlo.

Anche perché il terremoto innescato dalla procura ha i suoi punti deboli. Le presunte tangenti di cui si parla sarebbero consulenze fatturate – non ci sono bustarelle, al momento – e se i conflitti d’interesse sono numerosi e palesi, forse i reati ipotizzati sono destinati a ridimensionarsi nel corso del tempo. E se la gravità della situazione è impossibile da negare, resta valido l’insegnamento della storia: quando una trentina d’anni fa il celeberrimo pool decise di colpire il sistema delle tangenti – e non a caso Piero Colaprico s’inventò per Milano il soprannome di Tangentopoli – i successi giudiziari arrivarono al di là di ogni ragionevole dubbio e di ogni inaccettabile eccesso inquisitorio: su 2.565 indagati, le condanne e i patteggiamenti sono stati 1.408, con 448 prosciolti per prescrizione, amnistia o morte del reo. Significa 4 su 5, in proporzione.

E però il vuoto che si venne a creare non fu riempito da una nuova stagione di moralità pubblica.

Anzi, arrivò Berlusconi, con tutto quello che ne è seguito. Cosa succederà adesso a Milano non si può dire, ma forse qualcuno dovrebbe cominciare a pensarci. Fuori dalle aule di giustizia.