Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

L'intervista ad Angela Verdecchia Le istituzioni negano il confronto e non danno risposte concrete a chi vive la scuola, alimentando fratture che non possono essere risolta con il silenzio o con la repressione

LEGGI ANCHE Torino, cori e slogan freestyle. Poi partono le cariche

0b178abe-cced-4945-86a9-4c66cf21aa61 Milano, il corteo degli studenti – Foto di Marco Ottico/LaPresse

«Il dissenso va ascoltato, garantire il dialogo e il diritto alla partecipazione è una responsabilità delle istituzioni». Angela Verdecchia, studentessa di Lettere classiche a Macerata e portavoce della Rete degli studenti medi, è reduce della manifestazione di ieri e si prepara a partecipare al corteo della Cgil e di altre realtà di oggi per la Costituzione. «Sull’onda dei nostri coetanei spagnoli, francesi, albanesi noi studenti stiamo riempiendo ogni spazio di mobilitazione anche con ottica internazionalista. Erano anni che non vedevamo un autunno così partecipato – dice – siamo una fase decisiva, questo autunno si prospetta bollente».

Cos’ha questa fase di diverso dalle altre?

Gli studenti e le studentesse si stanno mobilitando molto, dalle occupazioni alle assemblee, fino agli scioperi, organizzandosi in maniera spontanea, senza fare riferimento a sigle. È vero, però, che nei territori in cui ci sono realtà organizzate gli studenti si lasciano guidare. È una nostra responsabilità come Rsm raccogliere quella rabbia e poterla canalizzare. Se non lo fanno le organizzazioni studentesche, chi lo fa?

Il ministro dell’Istruzione (e merito) Valditara ha detto che i cortei di ieri non erano «espressione democratica del dissenso, né difesa della scuola, ma aggressione alle istituzioni».

Condannare le violenze durante le proteste studentesche ignorando del tutto le ragioni del conflitto è controproducente. Quando le istituzioni negano il confronto e non danno risposte concrete alle istanze di chi vive la scuola ogni giorno contribuiscono ad alimentare una frattura che non può essere risolta con il silenzio o la repressione, cosa che questo governo ha invece fatto per quattro anni. Il dissenso va ascoltato, e garantire il dialogo e il diritto alla partecipazione è una responsabilità delle istituzioni. La partecipazione è stata straordinaria in tutto il paese: migliaia di studenti hanno alzato la voce per il diritto allo studio, per scuole sicure, per il disarmo, contro il carovita e contro le derive fasciste e repressive dell’esecutivo Meloni. Non è un caso che gli esponenti della maggioranza si concentrino su singoli episodi provando a delegittimare l’ondata mobilitativa che c’è stata.

In alcuni istituti le occupazioni sono state accompagnate da tensioni e danneggiamenti finiti al centro delle cronache. Questi episodi rischiano di oscurare le ragioni della protesta e di essere strumentalizzati?

Utilizziamo modalità di conflitto anche estreme per far capire che il diritto allo studio è una questione imprescindibile, è inevitabile che i media e il governo cerchino di legittimare una narrazione secondo cui siamo una generazione di vandali. Lo dimostrano anche a livello legislativo, abbassando l’età imputabile dei minori. Se non ci si può permettere i libri di testo o l’università e invece ci sono mille provvedimenti per silenziarti è normale che si scateni un meccanismo che porta a utilizzare quest’arma di dissenso. Come forza di sinistra, noi dobbiamo generare una contro narrazione e occupare tutti i canali possibili, dai social ai giornali, portando un po’ di consapevolezza che si è persa nel corso del tempo.

Rispetto alle proteste in Spagna per la casa e quelle francesi per la scuola, sembra che qui ci sia meno propensione alla mobilitazione.

L’Italia ha un contesto di militanza particolare rispetto agli altri paesi. Bisogna riattivare le militanze: sono passati più di dieci anni dalle ultime mobilitazioni collettive. Qui da noi la lotta degli studenti ha le sue peculiarità, ma è interconnessa con quelle dei francesi, degli albanesi e di molte altre parti del mondo. In particolare le manifestazioni francesi hanno fornito uno stimolo per tutti gli studenti, sia per chi si occupa di politica sia per chi non se ne occupa, permettendo di osservare pratiche di conflitto e di partecipazione che stiamo cercando di mutuare. La cosa bella è che i francesi non la sentono che sia una battaglia solo loro e sono contenti di diffondere e sensibilizzare su questi temi i coetanei. Ma anche in Italia la nostra generazione ha sbloccato la retorica per cui non ha senso manifestare: dall’anno scorso vediamo le persone mobilitarsi in maniera continuativa prima per la Palestina ora perché le persone sono sature di vivere in condizioni materiali così misere e difficili, che rendono complicato pensare non solo al futuro, ma anche al presente. C’è bisogno di una presa di coscienza collettiva per rendere questa una battaglia di tutti, dei lavoratori, dei precari e dei pensionati. Unendo le forze si può riuscire a invertire lo sfacelo causato dalle politiche folli di un governo fascista.