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La guerra grande Garantire il commercio è un mantra per ogni super potenza: se rinuncia, chiunque potrà cullare l’idea di sfidare gli Usa, da Suez a Malacca. Cina compresa

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Un uomo cammina, sullo sfondo lo stretto di Hormuz. Foto AP Un uomo cammina, sullo sfondo lo stretto di Hormuz – Foto AP

Perché sta accadendo tutto questo? Il capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent si è dimesso sgomberando il campo dalle scempiaggini dette da Trump: «L’Iran non costituiva una minaccia per noi, abbiamo iniziato questa guerra su pressione di Israele e della sua potente lobby americana». Forse Kent, che ha detto verità note da tempo, ora deve guardarsi le spalle o rischia di fare la fine di Larijani e del capo dei Basiji appena eliminati da Israele: o sei con loro o sei contro di loro.

L’élite messianica e affaristica al comando nel mondo occidentale non è incline al perdono e alle soluzioni negoziate: con Larijani, uno dei veri capi del regime, è stato eliminato un pragmatico, responsabile della sicurezza e della repressione ma in grado di ispirare una eventuale soluzione politico-diplomatica. L’eliminazione dei vertici iraniani da parte di Israele e degli Usa è stata sistematica e fuori da ogni regola internazionale ma non è per niente chiaro se c’è un strategia per un cambio di regime.

Per la verità, come scrive il New York Times, nessun strategia americana è chiara e siamo arrivati al punto chiave della vicenda, che non è il nucleare e neppure i missili ma l’unica atomica in mano alla Repubblica islamica: lo Stretto di Hormuz.

INUTILE GIRARCI intorno: o Trump prende il controllo di Hormuz, con tutto quel che ne consegue dal punto di vista militare, o questa guerra rischia andare fuori controllo. Ed è esattamente questo che hanno capito i principali stati europei (più il Canada) che al G7 hanno detto di no alla missione per riaprire il Golfo alla navigazione delle petroliere. Vuol dire entrare in guerra non solo dal mare ma anche da terra: lo stretto è navigabile nei due sensi per solo sei chilometri, metterlo in sicurezza significa sbarcare sulla costa iraniana e combattere sulla Red Beach, dove la sabbia e anche il mare, pervasi di ossido di ferro, sono già rossi come il sangue.

Poi però da lì non si può fermare perché una volta messo il piede a terra, sempre che ci riesca, sarebbe ridicolo rinunciare al cambio di regime che per altro ormai neppure lui cita più. Cosa fai? Occupi un pezzo di Hormuz e poi te ne vai? Per carità, tutto è possibile quando si entra con Trump nel suo teatro dell’assurdo.

Per questo gli europei, almeno per ora, lo hanno mollato. Se il Golfo non è importante per i rifornimenti americani, è una delle vie più essenziali al mondo dal punto di vista energetico ed economico. E qui si affacciano le monarchie del Golfo clienti delle armi Usa e grandi investitori negli Stati uniti. Garantire la libera navigazione e il commercio è uno dei mantra fondamentali per ogni super potenza: se rinunci significa vedere intaccata la leadership mondiale e che chiunque potrà cullare l’idea di sfidare gli Usa, da Suez a Malacca. Cina compresa.

È EVIDENTE che Trump si è messo nei guai. Per questo è furibondo e comunque vada per il resto della sua presidenza cercherà in ogni modo di farla pagare agli europei che non accettano di condividere la responsabilità di un guerra contro il diritto internazionale e per la quale non sono stati neppure consultati. Per lui, ma si era capito da un pezzo, siamo ben peggio di Putin in quanto considerati dei «traditori». Quanto all’Ucraina di Zelensky, amico dell’Europa, accarezzerà l’idea di farla pezzi. È frenato soltanto dal fatto che con la guerra l’industria bellica americana sta volando in Borsa e incassa miliardi.

Addio sogni di gloria per il presidente americano. Se pensava di risolvere questa guerra dall’alto facendo fuori la Guida suprema Khamenei vuol dire che si è fatto turlupinare ancora una volta da Netanyahu, al quale delle sorti dell’Iran non importa nulla.

Anche il cambio di regime per il premier israeliano è secondario: l’importante è che l’antica Persia finisca in pezzi e nel caos come l’Iraq e la Siria. Il suo obiettivo è radere al suolo il Libano e farne un’altra Gaza come titolava ieri il manifesto, divorandosi la Cisgiordania nelle mani di un esercito di terroristi che uccide intere famiglie. E noi tolleriamo ancora Netanyahu e il suo governo.

C’È UNA EXIT STRATEGY per Trump? L’unica è quella offerta dai cinesi: proclama il cessate il fuoco e Hormuz torna navigabile. Sempre che gli iraniani accettino. Ma tutti hanno capito che questo è un duello che non lascia scampo: il regime iraniano punta come al solito alla sopravvivenza, anche a costo di una repressione sanguinosa come ha già dimostrato più volte, Trump vuole una resa senza condizioni che per la Repubblica islamica potrebbe significare un’umiliazione fatale.

Così quell’allegra brigata di biechi affaristi che circonda Trump potrebbe trovarsi con le spalle al muro. Proseguire una guerra dall’esito incerto fino alla fine con effetti disastrosi sulle elezioni di midterm.

Poteva andare diversamente? No, lo si è capito molto bene e con largo anticipo con quella indegna sceneggiata del Board of Peace, dove una schiera di camerieri impegnati a compiacere il gran capo cantava e ballava sulle macerie di Gaza e di un intero popolo. Purtroppo da Gaza parte tutto: abbiamo assistito, qui nel cuore dell’Europa, a un genocidio senza fare nulla, neppure un timida sanzione nei confronti di Israele. Ma adesso tutto il mondo è Gaza. Ce ne siamo accorti con impercettibile ritardo.

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Intervista Per il fisico e premio Nobel Giorgio Parisi, «i certificati europei delle emissioni si sono rivelati fondamentali». Il nucleare? «Costa»

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Giorgio Parisi Giorgio Parisi – Imagoeconomica

L’attacco statunitense all’Iran ha mandato in tilt le strategie energetiche europee e adesso gli Stati si muovono come formiche impazzite. Ursula von der Leyen vorrebbe sganciarsi dai colli di bottiglia del mercato oil&gas scommettendo sull’energia atomica prodotta nei «piccoli reattori modulari» e – in un futuro ancora incerto – con la fusione. Al Consiglio europeo di giovedì e venerdì, Giorgia Meloni porterà una proposta persino più divisiva: smantellare il mercato europeo dei crediti di carbonio che alza i costi per le industrie basate sui combustibili fossili. Almeno otto Stati membri si sono già detti contrari. Anche in patria c’è chi prende le distanze dalla premier e circola un appello di scienziati autorevoli quanto preoccupati affinché l’Italia ritiri la proposta. Tra le firme c’è anche quella del fisico e premio Nobel Giorgio Parisi. «I certificati delle emissioni – spiega al manifesto lo scienziato – si sono rivelati fondamentali nello spingere all’adozione delle energie rinnovabili e anche per il risparmio energetico».

Un tempo sinistra e ambientalisti diffidavano del sistema Ets perché delega a un meccanismo di mercato la tutela dell’ambiente. Però grazie ai crediti l’industria dal 2005 a oggi ha dimezzato le emissioni.
Potrebbe funzionare meglio se si sostituissero i crediti con regole più rigide e tetti alle emissioni. Ma oggi si vuole eliminare il sistema Ets per rimuovere i vincoli all’emissione di anidride carbonica. E questo sarebbe un passo indietro.

La Commissione si oppone alla proposta italiana e punta sull’energia nucleare. Sarebbe conveniente dal punto di vista economico?
Secondo il rapporto della società di analisi Lazard, probabilmente il più autorevole nel campo, il costo di produrre un megawatt con l’energia nucleare è compreso tra i 140 e i 220 dollari, tenendo conto di tutto il ciclo di vita degli impianti. Anche con altri metodi le stime si aggirano su livelli simili. Per il fotovoltaico su scala industriale lo stesso megawatt costa circa 35-50 euro, cioè almeno tre volte più basso. Consideriamo poi che le spese di costruzione di un impianto tendono regolarmente ad aumentare rispetto alle previsioni preliminari.

Adesso però si parla di «piccoli reattori modulari», nel campo del nucleare è la tecnologia del momento. Si tratta di reattori innovativi?
La tecnologia è sostanzialmente la stessa dei reattori di terza generazione, con qualche variante ingegneristica. Si tratta sempre di fissione dell’uranio con neutroni lenti. Il fatto che siano reattori più piccoli li rende più sicuri. In caso di incidente c’è più tempo per intervenire prima che avvenga la fusione del nocciolo.

E dal punto di vista del costo della produzione di energia?
Dipende da come si progettano i reattori. Ma nessuno, tra chi si occupa professionalmente di stime economiche, ritiene che con i reattori modulari si possa produrre energia elettrica a prezzi inferiori rispetto all’energia solare.

Cosa sono i reattori della cosiddetta «quarta generazione»?
Sono reattori basati su approcci genuinamente nuovi. Per esempio quelli basati sulla fissione dell’uranio con i neutroni veloci o che usano il torio come combustibile. Hanno il vantaggio di produrre una quantità molto inferiore di scorie nucleari e pongono minori problemi dal punto di vista della sicurezza. Sulla carta si tratta di progetti molto interessanti. Se funzionano davvero lo si capirà solo costruendo un prototipo su larga scala e non di piccole dimensioni, come quello costruito dal governo cinese. Il reattore Superphénix realizzato dalla Francia con la tecnologia dei neutroni veloci, invece, si è rivelato un fallimento dal punto di vista dei costi, dei malfunzionamenti e dell’energia effettivamente prodotta.

E la fusione? L’Eni ha promesso di mettere in funzione il primo reattore a fusione entro il 2035. Pietro Barabaschi, il direttore del consorzio Iter che sta costruendo un reattore sperimentale a fusione in Francia, sostiene che non è possibile sapere quando sarà disponibile l’energia da fusione. Dov’è la verità?
La previsione dell’Eni mi pare ottimistica. Cinquant’anni fa si diceva che alla fusione nucleare mancavano cinquant’anni. Oggi molti parlano di trent’anni: vedremo tra trent’anni a che punto saremo. Ma per lo sfruttamento commerciale della fusione sono necessari alcuni «salti» tecnologici e attualmente non sappiamo se e quando avverranno questi progressi.

Le decisioni sull’energia nucleare in Italia sono state indubbiamente influenzate da due incidenti come Chernobyl e Fukushima. Ritiene che il rischio sia stato strumentalizzato per fermare il nucleare o il problema della sicurezza delle centrali è concreto?
Credo che il rischio di incidente sia molto basso ma che l’impatto sia difficilmente prevedibile. Un incidente danneggerebbe in primo luogo il territorio che circonda la centrale. E questo spingerebbe a realizzare centrali nucleari in aree in cui la densità di popolazione è bassa e non, ad esempio, nella Pianura Padana. Ma così i siti disponibili per costruire un reattore diventano assai scarsi.

L’Italia fatica a individuare un sito per realizzare il deposito nazionale delle scorie, che incontra regolarmente l’opposizione dei cittadini. Anche quello delle scorie, radioattive per migliaia di anni, è reale?
La mia opinione è che le valutazioni sulla sicurezza fatte dalla Sogin, la società che dovrebbe realizzare il deposito nazionale, siano molto ragionevoli. Il vero problema di sicurezza riguarda la situazione attuale, in cui i rifiuti radioattivi a bassa e media attività sono conservati in depositi sparsi in tutta Italia i cui la sicurezza è assai inferiore, e nessun governo riesce a localizzare un deposito nazionale nemmeno per questa classe di rifiuti. Se la politica non riesce a superare il timore della popolazione, secondo me esagerato, nei confronti di questa struttura, mi sembra ancora più difficile realizzare una centrale, che deve rispettare gli stessi criteri come la lontananza dalle città, la bassa sismicità e protezione dal rischio idrogeologico, in modo anche più rigido.

 

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Deve essere serio il rischio di perdere il referendum sulla legge Meloni/Nordio se Giorgia Meloni nel comizio di Milano ha rotto gli argini e ha usato per la polemica con il NO una demagogia di infimo ordine, insistendo nella delegittimazione della magistratura, creando a questo punto un serio problema sia politico che istituzionale. Può una Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione picconare uno dei poteri fondamentali della democrazia italiana? Quando Cossiga molti anni fa ebbe un atteggiamento analogo fu sottoposto a impeachement, ora che si fa?

Le destre sono evidentemente preoccupate per il risultato del referendum sulla legge Meloni/Nordio che avevano immaginato come una marcia trionfale che avrebbe aperto la strada alle altre deformazioni della Costituzione.

Il governo prima ha ridotto ai minimi termini il ruolo del parlamento, che nella visione dei costituenti era il pilastro della democrazia. Poi ha deciso da solo la controriforma della Costituzione sulla magistratura e l’ha imposta al parlamento, che è stato costretto ad approvarla senza modifiche.

Ridimensionato il ruolo del parlamento il governo delle destre vuole fare altrettanto con la magistratura, spaccando il Csm in due, estraendo a sorte i componenti della magistratura, oggi eletti da tutti i magistrati, per non parlare dell’Alta Corte (tutti corazzieri?) che dovrà esercitare il ruolo disciplinare sottratto ai due Csm, per di più stranamente per tutta la magistratura, confermando che questa controriforma è scritta male e in modo contraddittorio.

Le destre vogliono stravolgere la Costituzione del 1948 in aspetti fondamentali, con il risultato di aumentare il potere del governo, in particolare del capo del governo, riducendo sia il ruolo del parlamento che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il governo vuole decidere senza il rischio di subire controlli, è allergico alle critiche, per di più cerca di scaricare sulla magistratura le sue manchevolezze.

Nella crisi più grave degli ultimi decenni non sa decidere e assiste senza fare scelte al degrado dell’economia e della società. Di fronte agli sconvolgimenti politici internazionali, ai venti di guerra che sconvolgono la vita e l’ambiente in tante parti del mondo, ai problemi del cambiamento climatico relegati in ultima fila dalla politica e dall’economia reazionarie attuali, alle crescenti fratture sociali, al risorgere di politiche di pura potenza e di aggressione verso gli altri, la Costituzione resta un punto fermo di diritti e di principi, più che mai indispensabile, a partire dall’articolo 11 che afferma che l’Italia ripudia la guerra, articolo dietro il quale si è nascosta anche Giorgia Meloni per evitare l’attrazione verso la guerra del gorgo trumpiano. Se non brava certo furba.

Sette modifiche e non saranno le sole

Le 7 modifiche della Costituzione sulla magistratura della legge Meloni/Nordio sono in stretto rapporto con l’autonomia regionale differenziata (Calderoli sta cercando di aggirare le sentenze della Corte costituzionale), con la legge elettorale maggioritaria che le destre vorrebbero e con i parlamentari di nuovo nominati dall’alto, con il premierato per instaurare una capocrazia (Ainis) accentrata, relegando il Presidente della Repubblica in un ruolo marginale, con leggi securitarie che contrastano con la partecipazione democratica. Tutto questo rende incomprensibile dichiararsi per il Si.

C’è il merito della riforma ovviamente che di per sé basta a decidere per il No. Ma se non bastasse anche il contesto politico ed istituzionale conferma che occorre dire No. Penso a Pisapia, persona stimabile ma che ha avuto la sfortuna di fare la sua dichiarazione di voto per il Si proprio quando Giorgia Meloni ha fatto il comizio peggiore e più sguaiato della sua carriera politica, mancava solo che dichiarasse che votare Si avrebbe fatto scendere il prezzo della benzina.

Avere un’opinione è un diritto inalienabile di tutti che va difeso con intransigenza, ma lascia interdetti che non si colgano i risvolti politici di una eventuale vittoria del Si, che darebbe mano libera al governo per scrivere da solo anche l’attuazione delle norme attuative senza limiti e vincoli. Come si fa ad ignorare che le modifiche della Costituzione che le destre vogliono realizzare sono molte di più di quella sulla magistratura, che peraltro non è detto sarà l’ultima sul tema, visto che Tajani ha proposto di togliere ai PM la polizia giudiziaria e Nordio ha parlato di un sistema di controlli sui magistrati che evoca quanto meno un controllo sull’obbligatorietà dell’azione penale.

Tutto questo in un quadro internazionale in cui prepotenza e politica della forza stanno cambiando drammaticamente l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale.

La stampa delle destre ha dato ampio risalto a esponenti della sinistra schierati per il Si. Mi permetto di chiedere di riflettere ancora sul voto, dichiararsi non vuol dire votare. Alcuni si sono molto esposti, a volte anche con argomenti che lasciano interdetti come Augusto Barbera che ha affermato che la Costituzione non parlerebbe dei PM, che verrebbero addirittura valorizzati dalla controriforma Meloni/Nordio, non è così perché l’articolo 104 afferma: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, quindi tutti i magistrati, giudici e accusa. Del resto se così non fosse che bisogno ci sarebbe di separarli tra giudici e PM come afferma la Meloni/Nordio?

Quanti ancora non hanno deciso e stanno riflettendo sul loro voto il 22/23 marzo hanno ancora tempo e modo per decidere il loro orientamento e forse potrebbe aiutarli rileggere il titolo IV che come tutta la Costituzione è breve e chiaro.

A Giorgia Meloni piace vincere facile, ma prima o poi dovrà rendere conto del suo operato. Prima ha cercato il plebiscito e ha fatto approvare una legge che anche agli occhi di chi ha una propensione per la separazione delle carriere contiene castronerie come il sorteggio per la rappresentanza dei magistrati o l’alta corte che è un obbrobrio incostituzionale e non sono gli unici punti.

Ora Giorgia Meloni mette le mani avanti per evitare che la vittoria del NO abbia conseguenze sul governo.
Vedremo anzitutto il risultato del voto di elettrici ed elettori e può essere che comunque vada il governo non cadrà, ma certo dovrebbe ripensare alle sue priorità e assumere un altro standard di comportamento nel confronto parlamentare e con la società. Ma con la vittoria del No avrebbe chiaro che non può fare quello che vuole ma solo quello che Costituzione e dialettica democratica, politica e sociale, consentono.

Alfiero Grandi

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Thiel a Roma Un illuminista oscuro si aggira per il mondo tenendo lezioni sull’Anticristo e sulla sua prossima venuta. Si chiama Peter Thiel e tutti ormai ne hanno sentito parlare

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Peter Thiel (Ap) Peter Thiel – Foto Ap

Un illuminista oscuro si aggira per il mondo tenendo lezioni sull’Anticristo e sulla sua prossima venuta. Si chiama Peter Thiel e tutti ormai ne hanno sentito parlare: arriva per un ciclo di lezioni a Roma, non all’Angelicum come si credeva, perché la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino ha smentito di averlo invitato. Il copyright dell’ossimoro “illuminismo oscuro” è del filosofo Nick Land, che ha dato questo titolo a un suo libro in cui “sistematizza” una gran quantità di bui concetti emersi dagli abissi mentali e digitali della galassia neo-reazionaria e filotrumpiana, una delle cui stelle nere è Curtis Yarvis, definito da alcuni l’intellettuale organico dell’attuale Casa bianca, e un’altra, appunto, Peter Thiel: più noto come ideatore, assieme a Musk, di Paypal e come fondatore di Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati utilizzati da governi, intelligence e apparati di difesa – e aiuta Israele nel genocidio, come appare dai report di Francesca Albanese.

E cos’ha da dire, Peter Thiel, sull’Anticristo? Lo ha riassunto su questo giornale Guido Caldiron, recensendo il libro di Luca Ciarrocca L’anima nera della Silicon Valley. «L’Anticristo tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon, o di una crisi imminente, per consolidare il controllo politico e imporre un “governo mondiale”» (il manifesto, 5 marzo). E questa è la sola cosa chiara, nella sua brutale semplicità, che emerge dall’oscurità profonda, più ancora logica che morale, di questo movimento che chiamano Illuminismo solo perché esalta la tecnologia informatica e ne rivendica orgogliosamente la volontà di potenza, al punto da essersi guadagnato l’appellativo corrente di tecnofascismo. Per il resto, con la luce della ragione pratica e di Kant questi Trasimachi della Silicon Valley (giunti alla conclusione che la libertà transumana, quella di diventare immortali e di colonizzare Marte, non è più compatibile con la democrazia) hanno a che fare quanto i programmi della filosofia postmoderna in auge nelle università americane dove alcuni di loro hanno studiato: Derrida, Deleuze, Guattari, Lyotard, l’ombra di Nietzsche. Cioè meno che zero.

In compenso, Peter Thiel ha una curiosa versione dell’Anticristo: figuratevi che somiglia a Greta Thunberg. Anzi sono tre le ideologie che sostengono questa modernità “decadente”, che va bombardata realmente e metaforicamente, perché la guerra è tornata ad essere l’igiene dei popoli e il bellissimo azzardo che risveglia dal sonno del declino. Sono l’ecologia, la Sharia e lo stato comunista totalitario. Ditemi voi se non assomiglia a un Cerbero più che all’Anticristo: traducendo in linguaggio comune, possiamo immaginare che si tratti di bombardare la sinistra europea, l’Iran e la Cina, e pazienza se qui si fa una certa confusione fra le parole e le bombe vere.

«In tutto l’Impero Romano, uno solo è l’uomo libero: e sono io. Rallegratevi. Vi è arrivato alla fine un imperatore ad insegnarvi la libertà… Ma che è mai dopo tutto, un dio, perché io debba desiderare di essere uguale a lui ? Quello che oggi io desidero è più su degli dèi. Voglio mischiare il cielo con il mare; confondere la bruttezza e la bellezza; far zampillare il riso dalla pena. Farò a questo secolo il dono dell’equivalenza». Ecco, tutto si chiarisce se lo guardiamo con gli occhi del Caligola di Camus, questo “pensiero” che rifiuta il dono dei vincoli, legali, etici e logici. In cambio ne riceviamo «il dono dell’equivalenza». Ed è forse il solo punto che vale la pena di capire.

Violare tutti i vincoli – del diritto, dell’etica, della logica – non è ancora abolirli. Per abolirli, e tornare allo stato pre-umano, o accedere finalmente a quello post-umano, occorre cancellare le distinzioni con le quali nasce o muore la nostra stessa mente: fra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, la bellezza e il caos. Tutte le idee sono figlie di queste distinzioni. L’anima forse non è che respiro: ma senza idee, la mente non respira. Soffoca e muore. Eccolo, il dono dell’equivalenza. L’indifferenza. Con cui l’imperatore può passare dall’annuncio che la guerra è finita allo sterminio di sempre nuovi innocenti. Con cui dalle ossa frantumate di Gaza zampillerà il riso dei miliardari.

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Il terzo gode Mentre i mercati energetici e quelli finanziari guardano con preoccupazione e spavento quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz e le implicazioni della sua chiusura a petroliere e metaniere dei paesi del Golfo, le grandi potenze globali si trovano di fronte al dilemma delle sanzioni agli idrocarburi russi

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Un operaio petrolifero aziona una manopola di comando su un pozzo multiplo mentre, sullo sfondo, si intravedono le tubature nel giacimento di greggio pesante di Russkoye, gestito da Rosneft PJSC, nella regione di Yamalo-Nenets nella Siberia orientale, vicino a Novy Urengoy, in Russia, giovedì 8 dicembre 2016. La vendita a sorpresa di azioni del gigante petrolifero Rosneft PJSC per 11 miliardi di dollari al fondo sovrano del Qatar e a Glencore Plc conclude un 2016 che è andato sempre meglio per il presidente russo Vladimir Putin, grazie a una situazione politica che ha giocato a suo favore. Fotografo: Andrey Rudakov/Bloomberg via Getty Images Un operaio petrolifero a lavoro nel giacimento di greggio pesante di Russkoye, Yamalo-Nenets, Siberia orientale, Russia

Mentre i mercati energetici e quelli finanziari guardano con preoccupazione e spavento quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz e le implicazioni della sua chiusura a petroliere e metaniere dei paesi del Golfo, le grandi potenze globali si trovano di fronte al dilemma delle sanzioni agli idrocarburi russi.

Così come la Casa bianca aveva deciso autonomamente di rendere l’acquisto di petrolio di Mosca uno dei punti cruciali delle negoziazioni commerciali con Cina e India, riuscendo con il proprio peso a dissuadere alcuni compratori indiani dal fare incetta di greggio siberiano (Urals) a buon prezzo, l’amministrazione Trump ha compiuto un dietrofront. Per trenta giorni, l’India non sarà soggetta ad alcuna reprimenda se acquisterà petrolio russo. Se la guerra all’Iran dovesse durare oltre al previsto, chissà.

Sanzionato e sotto embargo in Occidente, l’Urals è considerato da Washington elemento stabilizzatore dei mercati al pari delle riserve di greggio che gli Stati uniti e i paesi del G7 hanno rilasciato coordinandosi con l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Nonostante 400 milioni di barili delle scorte strategiche siano stati resi disponibili, un evento storico, i mercati vedono il prezzo del Brent veleggiare oltre i 100 dollari al barile e i corrispettivi mediorientali oltre i 120. Senza la misura della Casa bianca, la competizione sui mercati internazionali alimenterebbe ulteriormente l’ascesa dei prezzi. Da giorni, l’Urals viene venduto ai compratori indiani, sprovvisti di petrolio saudita, iracheno ed emiratino, ad un prezzo maggiore del Brent.
Lo shock del conflitto in corso tra Stati uniti, Israele e Iran ha infatti generato lo shock più grande mai avuto sui mercati petroliferi. Neppure le crisi energetiche del 1973 o il 1979 avevano privato il mondo di volumi così elevati di greggio e altri prodotti dell’industria. Non vi sono merci o settori industriali isolati dalle conseguenze nefaste di quanto sta accadendo nel Golfo. Nei fatti, la crisi di Hormuz e il pivot di Washington rendono non solo vani ma controproducenti le varie misure del G7 per limitare gli introiti russi dalla vendita di petrolio.

Nella giornata di giovedì, la Commissione europea ha pubblicato un’effimera dichiarazione secondo la quale la crisi al momento non rappresenta un rischio per l’Unione. Con il Brent al massimo da tre anni, gli operatori riconoscono la disconnessione dalla realtà della geopolitica dell’energia di Bruxelles e laconicamente porgono la propria attenzione altrove.

Un esempio sono le minacce della nuova leadership di Tehran di una prolungata chiusura di Hormuz, con l’Iran a selezionare uno per uno i navigli di Hormuz, e il petrolio a 200 dollari al barile.
Nel mentre, il Cremlino coglie la palla al balzo e riconsidera la propria strategia globale. Il presidente Vladimir Putin, convocando il gotha dell’industria al Cremlino, appare l’unico a sfruttare cinicamente il contesto elencando le priorità del settore: rinsaldare i bilanci delle compagnie, aumentare la produzione (difficile se non impossibile nel breve tempo), e offrire gli idrocarburi russi ai partner economici e politici in Asia, rilanciando l’immagine della Russia come potenza energetica.

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 Paolo Trende, Medico e Consigliere Regionale AVS

Stamattina, in occasione della Giornata Nazionale Contro la Violenza sugli Operatori Sanitari e Sociosanitari, confronto organizzato dalla Regione Emilia-Romagna sugli operatori sanitari e socio-sanitari. Un momento importante di ascolto e riflessione tra istituzioni e professionisti su un fenomeno purtroppo sempre più diffuso e inaccettabile.

I numeri parlano chiaro: nel 2025 in Emilia-Romagna sono state registrate 2.715 segnalazioni di aggressione ai danni di operatori sanitari e socio-sanitari (+1.2% sul 2024). Nel 89,1% dei casi si tratta di violenza verbale, ma non mancano episodi di violenza fisica e danneggiamenti alle strutture. A essere più colpiti sono soprattutto le infermiere donne (74%), che rappresentano quasi il 60% dei casi.

Da medico, prima ancora che da consigliere regionale, sento molto forte questo tema. Chi lavora nella sanità pubblica dedica la propria vita a prendersi cura degli altri, spesso in condizioni difficili, con turni pesanti e sotto pressione. Non è accettabile che chi cura venga insultato, minacciato o aggredito mentre svolge il proprio lavoro.

Per questo è fondamentale continuare a investire nella prevenzione, nella sicurezza dei luoghi di lavoro e nel supporto agli operatori vittime di violenza, ma anche promuovere una cultura del rispetto verso chi ogni giorno garantisce il diritto alla salute di tutte e tutti.

Difendere chi cura significa difendere la sanità pubblica.

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