Energia Intervista all'esperto del Think Tank Ecco: «Continuare a investire sul metano fa salire i prezzi dell'elettricità»
Michele Governatori, esperto di energia del think tank Ecco sul clima, l’Italia continua a essere dipendente dalle fonti fossili. A che punto sono le rinnovabili?
Ci sono ancora troppi impianti bloccati, soprattutto eolici. La Conferenza Stato-Regioni li ha autorizzati ma manca il via libera del ministero della cultura che ha la delega sul paesaggio. Sono impianti già progettati e finanziati che vengono tenuti fermi per scelta del governo. Il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin si è impegnato a fare pressioni per sbloccarli ma non basta. Occorre agire in fretta: prima aumenta la capacità di produrre energia pulita, prima si limita la dipendenza dal gas.
Perché il governo si oppone?
Per motivi ideologici. La sua politica energetica è tutta fondata sul fossile, anche sul medio periodo, e questo è inaccettabile nell’attuale contesto di tensioni geopolitiche e crisi climatica. Lo dimostrano i documenti di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: nei piani per i prossimi anni si afferma che occorre mantenere 50 gigawatt di impianti a gas come backup, ovvero garanzia per i momenti in cui le fonti rinnovabili non sono disponibili. È una quantità importante, pari al picco massimo di consumo registrato quest’estate. La si spaccia come decisione tecnica ma è una scelta politica: nonostante le rinnovabili stiano aumentando, per la sicurezza della rete l’Italia continua a spendere soldi sul metano anziché su altri sistemi di backup più puliti.
Quali sono?
Le batterie di accumulo, una tecnologia già in grado di reggere alla flessibilità della domanda e impedire danni in caso di improvvise riduzioni di potenza. Un’opportunità non solo per i grandi impianti ma anche per quelli domestici e aziendali. Inoltre questi sistemi sono meno costosi rispetto alle centrali a gas, che paghiamo in bolletta anche quando vengono tenute spente.
Prima la guerra in Ucraina, poi quella in Iran: due crisi in pochi anni non sembrano servite a far comprendere l’inaffidabilità delle fonti fossili.
Peggio; il mercato è diventato ancora più precario. Prima della guerra in Ucraina il gas si spostava in prevalenza via tubo e c’erano accordi stabili tra paesi. Il trasporto su nave già esisteva ma era minoritario e meno vantaggioso. Quando l’Europa ha dovuto diversificare le fonti, ha puntato sul gnl via mare e questo ha contribuito a globalizzare il mercato del gas, esattamente come avveniva per il petrolio. Gli Usa hanno costruito rapidamente degli impianti di liquefazione e sono diventati il price maker globale, in grado di influenzare le quotazioni in tutto il mondo. Una nave metaniera non è un tubo e va dove vuole, in genere dal migliore offerente. Alcune addirittura cambiano destinazione durante il viaggio a seconda dei prezzi. Questo ci ha messi in una situazione peggiore di prima.
Il governo punta sul nucleare come alternativa.
Non è una soluzione praticabile nell’immediato per abbassare il costo dell’energia né per la decarbonizzazione. Costruire le centrali richiede molto tempo: lo stesso Pichetto ha affermato che ci vorrebbero almeno dieci anni ed è stato ottimista, mentre i problemi del clima e del caro bollette vanno risolti subito. Oltretutto il nucleare farebbe aumentare i prezzi dell’elettricità anziché diminuirli.
Perché?
È una tecnologia dai costi enormi, tanto che non esistono privati in grado di investirci. Gli unici a poterlo fare sono i governi.
Quindi Meloni sbaglia a considerare il nucleare un complemento alle rinnovabili?
Sì. Le rinnovabili non sono programmabili, perciò hanno bisogno di una fornitura alternativa per le ore in cui non ci sono vento, sole o acqua. Le batterie di accumulo, le centrali idroelettriche e gli impianti a gas si possono accendere e spegnere in fretta e con poco preavviso. Il nucleare no perché è troppo costoso farlo. Inoltre richiede investimenti talmente alti, che per rientrarci non ci si può permettere di farlo funzionare in modo discontinuo. Sarebbe come se una compagnia di volo acquistasse un aereo per farlo viaggiare una volta ogni sei mesi. Non avrebbe nessun senso economico. La Francia sta avendo problemi proprio per questo motivo.
In che senso?
Le centrali francesi non vengono spente solo quando manca l’acqua per raffreddarle, ma anche perché in primavera il sole e il vento bastano a soddisfare il fabbisogno energetico. Tuttavia un impianto nucleare ha elevati costi fissi, perciò fermarlo è molto dispendioso. È uno dei motivi per cui il debito francese sta aumentando.
Allora perché il governo Meloni insiste sul nucleare?
Perché è un tema popolare che viene associato all’innovazione, all’ambizione, alla tecnologia. È una soluzione facile da promettere per guadagnare consenso, sapendo benissimo che toccherà a qualcun altro in futuro ammettere che il paese non può permetterselo. Per la campagna elettorale è un tema perfetto.
1995 - 2026 L’attualità di Srebrenica, al di là delle sentenze dei tribunali internazionali e della morte del generale Mladic, è ancora oggi il racconto lancinante delle vittime di una vicenda che non può essere consegnata definitivamente soltanto ai libri di storia
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Una donna musulmana bosniaca piange tra le bare delle vittime di Srebrenica nel 2008 – Foto Ap
Il massacro di Srebrenica, ottomila morti, avvenne l’11 luglio 1995, nell’indifferenza, se non con la complicità, della autorità internazionali e del comandante locale del contingente olandese che si spinse a brindare con il generale Ratko Mladic, il capo dell’esercito serbo-bosniaco. La città rimase chiusa ai giornalisti e fu possibile raccogliere soltanto le testimonianze dei sopravvissuti in fuga che scendevano dalle montagne terrorizzati.
In un bosco scorgemmo una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non farsi catturare dalle milizie serbe. In un prato c’erano i resti di un uomo che si era fatto saltare in aria con una bomba a mano, per non essere preso vivo. Molti avevano visto uccidere mariti, figli, fratelli, sorelle, e non riuscivano neppure a parlare, ad alzare gli occhi da terra, quasi si vergognassero di essere ancora vivi.
L’attualità di Srebrenica, al di là delle sentenze dei tribunali internazionali e della morte del generale Mladic, è ancora oggi il racconto lancinante delle vittime di una vicenda che non può essere consegnata definitivamente soltanto ai libri di storia.
Qualche tempo fa incontrai uno dei sopravvissuti. Era stato ferito e aveva perso conoscenza mentre le milizie di Mladic intorno a lui trucidavano dozzine di persone da seppellire in una fossa comune. “Svenni su una catasta di cadaveri e i serbi pensarono che fossi morto e anch’io credevo di essere morto. Rimasi rannicchiato per ore fino al mattino seguente quando una mano afferrò il mio braccio, cominciò a scuotermi, a sollevarmi, e alla fine mi trascinò via”.
Mladic e le guerre balcaniche sono racconti come questi. Storie che continuano a uscire, anni dopo, dalle bocche dei sopravvissuti, come le voci delle vittime delle stragi naziste turbano ancora, per fortuna, le nostre coscienze. Eppure le stragi dei Balcani, dieci anni di conflitti, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, appaiono già ricordi sbiaditi nella storia e nella memoria europea. Come se avessimo attraversato invano quelle montagne e quelle pianure per raccontare quello che vedevano e sentivamo, con città e villaggi perforati e triturati da bombardamenti e granate, in una sorta di delirio etnico che sembrava non avere mai fine. Rakto Mladic, insieme a Radovan Karadzic e a Slobodan Milosevic, fu uno degli architetti e degli autori dei massacri balcanici. Uno dei peggiori colpevoli. I suoi complici nei massacri di ieri oggi sono coloro che vorrebbero dimenticare.
Commenta (0 Commenti)Campo largo La soluzione di un leader simbolico appare debole politicamente, troppo esposta alla critica degli avversari. Occorre inventarsi qualcosa
Già nei mesi scorsi, non appena si è affacciata alla ribalta l’ipotesi delle primarie per la leadership della coalizione democratica, non poche sono state le voci contrarie, che hanno messo in guardia dai pericoli di questa soluzione. Ma invece di affrontare il nodo, e risolverlo in un senso o nell’altro, si è andati avanti per inerzia, rimandando ad un tempo indefinito le decisioni. Ora, come si dice in Toscana, siamo «alle porte con i sassi», e tutte le vie appaiono comunque difficili.
Schlein si è rifugiata a lungo in una formula: «o primarie o leadership espressa dal partito più forte» e molti hanno atteso che si chiarisse con quale sistema elettorale si sarebbe votato. Sono stati degli errori, perché – anche qualora si votasse con il vecchio sistema che non prevede indicazioni sul “capo” della coalizione – il problema politico dell’individuazione di una figura unificante sarebbe rimasto interamente in campo, imposto se non altro dagli stessi avversari. E oltre tutto, sarebbe stato necessario che quel principio fosse stato chiaramente condiviso da tutti i protagonisti. Per di più, l’incertezza sugli esiti e i tempi della riforma elettorale è destinata a durare, date le fibrillazioni in atto nella maggioranza.
In tutti questi mesi, spiace dirlo, è mancata la capacità di “fare politica”, nel senso classico con cui nella tradizione italiana si usa questa espressione: capacità di manovra, tempestività delle mosse, intuizione, capacità di spiazzare l’avversario, introdurre nuovi temi, imporre l’agenda, ecc… e poi soprattutto prevedere le dinamiche nei gruppi dirigenti, immaginare per tempo i possibili scenari.
Si capisce la posizione di Conte: dal suo punto di vista le primarie sono la soluzione ottimale, non perché pensi realisticamente di poterle vincere, ma perché gli garantiscono una visibilità che altrimenti sarebbe più difficile ottenere. E per un elettorato come quello del M5S che è mosso fondamentalmente dalla identificazione con la leadership personale di Conte, e che potrebbe essere diffidente o riottoso verso una leadership espressa dal Pd, questa “visibilità” sarebbe senz’altro un fattore di mobilitazione, utile peraltro all’intera coalizione.
Quella che non si capisce è la posizione del Pd e della sua segretaria. Diciamoci la verità: alla formula «prima i programmi, poi il leader» non crede più nessuno, è oramai una frase fatta che suona persino ipocrita. Bisognava pensarci per tempo. Le alternative erano due: o un patto sulle regole e sulla leadership collettiva della coalizione (sottolineo: collettiva), o le primarie. Ma in questo secondo caso, sarebbe stato necessario riflettere seriamente sulle regole e modalità di svolgimento: non ridursi all’ultimo momento come rischia di accadere ora. E non sono pochi i nodi regolamentari per una primarie di coalizione, a cominciare dalla definizione del corpo elettorale: chi ha diritto a votare? tutti i passanti dai gazebo e/o tutti quelli che si collegano ad una piattaforma online? È necessaria o no la registrazione preventiva, e quanto tempo prima? e chi la gestisce organizzativamente (operazione complessa, che richiede una macchina che i partiti non hanno più)? Si fa o no il ballottaggio, e con quali soglie? Insomma, un ginepraio: ed è molto dubbio che si possa affrontare tutto questo nel giro di poche settimane, specie se si continua a tergiversare aspettando l’esito della riforma elettorale.
Tralascio, perché molti le hanno sottolineate in questi giorni, tutte le implicazioni più direttamente politiche: si sarebbe in grado di mantenere la competizione entro limiti di ragionevole concorrenzialità, o potrebbe anche, per così dire, scappare la frizione, con effetti divisivi e pesanti strascichi sulla futura tenuta della coalizione alle elezioni “vere”?
Come se ne esce? E siamo ancora in tempo ad azzerare le discussione e fermare il treno in corsa?
Il Campo largo ha un problema, su cui si gioca l’esito delle elezioni. Con una coalizione composita, l’alternativa è netta: o si riesce a far giocare le differenze in modo positivo, valorizzare le specificità di tutti, fare scattare meccanismi virtuosi di concorrenzialità e di emulazione: o, al contrario, ridurre questo pluralismo, impoverirlo, perdere per strada forze e risorse. Insomma, o la coalizione funziona come un gioco “a somma positiva”, o finisce tutto in un disastro collettivo.
La soluzione di un leader simbolico appare debole politicamente, troppo esposta alla critica degli avversari. Occorre inventarsi qualcosa, una «mossa del cavallo», avrebbe detto Vittorio Foa. In modo forse ingenuo o provocatorio, ne propongo qui una: altri, se vogliono, ne propongano altre. E allora, immagino questo scenario: quando sarà pronto il testo del programma concordato, tutti i leader dei partiti che intendono far parte della coalizione, unitamente al programma, potrebbero sottoscrivere una solenne dichiarazione di questo tipo: «Siamo una coalizione ricca di forze, idee, di uomini e donne in grado di governare questo paese, non siamo una forza con “un uomo o una donna solo/a al comando”.
Rifiutiamo la logica di un premierato fittizio; le forze della nostra coalizione si riconoscono in un programma comune, ma ciascuna di esse ha la propria identità, che gli elettori potranno valutare e apprezzare. Se vinciamo le elezioni, spetta al Presidente della Repubblica, come prevede la Costituzione, individuare la personalità in grado di formare un governo». È irrealistico? Può darsi, ma allora ci si spieghi come si esce da questo cul-de-sac in cui ci si è cacciati.
Lotta comune Se il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, musulmano, volesse condividere la preghiera con la sua comunità religiosa, a Venezia non saprebbe dove andare. A meno di non cercare in mezzo ad aree industriali o artigianali o ex negozi di periferia, sperando che non siano già stati chiusi dal Comune
Progetto della moschea di Venezia
Se il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, musulmano, volesse condividere la preghiera con la sua comunità religiosa, a Venezia non saprebbe dove andare. A meno di non cercare in mezzo ad aree industriali o artigianali o ex negozi di periferia, sperando che non siano già stati chiusi dal Comune.
Si troverebbe, Buttafuoco, nella condizione di alcune decine di migliaia di correligionari, che vivono questa privazione, o questo scomodo arrangiarsi. In un Comune guidato da un’amministrazione intelligente, tanto più un Comune con la storia di Venezia, la questione potrebbe essere risolta in un batter d’occhio, con un vantaggio generale per la convivenza. Invece, l’ottusità politica rischia di provocare una sorta di locale guerra di religione.
La comunità musulmana conta in città forse 25-30 mila fedeli, la maggior parte originaria del Bangladesh (delle vicende che ne spiegano la presenza, a volte vere odissee, parla anche il grande Amitav Gosh nel suo romanzo L’isola dei fucili, Neri Pozza 2019). La Fincantieri di Marghera occupa attualmente circa 1.800 bengalesi, quasi tutti nelle imprese d’appalto. Altri otto o nove mila lavorano nel turismo e nella ristorazione. Non mancano attività imprenditoriali ed esercizi promossi da bengalesi, nell’insieme ormai ben dentro le relazioni sociali ed economiche locali.
È a questo punto del percorso di radicamento, dell’insieme delle comunità immigrate non solo bengalesi, che il bisogno di luoghi di culto adeguati si pone in termini nuovi. Infatti, da alcuni anni a Venezia se ne parla.
Lo scorso 26 marzo, in consiglio comunale, l’allora sindaco Luigi Brugnaro riferì di aver messo in contatto chi, nella comunità bengalese, lavorava a un progetto di moschea con i proprietari di un terreno degradato. Disse, Brugnaro, che lì si poteva fare una moschea di non troppo impatto iconico e di volume. Lo ascoltarono, ridussero i volumi, tolsero minareto e cupola, previdero parcheggi, stabilirono che i sermoni sarebbero stati tradotti in più lingue, in primis in italiano, e garantirono la massima trasparenza sulle attività e sui finanziamenti.
In campagna elettorale, la questione scoppiò dapprima dentro la destra. Il più noto dei promotori della moschea, bengalese, è nel direttivo cittadino di Fratelli d’Italia. Forza nuova calò in città «contro la moschea della destra», idem la solita leghista Anna Maria Cisint.
Pusillanimi, i dirigenti della destra rinnegarono gli impegni di Brugnaro e, anzi, cavalcarono una becera campagna contro tutta la comunità bengalese. Ora il nuovo sindaco, Simone Venturini, ha gelato le attese dicendo che non ci sono le condizioni per dare il via libera (con il necessario cambio di destinazione urbanistica) perché, sostiene, i bengalesi (il sindaco assimila musulmani e bengalesi) non smaltiscono abbastanza bene i rifiuti, faticano a scuola, non parlano bene l’italiano, le donne portano il velo.
Invece che investire esattamente su queste cose, aumentando i servizi e l’informazione, si usano, aggravandoli, i normali problemi di una società complessa per negare un diritto garantito dalla Costituzione o praticato in forme semiclandestine.
Le quali, come ha di recente ricordato Alessandro Ferrari sulla rivista della Fondazione Oasis, fondata e diretta dal cardinale Angelo Scola, già patriarca di Venezia, sono «spesso la conseguenza diretta dell’impossibilità di ottenere spazi in cui pregare in maniera trasparente e legale, perché i permessi non vengono dati. In realtà, non si dovrebbe nemmeno parlare di ‘permessi’, perché la possibilità di disporre di un luogo di culto è un diritto che la Costituzione garantisce a tutti».
Molto interessante è, oggi, la risposta di parte della comunità bengalese: contro questa discriminazione, si propone di chiamare allo sciopero dei fedeli che lavorano in Fincantieri e nelle altre industrie e negli esercizi commerciali e nel turismo.
Se partecipassero in tanti si bloccherebbe buona parte delle attività. Ancor più interessante sarebbe se partecipassero anche gli altri lavoratori, italiani compresi, con i sindacati tutti. Non solo per solidarietà, ma, assumendo gli stessi punti critici individuati dal sindaco Venturini ma considerandoli irrisolti anche per responsabilità diretta del Comune (servizi sociali, educativi, informativi carenti), definendo così una vertenza incentrata su diritti costituzionali e servizi sociali, sperimentando una possibile nuova unità di tutti e tutte coloro che subiscono queste politiche ottuse e arroganti.
Sarebbe una memorabile giornata di lotta e civiltà.
Extraprofitti Per mesi il governo ha lasciato intendere che la partita si giocasse a Bruxelles, aspettando un intervento comunitario mai realmente necessario
Una distributore di benzina nel giorno in cui scattano gli sconti sui carburanti dopo la proroga (fino al 3 luglio) del taglio delle accise, Milano, 7 giugno 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
Già lo diceva esplicitamente la comunicazione AccelerateEU della Commissione (22 aprile, pagina 7): «Gli Stati membri possono già adottare misure di tassazione degli extraprofitti per garantire equità sociale». La puntualizzazione della Commissione arrivata adesso non fa che confermare quanto scritto nero su bianco quattro mesi fa.
Eppure per mesi il governo ha lasciato intendere che la partita si giocasse a Bruxelles, aspettando un intervento comunitario mai realmente necessario. Quando l’Italia ha chiesto di mettere il tema all’ordine del giorno del prossimo Ecofin, la Commissione ha risposto ripetendo l’ovvio: la competenza è già degli Stati membri. Il rimpallo di responsabilità si chiude in un vicolo cieco, e il governo italiano resta senza più l’alibi europeo.
La contraddizione è evidente. Il governo che rivendica sovranità ha invocato per mesi, su questo dossier, un inquadramento europeo mai davvero necessario. La tassazione degli extraprofitti è una scelta politica che l’esecutivo ha preferito non compiere, scaricando intanto la copertura dei tagli alle accise sulla fiscalità generale.
Il costo di questa scelta è altissimo. Da marzo il governo ha speso oltre 2 miliardi di euro, con una serie ininterrotta di decreti, e l’ultimo, prorogato fino a oggi, costringe il Consiglio dei ministri all’ennesima mini proroga – mini perché limitata al diesel e di breve durata, non perché poco costosa.
Ma questi soldi dove sono finiti davvero? Nel breve periodo l’offerta di carburanti è quanto di più rigido si possa immaginare: la capacità di raffinazione è fissa, non si costruisce un impianto in due mesi. E quando l’offerta è rigida, il beneficio di un taglio fiscale non arriva al consumatore ma resta a monte, nei margini di chi raffina – pochi operatori e nessun incentivo a scendere con i prezzi, specie se un intervento pubblico allenta la pressione competitiva invece di aumentarla. L’esatto opposto della «mano invisibile» che l’esecutivo invoca quando parla di privatizzazioni e virtù del mercato. Ed è proprio qui che la tassazione degli extraprofitti servirebbe: se i tagli fiscali finiscono per gonfiare le rendite di chi raffina invece di abbassare i prezzi, tassare quella rendita colpirebbe il margine anomalo generato dalla crisi e restituirebbe risorse a un bilancio che si indebita per un meccanismo che, come visto, funziona poco.
Ma il governo ha scelto un’altra strada, doppiamente contraddittoria per un esecutivo che si professa sovranista. La capacità di raffinazione italiana è sempre di più in mani straniere: dopo la vendita di Saras all’olandese Vitol e l’ingresso della statale azera Socar su Trecate e Falconara, la quota estera sfiora l’80%. Il governo dell’«interesse nazionale» sovvenziona margini che finiscono in gran parte fuori dai confini.
E, nel frattempo, il taglio generalizzato continua ad avvantaggiare chi consuma di più: il suv del vacanziere più dell’utilitaria di chi va a lavoro. Altra contraddizione: perché questo è anche il governo che rivendica di parlare agli ultimi, mentre finanzia di più, in proporzione, i consumi dei ricchi.
Ma il vero nodo resta quello di sistema: nessun euro di quei 2 miliardi costruisce l’unica vera exit strategy dal fossile, e cioè l’accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione, indicata dalla stessa Commissione come priorità strutturale. Il governo insegue il prezzo alla pompa settimana per settimana, senza strategia di medio periodo, mentre il conto pubblico cresce e le coperture sempre più difficili da trovare. Non è emergenza: è un vuoto di politica industriale ed energetica nazionale, riempito da decreti-tampone.
Ora il governo non sa come uscirne. Ogni proroga crea l’aspettativa della successiva, ogni scadenza un piccolo psicodramma politico. Interrompere la sequenza significherebbe ammettere che due miliardi sono stati spesi quasi inutilmente; proseguire aggrava un conto che qualcuno, in manovra, dovrà far quadrare. In entrambi i casi, tra l’annuncio «a difesa degli italiani» e le azioni concrete resta la differenza tra un governo che guida i mercati e uno che ne insegue i limiti.
Commenta (0 Commenti)Stallo e sanzioni Nel 2023 Kyiv aveva ricevuto 675 intercettori Patriot, nel 2025 ne ha avuti 364, per il 2026 la proiezione si ferma a 264
Con un gesto pressoché unico per un governo in guerra, nel giorno in cui l’Ucraina festeggia l’indipendenza, dichiarata rocambolescamente all’indomani di un golpe fallito a Mosca, Zelensky ha desecretato la contabilità della difesa aerea. Nel 2023 Kyiv aveva ricevuto 675 intercettori Patriot, nel 2025 ne ha avuti 364, per il 2026 la proiezione si ferma a 264.
Ma per l’inverno ne servirebbero almeno 300. Vale la pena prenderlo sul serio, perché indica dove si decide la guerra: se il fronte, infatti, ne misura gli esiti, la base materiale che lo alimenta – base fiscale ed energetica prima ancora che militare – ne misura la durata.
Zelensky chiede missili per abbattere altri missili perché a Kyiv la distinzione fra giorno e notte è ormai svanita: gli attacchi arrivano, si fermano per qualche ora, ricominciano. Dall’altra parte del confine Mosca sostiene di aver abbattuto, nella stessa giornata, 351 droni su dieci regioni, mentre nel Rostov brucia un impianto di combustibile per missili e i droni ucraini scendono lungo la mappa delle consegne di Ozon, secondo marketplace del paese, il cui titolo perde oltre il 10% in una mattina. Incapace di trovare una decisione sul fronte, la guerra si espande nella profondità contro città, raffinerie, magazzini, contro tutto ciò che permette all’avversario di continuare a combattere.
Più che chiedersi quanti idrocarburi i russi esportino ancora, conviene guardare al prezzo a cui i clienti comprano, ai volumi che assorbono, allo sconto che pretendono, al costo di consegna del barile. È l’equilibrio fra queste quattro grandezze, e non il fatturato lordo, a determinare quanto resta nelle casse federali per stipendi, munizioni e indennità ai caduti.
Quell’equilibrio racconta un sistema che regge, ma assai meno efficiente di un tempo. I canali asiatici sono consolidati, India e Cina assorbono la quota decisiva, il picco mediorientale ha regalato a Mosca una rendita imprevista. Anche nei mesi d’oro, però, il conto non tornava: a luglio le entrate da idrocarburi restavano circa l’11% sotto i livelli del 2025. Ogni barile rende meno di quanto rendesse prima della guerra, perché allo sconto si sommano noli più cari, assicurazioni autoprodotte (a febbraio un terzo delle petroliere in transito nel Baltico esibiva certificati riconducibili a Mosca), rotte più lunghe e le inefficienze che le sanzioni impongono a ogni passaggio.
Di qui la rilevanza strategica della campagna sulle raffinerie e della stretta europea sulla flotta ombra: nessuno dei due strumenti interrompe le esportazioni russe, entrambi ne alzano il costo marginale, erodendo il rendimento netto di ogni barile che finanzia la guerra. A inizio estate lo stato maggiore ucraino calcolava disabilitato il 42,7 per cento della capacità di raffinazione: è al minimo da ventiquattro anni e la benzina non copre la domanda interna. Costringere Mosca a esportare greggio anziché raffinati, a importare carburante dai vicini, a sospendere l’export di benzina, significa spingerne la filiera verso il basso della catena del valore, agendo sotto la soglia dello scontro diretto con la Nato.
Gli altri vincoli lavorano nella stessa direzione. Il Csis stima per il 2026 oltre trentamila perdite mensili russe contro circa ventisettemila arruolamenti volontari. Non bastano i bonus regionali: da mesi si parla di preparativi per una mobilitazione da avviare dopo il voto della Duma del 18-20 settembre, che il Cremlino intende trasformare in plebiscito del partito della guerra. Ne è l’esclusione di Jabloko, da più di vent’anni relegato fuori dal parlamento. Questa volta per violazione del diritto d’autore su testi sovietici e duecento (200) dollari di presunto finanziamento estero. Sullo sfondo resta l’avvertimento che Elvira Nabiullina pronunciò quando ancora suonava eretico: erano esaurite le risorse libere che avevano sostenuto due anni di crescita russa (lavoro, capacità produttiva, capitale bancario, Fondo del benessere). In aprile Nabiullina ha parlato di un deficit di manodopera senza precedenti nella storia russa recente. A luglio la Banca centrale ha alzato l’inflazione attesa al 6-7 per cento e compresso la crescita fra zero e uno. Saturazione: una macchina che gira bruciando margini di adattamento sempre più cari, e per la quale ogni uomo richiamato è un lavoratore sottratto.
Per tappare il deficit l’oro del «Fondo nazionale del benessere» russo è passato da 405 tonnellate alla vigilia dell’invasione alle 145 di oggi.
Su questo sfondo la forbice fra le sponde dell’Atlantico si allarga. Gli europei mettono sul tavolo 6,1 miliardi, nuovi intercettori francesi, il via libera britannico a Mbda per assemblare in Ucraina i missili a lungo raggio: dal finanziamento si passa al trasferimento di tecnologia, cioè a un investimento sulla base materiale ucraina destinato a durare oltre la tregua. Washington, che ha azzerato l’assistenza militare a carico del proprio bilancio, vende, media e regola il rubinetto degli intercettori sul proprio deficit post-iraniano.
Se il sostegno riaffermato oggi a Kyiv agisca da freno o cronometro sulla guerra dipende allora da come Mosca legge i propri vincoli. Interpretati come occasione per cercare un’uscita, i costi crescenti moderano; letti come l’ultima finestra prima che l’avversario si consolidi, diventano argomento per accelerare.
In ordine crescente di prezzo, le opzioni in discussione sono una campagna di martellamento sempre più sanguinosa su energia e logistica ucraine, la mobilitazione parziale, più guerra ibrida in Europa. Le prime due sono già in corso.
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