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Dalla caduta di Mossadeq alle rivolte di oggi: una guida di La Torre e Moshir Pour per capire perché Teheran resiste al cambiamento e l’Occidente guarda altrove

L’Iran è un Paese di circa 90 milioni di abitanti, segnato da una storia in cui potere politico, interessi economici e repressione si intrecciano da decenni. Dopo la rivoluzione del 1979, la fine della monarchia dello Scià ha aperto la strada a una Repubblica islamica guidata dagli ayatollah.

Formalmente esistono elezioni, un presidente e un parlamento. Nella realtà, come ricorda il lavoro di divulgazione diffuso sui social da Chaty La Torre e Pegah Moshir Pour, “in pratica è tutto finto”. Il potere vero è concentrato nelle mani della Guida suprema, oggi Ali Khamenei, e degli apparati che la sostengono.

Il potere degli apparati

I pilastri del sistema sono i Guardiani della Rivoluzione islamica e la polizia segreta, il Mois. I primi controllano interi settori dell’economia, dal petrolio al gas, dalle costruzioni alle telecomunicazioni, oltre alla repressione interna e alle operazioni militari all’estero. “Più reprimono, più guadagnano. La violenza è il loro business”.

Il Mois sorveglia, spia, arresta e fa sparire oppositori e attivisti, anche fuori dai confini nazionali. In questo quadro non esiste uno stato di diritto. I processi avvengono senza garanzie, le confessioni vengono estorte con la tortura, la pena di morte è usata come strumento di intimidazione permanente.

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Controllo totale sulla vita quotidiana

Il controllo passa anche dalla tecnologia. Riconoscimento facciale per strada, monitoraggio di social e messaggi, blackout di internet quando serve oscurare ciò che accade. A vigilare sulla vita quotidiana ci sono le milizie Basij e la polizia morale. Regolano il modo di vestire e di comportarsi, soprattutto delle donne.

Hijab “non messo bene”, arresto. Musica occidentale, arresto. Un incontro tra uomini e donne non sposati, arresto. Anche l’omosessualità è punita con la pena capitale. L’Iran è tra i Paesi che eseguono più condanne a morte al mondo, per eliminare oppositori e terrorizzare chi potrebbe protestare.

Petrolio, interessi e complicità

Al centro di tutto c’è il petrolio. L’Iran possiede enormi riserve di petrolio e gas. Secondo il racconto del carosello, molti Paesi occidentali ignorano la dittatura perché interessati all’energia. “E il petrolio finanzia la dittatura”. Una responsabilità che chiama in causa anche i consumi globali. Non è una novità nella storia iraniana.

Nel 1953 il Paese aveva un primo ministro democratico, Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare il petrolio per restituirlo al popolo. Stati Uniti e Regno Unito organizzarono un colpo di Stato per fermarlo. Il risultato, si legge, è “la dittatura a cui si è arrivati oggi”.

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Perché il regime resiste

Il sistema regge per due motivi principali. La repressione brutale interna, fatta di esercito, polizia, torture ed esecuzioni. E la complicità internazionale. Molti governi lo considerano un “male gestibile” e preferiscono accordi economici all’incertezza di un vero processo democratico. Una stabilità apparente che ha un costo altissimo per la popolazione.

La rivolta e le sue ragioni

Intanto, nel Paese, la situazione è esplosa. Proteste in oltre 190 città, più di duemila morti, decine di migliaia di arresti, internet bloccato, minacce di pena di morte per i manifestanti. È la più grande rivolta degli ultimi anni. Le ragioni sono anche sociali ed economiche. Inflazione al 42 per cento, stipendi che non bastano più, professionisti come ingegneri, medici e insegnanti che non possono permettersi una casa. Le persone chiedono “una vita normale” e la fine del regime. Mentre questo accade, “mentre leggi, in Iran il regime sta massacrando il suo popolo”.

Cosa può fare chi guarda da fuori

Il carosello su Instagram di Chaty La Torre e Pegah Moshir Poursi si chiude con un appello diretto. “Informarsi e informare, condividere, parlare, rompere il blackout dell’informazione”. Scrivere ai politici perché i diritti umani in Iran diventino una priorità. Chiedere ai giornali perché migliaia di morti vengano ignorati.

Domandare alle ambasciate conto delle violazioni. “Amplifica le voci che il regime sta cercando di soffocare”. Una chiamata in causa che riguarda anche chi osserva da lontano e sceglie se restare in silenzio oppure no.

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Giustizia Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile

Una toga in tribunale - Ap Una toga in tribunale – Giuseppe Aresu - AP

Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: tra questi il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo. La più classica delle proteste nonviolente. Questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile.

Colpendo con imputazioni o avvisi di indagini tantissimi giovani che, a settembre e ottobre, hanno deciso di scendere in piazza contro il genocidio perpetrato a Gaza; trascinandoli, dunque, dentro procedimenti che, per quanto è dato sapere dalla stampa, hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la repressione di una posizione politica.

Non è una novità, ma la frequenza e sistematicità con cui è accaduto in questi giorni segnalano, a distanza di tempo dalle manifestazioni, che il sistema ha introiettato un salto di qualità: il dissenso, anche pacifico, si punisce. Punto.

In questo contesto, è logico che i settori dell’opinione pubblica più esposti alla repressione percepiscano una catena unica: forze di polizia – pubblico ministero – giudice. Una catena che funziona come un blocco solo, senza attriti, senza frizioni, come se la fisiologica distinzione dei ruoli fosse diventata una formalità.

Da questa percezione, a sua volta, nasce una sensazione diffusa, comprensibile, ma pericolosa: la magistratura fa parte del potere repressivo, dunque il referendum della giustizia diventa un tema indifferente. Perché votare No? Perché difendere un ordine che sembra già schierato, già interno al dispositivo di repressione?

Ecco, è proprio qui che l’equazione che non regge.

Se al referendum dovessero vincere i Sì, il pubblico ministero, del tutto separato dai giudici, sarà ancora più legato alla polizia giudiziaria, alle sue logiche, alle matrici culturali di agenzie che, per natura, agiscono in base a obiettivi posti dal governo. Neppure ci sarà più il bilanciamento effettivo di un giudice davvero libero. Nei Consigli superiori, separati e indeboliti, i rappresentanti dei magistrati saranno sorteggiati, scelti a caso. Facilmente controllabili, dunque, dai componenti politici, che potranno persino essere scelti dalla stessa maggioranza politica di turno.

Non nascerà una giustizia più neutrale, né le cose rimarrano come prima. Si delinea all’orizzonte un potere giudiziario più omogeneo, disciplinato. Addirittura «collaborativo con l’esecutivo», come hanno spiegato alcuni sponsor politici della riforma.

Scordiamoci, allora, anche nelle indagini sui manifestanti annunciate in questi giorni, che ci saranno magistrati (pm o giudici) disposti a guardare caso per caso, a sollevare questioni di costituzionalità. Scordiamoci che ci saranno ancora magistrati che, come nei casi Lucano, No Tav, Albania, navi Ong (per citare i più celebri) hanno fatto del garantismo e della Costituzione la loro unica bussola, senza timori di entrare in dissidio con le maggioranze di centrosinistra o centrodestra.

Scordiamoci, o almeno prepariamo a viverli come eccezioni, i magistrati che incrinano la catena: non perché sono eroi, ma perché esercitano un mestiere che prevede autonomia al massimo grado, distinzione di ruoli, responsabilità personale.

Votare No al referendum significa difendere lo spazio dell’autonomia e del conflitto interpretativo interno al potere giudiziario, difendere la circostanza (o la possibilità) che i giudici continuino a non funzionare come ingranaggio di un potere uniformato, unico, collaterale.

Vincesse il Sì, faremo un balzo indietro che ci farebbe tornare ai magistrati cantati da Fabrizio De André e Roberto Vecchioni: macchiette ossequiose del potere. Signor giudice, cantava Roberto Vecchioni, curando di aggiungere tra parentesi: un signore così così. Ecco, votare No significa non ripiombare in scenari di giustizia così così. Sarebbe imperdonabile per la democrazia.

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Paradossi sovranisti Da decine a centinaia, da centinaia a migliaia di morti. Il regime teocratico affronta una convergenza di sfide senza precedenti: una popolazione più giovane, che non ha legami con la […]

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In questa foto ottenuta dall'Associated Press, su un muro è scritto uno slogan in persiano: "Morte al dittatore", durante una protesta antigovernativa a Teheran, Iran, sabato 10 gennaio 2026. (UGC tramite AP) Su un muro è scritto uno slogan in persiano: "Morte al dittatore" – Ap

Da decine a centinaia, da centinaia a migliaia di morti. Il regime teocratico affronta una convergenza di sfide senza precedenti: una popolazione più giovane, che non ha legami con la mitologia rivoluzionaria, ma che ogni giorno di più detesta il piedistallo morale dal quale la governa una casta dedita ad arricchirsi ma che sa produrre solo impoverimento, in un contesto internazionale sempre più ostile. Il regime si mostra incapace di sradicare le ondate di protesta con la sola coercizione. Considera la mobilitazione di massa non come un dissenso politico ma come una minaccia alla sicurezza nazionale, una pedina nella scacchiera geopolitica da abbattere con la sorveglianza, la censura digitale, sparando sulla folla ed esibendo centinaia di esecuzioni capitali. Le ondate anti regime si fanno sempre più frequenti e intense.

Permangono una base elettorale conservatrice e un apparato coercitivo (Irgc, Basij) che finora si è mostrato coeso. Nei prossimi giorni sarà necessario tenere d’occhio il comportamento dell’élite e dell’esercito, tanto più se il massacro dovesse intensificarsi ulteriormente, per vedere se emergeranno distinzioni: se si manifesteranno dimissioni, defezioni o assenze.

L’Internazionale Reazionaria punta oggi a dare convergenza alle mobilitazioni tramite una narrazione basata sulla dinastia dei Pahlavi, i dittatori fantoccio dell’Iran pre-1979. Trump minaccia azioni militari («Help is on its way») il cui impatto sarebbe oltremodo incerto e invita i manifestanti alla presa del potere. Ma sarebbe un errore grave, con un occhio sul copione della destra, esitare a dare pieno sostegno agli studenti iraniani per paura di «legittimare l’intervento della Cia».

Chi sta rischiando la vita non è un agente del Mossad. Sostenerlo vuol dire dimenticare la lezione della Enqelab-e Farhangi («rivoluzione culturale iraniana») ovvero gli omicidi di massa di quei comunisti, socialisti, marxisti e altri oppositori che, come i manifestanti di oggi, furono accusati di moharebeh (guerra contro Dio) dopo aver lottato contro lo Shah. Sarebbe anche un tradimento di Jin, Jiyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà) e delle altre ondate di protesta che l’hanno preceduta. Un grave cedimento politico, frutto del riduzionismo geopolitico più volte criticato su queste colonne.

Il paradosso del sovranismo (che talvolta trova riverberi anche a sinistra) è un preteso antimperialismo che dell’imperialismo riproduce le strutture mentali e cognitive. Questa inconsistenza si fa ancora più acuta quando ci si rende conto che gran parte dell’immaginario «anti sistema» vive in realtà dentro il capitalismo delle piattaforme, dipendendo ontologicamente da quegli stessi miliardari (Musk, Thiel) che incarnano la vocazione più reazionaria dell’oligarchia tecno-finanziaria. Un sovranismo prodotto dalla Silicon Valley: come hanno spiegato Aradau e Blanke, la ragione algoritmica si basa spesso su una dipendenza mascherata da ribellione.

Sarebbe bene chiedersi cosa pensano dei giovani iraniani quegli studenti serbi che dopo più di un anno di mobilitazione anti regime, costituiscono a tutti gli effetti una delle principali forze politiche del Paese. E dunque la più dura condanna del regime e il sostegno ai rivoluzionari iraniani stanno insieme alle critiche alla manipolazione operata dagli Usa e da Israele. Così come l’appoggio indiretto di Israele non rende la causa curda meno importante.

Riconoscere l’emergere di un mondo multipolare non significa giustificare ogni regime autoritario, purché si presenti come anti occidentale. Come sottolineato da Sandro Mezzadra e Brett Neilson, le nuove forme di globalizzazione non corrispondono al semplice schema del «declino dell’Occidente», ma rappresentano piuttosto una ricomposizione reticolare del capitalismo globale. Pensare al mondo come un mosaico di sentimenti privi di orientamento o come dicotomia tra Occidente e resto del mondo, significa perdere di vista il campo di forze in cui il capitale produce simultaneamente differenze e resistenze. Interrogare le strutture del potere globale – si tratti della Cina o degli Usa – vuol dire rifiutare narrazioni semplificate o geopolitiche binarie. Così come la fascinazione per i regimi autoritari.

Dunque, è possibile condannare il rapimento di Maduro, leggere le implicazioni delle imposizioni coloniali americane e non essere ciechi sugli aspetti deteriori del sistema di potere venezuelano – tanto più che sul tema esiste una letteratura che si attiene agli standard di prova propri delle scienze sociali.

Nel pieno della Guerra Fredda, quando la contrapposizione tra «Ovest liberale» ed «Est socialista» tendeva a occupare tutto lo spazio del pensiero politico, Theodor Adorno affermava che la libertà inizia quando si smette di dover scegliere tra due menzogne. L’idea che la libertà non vada letta come conquista del potere, ma come capacità di non lasciarsi ridurre alla sua logica di blocco, nel mondo multipolare e centrifugo di oggi, dominato da nuovi imperi, propaganda e algoritmi, ha implicazioni dirompenti. La realtà è un processo storico, non una scacchiera di Risiko.

I regimi autoritari solitamente crollano perché logorano le narrazioni che un tempo sostenevano la loro legittimità, accumulando opposizione più in fretta di quanto riescano ad ammansirla o contenerla. Il regime degli ayatollah sta percorrendo velocemente questa strada. Dobbiamo agli studenti iraniani molto di più che giudizi sprezzanti formulati da lontano.

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Le dannose ingerenze Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo

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I manifestanti sono in piedi su un veicolo e sventolano bandiere statunitensi e iraniane durante una manifestazione a sostegno del cambio di regime in Iran, vicino al Westwood Federal Building, domenica 11 gennaio 2026, a Los Angeles. (Ringo Chiu tramite AP) I manifestanti sventolano bandiere statunitensi e iraniane durante una manifestazione a sostegno del cambio di regime in Iran, vicino al Westwood Federal Building, a Los Angeles – Ringo Chiu tramite AP

In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane.

La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente.

L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili.

Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario.

Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna.

Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla «mano straniera», una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre.

Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante.
Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini.

Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, tiene molto, quello conta tantissimo.

Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare un piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump.

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Fumo e fiamma Persino la conferenza stampa di ieri, nonostante l’accurato allestimento, ha mostrato che con un po’ di sforzo e di fantasia smontare il set meloniano non è certo impossibile

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Il primo ministro italiano Giorgia Meloni partecipa alla conferenza stampa del 9 gennaio ANSA/ETTORE FERRARI La conferenza stampa di Giorgia Meloni – foto Ettore Ferrari/Ansa

Rieccola qui, stessa location, stesso format, stesso giorno, 9 gennaio, non più fine ma inizio anno perché lei ha deciso di inaugurare una «nuova tradizione» e, a rappresentare il rebranding, al posto dei classici bouquet floreali compaiono composizioni di rametti e spighe a forma di fiamma tricolore.

A me gli occhi please, essendo il genere conferenza stampa, in base alla nuova «tradizione» meloniana, un evento che si celebra una sola volta nell’arco di 365 giorni, l’appuntamento assume il carattere di cerimonia solenne.

Un rito propiziatorio, si direbbe almeno dal punto di vista della celebrante che sceglie personalmente il tono, orienta, sferza e blandisce, costruisce e smonta la realtà – anzi ci prova, perché non sempre è possibile evitare le incursioni del mondo reale nella bolla – a suo piacimento.

Come in un Truman show all’incontrario, per sottrarsi al confronto democratico con la stampa la premier Giorgia Meloni e i suoi collaboratori allestiscono annualmente un set-gabbia dove giornaliste e giornalisti, credendo di esercitare il loro mestiere, dovrebbero invece limitarsi, a loro insaputa, a recitare una parte. Una parte comunque che richiede grande preparazione: una unica possibilità di andare a segno con la domanda giusta senza potersi focalizzare su un argomento, dovendo scegliere tra una lunga e articolata serie di fatti che si sono prodotti nell’arco di un intero anno e senza avere la minima possibilità di contraddittorio. Ansia da prestazione altissima, tutte e tutti nell’arena con tempi contingentati e costretti anche a parare colpi più o meno bassi (talvolta bassissimi, come accaduto anche ieri) in diretta tv.

Se rispetto ai giornalisti la presidente del consiglio gioca a mantenere un rapporto alla pari (anche oltrepassando la soglia del ridicolo come fa quando rivendica un diritto alla privacy come fosse un qualunque cittadino), la sua insofferenza rispetto all’idea stessa della stampa come contropotere è in realtà palpabile. Un’insofferenza che è invece del tutto esibita nei confronti dei magistrati. Quest’anno la premier e il suo staff hanno infatti montato anche un ring per dare il via in grande stile alla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. Meloni guida le danze, ogni domanda è buona per accusare i magistrati di essere responsabili di ogni nefandezza, questioni elencate a casaccio che con la separazione delle carriere e dei Csm non hanno niente a che vedere ma che possono facilmente fare presa sull’elettorato. Affondi che soprattutto rendono chiaro qual è il reale obiettivo del governo e della leader di Fdi: spianare ogni ostacolo si frapponga alla sua idea di giustizia, quella dei respingimenti (nel caso dei migranti) della repressione, della galera (anche per i giovanissimi: ma non voleva salvarli dalle «devianze» attraverso l’attività sportiva?), del “buttare la chiave” spazzando le garanzie costituzionali.

Superfluo chiederle se è d’accordo con Donald Trump, lei queste cose le ha imparate molto prima. La libera informazione è un fastidioso contrattempo, la magistratura un insopportabile intralcio, il presidente della repubblica anche se non sempre la pensano allo stesso modo al momento non è un problema solo perché «ha a cuore l’interesse nazionale», insomma non rema contro.

Ma tra palesi contraddizioni e malriusciti tentativi di depistaggio, persino la conferenza stampa di ieri, nonostante l’accurato allestimento, ha mostrato che con un po’ di sforzo e di fantasia ribaltare la finzione scenica, smontare il set, sottrarsi alla parte assegnata non è certo impossibile. Basta per esempio introdurre uno squarcio di realtà parlando delle condizioni materiali di vita, di lavoro, salari, pensioni. Basta non rassegnarsi a dover aspettare un altro anno.

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Intervista La storica: «L’antisemitismo va combattuto insieme al razzismo, non serve una norma ad hoc». «Il ddl Delrio? Parte da un presupposto errato: le contestazioni al governo di Tel Aviv non vanno confuse con l’odio antiebraico». «In Italia non c'è una emergenza antisemitismo, ma il fenomeno è cresciuto in alcune frange di sinistra che non distinguono tra ebrei e Netanyahu. Sbaglia chi criminalizza tutto il movimento propal»

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Anna Foa Anna Foa – Imagoeconomica

Anna Foa, storica e autrice nel 2024 de Il suicidio di Israele per Laterza, è una degli esperti auditi nelle settimane scorse dalla commissione del Senato che sta trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo. Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni propal.

Professoressa Foa, quali dovrebbero essere i capisaldi di una buona legge contro l’antisemitismo?

Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perchè c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.

Eppure è stata adottata da oltre 20 stati europei. Perché?

Era stata criticata fin da subito da numerosi studiosi, e infatti sono nate successivamente le dichiarazioni di Gerusalemme e quella della Nexus Task Force. Diciamo che i governi l’hanno adottata perché, alcuni anni fa, la situazione in Medio Oriente era assai meno grave di quella di oggi. E dunque l’attenzione sui comportamenti del governo di Israele era più bassa. Non a caso la definizione di Gerusalemme (JDA) esclude l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo, ed esclude che chi critica il governo di Tel Aviv possa essere tacciato di antisemitismo.

I firmatari del ddl Delrio sostengono che in quel testo non sono compresi i contestati esempi di antisemitismo di Ihra che in gran parte riguardano lo stato di Israele.

Ma quegli esempi sono parte integrante del documento Ihra, non se ne può adottare solo la premessa ignorando il resto. Se si parte da lì, e ricordo che quel testo è stato contestato da 3mila studiosi, si arriva al paradosso che Israele diventa l’unico paese al mondo che non può essere criticato. E questo non può che alimentare l’antisemitismo.

Nel testo del senatore Pd sono escluse conseguenze penali.

Ma non è questo il punto: bisogna evitare che lo stigma si abbatta su chi esprime libere opinioni, come è accaduto ad alcuni studiosi in Germania. Io stessa, per aver paragonato i bambini affamati di Gaza a quelli del ghetto di Varsavia, sarei a rischio di censura.

Serve una legge ad hoc su questo tema?

Non direi. C’è già la legge Mancino, che colpisce antisemitismo e razzismo, e non credo che questi due temi debbano essere separati. Anzi, vanno combattuti insieme.

E invece i promotori del ddl Delrio, ma anche dei testi delle destre e di Iv, sostengono che l’antisemitismo abbia una sua specificità, che non vada confuso con altre forme di odio e discriminazione.

Credo che una gran dei parte dei problemi che Israele vive oggi, compreso il suprematismo ebraico, derivi da questa ossessione dell’unicità. Non è sbagliato confrontare la Shoah, che pure è stato un fenomeno senza precedenti, con altri genocidi del Novecento, come quello degli armeni. Non bisogna farne un caso a parte solo perché ha riguardato gli ebrei. La storia, a differenza di quel che sostiene Netanyahu, non è un continuum di antisemitismo dagli albori del cristianesimo in poi. Ci sono state fasi diverse, alcune anche di pacifica convivenza e di dialogo tra ebrei e altre culture e etnie.

Delrio sostiene che «oggi l’antisemitismo è la vera emergenza del nostro paese». Condivide?

No, penso che le emergenze più gravi siano alte, come le diseguaglianze. L’antisemitismo esiste ed è un problema serio ma rischia di essere utilizzato, da forze politiche negli Usa e in Europa, per altri scopi, come limitare le accuse di genocidio e apartheid a Israele. E questo è grave.

Secondo lei negli ultimi due anni l’antisemitismo è cresciuto in Italia?

Sì, è cresciuto soprattutto nell’ultimo anno. In alcune frange della sinistra si è diffusa l’idea che tutti gli israeliani siano in fondo proni a Netanyahu, che non ci sia una vera opposizione, e così anche gli ebrei tout court, e che Israele non dovrebbe esistere. Una posizione assolutamente minoritaria, che perà esiste, soprattutto sui social: va vista e combattuta, senza mai attribuire queste posizioni a tutto il movimento per Gaza. Però devo dire che, nei miei numerosi interventi nelle scuole e nel dialogo con gli studenti, non ho mai ascoltato posizioni antisemite.

Come suggerirebbe di procedere al Senato?

Due cose fondamentali: non legiferare solo contro l’antisemitismo ma contro il razzismo in generale. E accantonare la definizione Ihra e partire da quella di Gerusalemme, che elimina ogni rischio di censura.

 

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