Sciopero dei giornalisti Terza giornata di sciopero per il contratto nazionale, scaduto da dieci anni
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Il manifesto ha scelto di non scioperare ed è per questo che trovate il giornale di oggi nelle edicole e in tutti i nostri canali digitali.
Quella di ieri era la terza giornata di sciopero delle giornaliste italiane e dei giornalisti italiani per il contratto nazionale che è scaduto da dieci anni: le trattative non fanno passi in avanti per l’atteggiamento di chiusura dell’associazione degli editori.
Una chiusura che è coerente con la sistematica opera di svalutazione del lavoro giornalistico che gli editori conducono anche da più di dieci anni, da quando hanno visto nella rivoluzione tecnologica che ha investito il settore essenzialmente un’opportunità per deprimere il costo del lavoro e abbassare la qualità dei prodotti.
La crisi di questi anni è il frutto in buona parte di scelte editoriali sbagliate. Come scrive il sindacato dei giornalisti nel suo comunicato, «gli editori si sono garantiti tagli del costo del lavoro ricorrendo a pratiche di dumping contrattuale attraverso l’uso smodato del lavoro precario. Con il nostro lavoro e i nostri sacrifici quotidiani, siamo gli azionisti di maggioranza di molte aziende editoriali».
Noi del manifesto condividiamo le ragioni della mobilitazione e pensiamo che la questione della sostenibilità e dunque dell’indipendenza del lavoro giornalistico attenga al pluralismo dell’informazione, vale a dire all’effettiva garanzia di un principio costituzionale quale la libertà e il diritto di informazione.
Per questa ragione abbiamo aderito alla prima delle tre giornate di sciopero indette dalla categoria, a novembre scorso, nonostante non abbiamo un editore come controparte perché siamo una cooperativa. Il contratto nazionale ci riguarda solo in parte, perché abbiamo le regole della cooperativa, e per noi non c’è una controparte, un editore contro il quale lottare. Siamo editori di noi stessi e scioperando ancora avremmo fatto un danno a noi stessi e soprattutto a voi lettrici e lettori.
Commenta (0 Commenti)State sicuri Il disegno autoritario di repressione e criminalizzazione del dissenso non risente dell’onda lunga del No al referendum
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Manifestazione contro il Ddl sicurezza
Il disegno autoritario di repressione e criminalizzazione del dissenso non risente dell’onda lunga del No al referendum. Prova ne è la corsa, senza rispetto alcuno del dibattito parlamentare, a convertire l’ennesimo decreto (23/2026) in materia di sicurezza pubblica.
Sicurezza intesa, ça va sans dire, come ordine pubblico. Un decreto che, come il precedente (ora legge 80 del 2025), è incostituzionale nella forma e nella sostanza.
Ancora una volta, la violazione dei presupposti è resa palese dai riferimenti tautologici che non motivano la necessità e l’urgenza; ad acclarare la loro mancanza interviene, inoltre, il lungo lasso di tempo che intercorre tra l’annuncio in consiglio dei ministri (5 febbraio) e l’adozione (23 febbraio). Per inciso la ripetizione dell’abuso della decretazione d’urgenza, lungi dal sanarla, manifesta come, anche senza riforma della giustizia e del premierato, la verticalizzazione del potere continui imperterrita.
Le modifiche, presumibilmente frutto dell’interlocuzione con il Quirinale, non impediscono di rilevare la presenza di specifici profili di incostituzionalità, a partire dalle incoerenze sottolineate nel parere approvato ieri dal Consiglio superiore della magistratura, nonché in particolare un attacco al diritto di manifestare.
Nel testo, non sempre facile da decifrare, tra rinvii e modifiche di singole parole (con quanto ne consegue in termini di diritto alla comprensione, alla pubblicità, riconducibile alla stessa sovranità popolare), domina la nuova tendenza in materia di ordine pubblico: l’amministrativizzazione della sicurezza. Come si legge nel parere del Csm: «Il decreto legge si pone in linea di continuità con un più ampio processo di progressivo rafforzamento degli strumenti di prevenzione personale e di controllo amministrativo del territorio».
«Amministrativizzare la sicurezza» (daspo urbano, foglio di via, obbligo di firma, zone rosse, sanzioni pecuniarie) racconta di un percorso che, oltre ad erodere il terreno del legislatore, incide sui diritti con provvedimenti apparentemente più “leggeri” rispetto all’universo penale, ma in realtà espressione di una prevenzione fondata sul mero sospetto e caratterizzati da alta discrezionalità e basso controllo giurisdizionale. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si introducono variegate forme di “confino”, per territori e persone: il tutto attraverso l’ampliamento di poteri, dagli ampi margini discrezionali, di prefetto e questore (alias dell’esecutivo).
Un particolare accanimento, come anticipato, riguarda il diritto di manifestare, già vulnerato dall’introduzione di reati come il blocco stradale: dalla normalizzazione delle zone rosse («a vigilanza rafforzata»), con la creazione di aree sottratte al dissenso, ai divieti di accesso ad personam. Il divieto di accesso ad alcuni luoghi disposto dal questore (sulla base anche della sola denuncia) o il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti disposto dal giudice, contengono un duplice attacco al diritto di manifestare: da un lato, fra i loro presupposti, vi è la precedente partecipazione a manifestazioni (sottintendendo che manifestare è un sintomo di pericolosità, una «aggravante»), dall’altro, si veicola una restrizione dei diritti su base meritocratica, con violazione dell’uguaglianza e della pari dignità sociale. Dopo il daspo urbano utilizzato come strumento di espulsione sociale e politica, il daspo dall’esercizio dei diritti.
Connesso alle manifestazioni è anche il fermo preventivo, dove in questione è inequivocabilmente la libertà personale: come il laboratorio migranti insegna, basta inserire un passaggio, quale che sia, di fronte ad un giudice, e l’arbitrarietà della polizia (la norma manca di tassatività e determinatezza) è salva.
Lo svuotamento del diritto è quindi evidente nelle misure che depenalizzano il mancato rispetto delle modalità di esercizio di diritto di riunione, ma di fatto esercitano un grave effetto dissuasivo e intimidatorio rispetto all’esercizio del diritto stesso, laddove introducono delle pesanti sanzioni pecuniarie (da mille a diecimila euro) per i promotori (o desunti tali anche da chat private; in violazione della libertà e segretezza della corrispondenza), in caso di mancato preavviso o di deviazione dall’itinerario, o sanzioni (da 500 a tremila euro) per chi, oltre le ipotesi di reato, «turba il pacifico svolgimento di una riunione o il regolare espletamento del relativo servizio d’ordine» (ovvero, quando la polizia si ritiene turbata?).
Sempre più evidente è come dei diritti non rimane che la proclamazione, mentre il loro contenuto è eroso; sotto l’involucro, un profluvio di reati, misure di prevenzione, sanzioni, divorano l’essenza del diritto, impedendo l’espressione del dissenso e del conflitto senza i quali la democrazia stessa non è che mero strumento di gestione del potere.
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La coppia scoppia Giorgia Meloni è diventata di colpo «inaccettabile» per quel presidente Usa a cui voleva dare il Nobel per la pace e con il quale aveva scelto di stare nel pazzesco Board of peace
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Donald Trump e Giorgia Meloni – Foto Ansa
Avrà ripensato alla cerimonia del giuramento a Washington, lei unica leader europea, o alla visita a Mar a Lago, due trasvolate oceaniche in un giorno: «È venuta fin qui solo per vedere me», disse allora Trump della premier italiana. Giorgia Meloni è diventata di colpo «inaccettabile» per quel presidente Usa a cui voleva dare il Nobel per la pace e con il quale aveva scelto di stare nel pazzesco Board of peace, di nuovo unica in Europa con l’eccezione di Orbán – e sappiamo com’è finito Orbán.
Ecco perché Meloni ci ha messo tanto a criticare Trump e a difendere papa Leone: sapeva che non le sarebbe stato perdonato. Ed ecco perché tanto a lungo ha accompagnato la deriva trumpiana senza mai prenderne le distanze, limitandosi a qualche colpo di tosse fino all’insostenibile «non condivido e non condanno» per l’attacco all’Iran. Sapeva che l’alleanza con Trump è sudditanza o non è. Che basta alzare un sopracciglio per passare in un attimo da «grande leader» a «debole».
Confermata la regola per la quale i sovranisti partono a braccetto e finiscono a cazzotti, c’è dunque da chiedersi se Meloni questo sopracciglio lo abbia finalmente mosso per convenienza più che per improvviso coraggio, visto che l’amicizia di Trump (e Netanyahu) è ormai utile quanto una zavorra al collo in pieno oceano. E se in definitiva l’operazione le riuscirà, se potrà esistere un secondo tempo di Meloni, una riverniciata di autonomia in vista del voto. La nostra risposta è che probabilmente sì, la scelta è di convenienza, ma probabilmente no, non le basterà.
Non è un secondo tempo quello che resta da giocare da qui alle elezioni, ma al massimo un tempo supplementare e Meloni lo farà con il peso di un fallimento. La trumpiana numero uno in Europa, sponda continentale del tycoon come si è voluta raccontare, non ha tra i suoi talenti quello di sapersi reinventare. Piuttosto quello della fedeltà al passato, anche il peggiore. Tutti i suoi avversari e persino molti dei suoi alleati avrebbero più titoli di lei per interpretare una fase nuova. Assistiamo a una lite tra due capi entrambi in difficoltà, non solo Trump anche Meloni dopo il referendum è in discesa. Si era arrampicata molto in alto sulla torre Maga e la caduta le farà male.
Commenta (0 Commenti)Idee, non primarie L’oscenità e la ferocia del linguaggio con cui Trump, seguito da Netanyahu e Putin, tenta di legittimare le terribili guerre in corso evocano, per contrasto nella dinamica degli opposti, un altro linguaggio, che articola il futuro e alimenta la speranza
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L’oscenità e la ferocia del linguaggio con cui Trump, seguito da Netanyahu e Putin, tenta di legittimare le terribili guerre in corso evocano, per contrasto nella dinamica degli opposti, un altro linguaggio, che articola il futuro e alimenta la speranza.
Dunque un linguaggio progettuale e programmatico. Alla sua costruzione sono urgentemente chiamate le forze del cosiddetto «campo largo». La sfida è, infatti, per l’Italia e per L’Europa, non rovinarsi con l’innalzamento delle spese militari mantenendo inalterate tutte le proprie fragilità, ma rovesciare l’intero modello di sviluppo, passando da uno fin qui troppo proiettato verso le esportazioni (e pertanto anche esposto alle ritorsioni sui dazi), a un modello radicalmente diverso in direzione di un maggiore spazio per la domanda interna, i bisogni sociali insoddisfatti, i beni collettivi, pubblici e comuni.
È raccogliere questa sfida – pratica e valoriale – che dà un significato non solo retorico all’ambizione di riscoprire la centralità del lavoro, e della sua dignità, e di sollevare un’ondata di investimenti, con priorità ben selezionate: fuoriuscita dalla deindustrializzazione, messa in sicurezza del territorio, riassetto idrogeologico, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio naturale e artistico, aree interne, sanità, scuola, Università, Ricerca… L’intreccio lavoro/investimenti/nuovo modello di sviluppo è fondamentale. Non si può nascondere la difficoltà e la complessità di tutto ciò. Pertanto è necessario che la strumentazione politica e istituzionale sia adeguata: bisogna immaginare la riscoperta della Programmazione e della Pianificazione (istituendo un ministero apposito), ruoli molto incisivi per l’impresa pubblica, la possibilità di dare vita a Piani per la piena e buona occupazione, il tutto strutturato in una modalità non statalistica grazie al coinvolgimento di una pluralità di attori.
Occorre affermare una nuova visione del ruolo dello Stato, riparando lo svuotamento dell’immaginario attorno alla sfera pubblica, lasciandosi definitivamente alle spalle visioni dello sviluppo frutto di meccanismi automatici (il mercato ma anche la decontribuzione, la detassazione, la deregolamentazione) con intrinseca svalutazione del ruolo dell’intervento pubblico. Di fatto, con le privatizzazioni e la soppressione dei centri di guida e indirizzo, l’economia è stata depotenziata e lasciata a se stessa o a centri di potere oscuri, salvo poi essere compensata con bonus, elargizioni, misure ad hoc più o meno estemporanee nelle quali si è distinto il governo Meloni. Ma è stato documentato che addirittura due terzi dello spettacolare incremento della Produttività totale dei fattori italiana realizzatosi nei primi cinquant’anni del dopoguerra, si deve al contributo dell’Iri. Così come si deve alla sua scomparsa, a seguito delle privatizzazioni della seconda metà degli anni ’90, il crollo negli indicatori italiani di crescita e produttività.
Peraltro, le imprese pubbliche operavano con retribuzioni molto più ragionevoli di quelle che prevalgono oggi, basti dire che l’amministratore delegato dell’Eni nel 1991 aveva una retribuzione pari all’equivalente di 300mila euro l’anno, 6/7 volte quella di un funzionario, mentre, dopo la privatizzazione, ha una retribuzione pari a 4 milioni di lire l’anno, 83 volte rispetto ai funzionari.
Il sano linguaggio programmatico di cui abbiamo bisogno è il linguaggio della Costituzione, queste parole – lavoro, dignità, programmazione, impresa pubblica, consigli di gestione; insieme a libertà, solidarietà, giustizia, responsabilità – sono nella Carta del ’48. Esprimono ideali opposti a quelli dei movimenti Maga e illiberali in giro per il mondo dai quali la premier Meloni non si è mai chiaramente dissociata. Richiamarsi a tali parole consente, invece, di raccordarsi allo straordinario «spirito costituzionale» che ha spinto tanti giovani a votare No al recente referendum, a quel bisogno di apprendimento tanto cognitivo quanto normativo che sempre si condensa nelle Costituzioni.
Ciò che Walter Benjamin chiamava il«tenero compito» per superare l’oltraggio con cui la disumanità e la violenza distruggono il diritto, riconoscendo che le conquiste rivoluzionarie non potrebbero realizzarsi senza le maturazioni valoriali e normative veicolate dalle Costituzioni.
Commenta (0 Commenti)Visto da Palazzo Chigi Mentre l’Ungheria è chiamata a scegliere fra una destra europeista e la disintegrazione dell’Ue, Meloni non ha trovato di meglio che chiedere in prestito a Elly Schlein la formula del «resto testardamente unitaria»
LEGGI TUTTO Per Bruxelles è un voto chiave, dopo anni di scontro pesante
Non sono passati neanche tre mesi dal videopronunciamento in favore di Victor Orbán che Giorgia Meloni divulgò a metà gennaio al fianco di alcuni leader delle estreme destre europee, con l’aggiunta di Benjamin Netanyahu.
Nello spot mancava Vladimir Putin, ovviamente, ma pareva di vederlo sogghignare sullo sfondo.
Dicono che Meloni sia pentita di essere comparsa in tale compagnia, a cui in extremis ha voluto aggiungersi il vicepresidente americano Vance di passaggio a Budapest prima di incontrare i vertici del sanguinario regime iraniano che gli Usa davano per distrutto.
Dati gli accadimenti, Meloni ha smesso anche di ripetere la formuletta pro-riarmo – Si vis pacem para bellum – con la quale sosteneva che «solo una forza militare credibile allontana la guerra». Come gli altri esponenti nazionalisti ostili alla Commissione di Bruxelles, schierati con lei a sostegno di Orbán, e anzi giunta in ritardo alle timide prese di distanza da Trump espresse con maggior chiarezza dai francesi di Rn e dai tedeschi di Afd. Oggi Meloni fa tesoro della propria irrilevanza nella contesa internazionale e si astiene da qualsivoglia proposito bellicoso. D’un colpo, le destre europee hanno scoperto la propria debolezza e sbandano, invano richiamate all’ordine dalla Casa bianca e dal suo maggiordomo segretario della Nato, Mark Rutte.
Dobbiamo pur chiedercelo perché una professionista del calibro di Meloni, maestra di tempismo in politica e nella comunicazione, di fronte alla guerra abbia commesso l’errore grossolano di quel «non condivido e non condanno». Pagato caro anche sul fronte interno con la sconfitta nel referendum. Mentre l’Ungheria è chiamata a scegliere fra una destra europeista (Magyar) e la disintegrazione dell’Ue (Orbán), lei non ha trovato di meglio che chiedere in prestito a Elly Schlein la formula del «resto testardamente unitaria». Peggio, mentre appare evidente che la guerra scatenata da Trump e Netanyahu provoca danni gravi, dal Golfo all’Europa, proprio a quelli che in teoria sarebbero gli alleati di Usa e Israele, testardamente lei evita di riconoscerne le criminali responsabilità.
Perché Giorgia Meloni, orgogliosa donna di destra, non riesce a dare nome e cognome a chi ferisce il senso di umanità dei suoi concittadini, danneggia l’interesse nazionale, minaccia la pace mondiale, trasforma le relazioni diplomatiche in gare di turpiloquio? Eppure le converrebbe farlo.
L’affinità culturale e il mito della coerenza sono le prime risposte che vengono in mente. Ma non bastano, avendo a che fare con una leader pragmatica che ha saputo farsi benvolere da Joe Biden e Ursula von der Leyen. Il 19 febbraio scorso non aveva resistito alla tentazione di salire da osservatrice sul carro del Board of Peace di Gaza, a costo di eludere i nostri vincoli costituzionali; pochi giorni dopo, il 28 febbraio, si è lasciata irretire dai cultori della forza – espressione del nuovo fascismo mondiale – che scatenavano la «guerra preventiva» all’Iran e in Libano. Non so se le sia venuta l’acquolina in bocca udendo Netanyahu parlare di occasione storica, rivoluzione del Medio oriente, insurrezione a Teheran; o se l’abbia incantata la «Furia epica» con cui Trump annunciava che ci prendiamo il petrolio e faremo un mucchio di soldi.
Di certo l’omicidio mirato nel primo giorno di combattimenti della Guida suprema Ali Khamenei l’avrà indotta a pensare che – magari, chissà – quei due criminali ce l’avrebbero fatta a ridisegnare il mondo a vantaggio pure dei loro cortigiani.
È in quel preciso momento che Giorgia Meloni si è ritirata in provincia. Ha perso l’attimo, ha rivelato di non essere una statista. Ridimensionata dagli stessi elettori – essendo tornati alle urne quelli che non avevano provato un’infatuazione per lei – ora le tocca fare i conti con le beghe interne di FdI; con gli interessi rappresentati nel vertice di Cologno Monzese da una Forza Italia tornata partito-azienda; e competere in xenofobia con la Lega, fra «blocco navale» e «remigrazione».
Resta da sperare che a sinistra inizino a occuparsi di riforma dell’Unione europea, superamento della Nato, Green Deal, pressioni efficaci su Israele, anziché di primarie.
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Oleodotti in fiamme Dopo il cessate il fuoco tra Usa e Iran, il prezzo di Brent e Wti è calato di oltre il 10% in una sola sessione di trading: il balzo in negativo più consistente degli ultimi 10 mesi
Foto AP/Leo Correa – Foto AP/Leo Correa
Quanto può essere grande la distanza che separa la realtà fisica dei mercati dalla narrazione che di essi viene costruita? Alla luce del crollo dei prezzi del greggio, la questione interessa anche i non appassionati di ontologia. Dopo il cessate il fuoco tra Usa e Iran, il prezzo di Brent e Wti è calato di oltre il 10% in una sola sessione di trading: il balzo in negativo più consistente degli ultimi 10 mesi.
Un sospiro di sollievo per la Casa bianca, alle prese con un’inflazione al massimo da due anni, e alla ricerca di un accordo con Teheran che possa essere sbandierato come una vittoria di Washington.
Ma a 48 ore dall’annuncio del cessate il fuoco, un barile di greggio viene ancora scambiato tra i 96 e i 99 dollari. Normalmente questo prezzo desterebbe segnali di inequivocabile preoccupazione. Oggi, invece, viene passato da alcuni esecutivi europei come il segno che il peggio della crisi è alle spalle.
Dietro l’ambiguo scenario di un silenzio delle armi (Libano escluso) i droni hanno però continuato a colpire le infrastrutture chiave della regione sino a poche ore fa. La fiducia di una veloce ripresa dell’industria energetica del Golfo persico, anche se il cessate il fuoco dovesse perdurare per tutti i 14 giorni previsti, è quanto mai evanescente.
Con gli attacchi del 9 di aprile, a cessate il fuoco già iniziato, il conto delle infrastrutture energetiche colpite nella regione è salito a oltre 60. Nel mese di marzo del 2026, la produzione di greggio dell’alleanza Opec+ è calata a livelli record, oltre addirittura il negativo registrato durante la pandemia nel 2020.
Le infrastrutture che hanno subito danni tali da interrompere una parte o l’intero ciclo produttivo sono circa una cinquantina. Nella lista vi è il terminal petrolifero di Fujairah, negli Emirati arabi uniti. Qui, i maggiori trader petroliferi mondiali gestiscono infrastrutture per lo stoccaggio di petrolio: un fattore chiave per accaparrarsi i giganteschi differenziali di prezzo tra Europa e Asia che questa crisi ha generato. Fujairah, inoltre, rimane uno dei pochi terminal costruiti appositamente per evadere le limitazioni geografiche imposte dallo Stretto di Hormuz.
Nelle prime ore di giovedì, a cessate il fuoco già iniziato, è stato l’oleodotto East-West in Arabia saudita ad essere colpito. Un drone, la cui provenienza rimane ignota, ha deflagrato una sezione fondamentale della conduttura. Nelle ore successive, Saudi Aramco ha annunciato una perdita equivalente al 10% della quantità di greggio che l’Arabia saudita è riuscita a produrre nel mese di marzo.
L’oleodotto, costruito negli anni ’80 con l’obiettivo strategico di evadere un possibile blocco di Hormuz, mette in collegamento i giacimenti nell’Est del paese, adiacenti al Golfo, con il terminal di Yanbu sul Mar Rosso. Durante i circa quaranta giorni di conflitto, l’oleodotto ha consentito all’Arabia saudita di limitare i danni, comunque ingenti, mettendo un limite al rialzo globale dei prezzi del greggio.
Se la guerra tra Usa e Iran dovesse terminare con un’improbabile pace ad Islamabad, saranno comunque necessari mesi per ripristinare il pieno funzionamento delle infrastrutture energetiche nel Golfo. Nel più positivo degli scenari, un ritorno ai livelli produttivi precedenti il conflitto potrebbe arrivare soltanto nell’ultimo trimestre del 2026.
Uno scenario che, occorre sottolineare, verrebbe ancora ritardato nel caso in cui un drone di ignote origini provocasse ulteriori danni.
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