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Il campionato di calcio in Qatar si chiude forse peggio di come si è aperto: prima i diritti negati dei lavoratori e ora la corruzione

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Si chiude il sipario sul Mondiale 2022 nel Qatar, preceduto e iniziato dalle notizie sulle gravi violazioni dei diritti dei lavoratori che hanno costruito strutture e infrastrutture per il campionato di calcio e quindi da un’ondata – o forse un’ondina - d’indignazione, anche per le più generali violazioni dei diritti umani nel Paese. Dopo lo sdegno il silenzio e l’attenzione dirottata sul calcio giocato e sulla prima squadra africana ad arrivare in semifinale a un Mondiale, il Marocco, altro Paese dove il rispetto dei diritti umani mostra criticità. 

Corruzione, altro che Fight impunity

Poi ancora, esplode lo scandalo: la corruzione al Parlamento europeo, per la quale gli italiani tornano a spiccare, e che vede il Qatar elargire borse di denaro per conquistare sponsor del Paese arabo a Bruxelles, perché si spergiuri che quanto a diritti umani è tutto ok. E nel giro di corruzione entra anche il Marocco

 Abbiamo raccolto le considerazioni di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che da un decennio si occupa di

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Fatturati in aumento, oltre un miliardo di utenti attivi. Pompili: "Puntano ad acquisire i nostri dati e a dare un'immagine positiva di Pechino"

Nel 2022 il patrimonio netto di Tik Tok è stato stimato in oltre 100 miliardi di dollari: per avere un metro di paragone, il pil di Cuba è di 107,4 miliardi. Parliamo di un social che ha oltre un miliardo di utenti attivi a livello globale. Non è esente da licenziamenti (sono scattati nell’estate in sordina, ma hanno una portata del tutto minore rispetto a quelli di Twitter e Facebook), ma ha fatturati e crescita senza eguali. In Europa ha registrato un aumento di quasi sei volte del suo fatturato: nel 2020 era di 172 milioni di dollari, nel 2021 è schizzato a 990 milioni.

Cosa differenzia Tik Tok dagli altri social?

L’azienda proprietaria non ha sede negli Stati Uniti o in qualche paradiso fiscale, ma in Cina. ByteDance e il suo amministratore delegato Zhang Yiming (39 anni, un patrimonio netto di 49,5 miliardi di dollari) rispondono al governo di Pechino. Una delle più grandi piattaforme globali d'intrattenimento, informazione e acquisizione dati, è nelle mani di un sistema non democratico e ha ingerenze pesanti dal partito unico.

L’intervista

Per capire meglio Tik Tok e i rapporti con il governo cinese abbiamo consultato Giulia Pompili. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto Giappone e Coree, scrivendo periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. È autrice del libro Sotto lo stesso cielo edito da Mondadori. È una delle maggiori esperte in Italia sulla politica del governo di Pechino.

Come si spiega il successo del social cinese?
Incredibilmente è stata la prima azienda tech cinese ad avere un successo anche in Occidente, il suo modello funziona e attrae utenti ogni giorno. L’algoritmo è molto libero dal punto di vista di cosa vuole l’utente, che avrà un senso di assoluta causalità: se ti piacciono i gattini verrai inondato di video con i gattini, mentre i social occidentali si basano sul consumo, dunque devono metterti la pubblicità per l’acquisto dei prodotti. Tik Tok è quindi molto più commercializzabile rispetto alla concorrenza.

E da un punto di vista sociale?
Non arriveremo mai a una risposta definitiva su questo tema, perché le mode dei giovani sono volubili. È possibile pensare che la storia dei social sia fatta a cicli, quindi Tik Tok si è inserito in una congiuntura positiva per il suo modello di business. La geopolitica qui c’entra poco. Il problema è che Tik Tok è l’unico social che non possiamo controllare, cui non possiamo dare regole come gli altri.

 

È vero che ci sono differenze tra la versione per la Cina e quella per il resto del mondo? Sembra che la versione occidentale contribuisca ad abbassare il livello culturale degli utenti, mentre in quella cinese circolano più contenuti di qualità.

È così. L’obiettivo primario dell’azienda si declina secondo il Paese. All’interno dei confini della Repubblica popolare cinese si muove in un regime strettissimo di controllo e censura. Per il presidente Xi Jinping tutto ciò che riguarda internet deve essere al servizio dell’edificazione della società socialista cinese e del suo nazionalismo. Tik Tok, per sopravvivere, deve fare esattamente ciò che vuole il partito unico, essere un suo strumento.

E fuori dai confini cinesi?
Tik Tok ha studiato perfettamente il target di riferimento occidentale e ha usato tutte le nostre debolezze. L’obiettivo primario delle aziende tech cinesi è la raccolta dati: più persone si iscrivono, più l’obiettivo è centrato. Il potere oggi sono i big data. Tik Tok non ha alcuna funzione di filtro moralista e di controllo dell’informazione come ad esempio vuole fare, o dice di voler fare, Elon Musk con Twitter.

Parliamo della censura. È diventato famoso il caso della ragazza americana Feroza Aziz che ha visto bloccare il proprio account dopo aver pubblicato un video in cui denunciava la deportazione dei musulmani cinesi nei campi di detenzione. E non parliamo dei contenuti degli attivisti bloccati sulle proteste a Hong Kong. Tik Tok è quindi una “yes company” al servizio di Pechino?
Sì, è così, come lo è per tutte le aziende cinesi. Il presidente Xi Jinping ha l’ambizione di voler controllare molto più dei suoi predecessori tutte le aziende che fanno soldi all’estero. Un punto diventato evidente quando ha approvato la regolamentazione del colosso del commercio online Ali Baba, visto che l’azienda del miliardario Jack Ma stava diventando troppo influente e potente. Zhang Yiming, invece, ha capito che per far crescere Tik Tok doveva adeguarsi, ad esempio non mostrando elementi scomodi al governo. Tik Tok all’estero non è così controllato come l’equivalente cinese, ma il controllo ovviamente c’è, non possiamo pensare che sia totalmente libero.

Analizzando i profili LinkedIn dei dipendenti dell'azienda si scopre che la maggior parte di loro ha lavorato per enti governativi e media controllati dallo Stato. Il peso del governo sull'azienda arriva fino a questo punto?
Non è solo una questione di mettere i propri uomini dentro le aziende, è vero anche il contrario. Noi pensiamo al Partito comunista cinese come a una macchina perfetta, ma non è cosi: le direttive e le regole cambiano continuamente e vanno spesso interpretate. Chi meglio può capirle se non un ex quadro o dirigente del partito?

Il tema, allora, sembra essere l’autocensura…
Molte compagnie non sanno come interpretare i voleri della leadership burocratica, nelle aziende cinesi mancano i corpi intermedi che si prendono responsabilità. Le regole sono sempre di più, si soprappongono, spesso sono confuse, costringendo così le aziende ad affidarsi a chi sa interpretare la burocrazia. Il governo certamente ti impone di mettere sue persone di fiducia nei ruoli apicali, ma è anche l’azienda che cerca personale tra i gangli della sicurezza e del governo proprio perché queste persone sanno come funzionano la censura e la macchina di controllo del partito unico.

Alcuni Paesi hanno bannato o limitato Tik Tok, ma non l'Italia. Cosa dobbiamo fare noi e l'Europa per evitare le trappole della disinformazione e dell'ingerenza di potenze straniere nel nostro mercato mediatico?
Siamo un poco in ritardo. L’Unione Europea a livello generale, non solo per Tik Tok, è in ritardo nel valutare le criticità delle grandi aziende che lavorano dentro i propri confini. La parte cinese è stata molto intelligente nell’inserirsi in un contesto in cui le regole della privacy vengono tutelate in maniera non proprio chiara. I dati raccolti dalle aziende cinesi vengono spediti a Pechino: questo, ad esempio, non è ancora stato affrontato dai legislatori europei. Sicuramente l’approccio indiano è molto più facile, nato più per una ragione geopolitica che tecnica: in India Tik Tok è censurato e definito una minaccia per lo Stato.

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Lo storico e saggista dal palco di Bari: "La vera divisione è tra chi lavora e chi sfrutta. Oggi chi si richiama all'articolo 1 è un sovversivo"

https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/2022/12/15/video/luciano-canfora-cgil-bari-2576525/

Luciano Canfora - Wikipedia

"Gli intellettuali scappano, annusano dove sta il potere e si allineano". Così lo storico Luciano Canfora, dal palco di Bari nel giorno dello sciopero regionale. "La vera distinzione è tra chi lavora duramente e chi sfrutta: non c'è altra divisione all'interno della cittadinanza - ha detto -. Per fortuna i primi undici articoli della Costituzione non furono un preambolo, ma furono inseriti nella Costituzione. L'articolo 1 fu scritto all'inizio: l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Questo è molto impegnativo, oggi chi si richiama a quell'articolo è considerato un ribelle, un sovversivo, uno pericoloso. E gli intellettuali tacciono perlopiù, tranne pochi che sentono il dovere civile di impegnarsi".

Canfora ha quindi proseguito: "La città vecchia di Bari sbarrò la strada alle squadre fasciste: tra loro c'era Giuseppe Di Vittorio. Ora è passato un secolo, non è poco. Adesso abbiamo al vertice del Paese delle figure che provengono culturalmente e organizzativamente dagli eredi del fascismo. Il problema non sono le macchiette. Il fascismo attaccava le Camere del lavoro, attaccare oggi i diritti del lavoro è la stessa cosa. L'unica forza di opposizione contro chi vuole continuare lo sfruttamento è il sindacato", ha concluso lo storico.

(foto copertina di Marco Merlini)

 

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SINISTRA. I candidati del Pd devono dire ora come evitare il disastro in Lombardia e Lazio. Il M5S non pensi solo alle sue convenienze, se crolla il possibile alleato si ritroverà all’angolo

La possibile e necessaria alleanza tra Pd e M5S

 

Dentro Schlein, fuori Ricci, le candidature per sostituire Letta sono in campo. Manca oltre un mese al termine fissato, ma i candidati sono già partiti. A cosa serve il lavoro degli 87 saggi se la linea politica dipenderà da chi vincerà le primarie ? Tra loro ci sono compagne e compagni di valore, ma non basta.

Il Pd rappresenta un coagulo di persone e voti di sinistra che, se venisse travolto da una crisi dissolutoria, difficilmente si ritroverebbero tutti da altre parti. La crisi è evidente, palpabile. I “padri” fondatori tacciono. Andrebbe indagato cosa è andato storto e compiere una revisione politica. D’Alema ha detto che il Pd è guarito da solo dal renzismo, sbagliava, purtroppo anche da qui occorre partire.

La destra è ora al governo per gli errori dell’opposizione, con il 44% dei voti ha preso il 59% dei parlamentari. Non è stato cambiato il “rosatellum”, legge elettorale devastante voluta dal Pd dell’epoca e approvata con la fiducia posta da Gentiloni. Le sinistre neppure sono riuscite ad usare in modo difensivo questa pessima legge elettorale, individuando nella Costituzione l’unità politica. Al contrario le destre si sono unite e hanno vinto, non per guadagno dei voti ma per difetti dell’alternativa che ha regalato loro il governo del paese. Un errore epocale.

La rottura tra Pd e 5 Stelle è stata un disastro. Tanti elettori di sinistra delusi non hanno votato. Se il 12/13 febbraio ci fosse la sconfitta in Lazio e Lombardia potrebbe esserci un tracollo. Una mossa del cavallo (Vittorio Foa) potrebbe ancora unire le forze (la destra in Lazio non ha candidato) per non perseverare negli errori delle politiche. Rassegnarsi alle divisioni e alla sconfitta è un suicidio politico.

I candidati alla segreteria del Pd debbono dire ora cosa fare per evitare il disastro in Lombardia e Lazio. Il M5Stelle non può pensare solo alle sue convenienze, se crolla il suo possibile alleato si troverà in un angolo.

Eppure oggi esistono condizioni per convergenze, perché il M5Stelle non è più il “né di destra, né di sinistra” delle origini, ha fatto una scelta progressista. Sinistra e verdi possono dare un contributo importante. Anche altri possono essere coinvolti. Ciascun soggetto rappresenta una parte, solo facendo sintesi si può uscire da questa fase. Questo è l’imperativo categorico.

Fare coincidere il Pd con il perimetro del governo Draghi è stato un errore. Nella maggioranza che sosteneva Draghi c’erano anche le destre. Conte ha capito prima l’errore.

Ci sono punti dirimenti per il futuro delle sinistre. La pace in Ucraina è stata accantonata, fatta coincidere con l’invio delle armi. La pace deve tornare la priorità, a partire da chi ha sostenuto militarmente l’Ucraina. La posizione di Letta nel dibattito del 13 dicembre alla Camera è inadeguata.
Il missile (ucraino) caduto in Polonia ha ricordato a tutti che la guerra Nato/Russia è una possibilità che va scongiurata ad ogni costo. L’escalation militare va fermata. Affermare che è l’Ucraina che deve decidere sulla pace è un trompe oeil. Il Papa, Macron, altri premono per una trattativa, la manifestazione del 5 novembre ha confermato che l’opinione pubblica italiana vuole la pace. E’ il momento di rilanciare l’iniziativa di pace prima che sia troppo tardi.

Le disuguaglianze sono state considerate inevitabili, ora la destra vuole distruggere il reddito di cittadinanza dipinto come male assoluto. Le disuguaglianze cresceranno a dismisura. Vengono fatti favori a chi ha di più (flat tax, contanti, condoni) mentre le tutele dall’inflazione e le risposte sull’energia sono inadeguate e scadono il 31 marzo. Il lavoro resta la cenerentola.

Non c’è una svolta verso le rinnovabili che in Italia sarebbe possibile. Terna documenta 305 GW di domande di allaccio. Invece chiuderemo il 2022 con un quinto di quanto promesso da Cingolani.

La guerra in Ucraina ha spinto la crisi climatica in secondo piano. Mentre la crisi energetica dovrebbe spingere a moltiplicare l’impegno e a tagliare i tempi per l’alternativa alle fonti fossili, verso l’autonomia dell’Italia.

Difesa e attuazione della Costituzione antifascista, anche contro l’autonomia regionale differenziata a trazione leghista che minaccia diritti fondamentali come salute e istruzione. Bonaccini ci ripensi. I candidati si esprimano prima delle primarie.

Questi ed altri punti richiedono l’unità dell’opposizione. La destra ha contraddizioni che non risaltano perché l’opposizione è divisa. La crisi della destra potrebbe trovare impreparata l’opposizione

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CONGRESSO PD. Come si può pensare di sortirne con una soluzione convenzionale, che, sotto più profili, reitera i problemi di sempre?

 Stefano Bonaccini e, sullo sfondo, il sindaco di Firenze Dario Nardella - Ansa

Dubito che Bonaccini sia la soluzione delle tante criticità che affliggono il Pd. Per molte ragioni inscritte sotto la voce “continuismo”. A fronte della portata della crisi del Pd – politica prima che elettorale, al punto da evocare una nuova costituente, un nuovo inizio, un nuovo Pd – come si può pensare di sortirne con una soluzione convenzionale, che, sotto più profili, reitera i problemi di sempre?come si può pensare di sortirne con una soluzione convenzionale, che, sotto più profili, reitera i problemi di sempre? Con il rischio di vincere dentro il partito e (continuare a) perdere nella società. L’opposto di ciò di cui ci sarebbe bisogno: discontinuità e persino rottura. Una candidatura che innovi, allarghi, sparigli. Mi spiego così il “paradosso Franceschini”, il più professionale dei dirigenti Pd che, con il suo freddo realismo, mostra di avere inteso che, senza la scossa di un nome “fuori sacco”, ne va della vita stessa del partito e, a ricasco, delle stesse correnti.

Solo per titoli. Ci vorrebbe una figura che fornisca plasticamente l’idea che un certo digiuno dal potere farebbe bene a un partito “ministeriale”. Non esattamente il messaggio trasmesso da chi cumulerebbe due cariche che, entrambe, esigerebbero un impegno senza distrazioni. C’è poi il nodo del “renzismo”. Tutti i più zelanti sostenitori di Bonaccini, oltre a lui stesso, sono stati organici a quell’esperienza. A cominciare da quelli che ci hanno inflitto lo spettacolo mediocre di finte autocandidature per poi puntualmente mettersi al carro del favorito. Da Nardella a Ricci.

Nel mentre ci si propone di marcare una discontinuità rispetto al passato come si può pensare di non farlo rispetto alla stagione più controversa e, va detto, comunque la si giudichi, politicamente più significativa della vicenda del Pd e della sinistra italiana? Un deragliamento mai davvero elaborato.

Ancora: il nodo da tutti evocato dello strapotere delle correnti delle quali sarebbe stato sempre ostaggio il leader di turno. Sono bastate poche settimane per registrare il riallineamento della più parte di esse a sostegno del candidato giudicato in vantaggio. A dispetto delle smentite di rito. Facendo ricorso a uno scoperto escamotage: il territorio, la rete degli amministratori locali. Come se le correnti fossero un male circoscritto ai vertici romani.

Né si capisce come chi si candida alla guida di un partito nazionale possa qualificare politicamente la sua proposta con la retorica dei territori. Ove semmai è richiesta una visione politica nazionale e oltre, un orizzonte largo e lungimirante. Ben oltre la buona amministrazione. Affonda le radici qui la vecchia convinzione, di scuola Pci, secondo la quale i dirigenti emiliani del partito fossero meno versati per una leadership nazionale. Tesi certo discutibile.

Si vorrà tuttavia convenire che è presuntuosa e superficiale la convinzione che chi vince in Emilia – e ci mancherebbe – disponga della ricetta sicura per vincere in Italia. Come se fosse la stessa cosa e come se la buona amministrazione emiliana fosse merito del presidente di turno e non di una lunga, consolidata tradizione. Da Fanti a Bersani ad Errani (mi sovviene Formigoni che vantava come merito suo la circostanza che la Lombardia fosse messa meglio delle regioni del sud).

E qui si pone appunto, per il Pd, il problema del mezzogiorno. Alludo al sistema di potere personale messo su dai due “governatori” De Luca ed Emiliano. Si dice che starebbero per convergere su Bonaccini. Tanto peggio. Un sostegno di peso, ma che, va detto, rischia semmai di avallare una patologia anziché di inaugurare una nuova, buona politica e, segnatamente, un rapporto sano tra partito e amministratori. I quali, nei suddetti casi, il partito lo ignorano o addirittura lo sbeffeggiano.

E non si fanno scrupolo di raccogliere sostegni e di intessere legami trasversali, con reti a strascico da destra a sinistra. Emiliano altresì avrebbe posto una condizione: un veto contro ogni alleanza con il Terzo Polo. Non ce lo vedo Bonaccini a sottoscrivere tale condizione. Una discriminante, va detto, non priva di plausibilità perché semplifica a dismisura chi, per il Pd, in tema di alleanze, mette sullo stesso piano M5S e Terzo Polo.

Conte, è vero, è un competitor (fa parte delle regole del gioco) ma sta comunque alla opposizione del governo di destra, Calenda e più ancora Renzi – lo dichiara lui stesso – si ripromettono di distruggere il PD e, per essere generosi, stanno a cavallo tra maggioranza e opposizione.

 

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INTERVISTA SULLA LEGGE DI BILANCIO. Il segretario generale dello Spi Cgil: «Domani alle 14 manifestazione nazionale a piazza Santi Apostoli a Roma. Da 11 anni tagliano le pensioni. Meloni usa i contributi pagati dai lavoratori per finanziare autonomi e evasori»

Pedretti: «Pensioniati bancomat del governo per una manovra classista» Una manifestazione dello Spi Cgil - Foto LaPresse

Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, domani alle 14 a piazza Santi Apostoli a Roma si terrà la vostra manifestazione nazionale contro la manovra del governo Meloni. I pensionati sono i più colpiti dalla legge di Bilancio con il taglio dell’indicizzazione.
Per quello che il governo ha messo in campo la manifestazione era il minimo che potevamo fare. Il governo Meloni usa i contributi versati dagli ex lavoratori per finanziare la flat tax fino a 85 mila euro agli autonomi, per aumentare le pensioni minime a chi i contributi non li ha versati come commercianti e artigiani. In pratica stanno appoggiando la loro lobby in parlamento. I pensionati invece vengono da 11 anni di blocco dell’indicizzazione degli assegni all’inflazione, 11 anni in cui ci sono stati sottratti 200 miliardi. Siamo stanchi di essere usati come il bancomat dei governi di tutti i colori. I pensionati non ce la fanno più.

Il taglio dell’indicizzazione (o perequazione) proseguirà per gli assegni pari a 4 volte il minimo e cioé per pensioni lorde da 2.100 euro ma pari a 1.600-1.700 euro nette, valore che in pochi mettono in evidenza. Assegni non certo alti…
E difatti il governo e i media citano sempre il valore lordo e non il netto. Si tratta delle pensioni degli operai siderurgici e metalmeccanici, dei ferrovieri, dei dipendenti pubblici: lavoratori che hanno in media oltre 40 anni di contributi, soldi loro che ora gli vengono tolti. È come se Confindustria decidesse di tagliare i salari: succederebbe il finimondo. Solo che i pensionati passano per privilegiati tanto che Conte ci diede degli «avari» quando anche lui tagliò l’indicizzazione.

Il taglio alle pensioni è la prima voce di entrate (risparmi) della legge di Bilancio: 3,7 miliardi nel 2023, ben 17 nel triennio. Ma Giorgetti, Meloni e i grandi media parlando di pensioni aumentate e di soldi dati ai giovani…
Giorgetti è ipocrita quando dice che aiuta i giovani, se così non fosse sarebbe demenziale quello che sostiene visto che ai giovani la manovra non dà niente, nessun investimento, mentre si tolgono soldi già pagati dai pensioni con i contributi e non dalla fiscalità generale. La verità è che questa manovra è classista: favorisce il lavoro autonomo, commercianti e artigiani e favorisce l’evasione fiscale con condoni.
Il resto della manovra come lo valutate? I tagli sostanziali alla sanità colpiscono soprattutto gli anziani.
Certo, i tagli alla sanità sono inaccettabili e colpiscono per primi i più deboli. Ma viene tagliato tutto il welfare e non c’è una riga né un euro per finanziare la legge quadro sulla non autosufficienza che coinvolge oltre 3 milioni di famiglia varata da Draghi e per utilizzare i soldi del Pnrr per costruire le strutture di prossimità che chiediamo da anni.

Domani scendete in piazza all’interno della settimana degli scioperi regionali di Cgil e Uil in 13 regioni, mentre la Cisl ha deciso di non seguirvi e punta sugli emendamenti alla manovra giudicata in parte «buona».
Appoggiamo e partecipiamo a tutti le manifestazioni regionali della Cgil e della Uil. Con la Fnp Cisl ci siamo aggiornati a dopo le mobilitazioni messe in campo. Credo che la loro posizione sia illusoria, lo dimostra il fatto che gli emendamenti alla manovra del governo e della maggioranza di destra non migliorano di una virgola il taglio all’indicizzazione delle pensioni. Penso che ci ritroveremo presto uniti anche con i pensionati della Cisl per una lunga mobilitazione su tanti temi su cui il governo Meloni non ci ascolta.

La mobilitazione arriva in piena campagna congressuale della Cgil. Un congresso unitario, molto diverso da quello del 2019.
Un congresso molto sul merito che ci permetterà di approfondire i cambiamenti della società. Un congresso che parte dal tema della guerra e che deve arrivare a disegnare un nuovo welfare che ridefinisca la dimensione socio-sanitaria e previdenziale, tarati sulle nuove generazioni. Per noi la priorità deve essere ripartire dal fatto che i giovani abbiano un lavoro stabile e ben pagato perché, se non è così, si va avanti nel dramma sociale a cui stiamo assistendo. In questa battaglia la nostra controparte non è solo il governo, sono anche quelli che una volta si chiamavano i padroni che devono capire che il lavoro va pagato degnamente

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