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Il centrosinistra è in vantaggio di pochi decimali di punto: ancora troppo poco per dire chi vincerà

Alcuni membri del partito dei Verdi festeggiano a Stoccolma per i risultati degli exit poll, il 13 settembre 2026 (Jessica Gow /TT News Agency via AP)

Alcuni membri del partito dei Verdi festeggiano a Stoccolma per i risultati degli exit poll, il 13 settembre 2026 (Jessica Gow /TT News Agency via AP)

A scrutinio molto avanzato risulta che il centrosinistra è in lievissimo vantaggio sulla coalizione di centrodestra alle elezioni in Svezia: si sono tenute domenica per rinnovare i 349 seggi del parlamento (Riksdag), che poi elegge il capo del governo. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici – che si sono riconfermati il primo partito con più del 27 per cento dei voti (lo sono da oltre un secolo, nonostante i consensi in calo) – dai Verdi, dal partito di Sinistra e di Centro.

Il centrosinistra ha pochi decimali di punto in più della coalizione di centrodestra del primo ministro uscente Ulf Kristersson, molto penalizzata dal calo dei consensi del partito di estrema destra Democratici Svedesi. Se i dati definitivi confermassero questo risultato il centrosinistra avrebbe solo un seggio in più in parlamento rispetto al centrodestra: è un margine di vittoria molto, molto risicato, talmente piccolo che potrebbe anche essere messo in discussione dai voti dall’estero, che non saranno conteggiati prima di mercoledì. È possibile dunque che fino ad allora non si saprà chi ha vinto con certezza.

Se dovesse essere confermata la pur modesta vittoria del centrosinistra, tornerebbe a capo del governo Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, dopo 4 anni di governo Kristersson.

Al comitato dei Socialdemocratici a Stoccolma avevano già festeggiato gli exit poll, che avevano dato un margine di vittoria del centrosinistra molto più largo di quello che si è rivelato con i dati reali: nella foto la leader Magdalena Andersson (Jonas Ekstroemer/TT News Agency via AP)

Kristersson è a capo di una coalizione di centrodestra che in campagna elettorale ha puntato su buoni risultati dell’economia svedese e su qualche successo nella repressione delle bande criminali, in cui spesso vengono reclutati minorenni immigrati di seconda generazione. Sono successi ottenuti con politiche radicali e controverse, come le espulsioni anche per i minorenni e l’abbassamento dell’età in cui si può andare in carcere, scesa a 14 anni per i reati più gravi.

Il governo è composto dal partito del primo ministro – i Moderati svedesi, che è diventato il secondo partito più votato con il 2o per cento dei voti (in crescita rispetto alle ultime elezioni) –, dai Cristiano Democratici e dai Liberali. I Liberali hanno ottenuto più del 5 per cento dei voti, un risultato superiore alle aspettative, visto che alla vigilia delle elezioni era un partito considerato a rischio di non superare la soglia di sbarramento del 4 per cento.

 

Il primo ministro svedese Ulf Kristersson la sera delle elezioni, a Stoccolma (Christine Olsson/TT News Agency via AP)

Al contrario ha avuto un risultato molto deludente il partito di estrema destra Democratici Svedesi, che ha perso quasi 3 punti percentuali dalle ultime elezioni e che passa dall’essere il secondo partito in parlamento al terzo con il 17 per cento dei voti: in questi ultimi quattro anni ha dato un appoggio esterno al governo, condizionandone la linea su immigrazione e sicurezza. I sondaggi lo davano in crescita, e puntava a entrare nella coalizione di governo in caso di vittoria del centrodestra.

I Democratici Svedesi furono fondati nel 1988 da un gruppo di attivisti che facevano parte di vari circoli e partiti neonazisti o di suprematisti bianchi. Fino ai primi anni Duemila sono stati apertamente neonazisti, poi con la nuova guida politica di Jimmie Åkesson hanno espulso gli esponenti più estremisti e iniziato un processo di “normalizzazione”, restando però sostanzialmente un partito di destra radicale, con posizioni assimilabili a quelle di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania.

Secondo alcune analisi avrebbe favorito la coalizione di centrosinistra proprio questo processo di “normalizzazione” e la prospettiva che un partito così estremo arrivasse a governare. La campagna dell’opposizione si è del resto basata molto sul pericolo che i Democratici Svedesi arrivassero al governo.

Il leader dei Democratici Svedesi Jimmie Åkesson durante un comizio, il 7 settembre (Magnus Lejhall/TT News Agency via AP)

I leader del centrosinistra hanno insistito sul fatto che il paese si è allontanato negli ultimi anni dalla sua storica reputazione di nazione all’avanguardia nei diritti civili e nelle politiche di welfare, ma riguardo all’immigrazione anche i Socialdemocratici si sono spostati su posizioni più rigide, in contrasto con la storica accoglienza del paese. Di fatto, hanno detto che in caso di vittoria confermerebbero l’approccio del governo uscente.

La campagna elettorale era cominciata con la coalizione di sinistra ampiamente avanti nei sondaggi, ma poi con il passare delle settimane quel vantaggio si è sempre più ridotto e sabato sinistra e destra sembravano praticamente alla pari, un risultato confermato anche dai risultati quasi definitivi.

In Svezia si vota con un sistema proporzionale puro, con soglia di sbarramento del 4 per cento. L’affluenza è stata di poco superiore all’80 per cento, un dato molto alto ma in linea con la tradizione svedese, anche perché è previsto il voto in anticipo: si poteva votare dal 26 agosto.

Domenica Jared Kushner ha incontrato i leader di Hamas e lunedì parlerà con Netanyahu: l'attuazione degli accordi resta comunque lontana

Due palestinesi sul sito di un attacco israeliano, 24 luglio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana) Due palestinesi sul sito di un attacco israeliano, 24 luglio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Domenica Jared Kushner, l’inviato speciale e genero del presidente statunitense Donald Trump, ha incontrato in Egitto i leader del gruppo palestinese Hamas, tra cui anche il capo politico Khalil al Hayya. Colloqui diretti tra l’amministrazione statunitense e i leader di Hamas sono rari, e sono un segnale che gli Stati Uniti stanno intensificando i propri sforzi per cercare di far avanzare il piano per la Striscia di Gaza proposto da Trump, in stallo da mesi.

Né Kushner né i rappresentanti di Hamas hanno commentato il colloquio, ma ne hanno parlato fonti palestinesi e statunitensi con i giornali. Secondo le fonti si è parlato soprattutto del disarmo di Hamas, previsto dalla “fase due” dell’accordo per il cessate il fuoco di ottobre ma mai cominciato. Hamas ha sempre vincolato la riconsegna delle armi al ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, ma Israele in questi mesi non si è mai ritirato, anzi: ha esteso il territorio che controlla, ha avviato la costruzione di un nuovo confine semi-permanente e ha proseguito gli attacchi.

A fine luglio Hamas aveva accettato un piano per il disarmo in 15 punti proposto dal Consiglio di pace, l’organismo voluto da Trump per gestire la fine della guerra e la ricostruzione della Striscia. Prevedeva che Hamas iniziasse gradualmente a riconsegnare le armi a un nuovo Comitato tecnico per l’amministrazione di Gaza, una sorta di governo di transizione della Striscia. Parallelamente Israele avrebbe dovuto iniziare a ritirasi. Il piano però era apparso fragile e vago fin da subito, e infatti dopo pochi giorni è fallito.

 

Jared Kushner, 16 luglio 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha rifiutato pubblicamente, ribadendo l’intenzione di Israele di restare nella Striscia fin quando Hamas non avrà ceduto le armi. «Parliamo di un disarmo vero, non di una farsa» aveva detto. Aveva anche ribadito che Israele non accetterà la costituzione di uno stato palestinese.

L’interpretazione più condivisa è che Netanyahu stia cercando quantomeno di posticipare l’implementazione degli accordi dell’anno scorso, se non di sabotarli: il 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni politiche e difficilmente Netanyahu scenderà a compromessi prima di allora, perché in Israele il consenso per l’occupazione della Striscia è ampio e mostrarsi debole contro Hamas sarebbe controproducente. Il governo israeliano ha tra l’altro detto più volte di avere intenzione di restare nella Striscia a tempo indefinito.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti, il principale alleato di Israele, hanno mostrato qualche segnale di frustrazione di fronte all’impossibilità di spingere il governo israeliano a un accordo. I rapporti tra l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu si sono incrinati anche a causa della guerra contro l’Iran, dove Israele e Stati Uniti sono partiti come alleati ma da cui sono emerse praticamente da subito divergenze negli obiettivi e nelle intenzioni. Finora comunque gli Stati Uniti non hanno mai negato in concreto il loro appoggio a Israele.

Dopo aver incontrato i leader di Hamas domenica, lunedì Kushner dovrebbe incontrare anche Netanyahu in Israele.

– Leggi anche: Cos’è Hamas oggi

 
 

 

L’accordo tra Usa e Iran è fatto ma non è firmato. Anzi, non è un accordo, c’è solo il «quadro». Le due parti non concordano sui fondamentali, non si sa se Hormuz riaprirà davvero e senza pedaggio. E per la terza parte, Israele, non c’è alcun accordo. Trump ha perso e nasconde il suo disastro sotto una tregua. Di 60 giorni

America Oggi Il presidente festeggia gli 80 anni fra lotte sanguinolente. Mentre sottoscrive un’intesa peggiore e più costosa del Jpcoa

LEGGI ANCHE L’Iran incassa una vittoria che rafforza i moderati

Casa bianca,Trump e il presidente Ufc Dana White Jacquelyn Martin/Ap Casa bianca,Trump e il presidente Ufc Dana White – Jacquelyn Martin/Ap

Per celebrare l’ottantesimo compleanno di Donald Trump sono stati mobilitati i cinque rami dell’esercito e i massimi simboli nazionali convertiti in oggetti di scena di una apoteosi sceneggiata per massimo effetto con l’annuncio finale dell’accordo siglato con l’Iran. Dopo i giochi, il dono di pace di un sovrano severo ma benevolo. Nella conversione definitiva dell’apparato statale in apoteosi trumpiana, i gladiatori scalzi sono stati ripresi mentre si riscaldavano nei saloni cerimoniali della residenza presidenziale. Lunghi piani sequenza steadycam li hanno accompagnati dallo studio ovale, sotto la colonnata e davanti ai ritratti dei presidenti americani, fino alla gabbia ottagonale dei combattimenti.

I FUOCHI d’artificio e le “ring girls” fasciate di vestiti-bandiera hanno distillato un sovraccarico sensoriale di iconografia patriottarda tale da rasentare le immagini iperreali di Ai che iI presidente suole postare sul suo social. A seguire sui maxischermi dislocati all’esterno del perimetro, una convention manosferica di decine di migliaia di giovani maschi.

La profanazione della residenza presidenziale in fondale per un pay-per-view di sport estremi (la visione richiedeva l’abbonamento a Paramount+, la piattaforma ora controllata dagli Ellison, magnati filotrumpiani) ha esaltato i fedelissimi Maga, inneggianti alla rivalsa della «America vera» sui pavidi woke, consacrando il dileggio degli avversari a policy di governo. Ciliegina sula torta tossica è arrivata la dichiarazione del fighter Josh Hoikit che nel microfono del ring ha urlato: «Michelle Obama è un uomo!».

Ma se lo show ha galvanizzato lo zoccolo duro dei supporter, per i quali la fede politica combacia con il tifo delle arti marziali, i sondaggi rivelano una netta maggioranza di contrariati dal travisamento indecoroso dei più riveriti simboli nazionali in fiera di periferia. La rappresentazione ha insomma oltrepassato un ulteriore Rubicone in una frammentazione nazionale che sembra sempre più irreversibile.

PROPRIO DI POLARIZZAZIONE si nutre dopotutto il regime del presidente che sull’eco di fuochi di artificio è partito per Evian sulle ali dell’annuncio dell’accordo con l’Iran, cioè di quello che ha definito «il miglior memorandum di Intesa della storia». Il cosiddetto accordo di pace è effettivamente un’estensione di 60 giorni e del cessate il fuoco e intesa di massima dei punti su cui imbastire una trattativa definitiva.
Il principale riguarda la riapertura “bilaterale” dello stretto di Hormuz. Questo coinciderebbe con la sospensione di ulteriori sanzioni economiche contro il regime di Tehran, e «l’impegno» di quest’ultimo a non perseguire un’arma nucleare.

Sul nucleare non è chiaro come

Roghi e spari nel villaggio della Cisgiordania interamente cristiano. Il parroco, padre Bashar Fawadleh ha raccontato l’episodio denunciando violenze fisiche a danno dei palestinesi che vivono nei territori occupati e lanciato un appello alla Comunità internazionale per garantire la protezione della popolazione e il diritto a vivere in pace e sicurezza
 
“Nella serata di ieri, martedì 10 giugno, intorno alle ore 20.30, diversi giovani sono stati ostacolati e aggrediti dai coloni mentre aiutavano alcuni residenti locali a spegnere un vasto incendio appiccato deliberatamente nei pressi di Jabal Al-Masis e divampato fin sopra le colline Più persone hanno subito violenze fisiche e percosse, alcuni veicoli sono stati danneggiati, beni personali sono stati rubati e sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco in tre diverse occasioni, mettendo così in pericolo la vita dei civili”. E’ il racconto concitato del parroco di Taybeh, il villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, rilanciato dall’Agenzia Sir.  
 
Taybeh un villaggio palestinese della Cisgiordania occupata. È un luogo caro ai cristiani. Nei Vangeli c’è scritto che Efraim (l’attuale Taybeh) fu il villaggio scelto da Gesù per ritirarsi con i suoi discepoli in quanto, dopo la risurrezione di Lazzaro, i sommi sacerdoti e i farisei avevano deciso di ucciderlo.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Themi Themis&Metis Metis PADRE BASHAR FAWADLEH, PARROCO DI TAyBEH, VILLAGGIO INTERAMENTE CRISTIANO - GESÙ VI ANDAVA COI SUOI DICEOLIC DISCEPOLI SECONDO I VANGELI- RACCONTA COME I COLONI ISRAELIANI LO HANNO DEVASTATO, SACCHEGGIATO E DATO AL FUOCO NELLE ULTIME ORE COL SOLITO COPIONE, OMBE MOLOTOV E VIOLENZE SUGLI ABITANTI."
 
Nel Vangelo di Giovanni c’è scritto: “Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché essi potessero prenderlo”.
 
Taybeh è oggi un villaggio interamente cristiano. Ebbene, nelle ultime ore i coloni sionisti lo hanno attaccato ancora una volta.
“Diversi giovani di Taybeh sono stati ostacolati e aggrediti dai coloni mentre aiutavano alcuni residenti locali a spegnere un vasto incendio appiccato deliberatamente nei pressi di Jabal Al-Masis e divampato fin sopra le colline. Molte persone hanno subito violenze fisiche e percosse, alcuni veicoli sono stati danneggiati, beni personali sono stati rubati e sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco in tre diverse occasioni, mettendo così in pericolo la vita dei civili”. Questo l’ha appena raccontato padre Bashar Fawadleh, il parroco di Taybeh.
 
E ancora: “Questo episodio si inserisce in un più ampio contesto di violenze e intimidazioni che continua a minacciare la sicurezza e il benessere degli abitanti di Taybeh”.
 
Il parroco ha chiesto alla Comunità internazionale e alle Chiese di tutto il mondo di intervenire affinché venga messa fine alle violenze.
Campi incendiati, molotov contro le case, furti (i coloni israeliani sono oltretutto ladri indecenti) e violenze sugli abitanti. I coloni israeliani fanno tutto questo e lo fanno con il sostegno dell’IDF e del governo israeliano.
 
 
 INTANTO IL COMUNE DI MARZABOTTO ha approvato il Patto di gemellaggio con il comune di AinArik in Cisgiordania

 

Ieri sera dopo una lunga discussione con i rappresentanti dell'opposizione si è approvato il patto di gemellaggio tra il paese Palestinese di AinArik e Marzabotto!
Un grandissimo grazie alla Sindaca Valentina Cuppi che insieme alla sua giunta ha emendato il documento (che presto si potrà consultare) che è davvero chiaro, informato e limpido negli intenti e nei prossimi passi da concordare per proseguire con progetti di Cooperazione e incontro tra le due comunità

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "A.N.P.I. A.M.P.L Ravenno E.T.S sezione' viaRoma44-Brisighella C.Bar G.Bartol Bortoli Brisighella" Dia Roma Brisighello 25 APRILE 2026 DELLA FESTA BRISIGHELLA LIBERAZIONE l'Anpi c'è! PIAZZETTA PORTA GABALO ORE 10.00 UNISCITI A NO SARANNO PRESENTI: EMILIO RICCI,VICEPRESIDENTE NAZIONALE ANPI RENZO SAVINI, PRESIDENTE PROVINCIALE ANPI"
 
Quest'anno nella giornata del 25 aprile la nostra sezione si unirà all'iniziativa organizzata dall'ANPI di Brisighella. E' davvero fondamentale dar loro tutto il nostro sostegno, pertanto partecipiamo e diffondiamo la notizia!
 
Invitiamo a tal proposito a leggere il loro comunicato:
"Il 25 Aprile è l'atto fondativo della nostra democrazia, la sorgente da cui scaturiscono la libertà e i diritti di ogni persona. Per onorare questa ricorrenza, l'ANPI sezione Giuseppe Bartoli di Brisighella invita la cittadinanza tutta alla cerimonia commemorativa che si terrà alle ore 10:00 presso la targa posta sul lato della Chiesa del Suffragio in Piazzetta Porta Gabalo.
Quest'anno l'Associazione promuoverà un momento di raccoglimento autonomo.
Nonostante la nostra proposta di collaborazione, l'Amministrazione Comunale ha infatti scelto di procedere separatamente con le celebrazioni istituzionali.
L'ANPI riafferma con serenità il proprio ruolo di custode naturale della Memoria: la nostra presenza è la testimonianza viva che unisce la lotta partigiana ai valori della Costituzione repubblicana. Sentiamo il dovere di offrire alla comunità un momento di celebrazione aperto, fieri delle nostre radici e fedeli allo spirito originale della Liberazione.
Alla presenza di Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, e Renzo Savini, presidente provinciale, verrà deposto un mazzo di garofani rossi avvolti nel Tricolore ai piedi della targa commemorativa. Un gesto simbolico che unisce idealmente la passione della Resistenza all'identità nazionale.
"L'ANPI incarna lo spirito di questa festa e ne resta protagonista." dichiara Luciana Laghi, presidente ANPI di Brisighella "Scegliamo questo luogo simbolo per ribadire che la Memoria non ha chi la governi ma appartiene a chiunque creda nella libertà. Invitiamo la popolazione a unirsi a noi per rinnovare questo impegno civile."
 
L'iniziativa è aperta a tutte le persone che desiderano rendere il 25 Aprile un momento di autentica unità e partecipazione."