Campo largo La vitalità dei movimenti di base, il bisogno di democrazia partecipativa che esprimono, nonché l’allarme diffuso per una destra che si radicalizza all’inseguimento di Vannacci, sono esattamente le risorse in grado di scongiurare che le primarie vengano ridotte a rissa fra partiti e contesa personalistica
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GIUSEPPE CONTE M5S, ELLY SCHLEIN PD
Ha destato un certo scandalo fra i benpensanti che sul palco di Reggio Emilia la segretaria dei Giovani democratici, Virginia Libero, abbia detto: «Non saremo i soldati delle vostre guerre, noi organizzeremo i disertori».
Ma che si aspettavano dai ragazzi della generazione Gaza, aderenti alla rete internazionale No Kings? Che si aspettano dalla loro sorella maggiore Elly Schlein? Invece è passato sotto silenzio il successo della raccolta di firme per una legge istitutiva della Difesa civile di cui ieri ha scritto Mao Valpiana su questo giornale, unica altra eccezione Avvenire che gli ha dedicato la prima pagina. L’hanno promossa associazioni pacifiste di diversa matrice culturale che insieme alla Cgil, a Emergency e a decine di altre aderenti alla rete «La via maestra, insieme per la Costituzione» scenderanno di nuovo in piazza il 17 ottobre prossimo «contro la torsione autoritaria».
Cosa c’entra tutto questo con la convocazione di elezioni primarie dell’alleanza progressista in vista della sfida di fine legislatura? C’entra eccome. Perché la vitalità dei movimenti di base, il bisogno di democrazia partecipativa che esprimono, nonché l’allarme diffuso per una destra che si radicalizza all’inseguimento di Vannacci, sono esattamente le risorse in grado di scongiurare che le primarie vengano ridotte a rissa fra partiti e contesa personalistica.
All’ordine del giorno non c’è la selezione di un’anti-Meloni con criteri di marketing. Non andiamo in cerca di una guida suprema, diffidiamo di uomini o donne forti. È nella natura della destra, non della sinistra, il bisogno di darsi un capo. Semmai nell’elettorato progressista – e perfino nei cori di sostegno alla candidatura di Elly Schlein uditi a Reggio Emilia – s’avverte una forte richiesta di ricambio generazionale della classe dirigente di sinistra.
Anche per questo la campagna del “no alle primarie” che le settimane scorse ha visto unirsi mondi lontani fra loro – chi ne denunciava i possibili effetti laceranti, chi aveva in mente un altro candidato premier da tenere coperto – si presta a un’obiezione: se davvero fossero del tutto incomponibili le linee politiche di Pd e M5S, perché mai le loro divergenze dovrebbero placarsi stoppando un appuntamento popolare quali sono le primarie? Sarebbe difficile motivare lo stop davanti a milioni di persone che si aspettavano di aver voce in capitolo; e che in quattro anni di opposizione pur nelle loro diverse sensibilità sempre più spesso si sono ritrovate insieme. Col denominatore comune della difesa della Costituzione.
Stare insieme fra diversi è una priorità acquisita. Fatica a riconoscerlo chi dall’alto si riflette nello specchio rotto delle molteplici identità e condizioni sociali, ma il bisogno di unità è diventato sensibilità diffusa. Nel 2022 fu la fantomatica “agenda Draghi” il pretesto per dividersi nei collegi elettorali spalancando a una destra minoritaria ma unita la via di Palazzo Chigi. Col senno di poi anche chi allora votò all’unanimità per separarsi ammette di aver sbagliato. La legge elettorale che la destra sta ritagliandosi su misura per conservare il potere, rende probabile che in extremis Meloni punti al recupero della secessione di Vannacci, per cavalcare insieme l’onda nera dell’etnonazionalismo. E allora le primarie possono diventare anche il suggello popolare di quel vincolo necessario a scongiurare la ripetizione dello sciagurato 2022. Incentivano e certificano un impegno comune. Gli elettori indisponibili a questo impegno, non lo assumerebbero comunque. Ma non sarà certo una cessione di sovranità ai cittadini da parte dei gruppi dirigenti a disincentivarli.
Questione di galateo? Di promettersi toni garbati nei dibattiti fra Schlein, Conte e chi altro scenderà in lizza? Macché. Le diversità di vedute che si registrano fra Pd, M5S, Avs e “centristi” riguardo a sostegno all’Ucraina, difesa comune europea, politiche della sicurezza e della fiscalità, non sono più marcate di quelle che attraversano le altre forze della sinistra europea o i democratici americani. Se un’ambiguità va dissipata – ma credo non sussista più – è quella che ha riguardato passate attrazioni nei confronti del partitino rossobruno tedesco che porta il nome di Sahra Wagenknecht manifestate da Conte. Ora il Bsw avanza profferte d’intesa con l’Afd. Di Conte ricordiamo invece le parole nette pronunciate a Sant’Anna di Stazzema. Difesa della Costituzione e antifascismo sono una cosa sola.
