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Terra rimossa Undici mesi di «tregua», nessuna ricostruzione. I soccorritori costretti a scavare a mani nude

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6530ff73-5cae-40b2-9f3e-6effd7efbacd Il palazzo crollato a Gaza City – Foto Ansa

Sono trascorsi undici mesi dall’entrata in vigore della cosiddetta «tregua». Eppure a Gaza si muore ancora, ogni giorno, di guerra. Di raid e fuoco vivo, o di mancata ricostruzione. Come a Gaza City, testimone dell’ennesima strage: un palazzo di sei piani è crollato, nella notte tra martedì e mercoledì, almeno 21 palestinesi, tra cui undici bambini, sono rimasti uccisi e 45 feriti. Decine di persone risultano ancora disperse, intrappolate sotto le macerie. Un massacro annunciato, avvenuto mentre la sessantina di famiglie sfollate dormiva ancora: un terremoto, lo hanno definito i sopravvissuti, che ha colpito alle 3.10 di notte.

L’EDIFICIO AL-SAADA, situato nella zona di Al-Sinaa a sud-ovest di Gaza City, aveva subito danni durante la guerra, a causa dei raid israeliani. Nonostante fosse considerato a rischio crollo, veniva utilizzato come rifugio da famiglie sfollate che hanno perso le loro case. Accanto, erano state allestite anche delle tende che ospitavano altri sfollati.

Tra coloro che vivevano lì c’è Amina: «Quando abbiamo sentito il rumore dell’edificio che crollava, abbiamo pensato che fosse un missile che ci aveva colpito – ci ha detto – All’improvviso, ci siamo ritrovati tutti sotto le macerie. I nostri bambini erano sotto le macerie». Amina ha raccontato che lì vivevano più di cento persone, la metà bambini: «Le nostre case sono state bombardate. Sapevamo che quel palazzo rischiava di crollare, ma non avevamo scelta». I sopravvissuti hanno raccontato di nuove crepe che apparivano di continuo e pezzi di cemento che cadevano quasi ogni giorno.

MA NON CI SONO alternative: secondo le Nazioni unite sono circa 300mila i palestinesi ancora alla ricerca di un rifugio sicuro. C’è chi lo cerca negli edifici pericolanti ma ancora in piedi. Quello di ieri ha colpito anche le tende di fortuna che circondavano l’edificio, rifugi poveri realizzati in gran parte di plastica che offrono scarsa protezione se dall’alto cadono detriti e calcestruzzo.

LE OPERAZIONI di soccorso sono iniziate immediatamente, ma le squadre della Protezione civile si trovano a operare in condizioni di grave difficoltà: il blocco israeliano impedisce, a quasi un anno dalla firma della tregua, l’ingresso di macchinari pesanti e attrezzature specializzate necessarie per spostare grandi lastre di cemento e raggiungere le persone intrappolate sotto le macerie.

Ieri pomeriggio il portavoce della Protezione civile, Mahmoud Bassal, ci ha spiegato che le squadre di soccorso stanno continuando a setacciare il sito, seguendo le voci flebili di persone intrappolate sotto le macerie: «Le squadre hanno urgente bisogno di attrezzature pesanti e risorse aggiuntive per raggiungere coloro che sono ancora in vita».
Abdullah al-Majdalawi, di rettore delle pubbliche relazioni della Protezione civile, ha fatto appello alla popolazione: «Ci manca tutto, anche gli strumenti più semplici. Abbiamo chiesto ai vicini e agli sfollati di portare martelli e vanghe».

LA MANCANZA di macchinari ha rallentato notevolmente le operazioni di soccorso, mentre il peso e l’instabilità della struttura crollata rendono pericoloso e difficile per i soccorritori raggiungere le zone più profonde. Anziché poter sollevare rapidamente grandi sezioni di cemento, i soccorritori sono stati costretti a lavorare con le mani e con le scarse attrezzature disponibili, insieme ai residenti che si sono uniti agli sforzi alla ricerca dei dispersi. Tra loro anche bambini: «Ci sono ancora bambini sotto le macerie – ci ha detto Amina – Non sappiamo come tirarli fuori. La Protezione civile ci sta provando». Tra i video girati ieri, si vede un bambino ferito ma vivo, trovato accanto al corpo senza vita del fratellino.

Il disastro ha riacceso la preoccupazione per il pericolo rappresentato dagli edifici danneggiati e instabili in tutta Gaza. Secondo Onu e Protezione civile, sono circa 2mila gli edifici a rischio crollo e molti sono occupati da famiglie sfollate, persone che hanno perso le loro case nell’offensiva israeliana e che non sanno più dove trovare un posto dove andare. In una dichiarazione, il ministero dello sviluppo sociale di Gaza ne ha attribuito la responsabilità alle restrizioni tuttora imposte da Israele all’ingresso di case mobili, tende e altri materiali per la costruzione di alloggi (una violazione dell’accordo del 10 ottobre 2025) e ha chiesto che vengano consegnate le attrezzature necessarie per rimuovere le macerie e fornire alloggi più sicuri. Una realtà di privazione strutturale a cui si aggiunge lo svuotamento di oltre il 60% di Gaza per opera dell’esercito israeliano: l’estensione della cosiddetta «Linea Gialla» ha costretto i residenti a spostarsi verso la costa e a cercare rifugio in edifici danneggiati e non sicuri.

INTANTO GAZA attende di conoscere il bilancio finale delle vittime di ieri. La ricerca dei sopravvissuti è una corsa contro il tempo. Le famiglie continuano ad attendere vicino alle macerie notizie dei propri cari, mentre i soccorritori setacciano il cemento e le macerie contorte con le limitate attrezzature a loro disposizione.

Per Amina e le altre famiglie, il crollo è un promemoria doloroso e terribile delle scelte impossibili che devono affrontare. Sapevano che l’edificio era pericolante, ripeteva la giovane madre, ma non avevano un altro posto dove andare.