Israele Il ministro della cultura: via la cittadinanza ai due registi «traditori». E l’esercito ordina azioni legali. È il trilemma di Israele: è impossibile essere a maggioranza ebraica, democratico ed esteso su tutta la Palestina storica. La sola identità ebraica e il colonialismo negano l’uguaglianza
Quando la denuncia di uno sterminio diventa il trionfo cinematografico di un’epoca, l’umanità è costretta a interrogarsi sulla vera natura della cultura contemporanea. Non è questo il tempo dell’arte per l’arte: il cinema si fa specchio inflessibile e megafono di una deriva collettiva. L’ovazione di venticinque minuti tributata a Venezia a Naza, il documentario che denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale per selezionare i bersagli palestinesi da eliminare, costituisce la più cruda e urgente fotografia del nostro presente.
È l’incarnazione dell’immaginario che traspare dai racconti dei soldati intervistati: giovani seduti dietro una console come fosse un videogioco. Mira, spara. La versione moderna della battaglia navale dove prima si colpisce e poi, finalmente, si affonda l’avversario. Follemente divertente, dice l’intervistato. Solo che chi resta a terra è un essere umano in carne e ossa.
YUVAL ABRAHAM e Rachel Szor, i due giovani registi israeliani che lo hanno realizzato, sono pienamente coscienti della sfida del tempo e dello spazio che vivono. Il sistema difficilmente crollerà per una spinta proveniente esclusivamente dall’interno, né è possibile sperare in una svolta sostenuta solo nelle sale cinematografiche traboccanti di intellettuali raccolti nell’illusione di essere in tanti. Serve, insieme alle concrete pressioni internazionali attraverso le sanzioni, una progressiva presa di coscienza interna. Ed è per questo che Abraham ha ribadito l’intenzione di fare tutto il possibile per distribuire il film in Israele, sfidando l’ondata di sdegno e le minacce della destra al governo.
L’esito della Mostra del Cinema di Venezia ha del resto riacceso in modo violento il dibattito politico nelle istituzioni israeliane. Il ministro della cultura Miki Zohar ha attaccato pubblicamente i due cineasti su X, definendo l’opera abietta e un vero e proprio atto di tradimento e minacciando di avviare le procedure per revocare loro la cittadinanza.
Sulla stessa linea si è mosso l’apparato militare: dopo il portavoce dell’esercito, il generale di brigata Effie Defrin, che aveva respinto le accuse del film, definendole false, distorte e slegate dalla realtà, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha minacciato di usare «qualsiasi mezzo a disposizione» contro il film e annunciato «misure legali» contro i due registi. Il primo ministro Netanyahu ha usato la stessa accusa: «antisemitimo dall’interno».
QUESTA FRENETICA reazione istituzionale, divisa tra la furia della censura politica e la contromossa difensiva dei vertici dell’esercito, dimostra quanto la cultura possieda esattamente la forza che è giusto abbia. Se i governi e i corpi armati perdono la calma, minacciano ritorsioni e pretendono di replicare punto per punto a un’opera d’arte, significa che il cinema non è un esercizio astratto, ma un’arma di verità capace di scalfire la narrazione ufficiale e di fare paura al potere.
Il caso di Naza e la reazione repressiva delle istituzioni rappresentano la punta dell’iceberg di una frattura morale e sociale ben più profonda che attraversa la società israeliana. A fotografarla nel dettaglio è il saggio Scegliere di andarsene: storie di israeliani emigrati dopo il 7 ottobre di Avi Shahaf (edito da Resling), che raccoglie le testimonianze di sedici cittadini colti, della classe media e con un passato militare alle spalle, i quali hanno maturato la decisione irreversibile di abbandonare il paese.
A differenza delle precedenti ondate migratorie legate a motivi economici, questo nuovo esodo nasce da una profonda sofferenza morale, dal senso di abbandono istituzionale e dall’impossibilità di riconoscersi nella deriva autoritaria e militarista. L’espressione storica yerida, usata in passato con disprezzo per indicare chi abbandonava la terra d’Israele, assume oggi il significato di una fuga dolorosa di fronte a un abisso etico.
Sullo sfondo delle testimonianze raccolte e delle pressioni censorie emerge il nodo teorico che attanaglia Israele fin dalla sua fondazione: il cosiddetto trilemma israeliano, o principio del «due su tre».
QUESTO CONCETTO formula l’impossibilità strutturale per lo Stato di essere contemporaneamente a maggioranza ebraica, democratico con pari diritti per tutti ed esteso su tutto il territorio storico della Palestina. La logica impone una scelta binaria: privilegiare l’identità ebraica e democratica implica rinunciare al controllo permanente sui territori palestinesi; optare per una democrazia sul Grande Israele comporta l’integrazione di milioni di palestinesi con diritto di voto, facendo perdere la maggioranza ebraica; scegliere l’identità ebraica unita all’espansione territoriale si traduce nel mantenere la supremazia negando l’uguaglianza dei diritti.
Tutte queste tensioni convergeranno nelle prossime elezioni, passaggio cruciale che determinerà se lo Stato rimarrà una democrazia ebraica o scivolerà definitivamente verso un regime autocratico e nazionalista. La contesa vede contrapposti il blocco di governo guidato dal Likud di Benjamin Netanyahu, la destra messianica di Ben Gvir e Smotrich e i partiti ultra-ortodossi, di fronte a un’opposizione frammentata di centro e alle forze arabe che oscillano tra la ricerca di un ruolo strategico e i tentativi di esclusione istituzionale da parte della maggioranza.
Uno spettacolo macabro, che per essere guardato fino in fondo ha bisogno di due registi coraggiosi, ma soprattutto di un pubblico capace di sostenerne lo sguardo.
