Magnifica humanitas Logiche tecnocratiche, disinformazione, rischio per la democrazia, ingiustizia: la prima enciclica di Prevost nel solco di Bergoglio
LEGGI ANCHE Se Trump è il convitato di pietra
Papa Prevost in Vaticano per la presentazione dell’enciclica – foto di Alessandra Tarantino/Ap
Restare umani per contrastare la dittatura dell’algoritmo. Che non è un’astratta sequenza matematica, ma un concreto strumento di dominio nelle mani di pochi potenti, destinato a diventare – se non efficacemente «disarmato» – «l’infrastruttura invisibile dei sistemi».
Può essere sintetizzata così Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, pubblicata ieri ma che porta la data 15 maggio 2026, a 135 anni dalla Rerum Novarum, l’enciclica firmata da Leone XIII, che ha avviato la riflessione sociale della Chiesa in tempi di seconda rivoluzione industriale, pontefice a cui Prevost ha scelto esplicitamente di richiamarsi anche nel nome.
Il testo (245 paragrafi in cinque capitoli) è stato presentato ieri mattina in Vaticano direttamente dal papa – un fatto inedito -, affiancato dai cardinali Parolin (segretario di Stato), Fernández (prefetto del Dicastero per la dottrina della fede) e Czerny (prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale), insieme anche a Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic. Una presenza controversa quella del ricercatore dell’azienda della Silicon Valley tra le più importanti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale: per alcuni il segnale di un dialogo utile fra opinioni e sensibilità diverse, per altri un’operazione di pope washing abilmente strumentalizzata per fini commerciali da parte di Anthropic.
«LA MAGNIFICA UMANITÀ creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» è l’incipit dell’enciclica che, come un filo rosso, attraversa tutto il testo, riproponendo più volte l’alternativa fra Babele («un progetto di dominio che finisce per disumanizzare») e Gerusalemme, ricostruita dal profeta Neemia insieme al popolo per «rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che esposto».
Da qui si sviluppa la lunga riflessione di Prevost «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» – il sottotitolo dell’enciclica – che prende le mosse e rilancia il discorso di papa Bergoglio (Laudato si’) sull’egemonia del «paradigma tecnocratico» e ne denuncia l’accelerazione: riduce «la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante». Un potere in mano a pochi «grandi attori economici e tecnologici», che «tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico», grazie anche all’Ia.
Non è un atteggiamento antimoderno o antiprogresso quello di Leone XIV – che però denuncia «l’impatto ambientale» («richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva») -, ma fortemente preoccupato per gli «usi antiumani» dell’Ia. «Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo». Occorre «disarmare l’Ia» – un verbo caro a Prevost -, cioè «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva».
I RISCHI SONO TANTI: la disinformazione, che «indebolisce la democrazia» e conduce al «totalitarismo»; deregolamentazione del lavoro, sfruttamento, disoccupazione; aumento delle «disuguaglianze strutturali» nel mondo e all’interno dei singoli Paesi («non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato»); «controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici»; sviluppo di «nuove schiavitù legate direttamente all’economia digitale» e nuove forme di «colonialismo» per lo sfruttamento delle risorse.
E, più grave di tutti, la guerra, «preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura»: alle politiche di riarmo, al rilancio del nucleare, alla crisi del multilateralismo, all’abbandono della diplomazia, si aggiunge che la guerra (considerata normale «strumento di politica internazionale») è sempre «meno soggetta al controllo umano» e sempre più delegata alle Ai, assurte al ruolo «agenti morali artificiali». Prevost riparte da Bergoglio e fa un ulteriore passo avanti: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto».
IL “CHE FARE” non può che attingere al magistero, del resto si tratta di un’enciclica. Rispetto alla «concentrazione di potere nel mondo digitale», per Leone valgono i principi della dottrina sociale della Chiesa: dignità inalienabile della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà e giustizia sociale. In generale l’imperativo è «custodire l’umano».
