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La guerra grande Hormuz, scatta il blocco navale americano, ma qualche nave riesce a passare. L’allarme del Fmi: «A un passo dalla recessione globale»

Petroliera nello Stretto di Hormuz, foto Ap Petroliera nello Stretto di Hormuz

Petrolio alle stelle, crisi energetiche in Asia e milioni di persone a rischio povertà sono il risultato di un’inutile guerra che voleva debellare il potere dispotico iraniano. Il blocco navale americano e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a rischio l’economia mondiale.

Trump sostiene che gli iraniani siano «desiderosi di negoziare» e che «ci abbiano chiamato loro, vogliono un accordo». L’Iran non smentisce, ma precisa di essere disposto a negoziare solo nel rispetto del diritto internazionale.

Il blocco navale statunitense lungo l’intera costa iraniana, entrato ufficialmente in vigore dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, si è sovrapposto alla chiusura già operata dall’Iran, generando uno shock sistemico che i mercati internazionali non vedevano dai tempi della crisi del 2008. Gli Usa hanno mosso la marina militare e annunciato il rientro di sei navi che avevano provato a passare, la Bbc afferma invece che secondo i dati di tracciamento, altre quattro sarebbero riuscite a uscire al Golfo. Un braccio di ferro pericoloso.

NELLE PRIME due settimane di aprile gli arrivi di greggio in Asia sono crollati da una media di 13,4 milioni di barili al giorno a soli 4 milioni. Il vuoto del petrolio mediorientale viene parzialmente colmato dai carichi provenienti dal bacino atlantico, ma le raffinerie asiatiche li stanno acquistando in volumi record, sottraendoli alle destinazioni abituali in Occidente. Il risultato è un cortocircuito globale delle forniture che gli analisti definiscono senza precedenti per velocità e portata. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito il ripristino del flusso attraverso Hormuz «la singola variabile più importante per alleviare la pressione su energia, prezzi e economia mondiale».

Le conseguenze più immediate si avvertono nei paesi che dipendono più direttamente dalle importazioni mediorientali. Le Filippine, l’Indonesia e il Vietnam hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale. L’Australia ha dovuto sbloccare le riserve strategiche di carburante.

Un rapporto dell’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, lancia l’allarme: il triplice shock generato dall’inaccessibilità dell’energia, dall’aumento dei prezzi alimentari e dalla recessione economica legata al conflitto rischia di spingere 32,5 milioni di persone nella povertà assoluta in 162 paesi. Non si tratta di proiezioni astratte. L’aumento del petrolio si trasmette rapidamente ai fertilizzanti, ai trasporti e alla produzione alimentare, colpendo prima e con più forza i paesi a basso reddito già alle prese con inflazione elevata e riserve valutarie esigue.

IN EUROPA e negli Stati uniti la crisi si annuncia come un’onda che arriverà con qualche settimana di ritardo, appena si esauriranno le ultime petroliere partite prima del blocco. Se il conflitto dovesse protrarsi oltre i tre mesi, gli analisti paventano problemi seri per il carburante per aerei, uno scenario che avrebbe ricadute a cascata su commercio, turismo e logistica globale.

Il blocco navale statunitense ha l’obiettivo dichiarato di tagliare la principale fonte di reddito di Teheran per costringere la leadership a tornare al tavolo negoziale e accettare le condizioni americane.

LA CASA BIANCA ritiene comunque che l’Iran non possa reggere a lungo una simile pressione. Teheran, però, dispone ancora di riserve di greggio già stoccate in mare e ha beneficiato della temporanea revoca parziale delle sanzioni, che le ha permesso di accumulare un certo cuscinetto finanziario. La stima più diffusa è che il Paese possa resistere circa tre o quattro settimane prima che la situazione diventi critica. In passato, Teheran ha spesso smentito le previsioni sulla propria resilienza.

Se i prezzi del petrolio e del gas dovessero aumentare del 100-200% rispetto ai livelli di gennaio e rimanere a quel livello fino al 2027, la crescita globale scenderebbe al 2%, «a un passo dalla recessione globale», come ha suggerito il consigliere economico del Fondo Monetario Internazionale, Pierre-Olivier Gourinchas. Ieri il Fmi ha presentato l’atteso World economic outlook, le previsioni mondiali fino al prossimo anno: crescita rallentata e aumento dell’inflazione ovunque, «già oggi lo shock è paragonabile a quello del 1974», ha detto Gourinchas. Comunque c’è già un vincitore: la Russia con una crescita prevista all’1,1% nel 2026 proprio grazie all’aumento del petrolio e alla sospensione temporanea di alcune sanzioni.

NEL FRATTEMPO i negoziati procedono a singhiozzo. Sembra che il principale nodo della discordia sia la durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio. Washington chiede vent’anni e lo smantellamento degli impianti; Teheran offre cinque anni e la diluizione – non la cessione a terzi – dell’uranio arricchito.

Mentre i politici mercanteggiano, la distruzione di almeno 763 scuole e 316 strutture sanitarie racconta una storia di devastazione civile senza precedenti in Iran. Secondo una stima preliminare, l’entità dei danni alle infrastrutture civili è stimata in 270 miliardi di dollari. La capitale Teheran è stata colpita duramente, nelle sue zone densamente popolate.

L’Iran ha avviato anche una serie di contatti diplomatici con paesi chiave – Francia, Germania, Arabia Saudita, Oman e Qatar – informandoli nel dettaglio della propria posizione negoziale e delle proposte avanzate agli americani. L’obiettivo è fare pressione indiretta su Washington attraverso intermediari influenti e diversificare i canali diplomatici, oltre che diminuire la dipendenza dal solo formato bilaterale con gli Usa e riportando in gioco l’Europa, finora marginalizzata da Trump. La scadenza del cessate il fuoco, fissata al 21 aprile, incombe come un orologio che ticchetta. Il confine tra accordo storico e catastrofe globale non è mai stato così sottile.