Pasticciaccio brutto Alle 11.30 previsto l’ok dell’Aula, poi il consiglio dei ministri. Il presidente della Consulta: «La legge potrà essere esaminata». La scelta di tirare dritto per non ammettere l’errore, ma sarà in vigore tra mesi
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Il ministro Piantedosi e il sottosegretario Mantovano – Ansa
È l’ultimo atto della saga dei decreti Sicurezza, l’originale e il suo correttivo, che si chiuderà oggi ad esiti ancora parzialmente incerti. Alle 11.30 la Camera voterà il testo emendato, con il maledetto articolo 30-bis di palese incostituzionalità, poi alle 13 il governo riunirà un consiglio dei ministri lampo. Infine testi al Quirinale, per la firma.
FINO A IERI sera gli uffici legislativi dell’esecutivo hanno lavorato per approntare il decreto correttivo. Bisognava intervenire su quelli che nella maggioranza hanno soprannominato «rilievi tecnici» del Colle (o, per i più spericolati, «sensibilità»), che in realtà sono costituzionali, non proprio un dettaglio. C’erano poi da reperire le coperture necessarie, necessariamente aumentate dopo aver svincolato l’emolumento dei 615 euro all’avvenuto rimpatrio. Il primo a parlare ieri è stato il sottosegretario Mantovano, nume tutelare di tutti i pacchetti sicurezza del governo Meloni: «Non è una norma sugli avvocati, è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista.
Quindi gli avvocati non c’entrano. Le coperture ci sono». Poi è stato lapidario: «Il caso è chiuso». Stessa decisione è stata adottata dal vicepremier leghista Salvini: «Domani il decreto sarà legge, con buona pace della sinistra», ha detto. In realtà non lo è: serve la firma del Colle per promulgare la legge. Appare scontata, ma in questo caso la soluzione giuridica è decisamente intricata, oltre al pasticcio istituzionale e costituzionale combinato in Senato dove è stato inserito l’emendamento. Poi da oggi inizieranno i sessanta giorni in cui bisognerà convertire anche il testo correttivo: se non dovesse accadere rimarrebbe la norma incostituzionale. E chissà che a qualcuno nel centrodestra non venga in mente di provare a modificarlo di nuovo.
IL TESTO, assicurano, recepirà interamente i dettami pervenuti da Mattarella. Via il «premio di produzione», allargamento della platea dei soggetti beneficiari, decreto attuativo del Viminale per la messa a terra della misura che potrebbe richiedere alcuni mesi. L’impressione quindi è che l’esecutivo deciderà poi in un secondo momento cosa farsene di questo pastrocchio: si potrebbe anche lasciar perdere, evitare di dilapidare le risorse (la batosta del rapporto deficit/Pil, consumatasi l’altro giorno, è stata dovuta a poche centinaia di milioni). Sicuramente però Meloni non ha voluto fare la cosa più semplice, ovvero abrogare la norma: avrebbe comportato ammettere l’errore, e non è una cosa che alla premier piace fare, nemmeno quando ne accumula di clamorosi. Bisognerà vedere in che modo il decreto interverrà sulla legge, se modificando l’articolo della legge di conversione o rimettendo di nuovo le mani sul Testo unico dell’immigrazione, modificato dall’emendamento di maggioranza. Il funzionamento di questo contorto e pasticciato iter legislativo è per ora un unicum costituzionale: i testi dovrebbero andare in Gazzetta ufficiale insieme, ma non si è capito come farà il primo, incostituzionale, a non entrare in vigore nemmeno per un attimo.
AL DI LÀ dell’emendamento maledetto, la legge è piena di norme liberticide e di dubbia legittimità costituzionale, dal fermo preventivo di 12 ore alla stretta sulla lieve entità per lo spaccio. Ieri il presidente della Consulta Giovanni Amoroso ha detto che «La normativa, in ipotesi, potrà venire all’esame della Corte». Di certo, fioccheranno i ricorsi.
IERI alla Camera è proseguita la seduta, avviata da mercoledì, che condurrà stamattina al voto finale. Situazione surreale di voto consapevolmente incostituzionale e già pronto a essere modificato, in una Montecitorio stanca e semideserta sono proseguite le dichiarazioni di voto individuali delle opposizioni. Prima si sono votati di fila tutti e 148 gli ordini del giorno: «Da Parlamento siamo diventati lo schiacciamento» ha detto Riccardo Magi di PiùEuropa. Il centrodestra ha dato via libera all’Odg presentato dai tre deputati vannacciani, che chiedeva di inasprire le norme per lo sgombero anche delle seconde case. Uno identico, proposto dalla Lega che sognava di poterne fare un emendamento al decreto, era già stato approvato al Senato. «Ma come vi è venuto in mente di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla 2 minuti dopo, è arroganza al potere» ha attaccato la segretaria dem Elly Schlein. Negli interventi della maggioranza, nessuno ha osato tirare fuori la vicenda. «Fermatevi. Questo è il quinto decreto Sicurezza: propaganda per inasprire le pene e colpire i migranti, mentre la sicurezza reale peggiora. La presidente Meloni parla di sicurezza dopo quattro anni di governo per non parlare della crisi economica e sociale» ha detto il leader di Avs Angelo Bonelli. Oggi si conclude.
