Riecco il Golfo Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un'altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia
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Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. La mia generazione ne ha già viste sul campo tre lunghe (1980-88, 1990-91, 2003-2010) e un paio più brevi in poco più di 45 anni. Ogni volta si pensava fosse quella definitiva: per raggiungere quale scopo, oggi come ieri, non è dato sapere. Se non uno: quello di fare di Israele la potenza dominante della regione con la distruzione di interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano sul menù del Board of Peace di Trump, dove i miserabili accoliti di Trump una decina di giorni fa a Washington canticchiavano nel microfono come dei Fantozzi in gita aziendale.
E sul menù ci siamo anche noi europei, incapaci di qualunque iniziativa diplomatica sia nel Golfo che in Ucraina, ai quali né Trump né Netanyahu non fanno neppure una telefonata per avvertirli che comincia un altro conflitto. Ce ne accorgeremo quando schizzeranno le quotazioni del petrolio, soprattutto se l’Iran, gran produttore di greggio e di gas, dovesse chiudere come annuncia lo stretto di Hormuz dove passa il 25% dei rifornimenti mondiali di oro nero.
Per rispondere all’attacco di Israele e degli Usa, l’Iran, a differenza della guerra di giugno dei “dodici giorni”, ha attaccato basi americane in Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia saudita. Il messaggio è chiaro: la guerra, se l’attacco continua, si può allargare.
Quanto a Russia e Cina, coinvolte come alleati in periodiche manovre militari con Teheran, hanno chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma non interverranno. I russi, che pure ieri condannavano un attacco «non provocato» – e hanno già perso alleati come Siria e Venezuela – se aumenta il prezzo del petrolio si accontentano e non vogliono rovinare i rapporti con Trump. Pechino, che riceve Trump tra qualche settimana, pensa che si può accordare con lui sulla divisione delle sfere di influenza, l’unico mantra chiaro espresso da The Donald.
Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra ma quanto dura. Contro ogni norma del diritto internazionale Trump e Netanyahu dicono che hanno attaccato “preventivamente” per colpire il programma nucleare di Teheran, distruggere i suoi missili balistici e incoraggiare il cambio di un regime definito dal premier israeliano «sanguinario». Sicuramente lo è perché ayatollah e pasdaran hanno fatto fuori migliaia di oppositori. Ma Benjamin Netanyahu, autore del genocidio di oltre 70mila palestinesi a Gaza e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, non è da meno.
Lui promette di liberare l’Iran e fare degli iraniani i sostenitori di un “eterno Israele”. Qualche dubbio c’è: gli israeliani hanno comunque fatto fuori una ottantina di bambine iraniane nell’attacco a una scuola e dopo avere messo nel mirino la Guida Suprema Khamenei e il presidente Pezeshkian avrebbero eliminato il capo dei pasdaran e il ministro della difesa.
Il premier israeliano ha già fatto il casting e trovato il titolo al film di questa guerra: “Ruggito del Leone”, a richiamare il simbolo della bandiera monarchica. Reza Palhevi, erede del trono del pavone, ha dichiarato che la prima cosa che deve attuare l’Iran, una volta abbattuto il regime, è quello di riconoscere subito Israele e firmare il Patto di Ciro, una versione aggiornata dei patti di Abramo. Di dare pane, lavoro e un futuro agli iraniani, già massacrati e impoveriti da ayatollah e pasdaran, non se ne parla, casomai ci si penserà più tardi, perché uno straccio di programma politico dell’opposizione non esiste. Il cronista se lo segna diligentemente in agenda, nel caso debba sopravvivere per qualche anno anche a questo ultimo conflitto.
Un cambio di regime è possibile? Proviamo a scavare nel passato del Golfo. Il rais iracheno Saddam Hussein attaccò l’Iran il 22 settembre 1980 la repubblica islamica di Khomeini sicuro di farne un boccone, con il sostegno finanziario delle monarchie sunnite del Golfo e militare dell’Urss e dell’Occidente. Terminò con un milione di morti e i confini sullo Shatt el Arab immutati ma erano stati gettati i semi di una nuova instabilità. Il raìs invade nel ’90 il Kuwait e una coalizione internazionale di almeno 40 Paesi guidata dagli Usa lo sconfigge. Bush senior allora invitò alla rivolta contro Saddam curdi e sciiti che poi vennero massacrati a centinaia di migliaia: a Najaf le mura della moschea di Alì, quella con la cupola d’oro, per anni rimasero imbrattate dal sangue dei ribelli.
La guerra sembrò definitiva anche nel 2003 quando gli americani invasero l’Iraq. Dalla terrazza dell’Hotel Palestine si vedevano i missili Cruise americani colpire il bersaglio, neppure scalfiti dalla contraerea irachena: la città rimase subito al buio e la luce non tornò più per anni. Il Paese scivolò nell’anarchia e nel saccheggio.
Un giorno gli americani ammainarono bandiera su ordine di Obama, impegnato anche in Afghanistan dove oggi c’è una nuova guerra con il Pakistan, e dopo Al Qaeda arrivò pure il Califfato, a caccia di sciiti, curdi e yazidi. L’Isis riuscì a fare quasi uno stato a cavallo tra Iraq e Siria. Nessuno di questi Paesi oggi esiste più se non sulla carta geografica.
Il Medio Oriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno.
Una certezza l’abbiamo, è il bottino delle guerre del Golfo. Non la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse del Medio Oriente. Quindi si annunciano altre notti illuminate da missili, droni, traccianti, dove nel buio, insieme alle luci, si spegne anche l’ultimo barlume della ragione. Quello, per altro, lo avevamo visto scomparire da tempo.
Commenta (0 Commenti)La legge del male L’arcivescovo di Palermo dopo gli insulti ricevuti per il messaggio sui morti in mare. In un testo rivolto a Mediterranea aveva criticato le politiche di Ue e Italia. «I centri in Albania sono un assurdo», afferma il religioso
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Palermo, l’arcivescovo Corrado Lorefice – Foto Ansa
«Queste vittime sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento», ha detto nei giorni scorsi l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Il messaggio, rivolto all’ong Mediterranea, ha rotto il silenzio sui mille migranti dispersi in mare durante il ciclone Harry. In risposta sono arrivati attacchi e insulti.
È colpa dei social o quest’odio racconta qualcosa di profondo della nostra società?
Ultimamente la narrazione rispetto al fenomeno della mobilità umana, voglio chiamarlo così, è parte di una precisa campagna che ha l’obiettivo di fomentare un’emergenza che non c’è. Serve a distogliere l’attenzione dai problemi veri. Quando si carica l’opinione pubblica in questo modo, quando si individua un nemico e si fa crescere la paura, la reazione purtroppo è quella aggressiva e violenta che ritroviamo nell’uso dei social. Il problema è aver dimenticato che chi attraversa il Mediterraneo è prima di tutto un volto umano, una vita vissuta, un’attesa, una speranza. Persone con relazioni, parenti, famiglie. C’è una montatura che distoglie dalla comprensione dei fatti. Questa gente non viene a invadere o a delinquere, chiede solo i suoi diritti. Perché io occidentale posso andare ovunque ma non può farlo un africano o un asiatico?
Lei ha detto che «i corpi umani riconsegnati dal mare sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi». Un riferimento diretto al governo Meloni.
Le scelte che sta facendo questo governo sono sotto i nostri occhi. Ma vorrei anche ricordare che gli accordi con la guardia costiera libica vengono da più lontano, penso a Minniti o altri. Stiamo perdendo di vista una visione complessiva che riguarda la dignità della persona umana. È così che salta il diritto internazionale e salta tutto. Succede quando dimentichiamo che l’altro ha diritto alla vita e alla libertà. Da qui nascono scelte sbagliate e leggi ingiuste.
I centri in Albania vengono da una legge ingiusta?
I centri in Albania sono un assurdo. Per quello che sono costati e per quello che significano. Tutto avviene sotto i nostri occhi. Eppure, e penso ai lager in Libia, ci stiamo abituando a qualsiasi cosa. Addirittura stiamo cercando giustificazioni per nuovi campi di concentramento in Europa.
Sul tema dei migranti il Partito popolare europeo, che ha una storia di conservatorismo liberale e si rifà ai valori cristiani, continua a votare con le destre più estreme. C’è un rischio per la democrazia?
Oggi è questo il tema. Io sono cristiano ma sono anche italiano. Oltre al libro della Bibbia, c’è il libro della Costituzione. Sono in corso gravi attacchi alla nostra Costituzione che ci è stata regalata dalle diverse visioni antropologiche che là dentro hanno trovato l’unanimità sui grandi valori. L’articolo 3 sull’uguaglianza e l’11 sul rifiuto della guerra sono doni che non possono essere manipolati dai partiti. Soprattutto nei momenti di crisi, la Costituzione deve essere la piattaforma di partenza per la lettura dei fenomeni da affrontare.
Si può essere cristiani e respingere i migranti?
No, sono categorico. Significherebbe non conoscere il messaggio di Gesù Cristo. «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto», riporta Matteo nel Vangelo. Possiamo scriverlo a caratteri cubitali: chi è convinto di poter respingere o far affogare la gente nel Mediterraneo non può ritenersi cristiano.
Per il presidente Usa Trump l’immigrazione sta distruggendo la civiltà occidentale. L’arrivo di migranti musulmani è una minaccia per l’Europa?
No. Anche perché la maggior parte di quelli che arrivano in Italia sono cristiani, hanno ricevuto il mio stesso battesimo pur avendo confessioni differenti. Quello della religione è un falso problema usato per alimentare la paura dell’invasione. Un falso problema utile a chi ha responsabilità attuali di governo per depistare dalle vere questioni che affliggono la nostra nazione. A cominciare dalla sfida del lavoro, dei giovani costretti ad andare via come hanno fatto i nostri nonni partiti per altri continenti. Purtroppo stiamo perdendo la memoria che noi siamo stati e siamo migranti. Come abbiamo perso la memoria della seconda guerra mondiale.
Oggi l’Ucraina e Gaza, domani forse l’Iran, Cuba e Taiwan. Intanto il riarmo avanza ovunque, Italia compresa. La «guerra mondiale a pezzi» di cui parlava Francesco si può ancora fermare o è tardi e non resta che prendervi parte?
Non bisogna assolutamente prendervi parte. La guerra era, è e sarà sempre un’irrazionalità. L’unica cosa razionale da fare è la pace. Anche se oggi, per interessi economici e certi profili dei capi di questo mondo, è senza dubbio un momento di grande di trepidazione e crisi. Ecco perché ci vuole più che mai un’assunzione di responsabilità, un sussulto, di uomini e donne che promuovano la pace. Dobbiamo gridare che l’unica via è la pace.
Voto e Costituzione Lo sguardo della maggioranza resta esclusivamente rivolto dalle convenienze di parte, sono preoccupati di impedire la vittoria dell’altro
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Elezioni, illustrazione di Ludovica Valori – Illustrazione di Ludovica Valori
Il premio di maggioranza e le liste bloccate sono i due principali problemi di costituzionalità che anche questa nuova, ennesima proposta di legge elettorale porta con sé. La Corte costituzionale nella sentenza con la quale ha bocciato l’Italicum ha stabilito paletti precisi.
La governabilità è un principio degno di tutela ma non fino al punto di stravolgere la rappresentatività. E le liste bloccate lunghe, questo lo sappiamo dal 2014 e dalla sentenza contro il porcellum, sono illegittime perché non garantiscono che il voto sia «personale ed eguale, libero e segreto» (articolo 48 della Costituzione).
Anche questa nuova proposta sfugge dai problemi reali, mascherando i peggiori opportunismi di partito dietro un’ingiustificata tecnicalità. La legge elettorale è la più politica tra le leggi. Ma qui lo sguardo resta esclusivamente rivolto dalle convenienze dei partiti, preoccupati di impedire la vittoria dell’altro. Esemplare risulta in tal senso la scelta del collegio uninominale, che andava bene al sud sin tanto che non si prospettava un campo largo dei progressisti, ora invece va bene il sistema delle liste, sino al prossimo giro quando chissà come si articolerà lo scontro tra Schlein e Conte o tra Meloni e Salvini.
Eppure, è sotto gli occhi di tutti il principale problema che dovrebbe essere affrontato quando si parla di legge elettorale: come porre freno alla crisi della rappresentanza politica che si è ormai tradotta in vera e propria crisi di democrazia? Infatti, quando solo la metà degli aventi diritto si reca alle urne, tutte le istituzioni politiche – il parlamento prima ancora che il governo – diventano espressione di una sempre più ridotta minoranza di cittadini. Queste saranno pur sempre istituzioni legittime, in grado di governare il popolo che però appare assente, indifferente se non ostile.
Ed è per questo che bisognerebbe ricominciare a pensare a come ricondurre le istituzioni democratiche alla volontà di un popolo reale. Non affidandosi esclusivamente agli espedienti dei sistemi elettorali. Partiamo allora dall’Anno Domini 1993. Da allora si sono succeduti ben quattro leggi elettorali (mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum). Due si sono rilevate incostituzionale e una è assai sospetta. Già questo dovrebbe indurre a chiedersi cos’è che non è andato per il verso giusto.
In fondo basta guardare alle promesse delle origini per comprenderlo. Due le formule che meglio di altre valgono a sintetizzare le ambizioni di allora.
La prima: «Restituire lo scettro al principe». Questa era la massima riassuntiva, la parola d’ordine, dagli Anni 90. Il popolo diventi l’arbitro della decisione politica, indicando direttamente chi ci governa. Solo in tal modo – sperava il buon Ruffilli – gli elettori si riavvicineranno alle istituzioni. È avvenuto esattamente il contrario. È giunto il momento, allora, di prenderne atto e ribaltare il tavolo. Si deve ricominciare a pensare che gli elettori possano almeno scegliere i propri rappresentanti, anziché solo i governi.
La seconda formula che esprime il senso del fallimento è più sloganistica: «Il giorno stesso delle elezioni dobbiamo sapere chi ci governa». È sulla base di questa suggestione che si è assistito alla progressiva degenerazione del sistema. Dalle liste bloccate, che hanno finito per sottrarre ogni scelta all’elettore, rimettendo la «nomina» dei parlamentari alle segreterie dei partiti, ai premi di coalizione che impongono alleanze per vincere ma non per governare, dando peraltro un plusvalore ai gruppi d’interesse e alle formazioni politiche minori, decisive per conquistare premi e collegi in bilico.
Parallelamente si tende a piegare la nostra forma di governo parlamentare in senso presidenziale: ieri indicando il capolista (così il porcellum), oggi richiedendo di specificare il capo della coalizione (così la nuova proposta), domani, proponendo di far eleggere il Capo assoluto da parte di una minoranza, secondo l’ipotesi del premierato. La fine del sistema della rappresentanza plurale sulla quale si è costruita l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente.
Se si vuole evitare quest’esito annunciato serve una rottura di continuità, per ritrovare un nuovo equilibrio tra sistema elettorale e rappresentanza reale. Una diversa prospettiva che può essere ricostruita su due pilastri: riconoscere il valore della rappresentanza politico-parlamentare, ritrovare un collegamento diretto tra eletto ed elettore. Tradotto in modalità di elezione ciò dovrebbe sollecitare a adottare un sistema proporzionale con l’estensione dei collegi uninominali.
Sarebbe questo un modo per dare seguito alla indicazione della Consulta di «garantire l’effettiva conoscibilità dei candidati e con essa l’effettività della scelta e della libertà di voto» eliminando le liste bloccate o semi-bloccate, ma evitando anche il commercio dei voti e le cordate che si produce nel caso di liste con scelta plurima delle preferenze. Un sistema che responsabilizzerebbe i partiti, che dovranno indicare il proprio candidato sul territorio; i cittadini, che potranno scegliere il proprio rappresentante oltre che il proprio partito; l’eletto, che sarà legittimato tanto del partito di appartenenza quanto degli elettori del territorio.
Non è questa l’unica soluzione possibile s’intende, ma è quella più adeguata in questa fase di crisi della politica. Si tratterebbe di superare l’attuale sistema elettorale in una prospettiva opposta a quella che si è sin qui seguita: non più attenta esclusivamente agli interessi dei partiti, né a quelli di maggioranze precostituite, ma a quelli dell’elettore. E chissà se non si riesca a convincere qualcuno che valga ancora la pena andare a votare. Non per un Capo, ma per scegliere tra una pluralità di candidati effettivamente in grado di rappresentare un corpo elettorale diviso e in conflitto. È la democrazia, bellezza!
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Lavoro e algoritmi Sono assai pesanti i reati ipotizzati dalla procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl. La novità di oggi è il salto di qualità dell’accusa, vale a dire non più solo qualificazione del rapporto, ma sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato
Manifestazione lavoratori Deliveroo
Sono assai pesanti i reati ipotizzati dalla procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl: caporalato e sfruttamento lavorativo. Nel provvedimento si parla di circa 20mila fattorini impiegati in un sistema che avrebbe fatto leva sul loro stato di bisogno.
La procura descrive un modello organizzativo in cui l’applicazione algoritmica e pertanto digitale orienta e condiziona in modo stringente l’attività lavorativa, distribuendo gli incarichi, monitorando le prestazioni e incidendo, attraverso meccanismi reputazionali e premiali, sulla possibilità stessa di lavorare e di guadagnare.
Non è un fulmine a ciel sereno. Recentemente c’era stato un provvedimento analogo per Glovo e un paio di anni fa la procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sul settore del food delivery, sostenendo che i rider non potessero essere considerati meri lavoratori autonomi quando l’organizzazione del lavoro era sostanzialmente eterodiretta. Quelle decisioni avevano imposto il versamento dei contributi e ridefinito, almeno in parte, il perimetro dei diritti.
La novità di oggi è il salto di qualità dell’accusa, vale a dire non più solo qualificazione del rapporto, ma sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato. È un passaggio che richiama una stagione che sembrava lontana, quella quando la magistratura suppliva all’inerzia del legislatore nel riconoscere diritti elementari nei luoghi di produzione, l’epoca dei “pretori d’assalto”. Anche allora si parlava di “invasione di campo”. Anche allora, però, era la trasformazione del lavoro a precedere la politica.
Il punto è proprio questo. Da anni il dibattito pubblico oscilla tra l’esaltazione dell’innovazione e la difesa formale di tutele minime. L’algoritmo non è un dettaglio tecnico, ma il cuore del comando. Se assegna incarichi, valuta, premia e punisce, esercita una funzione datoriale. Negarlo significa lasciare una zona grigia in cui il rischio economico ricade interamente sul lavoratore.
A rafforzare la portata dell’indagine, la procura ha disposto anche la notifica di richieste di esibizione documenti a diverse società della grande distribuzione e della ristorazione: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai Secom e KFC Kentucky Fried Chicken. I carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano hanno raccolto organigrammi aziendali, sistemi di controllo interni, registri di whistleblowing e audit sulla gestione dei fornitori e sulla produzione esternalizzata dal 2023 a oggi. L’obiettivo è vagliare se questi modelli organizzativi siano idonei a impedire lo sfruttamento dei rider, tenendo conto che contratti con Deliveroo implicano l’utilizzo degli stessi lavoratori.
La logica è chiara: eventuali lacune nei sistemi di controllo potrebbero configurare un’agevolazione colposa del caporalato, come già contestata in passato dal pm Storari a brand della moda di lusso come Armani, Dior e Louis Vuitton.
Quando la politica arretra o interviene in senso opposto a quello necessario, la magistratura resta sola. Non è mai una buona notizia.
Il diritto penale non può sostituire una regolazione organica del settore. Ma il controllo giudiziario disposto a Milano segnala che, in assenza di regole chiare e di controlli amministrativi efficaci, il conflitto si sposta inevitabilmente nelle aule di giustizia. La questione non riguarda solo Deliveroo o Glovo oppure altre aziende. Interroga il modello di sviluppo che accettiamo, vale a dire se l’innovazione debba tradursi in compressione dei salari e frammentazione delle responsabilità, o se possa essere ricondotta entro un quadro di diritti esigibili.
La campagna milanese ricorda che il lavoro, anche quando passa attraverso una app, resta lavoro. E che senza una politica capace di governare le trasformazioni, saranno ancora una volta i giudici a dover scrivere, caso per caso, le regole del mercato.
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La fine del mondo Scriveva Hans Magnus Enzensberger una trentina d’anni prima della presunta ora X, la fine del mondo nella sua accezione apocalittica è una “utopia negativa” che «fa parte del nostro bagaglio ideologico. È un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra..»
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Dominique Gonzalez-Foerster, «Alienarium 5», 2022
Secondo un’antica profezia in un’ora imprecisata del 21-12-2012 si sarebbe verificato qualcosa di ignoto e terribile. Un fenomeno, probabilmente astronomico, di portata tanto imprevedibile quanto incommensurabile. I più ottimisti ipotizzavano che una “semplice” inversione dei poli magnetici terrestri si sarebbe ripetuta a distanza di 780.000 anni dall’ultimo avvenimento del genere, anche se quegli stessi ottimisti riconoscevano che nel ventunesimo secolo del calendario gregoriano un simile evento avrebbe potuto produrre effetti non trascurabili se non altro nell’organizzazione quotidiana degli abitanti del pianeta; altri annunciavano esplosioni galattiche devastanti e definitive.
Inguaribili catastrofisti scrutavano i cieli aspettando la fine del mondo; incalliti fricchettoni danzavano in cerchio festanti in attesa dell’Era dell’Acquario. Film, libri, popolari serie tv spiattellavano senza esitazione la più ovvia delle verità: era prossima l’invasione degli alieni.
Com’è noto (o forse questa realtà si rivelerà un altro inganno?), la fine del mondo non arrivò in quel giorno di dicembre. Sarebbe stato un vero disastro perché si sarebbe per giunta abbattuta sul globo proprio mentre nelle strade commerciali delle principali metropoli occidentali si riversavano milioni di persone disperate a caccia dell’ultimo regalo di Natale. Ma il peggio non accadde perché quel giorno, corrispondente
al 14° b’ak’tun del calendario Maya, segnava invece, secondo diversi studiosi di quella civiltà precolombiana, la fine di un ciclo e l’avvio di una nuova epoca da celebrare degnamente con grandi festeggiamenti. Niente di terrificante, anzi: una porta aperta sul futuro.
Tuttavia, scriveva Hans Magnus Enzensberger una trentina d’anni prima della presunta ora X, la fine del mondo nella sua accezione apocalittica è una “utopia negativa” che “fa parte del nostro bagaglio ideologico. È un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra..”, anche perché considerata il presupposto dell’esistenza del suo esatto contrario.
Ha dunque una sua attrattività, genera aspettative per la sua potenza in un modo o nell’altro “risolutiva”. E intorno a questa attrazione fatale fioriscono paranoie e menzogne, inganni e teorie che non stanno in piedi eppure utili a corroborare il potere e a rafforzare il controllo autoritario. Oppure ad accrescere il business, as usual.
La lontana, romanzata profezia del popolo Maya è ormai ampiamente soppiantata dall’attualità del popolo Maga e dalla moltiplicazione delle fake news che costruiscono cupi dominii dell’universo dove gli alieni – tanto attesi in periodi di apparente prosperità – e i non conformi sono banditi, rinchiusi, cacciati, eliminati fisicamente. Dove comandanti in capo (e in “capa”, per intendersi) alimentano il caos contro il pensiero, l’immaginazione e la fantasia creativa e creatrice di altre utopie possibili. Quelle che nel nostro quotidiano girovagare tra gli accadimenti non ci stanchiamo di immaginare, adesso anche grazie alla nostra e vostra “Fine del mondo”.
Guardando in alto non per cercare di scansare l’ennesimo asteroide che stavolta potrebbe davvero schiantarsi sulla terra. E magari nemmeno in attesa dell’Age of Aquarius, che ormai siamo entrati oltretutto nel segno dei Pesci. Né cerchiamo un rifugio nello spazio profondo dove ripararci insieme a pochi intimi privilegiati, perché come avrete capito ci piacciono le compagnie numerose. E se il mondo rischia di andare alla deriva, per noi alla “Fine del mondo” c’è uno Stargate senza muri e fili spinati, una grande zattera, una piattaforma umana.
Commenta (0 Commenti)Rogoredo Bisogna cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra
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Momenti di tensione con le forze dell'ordine durante una manifestazione antifascista, Brescia, 28 dicembre 2024
Il 26 gennaio la notizia che a Milano un uomo era stato ucciso da un poliziotto è arrivata alle otto di sera. A quell’ora i radar della politica sono abitualmente abbassati, non è più indispensabile alimentare la diurna ansia da dichiarazione, le redazioni sono poco recettive.
Eppure pochi minuti dopo diversi esponenti della destra già dettavano le loro certezze sulla legittima difesa dell’agente ed erano pronti a chiudere il caso. Una chiara rincorsa per anticipare nella prassi quello scudo penale per le forze dell’ordine che il governo ha provato a introdurre nella legge qualche giorno dopo. Molto contando sulle emozioni provocate, e orientate, dalla vicenda di Rogoredo.
Oggi il punto non è quello di stabilire fuori dalle aule di giustizia, ostentando certezze uguali e contrarie a quelle della destra, la colpevolezza dell’agente sparatore: per quanto pesanti siano gli indizi e circostanziate le nuove versioni dei colleghi, per quanto credibile e articolato nel tempo sia il quadro che sembra venire fuori dalle indagini, la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche per chi è accusato di fare giustizia da sé.
Il punto è invece cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra. Da Salvini e dalla Lega, quando hanno proposto di dare un premio o raccogliere fondi a favore dell’agente indagato per omicidio volontario, definendo l’accusa – per la quale adesso è stato arrestato – «gratuita ed eccessiva».
E dal ministro dell’interno Piantedosi che ha fatto subito compagnia, o concorrenza, al vice presidente del Consiglio, sicuro anche lui che nel caso era «molto evidente la legittima difesa».
Perché i rappresentanti della destra si spingono così avanti quando si tratta di giurare sulla polizia, senza neanche contare fino a tre, tanto da costringersi adesso a miserevoli giustificazioni, quando il buon senso se non la correttezza o la memoria di aver giurato sulla Costituzione imporrebbero prudenza?
La risposta non è consolante: la destra alza la sua barriera fatta di tante parole e di qualche modifica legislativa (già messa a segno o in programma) non perché sia davvero convinta dell’innocenza della polizia ma proprio per il suo contrario. Perché crede in una giustizia sommaria e violenta, amministrata con le maniere spicce innanzitutto contro le persone marginali, migranti i primi della lista. Lo scudo è quindi concepito come una forma di immunità preventiva piena, dovuta alla carica e necessaria. Le indagini non sono solo una seccatura da evitare ai servitori dello Stato, come si dice, ma sono per la destra la rottura dell’ordine naturale delle cose, che prevederebbe omertà e copertura per chi indossa la divisa.
Del resto, con buona pace della retorica del cesto sano e della mela marcia, è quello che anche in questa vicenda stava cominciando a succedere quando le prime versioni degli agenti testimoni dei fatti a Rogoredo erano diverse ed erano in piena sintonia con le dichiarazioni assolutorie dei ministri.
Nel paese che ha visto i fatti della scuola Diaz e poi i casi Uva, Bianzino, Aldrovandi e Cucchi, solo per citare i meno ignoti, che oggi vede a Milano dei carabinieri indagati per aver ostacolato le indagini per la morte di Ramy Elgaml, se una cautela andrebbe usata sarebbe la cautela opposta: assicurarsi che le indagini sull’operato delle forze dell’ordine possano essere sempre effettive e libere. Non c’è alcuna ragionevolezza nel chiedere di abbassare la guardia verso chi detiene il monopolio dell’uso legale della forza, quello che si scorge è invece un disegno politico pericoloso.
Che passa anche dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere, visto che alla destra è sfuggita l’intenzione, in caso di vittoria del sì, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per affidarla direttamente al ministro dell’interno. Cioè, nella vicenda di Rogoredo, a colui che aveva già chiuso il caso.
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