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Al vaglio del Colle È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo

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425ee571-e82d-4c4e-813e-79f093942c73 Deputati della maggioranza durante il voto finale segreto sul ddl legge elettorale – Foto Roberto Monaldo/LaPresse

È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo. È un’aggressione all’autonomia del parlamento e dei singoli parlamentari che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Equivale a una violenza che integra un attentato alle prerogative parlamentari. Capovolge il rapporto tra esecutivo e legislativo: non è più il parlamento che controlla il governo, ma viceversa.

Ma l’immagine è tanto più avvilente in quanto il disegno di legge di cui è stata estorta l’approvazione è una legge elettorale vistosamente incostituzionale. Questa legge, promossa alla vigilia delle elezioni, attribuisce un enorme premio di maggioranza – 70 seggi alla camera e 35 al senato – alla coalizione che abbia raggiunto almeno il 42% dei suffragi, che è esattamente la cifra attribuita alla destra dai sondaggi del giorno. Ne risulta una chiara lesione del principio di uguaglianza nel voto e la profonda distorsione del principio della rappresentatività popolare delle assemblee legislative.

Tutto l’assetto costituzionale ne risulta sconvolto: i poteri politici concentrati nel capo del governo, il parlamento ridotto a un organo di ratifica ad esso subalterno, il crollo dell’equilibrio dei poteri grazie alla possibilità, per la maggioranza, di impossessarsi di tutte le istituzioni di garanzia, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale e a tutte le autorità (che si vorrebbero) indipendenti.

Infine il colpo più grave al nostro assetto costituzionale, diretto a cambiare, di fatto, la nostra forma di governo: la legge impone l’indicazione, nelle liste elettorali, del nome del candidato alla presidenza del consiglio. Viene così perseguito, con una legge ordinaria votata a colpi di voti di fiducia, il medesimo risultato che era stato progettato dal disegno di riforma costituzionale sul premierato elettivo, chiaramente abbandonato perché sarebbe stato sicuramente bocciato dal referendum popolare. Non dimentichiamo che la nostra è tuttora una repubblica parlamentare, nel quale i governi si formano in parlamento e i presidenti del Consiglio non sono eletti dal popolo, ma nominati dal presidente della Repubblica sulla base delle consultazioni delle rappresentanze parlamentari.

«La democrazia è un regime senza capi», dichiarò un secolo fa Hans Kelsen, il massimo teorico del diritto. Purtroppo questa tesi è stata ignorata da 35 anni di esaltazione del leader, a destra ma anche a sinistra, quale figura centrale del sistema politico. Oggi è addirittura una legge ordinaria che piega obbligatoriamente la nostra democrazia alla scelta di un capo. Per la destra si tratta dell’attuazione del suo sogno di sempre: restaurare la figura, di triste memoria, del «capo del governo», quale incarnazione organica di tutte le forze che lo sostengono. Il tratto democratico di una coalizione di sinistra dovrebbe invece consistere nella tutela e addirittura nell’esibizione delle sue differenze, quale segno salutare del pluralismo interno, pur nella condivisione, frutto del compromesso nel dibattito pubblico e poi parlamentare, del programma di governo oltre che, in questo caso, della comune avversione al fascismo.

Si rivela perciò un altro obiettivo nefasto e sleale di questa legge: danneggiare l’opposizione, deformandola a sua immagine e somiglianza. Un effetto voluto di questa incredibile manomissione delle istituzioni democratiche è infatti quello di costringere il centrosinistra a dividersi nella scelta di un capo – tramite le primarie, rese di fatto obbligatorie dalla legge che impone l’indicazione nella lista del nome del candidato presidente -, per poi omologarsi, come la destra, intorno alla figura del capo vincente.

È ben difficile che le complesse procedure previste per un’eccezione di incostituzionalità, sollevata incidentalmente nel corso di un giudizio, rendano possibile, prima delle elezioni, una pronuncia su questo obbrobrio della Corte costituzionale. Anche perché questa destra spregiudicata sarebbe capace di anticipare il confronto elettorale, proprio per evitare il giudizio, scontato, della Corte: i profili di illegittimità di questa legge, infatti, non sono meno gravi di quelli rilevati dalla sentenza costituzionale n. 1 del 2014 sulla legge elettorale n. 270 del 2005 chiamata, dai suoi stessi autori, Porcellum. L’unica speranza è che il presidente della Repubblica voglia avvalersi del potere, conferitogli dall’articolo 74 della Costituzione, di chiedere alle camere, con messaggio motivato, una nuova deliberazione. Qui si parrà la sua nobilitate. È in atto una vera eversione dell’assetto costituzionale.

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Divisioni militari Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Va presentato un piano europeo per il negoziato e gli aiuti devono essere condizionati all’accettazione

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2c5b4048-2ed6-4f70-a722-93eb1d04886c Una manifestazione a Roma contro il riarmo – Foto LaPresse

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

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Dottrina “Donroe” Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr

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462c6fe6-bc7f-4757-aa73-eb6f27692894 Cartelli contro Trump e Bolsonaro a a San Paolo, in Brasile – Foto AP/Ettore Chiereguini

Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr. L’esito, del tutto inaspettato , della prima tornata presidenziale va in questa direzione.

Il tycoon si appresta a brindare secondo il suo slogan favorito, «The winner takes it all», il vincitore prende l’intero bottino, che in questo caso è il subcontinente a Sud del Rio Bravo. Le cose gli vanno male all’interno e in Medio oriente, ma si avvia alla «riconquista» dell’America Latina.

Questo era l’obiettivo della dottrina che porta il suo nome, la Donroe, annessa come corollario alla Strategia nazionale della sicurezza (NSS) degli Usa, varata alla fine dell’anno scorso. Essa prevede il controllo dei beni del subcontinente, definiti «asset strategici degli Stati Uniti». Nessun riferimento all’esportazione della democrazia made in Usa – come invece era il centro della dottrina Monroe del 1823. Quello che importa è il bottino.
Così è stato con il blitz su Caracas il 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della consorte Cilia Flores: si è visto poche settimane fa che vale a Trump il controllo di giacimenti di petrolio in Venezuela, valutati più di 40 miliardi di barili.

La presidente (tuttora ad interim) Delcy Rodríguez, può stare solo a guardare (ne va della sua testa, come le ha intimato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio). La premio Nobel María Corina Machado, non può, almeno fino a oggi, nemmeno tornare in patria come ha tentato un paio di volte nelle ultime settimane: nessun staterello del Caribe le dà il permesso di atterrare in transito. Di elezioni e di democrazia in Venezuela se ne parlerà quando Trump deciderà che il paese è «pronto alla transizione».

È l’«eccezione America Latina», bellezza, affermano gli aedi di Trump. Già l’aveva dimostrato il 7 marzo, riunendo a casa sua, a Mar-A-Lago in Florida, dodici leader, esponenti della nuova e radicale destra latinoamericana, che hanno firmato l’accordo battezzato “Scudo delle Americhe”. Il nemico comune sono le organizzazioni narcos (definiti i nuovi terroristi) e le sinistre antifa. Militari e leader politici latinoamericani sono i guardiani degli «asset strategici» Usa, i primi con le armi (e l’intelligence) sottomessi al Pentagono; i secondi al tycoon. Naturalmente lo scudo in questione è rivolto soprattutto contro la penetrazione cinese nel Sud dell’Emisfero occidentale.
Sono questi i termini sostanziali che hanno accettato anche gli ultimi vassalli, Keiko Fujimori e Abelardo de la Espriella, entrambi eletti alla presidenza con un pugno di voti – e pesante ingerenze di Washington – in Perù e in Colombia. A questo punto mancavano tre importanti ridotti: Cuba, Messico e Brasile.

l primo è sotto strangolamento economico con un blocco sia di petrolio sia di medicinali e prodotti di prima necessità che non vengano, col contagocce e con evidenti scopi politici, dagli Usa. La presidente messicana Claudia Sheinbaum , seppur sotto schiaffo (della Dea e dei reparti speciali Usa che minacciano di entrare negli Stati messicani confinanti per combattere i narcos) si mantiene a schiena dritta. Ma può farlo fino a quando avrà l’appoggio del Brasile.

Così è chiaro che il vero baluardo anti Trump – per popolazione, estensione e produzione – era ed è il Brasile governato da Lula. Il quale ha messo in chiaro che, con lui, «il nostro paese non entra nel cortile di casa degli Usa».Il terzo mandato di Lula ha dato frutti – aumento del salario minimo, crescita economica e livelli di disoccupazione ai minimi storici. Ma non ha avuto una vittoria politica che gli permettesse di affrontare Flávio Bolsonaro come prestanome di interessi sinistri ma enormi: la lobby delle scommesse, truffatori bancari e della sicurezza sociale, crimine organizzato. Ma soprattutto della Miami imperiale. Il suo programma interno è mano dura, ma quello che importa è la sua volontà di affidare a Trump e Rubio i minerali strategici e la sovranità del paese in cambio della libertà di suo padre, Jair.

Pure in questo caso l’intervento degli Usa è stato pesantissmo: l’agenzia nazionale brasiliana di intelligence, la Abin, ha presentato prove dell’ingerenza «apertamente riconosciuta» degli Usa.

La protervia di Trump, ovviamente, non basta a spiegare l’«eccezione America Latina», con la possibilità purtroppo di essere confermata dal Brasile. Anche le ultime indagini di Latinobarómetro dimostrano che in tutto il subcontinente la democrazia e la sovranità non godono di buona salute. La sinistra continentale dovrà analizzare in profondità le ragioni di una sconfitta di cui porta una forte responsabilità.

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Quattro mura La casa è il perno dell’economia fondamentale, l’insieme dei beni e dei servizi - acqua, energia, cibo, sanità, cura, trasporti - che permettono una vita dignitosa

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1e95ba6e-d8c8-4052-bd96-d089a9b8a16d Foto generiche di case popolari a Torino, 16 febbraio 2024, nel quartiere Mirafiori. Settore immobiliare, emergenza casa ANSA/JESSICA PASQUALON

La casa è il perno dell’economia fondamentale, l’insieme dei beni e dei servizi – acqua, energia, cibo, sanità, cura, trasporti – che permettono una vita dignitosa. Senza un alloggio accessibile, scuola, lavoro e cura perdono il loro punto d’appoggio.

Secondo l’Istat, nel 2021 il quinto più povero delle famiglie italiane destinava all’abitare quasi un terzo del reddito (32,3%), il quinto più ricco il 6,6%: un rapporto di cinque a uno. Secondo Eurostat, nel 2025 le famiglie a rischio di povertà spendono per la casa il 28,6% del reddito, quelle non povere il 10,8%. Con i redditi al palo e l’inflazione che morde, il costo dell’abitare divora una quota crescente di ciò che resta dopo le spese essenziali. E con esso la libertà di scegliere dove e come vivere.

In Spagna questa infrastruttura si è incrinata in pubblico. Ha smesso di essere un fatto privato.

Il 23 settembre le immagini dello sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, dopo che il suo canone era salito da 500 a 2.650 euro al mese (quasi il doppio della sua pensione) sono passate in televisione e hanno acceso le piazze. Il filosofo John Dewey osservava che un pubblico nasce quando gli effetti di accordi privati travalicano chi li ha stipulati e colpiscono altri, fino a rendere necessario occuparsene in modo collettivo. Lo sfratto di Maricarmen ha generato questa trasformazione: un contratto privato è diventato un oggetto politico dotato di una sorta di «potere di convocazione». Una acampada a Puerta del Sol, un presidio davanti al Congresso, manifestazioni annunciate in oltre cinquanta città. La società proprietaria ha fatto marcia indietro, ma ormai il problema pubblico aveva un nome: l’abitare.

Pedro Sánchez ha portato in aula due decreti, il Congresso li ha respinti. La sconfitta parlamentare è però anche un successo di posizionamento tattico. Sánchez ha costretto gli avversari a votare di fronte al Paese contro la risposta al caso Maricarmen. Li ha poi avvertiti che la storia li giudicherà «prima di quanto credano» e ha legato l’ipotesi di elezioni anticipate alle dinamiche della piazza. La casa è diventata così la linea di frattura su cui ridisegnare il campo politico, creando alleanze non scontate tra politica e società.

In Italia non succede nulla di simile. Gli sfratti colpiscono ogni anno decine di migliaia di famiglie, ma restano cronaca gestita caso per caso da tribunali, prefetture e servizi sociali. Nel 2024, ultimo anno con dati ufficiali, i tribunali hanno emesso oltre 40mila provvedimenti di sfratto, quasi otto su dieci per morosità e oltre 21mila sono state eseguite alla presenza dell’ufficiale giudiziario. Il fondo per il sostegno agli affitti è stato azzerato nel 2023; quello per la morosità incolpevole, cancellato anch’esso, è stato riattivato con cifre simboliche: pochi milioni l’anno, a fronte dei cinquanta stanziati annualmente dal 2021. Dai tempi dell’Ina-Casa di Amintore Fanfani l’Italia non ha più avuto un piano per la casa di quella scala. Nessuno sfratto, però, ha riempito le piazze come in Spagna o è diventato un oggetto politico mobilitante. La casa compare nei programmi dei partiti di opposizione senza assumere alcun potere di convocazione.

Ri-politicizzare l’economia della vita quotidiana, cioè riportare all’interno del conflitto democratico beni che sono stati spoliticizzati, consegnati alla logica della rendita immobiliare o ridotti a questione privata, dovrebbe essere una priorità per l’opposizione. La casa deve tornare a essere una questione pubblica. Il caso spagnolo mostra come ciò possa concretizzarsi in presenza di un ecosistema in cui i movimenti costruiscono i problemi pubblici, l’analisi critica ne mostra i meccanismi di funzionamento e le possibili soluzioni e i partiti che mirano alla rappresentanza popolare tornano a fare ciò che hanno smesso di fare da troppo tempo: dare voce ai bisogni dei soggetti più deboli.

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La guerra grande Il ritiro degli ultimi marines, 23 anni dopo

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8b488844-7042-48ae-bed0-6fc7e2a91608 Festa in Iraq per il ritiro Usa – Foto AP/Hadi Mizban

Il colonnello dei marines McCoy fu il primo americano a entrare al Palestine Hotel e a chiedere una birra, senza per altro dire una parola sui due giornalisti occidentali appena uccisi al nono piano dal proiettile di un Abrams Usa. Era il 9 aprile 2003, nei quartieri sciiti di Baghdad si festeggiava e la statua di Saddam Hussein a piazza Firdous veniva abbattuta. È passata una generazione da allora e il premier Alì al Zaidi ha deciso di celebrare oggi primo ottobre la partenza delle truppe Usa come la «Giornata della sovranità». Vedremo quali festeggiamenti faranno gli iracheni: questo ritiro – che comprende gli ultimi militari italiani – presenta alcuni aspetti paradossali: la sovranità dell’Iraq è una scommessa.

L’Iraq, una cassaforte petrolifera, non è così sovrano e indipendente come potrebbe apparire. Le milizie armate sciite pro-Iran celebrano l’uscita degli Usa come una vittoria storica; nel campo sunnita avvertono che il vuoto potrebbe rafforzare Teheran e i suoi alleati, offrendo nuovo spazio a quel che resta dello Stato islamico. Il ritiro Usa, concordato nel 2024 da Biden e attuato da Trump mentre Washington è impegnata contro l’Iran, elimina, per gli osservatori un contrappeso militare al peso di Teheran in Iraq.

Quanto è avvenuto in passato induce alla prudenza. Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere gli iracheni contro lo Stato islamico fino al 2017. Tutto era iniziato con la più gigantesca fake news del secolo. Nel marzo 2003 Stati uniti e alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein ma la guerra fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa irachene: il segretario di stato Colin Powell andò all’Onu a mostrare una fialetta che doveva essere la smoking gun, la pistola fumante delle prove. Ma gli arsenali chimici annunciati dagli statunitensi non furono mai trovati.

La caduta del regime fu rapida mentre costruire uno Stato capace si rivelò assai più difficile. Soprattutto per i colossali errori delle forze di occupazione guidate dal pro console Bremer: lo sbaglio più gigantesco fu lo scioglimento delle forze armate, che lasciò allo sbando decine di migliaia di soldati e il paese senza nessun controllo dei confini e del territorio. Fu per questo che i gruppi jihadisti come al Qaeda riuscirono a penetrare e fare proseliti soprattutto nella minoranza sunnita che non si sentiva più garantita dall’ascesa degli sciiti. Furono questi gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del paese. Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011 molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. E si sbagliarono ancora una volta.

Fu il secondo tragico errore degli Stati uniti. L’Iraq fu abbandonato al suo destino e senza un apparato di difesa che potesse garantire il controllo. Un iracheno, Al Baghdadi, un ex qaedista liberato dal carcere di Camp Bucca proprio dagli Usa, si mise alla testa dell’Isis e nel 2014 riuscì a occupare Mosul facendosi proclamare califfo nella moschea di Al Nouri. La cavalcata dell’Isis minacciava anche Baghdad e mentre l’esercito iracheno si era liquefatto fu il generale iraniano Qassem Soleimani (poi ucciso dagli americani) a organizzare la difesa.

Soleimani si appoggiò alle milizie sciite legate all’Iran che oggi sono forze potenti. Il quadro è complesso: appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia. Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati Usa. Se questi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?

La presenza delle milizie sciite armate ha trovato un’altra giustificazione nella guerra lanciata il 28 febbraio da Usa e Israele contro la repubblica islamica dell’Iran. E qui siamo a un altro paradosso. Gli Stati uniti, mentre stavano per attaccare l’Iran, si appoggiavano alle milizie curde dei peshmerga intenzionati, a loro dire, a invadere l’Iran e combattere contro il regime degli ayatollah. Questa operazione -alla quale fu dato anche un risalto mediatico – è miseramente naufragata ma la dice lunga sull’improvvisazione della guerra di Trump e Netanyahu e come è stato trattato l’Iraq in questi anni. Non è una colonia ma gli Stati uniti l’hanno trattato come se lo fosse: ancora oggi non ha un’aviazione, un vero Stato, un governo riconosciuto e un esercito affidabile. Per questo la sua sovranità è una scommessa.

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