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Rabbia a Minneapolis dopo l’omicidio di Renee Good da parte dell’Ice. L’amministrazione Usa sostiene gli agenti anti immigrazione e garantisce impunità. Vance: «Io e il presidente siamo dalla vostra parte». E l’Fbi monopolizza le indagini

Licenza di uccidere Proteste a Minneapolis e decine di altre città. Per sicurezza, scuole chiuse per una settimana

LEGGI anche: L’Ice uccide una donna a Minneapolis ma Trump attacca: «Terrorismo interno»

Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good foto Ap/Ryan Murphy Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good – foto Ap/Ryan Murphy

Il capo dell’agenzia investigativa statale del Minnesota, la Bca, ha dichiarato che la procura federale ha impedito all’agenzia di partecipare all’indagine sull’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, la 37enne uccisa mercoledì a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice. In un comunicato, il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, ha dichiarato che inizialmente era stato deciso che la sua unità investigativa avrebbe condotto un’indagine congiunta con l’Fbi, ma che in seguito il Bureau ha cambiato idea e la Bca non avrà più accesso ai materiali necessari. La Bca «si è ritirata a malincuore dall’indagine», ha scritto Evans.

SEGUENDO LA PRASSI ormai solita dell’amministrazione Trump di riscrivere la realtà, durante una conferenza stampa che la Segretaria della Sicurezza nazionale (il dipartimento a capo dell’Ice), Kristi Noem, ha tenuto a New York ha dichiarato che l’Fbi non avrebbe «tagliato fuori» l’agenzia statale del Minnesota, ma avrebbe seguito la prassi. «Vogliamo la loro collaborazione – ha dichiarato Noem – per tenere i criminali lontani dalle strade». Su chi siano questi criminali a cui si riferisce Noem c’è molto dibattito, visto che per il governatore del Minnesota, Tim Walz, a commettere reati sarebbero gli agenti dell’Ice.

Con una mossa che ha ben pochi precedenti, come ha sottolineato nel suo programma serale Stephen Colbert, Walz ha emesso un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale del Minnesota «a proteggere la nostra popolazione. Da settimane avvertiamo che le operazioni pericolose e sensazionalistiche dell’amministrazione Trump rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza pubblica, e che qualcuno potrebbe farsi male».

WALZ HA DEFINITO la ricostruzione ufficiale un atto di «propaganda» e ha assicurato che «lo Stato garantirà un’indagine completa, equa e rapida per assicurare l’accertamento delle responsabilità e la giustizia».

Da quando si è diffusa la notizia dell’omicidio di Good, i network nazionali si sono occupati quasi solo di questa vicenda. L’omicidio in pieno giorno, da parte di un agente mascherato, di una donna disarmata che obiettivamente non rappresentava una minaccia per nessuno, ha fatto sobbalzare l’opinione pubblica. La persona che l’amministrazione Trump dipinge come una terrorista interna che avrebbe tentato di investire degli agenti federali con la sua auto era una cittadina americana nata in Colorado, maiaccusata di nulla, a parte una multa per infrazione al codice della strada. Sui social media si descriveva come «poeta, scrittrice, moglie e madre». Era sposata con una donna e aveva un bambino di sei anni.

GIÀ LA SERA dell’omicidio si sono svolte manifestazioni, non solo a Minneapolis ma anche in altre città Usa, con le piazze di Chicago, New York e Seattle che si sono riempite per far

Sono solo gli ultimi paesi occidentali ad averlo deciso di recente

Una manifestazione per la Palestina in Quebec, in Canada, lo scorso 12 settembre Una manifestazione per la Palestina in Quebec, in Canada, lo scorso 12 settembre (Credit Image: © Jacques Boissinot/The Canadian Press via ZUMA Press)

Il Regno Unito ha formalmente riconosciuto la Palestina come stato. Il primo ministro Laburista, Keir Starmer, lo ha annunciato domenica pomeriggio, sostenendo di aver preso la decisione per «ravvivare la speranza della creazione di due stati», e risolvere il conflitto tra Israele e Palestina. Annunciando la decisione, Starmer ha anche criticato molto duramente Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza, dicendo che «la fame e la devastazione [a Gaza] sono assolutamente intollerabili».

Sempre domenica, anche i governi del Canada, dell’Australia e del Portogallo hanno riconosciuto formalmente la Palestina. Nelle ultime settimane diversi paesi occidentali, tra cui la Spagna, la Francia, il Belgio e hanno annunciato che avrebbero fatto lo stesso.

 Il riconoscimento formale della Palestina da parte del Regno Unito, del Canada e dell’Australia è arrivato domenica perché nei prossimi giorni è in programma l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York. Uno dei temi che affronteranno i partecipanti è la crisi umanitaria in corso a Gaza, e la possibilità di creare due stati indipendenti che coesistano, quello di Israele e quello della Palestina, per risolvere il conflitto.
 

È previsto che parleranno sia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sia il presidente palestinese Mahmoud Abbas, anche se quest’ultimo, e la delegazione palestinese di cui avrebbe dovuto fare parte, non potranno essere presenti di persona, dato che il governo statunitense ha negato loro il visto. Netanyahu ha commentato la decisione di Regno Unito, Canada e Australia (ha parlato prima dell’annuncio portoghese) ribadendo la posizione del suo governo di estrema destra: ha detto che Israele non consentirà mai la nascita di uno stato palestinese e ha promesso di espandere ulteriormente le colonie illegali in Cisgiordania.

La Palestina al momento è riconosciuta da quasi tutti i paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’Europa dell’est e dell’America Latina, ma da pochissimi paesi occidentali. Gli annunci delle ultime settimane sono stati fatti per cercare di fare pressione su Israele, in modo da raggiungere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, che Israele ha invaso dall’ottobre del 2023 in risposta all’attacco terroristico compiuto da Hamas il 7 ottobre dello stesso anno.

Riconoscere uno Stato significa avviare relazioni diplomatiche ufficiali che in genere prevedono lo scambio di ambasciatori o di altro personale diplomatico. Nel caso della Palestina, tuttavia, il riconoscimento internazionale ha un alto valore simbolico e politico. L’Italia è uno dei paesi che ancora non riconoscono lo stato palestinese: ha comunque un ufficio consolare a Gerusalemme che si occupa di curare le relazioni tra il governo italiano e le autorità palestinesi.

 

– Leggi anche: Per diventare uno stato, devi farti riconoscere

Il mestiere di vivere I dati smentiscono la premier. In campo i referendum contro il jobs act e per la cittadinanza. Landini: «Nella lotta il futuro del paese». La Fondazione Di Vittorio: tra il 2022 e il 2024 meno 120mila nuove assunzioni

Manifestazione degli operai metalmeccanici genovesi per chiedere il rinnovo del contratto, Ansa Manifestazione degli operai metalmeccanici genovesi per chiedere il rinnovo del contratto – Ansa

Oggi ci sono cinque ragioni in più per trasformare un Primo Maggio che tende ad essere presentato come un rituale, per di più luttuoso, in una giornata di lotta contro lo sfruttamento e per una cittadinanza sociale. Sono i cinque quesiti del referendum che si voteranno l’8 e il 9 giugno e possono cambiare la vita di milioni di persone.

SI VOTERÀ per abolire i licenziamenti senza giusta causa creati dal Jobs Act del Pd di Renzi; stabilire risarcimenti più equi per i licenziati senza motivo che lavorano per le piccole aziende con meno di 16 dipendenti; imporre la responsabilità legale alle aziende che indicono un appalto, e non solo a quelle che lavorano in subappalto, in caso di morte o infortunio sul lavoro; riconoscere la cittadinanza a chi lavora e studia in Italia con un requisito minimo di 5 anni di residenza e non più 10.

LA CHIAVE per leggere questa giornata politica, e riattivare la sua carica di opposizione al lavoro capitalistico, è stata data dal segretario della Cgil Maurizio Landini, ed è stata usata anche da molti altri soggetti della sinistra, come la Casa Internazionale delle Donne che ha evidenziato come quelli dei referendum «non sono quesiti astratti e riguardano direttamente le donne: noi che viviamo in condizioni lavorative troppo spesso segnate da precarietà, licenziamenti legati alla maternità, contratti poveri e mancanza di tutela».

UNA RIVOLTA OGGI, potrebbe anche passare da un voto. A questo orizzonte, si direbbe alla Albert Camus più volte richiamato in questi mesi da Landini, rinvia lo slogan scelto dalla Cgil per la campagna referendaria: «Il voto è la nostra rivolta». Il messaggio è stato concepito per mobilitare in vista di un voto politicamente rilevante che sconta l’incertezza per la tagliola del quorum, ma può essere inteso come l’occasione di una mobilitazione trasversale. Dopo avere rilanciato il concetto in un appello pubblicato da Il Manifesto, e da altri quotidiani, ieri alle Industrie Fluviali a Roma Landini lo ha ribadito presentando una ricerca strutturata e informata della Fondazione Di Vittorio: «Precarietà e bassi salari. Rapporto sul lavoro in Italia a dieci anni dal Jobs Act».

LANDINI ha criticato l’annuncio del governo su un nuovo provvedimento-bandiera sulla sicurezza sul lavoro: «Siamo di fronte a veri omicidi e non fatalità. È un modello di fare impresa e mercato che uccide, ed è stato favorito dalla politica e dal parlamento con le leggi – ha detto – Con il governo è un anno e mezzo che chiediamo di modificare le leggi e invece si è andati nella direzione opposta. Se si vuole davvero cambiare la situazione è necessario cambiare le leggi, e non costa nulla. Devono essere responsabili quelli che pensano che le persone possono morire come un prezzo da pagare in nome del profitto e del mercato. Non è il momento delle chiacchiere o degli annunci, ma dei fatti».

LA RICERCA della Fondazione Di Vittorio è utile, in primo luogo, per

FRANCIA. Estrema destra al 33%, blocco di sinistra al 28% 306 le sfide “triangolari”. Ma non tutto è perduto. Il Fronte popolare fa un passo indietro quando utile. Tra i centristi invece ci sono dubbi. I Républicains, in netto declino, non danno nessuna indicazione di voto. La coalizione del presidente, Ensemble, in testa solo in 68 circoscrizioni

Emmanuel Macron

L’estrema destra è alle porte del potere in Francia. Ma è ancora possibile evitare il peggio, la maggioranza assoluta al Rassemblement National. Bisogna aspettare oggi alle 18, per vederci più chiaro sugli schieramenti per il secondo turno di domenica 7 luglio, dopo la conferma del terremoto politico che sta scuotendo la Francia con i risultati del primo turno.

Ieri c’erano già più di 170 “desistenze” al secondo turno dei candidati nelle 306 sfide “triangolari” possibili. L’alta affluenza alle urne ha permesso molte “triangolari”, cioè oltre ai primi due candidati arrivati in testa un terzo ha la possibilità di presentarsi (ci sono persino 5 quadrangolari).

L’ESTREMA DESTRA – Rn più il drappello portato dall’ex Lr, Eric Ciotti (il partito di Zemmour, Reconquête, è quasi sparita) – ha ottenuto il 33%, 10,6 milioni di voti (nel 2017 ne aveva 3 milioni,

ISOLA FELICE. I dati dello spoglio tardano fino a notte. Ma M5S e Pd accusano «Testa a testa costruito ad arte per minimizzare la sconfitta»

 

Sembra che Alessandra Todde ce l’abbia fatta. La candidata sostenuta dall’alleanza Pd-M5S potrebbe essere la nuova presidente della Regione Sardegna. La prima presidente donna nella storia dell’autonomia regionale sarda. Diciamo «sembra» e «potrebbe» perché al momento in cui scriviamo, i dati definitivi non sono ancora noti, a causa di un’incredibile lentezza della macchina organizzativa che la Regione ha approntato per raccogliere e diffondere i risultati.

IL FATTO è (da qui la cautela) che le cifre disponibili alle 22.30 sono riferibili solo a 1.642 sezioni scrutinate su 1844, pari a circa il 90% dei votanti. Quindi un quadro incompleto, con Todde al 45,3, Truzzu al 45% Soru all’8,7% (quindi fuori dal consiglio regionale perché non supera lo sbarramento del 10% imposto dalla legge elettorale sarda alle coalizioni) e la l’indipendentista Lucia Chessa all’1 %. Eppure il centrosinistra nella tarda serata paresicuro di vincere, tanto che per sostenere Todde nel rush finale e festeggiare la vittoria, Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono infilati nello stesso aereo di linea e sono volati a Cagliari. Meloni, invece, già dalla tarda mattinata ha convocato d’urgenza a Palazzo Chigi Tajani e Salvini. Aria di tempesta.

PER SPIEGARE perché Todde e i suoi alleati sono sicuri di farcela, bisogna fare la cronaca della giornata. Gli scrutatori hanno cominciato a contare le schede alle 7 del mattino, dopo che dalla domenica elettorale era emerso un primo dato, quello sulla percentuale dei votanti, che ha registrato un 1,5% in meno rispetto alle regionali del 2019: il 52,4%, contro il 53,09% del 2019. Da subito si è capito che il sistema di rilevamento e di diffusione dei dati sarebbe stato lentissimo. Niente cifre dal Viminale, perché il data base del ministero, abbastanza sorprendentemente in concomitanza con una scadenza elettorale, era

IRAN. Un anno fa la morte in custodia della polizia di Mahsa Amini: indossava male il velo. Il 16 settembre 2022 nasceva il primo movimento guidato da donne in un paese islamico. Il regime si prepara ll’anniversario con arresti, minacce, droni e migliaia di milizie

L’immagine di Mahsa Amini a una manifestazione a Berlino (Ap) L’immagine di Mahsa Amini a una manifestazione a Berlino - Ap

Centinaia di arresti preventivi, licenziamento dei docenti universitari e degli insegnanti più critici, minacce alle famiglie delle vittime, obbligo per gli attivisti di prendere l’impegno, per iscritto, di non partecipare alle eventuali manifestazioni: così la Repubblica Islamica si è preparata ad affrontare l’anniversario della morte di Mahsa Amini. Come se non bastasse, sono state installate telecamere 3d con software sofisticati per il riconoscimento facciale in ogni angolo della città, e addestrate milizie, che saranno assistite dai droni, per soffocare eventuali disordini sul nascere.

UN ANNO FA si diffondeva la notizia della morte di Mahsa Amini, ventiduenne, fermata pochi giorni prima dalla polizia morale a Teheran perché indossava in maniera non corretta il velo obbligatorio. La notizia viene divulgata da una giovane giornalista, Niloofar Hamedi, e il funerale viene raccontato da un’altra collega, Elaheh Mohammadi. Entrambe vengono arrestate e rimangono tuttora in carcere.

La straziante morte di Mahsa enfatizza la discriminazione, la libertà negata e la