Ilaria Salis torna in aula in catene: «13 mesi di carcere non sono poi tanti», la Corte magiara la rimanda in cella negando i domiciliari. Schiaffo a Meloni dall’amico Orbán. Ma a Milano i giudici negano l’estradizione a Budapest di Gabriele Marchesi: rischia trattamenti inumani
ANGHERIA. Il tribunale di Budapest dice no ai domiciliari, smentita la linea voluta dal governo. E i neonazisti minacciano. Intanto Gabriele Marchesi torna libero: la Corte d’appello di Milano respinge l’estradizione
Ilaria Salis in aula a Budapest durante il suo processo - Ansa
I Lei entra in tribunale a Budapest in catene. Lui esce dal tribunale di Milano da uomo libero. Le vicende di Ilaria Salis e Gabriele Marchesi, accusati entrambi di aver aggredito dei neonazisti in Ungheria nel febbraio dell’anno scorso, ieri hanno restituito tutti e due i lati di una medaglia di certo ingloriosa per il governo Meloni e per la diplomazia italiana.
Salis è tornata in aula a Budapest soltanto per vedersi respingere la richiesta di domiciliari in Ungheria: una decisione ampiamente annunciata ma lo stesso bruciante. La 39enne è prigioniera da 13 mesi per accuse che in Italia sarebbero di lesioni lievissime, e l’udienza di ieri stata soltanto uno spettacolo messo in piedi per ribadire al mondo il punto di vista di Budapest su questa storia. Lo spiega bene Roberto Salis, il padre: «Qui Ilaria è colpevole per tre motivi: è donna, non è ungherese ed è antifascista»«. La situazione, del resto, era chiara da tempo. E qualora qualcuno non lo avesse capito, all’ingresso in tribunale, la folta pattuglia solidale accorsa dall’Italia (parlamentari, associazioni umanitarie, il funzionario d’ambasciata Attila Trasciatti e anche il fumettista Zerocalcare) è stata accolta dagli insulti e dalle minacce di un manipolo di neonazisti: «Zitti o vi
Leggi tutto: Salis ancora in catene, Italia umiliata - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)I malati e i feriti di Gaza accolti negli ospedali italiani sono finiti in un limbo. Affidati alle associazioni o ai centri per migranti, senza finanziamenti né protezione speciale. Così l’operazione di soccorso del governo italiano è uno spot, mentre Roma taglia i fondi all’Unrwa e alle ong in Palestina
ACCOGLIENZA A METÀ. La vicenda dei bambini gazawi curati e "abbandonati" da noi e la tragedia di quelli che restano senza cure nella Striscia
Gaza City, 24 novembre 2023, corsa disperata verso l'ospedale al-Shifa - Ap
Sedotti e abbandonati. Prima trasferiti in Italia per essere curati, poi relegati in una zona grigia umiliante che con la protezione internazionale ha poco a che fare. Scaricati come pacchi ingombranti a quello stesso terzo settore che sul terreno, nei teatri di crisi dove è spesso l’ultimo baluardo di umanità, viene scientemente esautorato, screditato, de-finanziato. Sulla falsariga di quanto successo sempre in tema di Palestina con l’Unrwa.
Sono i bambini gazawi feriti o malati giunti in Italia con le loro famiglie per ricevere cure adeguate. Gli ultimi palestinesi costretti ad andarsene, in fondo. Come ai primi, non sembra essergli concessa la prospettiva di un ritorno, né quella di una permanenza serena. Visti sbagliati, fondi non previsti e e altri piccoli dettagli non compresi nel pacchetto di accoglienza.
La vicenda esemplifica il modo in cui il governo di Giorgia Meloni intende l’azione umanitaria. Uno spot come un altro, stile Piano Mattei, il beau geste a favore di telecamera e poi il contrario di quanto quell’immagine, il sorriso della premier nella foto di rito, per quanto tirato, vorrebbe annunciare. Tuttalpiù è un “30” che non diventa mai “31” perché qui l’azione, il blitz della Difesa c’è stato ed è stato sì, vivaddio, umanitario. Non è stato neanche semplice, dovendo negoziare con gli israeliani, ma alla fine ci si è riusciti. Strano che non si riesca a chiedere con altrettanta convinzione, da alleati di Israele, non dico di fermarsi, ma che almeno gli aiuti accatastati alle porte di Rafah imbocchino la strada inversa seguita da quei bambini, per salvare altre migliaia di persone ridotte alla fame.
Ovviamente ogni ferito o malato che si riesca a tirare fuori da Gaza in questo momento di cieca violenza è oro colato. Ma non cura l’ipocrisia di fondo, la scarsa volontà di esercitare tutte le pressioni possibili nelle sedi più opportune perché questo diritto di protezione – tralasciando per un momento quello fondamentale di vivere in pace nella propria terra – si estenda subito a ogni minore, ogni donna, ogni innocente che stia soffrendo le pene, dirette o indirette, della guerra scatenata contro la Striscia
Commenta (0 Commenti)IL VETO STRAPPATO. Dopo la risoluzione Onu, escalation di bombardamenti su Rafah. Trenta uccisi accanto allo Shifa. Tel Aviv lascia il negoziato a Doha. Dodici palestinesi muoiono affogati: cercavano di recuperare i pacchi di aiuti lanciati dal cielo. Altri sei morti nella calca per procurarsi un po’ di cibo
Gli aiuti umanitari paracadutati dal cielo sulle rovine di Gaza City - Ap/Mahmoud Essa
«Sono passate 24 ore dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiede un immediato cessate il fuoco durante il mese di Ramadan e quello che vediamo sul terreno è l’esatto opposto di quello che domanda la risoluzione». Così ieri Hani Mahmoud, corrispondente di al Jazeera da Rafah, descriveva l’escalation di attacchi sulla città all’estremo sud di Gaza, rifugio oggi a 1,5 milioni di sfollati palestinesi.
RAID AEREI, blocco degli aiuti e minacce di avanzare via terra su Rafah, questo il resoconto in breve della giornata di ieri. Che ha continuato a ruotare intorno alla storica astensione statunitense. Un «errore morale ed etico», l’ha definito il ministro degli esteri israeliano Katz, che non solo – ha aggiunto – non farà tacere le armi ma costringerà Israele a mostrare il pugno duro (militare), più di quanto non faccia già.
È l’dentica linea del resto del governo che, ben consapevole che è stata proprio la minacciata avanzata su Rafah a far muovere gli Stati uniti, sfida apertamente l’amministrazione Biden. Da parte sua Washington, ieri, ha provato a smorzare la portata della risoluzione, lanciandosi in una disamina legale poco realistica: la risoluzione non sarebbe vincolante, dice la Casa bianca; lo è, come tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite, rispondono gli altri membri (permanenti e non).
A dare il via alla diatriba sono state le parole del portavoce del Consiglio della sicurezza nazionale degli Usa, John Kirby, secondo cui
Leggi tutto: Raid e fame, a Gaza è un giorno come un altro - di Chiara Cruciati
Commenta (0 Commenti)IL VETO STRAPPATO. Netanyahu cancella la visita di una delegazione israeliana a Washington. Guterres: «Un fallimento sarebbe imperdonabile»
Folla sugli aiuti umanitari lanciati dal cielo a Gaza Ap/Mahmoud Iss - Ap/Mahmoud Iss
«È una giornata storica», così i 10 membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno commentato il passaggio della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza, e arrivata dopo mesi di veti incrociati di Stati uniti, Russia e Cina. Il risultato è arrivato dopo quattro tentativi, e ha ottenuto 14 voti a favore inclusi quelli della Russia e della Cina, nessun veto, e una sola astensione, arrivata dagli Usa – che non però consente comunque alla risoluzione di procedere.
SI TRATTA di una risoluzione che «deve essere attuata. Un fallimento sarebbe imperdonabile», ha affermato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres Anche l’ambasciatore della Palestina alle Nazioni unite Riyad Mansour ha sottolineato la storicità del voto e ha detto di essere «orgoglioso». «Non è vincolante? – ha continuato Mansour – È dovere del Consiglio di Sicurezza farla rispettare».
La risoluzione in realtà è vincolante e in teoria Israele sarebbe obbligato a rispettarla, ma fino ad ora si è rifiutato di ridurre l’intensità della guerra a Gaza, nonostante nelle ultime settimane l’appoggio statunitense si sia sempre più indebolito.
Poco dopo il voto, così come aveva minacciato il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, è stata cancellata la visita di una delegazione di Tel Aviv a Washington prevista per oggi in quanto la decisione degli Usa «danneggia lo sforzo bellico di Israele» e rappresenta un cambio di rotta da parte di Washington. Mentre scriviamo il segretario alla difesa Lloyd Austin ha ancora in programma di incontrare il suo omologo israeliano Yoav Gallant, che già si trova a Washington, per affrontare una serie di punti tra cui il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas e la necessità di maggiori aiuti umanitari per i civili a Gaza.
Ignorare Biden. Così Netanyahu pesa sul voto Usa
Commenta (0 Commenti)CODICE RUSSO. Dalla Cecenia alla Siria, dal Daghestan al Mali: tanti i motivi per colpire. Il fattore Khorasan
Parenti delle vittime dell’ultimo attacco Isis a Kandahar - foto Ansa
Il sanguinoso attentato terroristico è un colpo clamoroso per lo Stato islamico, ma non è così inaspettato. Chi si sorprende che l’obiettivo sia la Russia ha perso di vista da tempo non solo la propaganda dello Stato islamico “centrale” e delle sue branche regionali, ma anche le loro attività militari, e deve aver dimenticato un pezzo importante di storia recente.
STORIA RECENTE, propaganda e attività militari – così certificano tutti gli studiosi che hanno continuato a occuparsene, anche dopo la caduta del “Califfato” edificato in Siria e Iraq e la fisiologica disattenzione dei media – ci dicono che la Russia è un nemico centrale, prioritario. La Russia infedele, ortodossa, la Russia di Putin e delle sue sanguinose guerre in Cecenia, della repressione degli islamisti in Daghestan, in Inguscezia, dentro e fuori i confini della Federazione, la Russia alleata del siriano Bashar al-Assad e che bombarda le roccaforti jihadiste in Siria, o che, più di recente, contribuisce alla campagna contro lo Stato islamico in Mali e Burkina Faso: la Russia come minaccia all’Islam.
Putin, i cui apparati di sicurezza hanno fatto flop, prova ad approfittarne, omettendo di menzionare lo Stato islamico e provando ad attribuire responsabilità agli ucraini. Ma è un inganno. Si dovrebbe guardare altrove. Alla branca locale dello Stato islamico, la «provincia del Caucaso», o più probabilmente alla «provincia del Khorasan».
IL NOME RIMANDA, come in molta pubblicistica jihadista, ai gloriosi tempi andati, al Khorasan storico, un’ampia area che copriva gli
Commenta (0 Commenti)Anche Hamas e la Nato condannano la strage del Crocus – almeno 143 le vittime – rivendicata dall’Isis, che ha nella Russia «infedele» un nemico prioritario. Ma Putin si rivolge alla nazione ferita e accusa Kiev: «Ai terroristi aperta una finestra per entrare in Ucraina»
CODICE RUSSO. 143 le vittime contate nella sala concerti, 11 gli arresti tra Mosca e la regione frontaliera di Bryansk. L’Fsb: «Erano legati a Kiev»
Ispettori all’interno del Crocus City Hall dopo l’attacco - foto Ansa
La frase più importante Vladimir Putin l’ha pronunciata a metà del discorso con cui ieri si è rivolto alla nazione dopo il terribile attacco in una sala concerti di Mosca: 143 persone uccise a sangue freddo a colpi di kalashnikov, secondo i bilanci più recenti delle autorità. «Ai terroristi – ha detto il capo del Cremlino – è stata aperta una finestra per entrare in Ucraina. Soltanto l’intervento delle forze di sicurezza ha impedito che il piano di fuga andasse in porto. I responsabili saranno puniti».
ARRIVA, QUINDI, A KIEV la pista che Putin ha deciso di seguire. Nonostante la rivendicazione dell’Isis nelle ore successive all’attentato. Nonostante il materiale diffuso ieri pomeriggio attraverso canali estremisti, che prova il legame fra il commando che ha colpito al Crocus e lo Stato islamico nella sua ultima incarnazione. Nessuna possibilità a questo punto delle indagini deve essere esclusa. Neanche quella di un ipotetico passaggio attraverso la frontiera di guerra.
Dopotutto, quattro degli uomini arrestati ieri sono stati fermati nella regione di Bryansk, quattrocento chilometri a sudovest di Mosca, verso il confine con Bielorussia e Ucraina. Avevano tirato dritto a un posto di blocco. La pattuglia della polizia ha deciso di inseguirli. L’auto dei fuggiaschi si è rovesciata sulla strada. Il resto i media lo hanno mostrato per tutto il pomeriggio su canali ufficiosi e ufficiali. Uomini storditi, in manette, costretti a rispondere a insulti e domande. «Avevano contatti con l’Ucraina», hanno detto gli investigatori del Fsb, il servizio di sicurezza federale. Così, i legami con l’Isis, decisamente più concreti, sono passati in secondo piano.
Nel complesso sono undici gli arresti condotti dall’antiterrorismo in quarantotto ore fra Mosca e la regione di Bryansk. Tutti uomini, «tutti stranieri», ha precisato il ministero dell’Interno, che significa in sostanza centrasiatici, forse tagiki, di fede musulmana.
LE RAGIONI DELL’ASSALTO alla sala concerti restano, però,
Leggi tutto: Putin furioso segue tutte le piste. Quella ucraina di più - di Luigi De Biase
Commenta (0 Commenti)