La colonia infame Due villaggi in Cisgiordania diventano l’emblema della simbiosi tra coloni e governo
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Soldati israeliani a Qusra, sullo sfondo una delle case palestinesi assediate dai coloni da sabato 8 agosto – Salman Mohsen Alkhatib/ZumaPress
Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.
NONOSTANTE SI TROVI all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967. Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato. Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.
Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi. I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.
«OGGI SIAMO ANDATI in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video». Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io…già l’anno prossimo». Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».
LA STESSA SCENA si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.
L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.
MA LA RISPOSTA del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.
Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione
Leggi tutto: Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi - di Eliana Riva
Commenta (0 Commenti)Il mito della frontiera Le incredibili spiegazioni del ministro davanti ai parlamentari: buchi nei documenti e dati sballati. Nessun arrivo da Ceuta
Membri delle forze armate stanno fornendo supporto agli agenti della Polizia Nazionale a Ceuta, il 10 agosto 2026. – Gabriela Sardá Núñez/ Ap
Nei panni della guardia di frontiera il ministro Matteo Piantedosi ci prova pure a fare il duro, ma dalla sua audizione di ieri davanti al Comitato Schengen, a palazzo San Macuto, emergono più buchi che certezze rispetto alle ultime alterne vicende.
AL DI LÀ della propaganda e degli slogan, sempre gli stessi, sui rimpatri volontari (+700%, dice), sugli sbarchi (-55%, pare) e sui centri in Albania («Saranno un modello»), l’uomo del Viminale non è stato in grado di dire con esattezza per quale motivo l’Italia abbia sospeso gli accordi Schengen per chi arriva dalla Spagna («Comunque lo hanno fatto in tanti in passato»). Le ragioni di sicurezza pure evocate non trovano conferma nei fatti. A questo proposito, Piantedosi ha parlato di uno «scenario prognostico» secondo il quale «il Nord Africa» sarebbe un’area «a forte rischio di reclutamento jihadista». Dunque bisogna prestare la massima attenzione ai migranti arrivati a Ceuta e ai loro spostamenti. Da quando si fanno i controlli, cioè dal primo agosto, sono state arrestate tre persone e respinte altre ventuno. Di queste sei erano di origini marocchine. Quante venivano da Ceuta? Il ministro non lo sa. Nel senso che proprio non è in grado di dirlo visto che non sono state fatte identificazioni.
NELLA PROCEDURA di sospensione di Schengen, peraltro, c’è un errore macroscopico: secondo il Codice delle frontiere dell’Ue il trattato si può sospendere in via d’urgenza solo e soltanto attraverso una comunicazione formale da effettuare contestualmente al ripristino dei controlli. Solo che questa comunicazione l’Italia l’ha protocollata il 6 agosto. Sarebbe a dire 5 giorni dopo aver dato lo stop a Schengen. Piantedosi ha offerto ai parlamentari intervenuti al Comitato il documento in cui tutto questo si legge a chiare lettere e poi ha provato a spiegare la situazione dicendo che il 31 luglio si era riunito il Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere e aveva preso la decisione di chiudere agli ingressi dalla Spagna. Il che non dimostra niente perché, da regolamento, fanno fede solo gli atti formali e non quelli «interlocutori».
«Non è un dettaglio tecnico – spiega infatti la deputata del Pd Rachele Scarpa -, ma la certificazione che l’esecutivo ha prima agito e poi giustificato, violando le regole che l’Italia stessa si è impegnata a rispettare. Un atto grave che paghiamo in credibilità internazionale, nella compromissione dei rapporti con la Spagna, in disagi reali per cittadini e imprese».
SI PUÒ ANCHE notare, a questo punto, che la decisione di Madrid di sospendere a sua volta Schengen per gli arrivi dall’Italia («Un atto di ritorsione» secondo il titolare del Viminale) è arrivata il giorno dopo il protocollo del famoso documento, il 7 agosto. Significa che la contromisura è stata assunta soltanto al momento delle formalità e non prima, quando le uscite dal governo erano sostanzialmente chiacchiere.
Il resto dell’audizione è quasi accademia. Piantedosi se l’è presa con la Spagna alludendo alla possibilità che non abbia detto il vero sui numeri: «i 72.000» entrati a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, secondo lui hanno portato a una «oggettiva ingovernabilità» della crisi. «La narrazione del tutto sotto controllo», ha insistito, era dunque «priva di fondamento». E poi il sospetto della «regia organizzata» dietro a quell’episodio non può lasciar tranquilli, tanto più perché «le stesse autorità spagnole hanno segnalato la possibilità di un nuovo tentativo di ingresso di massa per il prossimo 15 agosto», ovvero domani. Per questo motivo l’allerta resta alta e la sospensione di Schengen in vigore a tempo indeterminato.
NEI CONFRONTI della Germania il ministro è stato molto più leggero. Il caso dei dublinati (chi arriva in Italia ma poi passa la frontiera e va altrove) che Berlino vorrebbe rispedire indietro preoccupa solo fino a un certo punto. I migranti sbarcati dalle ong tedesche verranno conteggiati a scopo di «compensazione». Detta così come l’ha detta Piantedosi non sembra si stia parlando di esseri umani.
FUORI da palazzo San Macuto, intanto, la nave Humanity 1, battente bandiera tedesca, naviga con 73 persone recuperate tra Malta e Lampedusa a bordo. Èdiretta verso il porto assegnato dal Viminale quando è arrivata la richiesta di attracco: Ravenna. A sei giorni di navigazione di distanza.
Commenta (0 Commenti)America oggi Due vittorie in Minnesota, nel conservatore Wisconsin sconfitta per un soffio: il Partito democratico si sposta sempre più a sinistra
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Supporters cheer during an election night event for Minnesota Lt. Gov. Peggy Flanagan, a Democratic candidate for U.S. Senate, on Tuesday, Aug. 11, 2026, in Minneapolis. (AP Photo/Ellen Schmidt)
In una competizione testa a testa che ha messo in luce la lotta interna al Partito democratico tra l’ala di sinistra e quella di centro, in Wisconsin la vittoria di misura del candidato moderato David Crowley sulla sfidante socialista Francesca Hong non sembra aver risolto la battaglia interna tra l’establishment e il movimento di sinistra che si sta facendo strada. La corsa fra Crowley e Hong è stata così serrata che nessuna delle due parti ha potuto rivendicare una vittoria decisiva durante la notte e lo scarto finale, inferiore a un punto percentuale, ha messo ancora più in luce il dibattito interno al partito.
ANCHE NEGLI ALTRI STATI che hanno votato martedì alle primarie democratiche si è vista l’avanzata progressista: in Minnesota la vice-governatrice Peggy Flanagan ha battuto nettamente la deputata moderata Angie Craig nella primaria per il Senato, 58,8% contro 39,7. Nello stesso Stato la deputata progressista Ilhan Omar, parte della squad originaria, ha respinto la sfida del moderato Don Samuels con l’80,7% dei voti, un margine più che raddoppiato rispetto a due anni fa.
Questa serie di vittorie è cominciata già l’anno scorso, quando l’attuale sindaco (apertamente socialista) di New York, Zohran Mamdani, partito con l’uno per cento nei sondaggi, ha conquistato il posto di primo cittadino. Il suo modello si è ripetuto altrove: a giugno la consigliera comunale socialista Janeese Lewis George ha vinto la primaria per sindaco di Washington DC ed è destinata a diventare sindaca della capitale a novembre, mentre a Seattle Katie Wilson, attivista e socialista democratica, è già stata eletta con una piattaforma centrata su lavoro, casa e tasse ai grandi patrimoni.
STESSI TEMI CHE HANNO portato il socialista Abdul El Sayed a imporsi nella primaria del Michigan per il Senato, mentre il socialista Donavan McKinney ha prevalso sul deputato uscente nella corsa per la Camera nello stesso Stato. In Colorado la socialista 29enne Melat Kiros si è imposta su Diana DeGette, deputata moderata in carica dal 1997. Nessuno è un episodio isolato, sono la punta di un movimento che si organizza da un decennio, cresciuto a partire dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016. L’anno precedente gli iscritti al Democratic Socialists of America (Dsa) erano meno di 6mila in tutto il Paese. Il 4 luglio scorso l’organizzazione ha superato quota 120mila iscritti, diventando la più grande organizzazione socialista nella storia degli Stati uniti, oltre il record del 1912 del Partito socialista d’America guidato da Eugene Debs, fermo a 113mila.
Negli Stati dove i socialisti non provano nemmeno a vincere cariche elettive si vede ancora meglio la strategia di allargamento di quest’area del partito democratico: investono energie
Commenta (0 Commenti)Mali minori A Ceuta il ministro degli Esteri socialista, tra tensioni e minori abbandonati a se stessi
Migrants who crossed from Morocco into Spain line up for food distribution on a beach in the Spanish enclave of Ceuta, Monday, Aug. 3, 2026. (AP Photo/Bernat Armangue)
È stata una ritorsione «dettata da esigenze partitiche ed elettorali». Il governo spagnolo attacca ancora la decisione della premier Giorgia Meloni di sospendere la libera circolazione Schengen dopo i fatti di Ceuta. Il vicepremier Matteo Salvini, intanto, difende le posizioni: «Della misura se ne riparlerà dopo Ferragosto».
NEI GIORNI SCORSI Madrid ha risposto per le rime a quello che è stato percepito come un attacco strumentale da parte dell’Italia e ha ripristinato i controlli anche nei suoi aeroporti. «Nessun migrante ha lasciato la città per la penisola, né potrà farlo», ha continuato il ministro degli Esteri iberico José Manuel Albares, esponente socialista che ieri ha visitato l’exclave. Qui ha incontrato il presidente della città autonoma Juan Jesus Vivas, del Partito popolare.
Sul tavolo il rafforzamento delle barriere di confine e il rimpatrio di chi ancora non è tornato in Marocco. «Il modo migliore per evitare che una situazione simile si ripeta, a prescindere da ciò che si deve fare al confine, è che tutti abbandonino l’aspettativa che venire a Ceuta risolva i loro problemi: né documenti, né asilo», ha affermato Vivas. Un punto di vista condiviso dagli avversari socialisti.
A CEUTA la tensione resta palpabile. I migranti vivono in condizioni estreme di difficoltà. Nella spiaggia del Trampolín, dove sono accampati a centinaia, la polizia è intervenuta in diverse occasioni. Gli abitanti della città denunciano stanchezza e chiedono aiuto. All’interno della comunità aumentano le divisioni tra chi aiuta i nuovi arrivati, mettendo a disposizione tempo e soldi, e chi crede non debbano essere sostenuti in alcun modo.
Sulle persone rimaste nel territorio spagnolo dopo gli ingressi in massa del 30 e 31 luglio, 70/80mila con quasi 200 morti, non esistono numeri certi. Il governo nazionale tende a ridurli, ma per le autorità locali ci sarebbero tra 8 e 11mila cittadini stranieri. Di sicuro nelle strade di Ceuta vagano almeno 1.527 minori non accompagnati, tanti ne sono stati censiti. Lo ha reso noto il ministro di Presidenza, giustizia e rapporti con il parlamento Félix Bolanos.
«PER STRADA si vedono un sacco di persone. Tanti ragazzini. O ragazzine. In centro città sono meno, ma nei barrios più periferici aumentano considerevolmente», racconta Jennifer Zuppiroli, specialista in infanzia e movimento di Save the Children Spagna. L’ong ha offerto aiuto alle autorità locali ma è ancora in attesa di una risposta su come e dove attivarsi. Nel frattempo ha inviato alcuni specialisti per capire che tipo di intervento può servire. Perché di aiuto ne serve tanto e urgentemente.
«Qui l’unica accoglienza è quella autogestita, soprattutto per i bambini. Per esempio la Asociación de Vecinos del Príncipe, nel quartiere con più forte presenza musulmana e marocchina, ha organizzato uno spazio sicuro per i minori. In città il sistema istituzionale di protezione dell’infanzia è completamente collassato. E poi il centro d’accoglienza è strapieno. Quindi ci sono migliaia di persone in strada», continua.
Sulla pelle dei migranti più giovani si gioca una sporca partita: la loro accoglienza è compito delle comunità autonome, equivalente spagnolo delle regioni, ma quelle in cui è presente l’ultra destra di Vox rifiutano di offrire solidarietà. Il partito di Santiago Abascal diserterà il vertice d’emergenza convocato per domani dalla ministra di Gioventù e infanzia Sira Rego (Izquierda unida), che ha stanziato 25 milioni per fronteggiare la situazione.
NEL FRATTEMPO MADRID sta discutendo con Rabat come «ricongiungere i minori con le famiglie». Un modo gentile per dire che l’esecutivo sta cercando il modo di rimandare a casa anche chi ha diritto alla protezione. «Questa è la priorità nei colloqui in corso con il Marocco», ha affermato il ministro Bolanos, aggiungendo che le autorità del paese nordafricano condividono l’obiettivo.
«A Ceuta i ragazzini si trovano in una condizione pietosa. Ogni giorno devono inventarsi dove dormire, come mangiare. Eppure quelli con cui abbiamo parlato raccontano di non voler rientrare in Marocco. Hanno tanti motivi: dalle violenze subite alla povertà. Tutti vorrebbero entrare nel centro d’accoglienza. Ma non c’è posto», racconta ancora Zuppiroli.
Lunedì alcune decine di minori hanno organizzato una sorta di sit in, seduti per terra cantavano: «Viva la Spagna, non vogliamo tornare in Marocco».
Commenta (0 Commenti)Il miglior amico Il premier smentisce l’accordo di Trump: nessun ritiro israeliano, prima il disarmo pieno di Hamas. Il Board of Peace lo accontenta
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July 27, 2026, Gaza City, Gaza Strip, Palestinian Territory: Yellow concrete blocks are seen in the Shujaiya neighborhood east of Gaza City, Gaza Strip, on July 27, 2026, following an Israeli ground incursion into the area. Residents said Israeli forces placed the blocks to expand the area under their control along what is locally known as the ”Yellow Line,” as the military operation left widespread destruction in residential neighborhoods (Credit Image: © Bilal Osama/APA Images via ZUMA Press Wire)
Il pugno di ferro, l’arma di ogni campagna elettorale, per vincere le legislative del 27 ottobre e riconfermarsi primo ministro. Domenica Benyamin Netanyahu ha respinto seccamente l’intesa in 15 punti annunciata dal Board of Peace (Bop) per l’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. «Israele respinge il documento in 15 punti. Le Forze israeliane non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato. E quando dico che Hamas deve essere disarmato, mi riferisco alle armi pesanti, alle armi leggere, a tutte le armi. Parlo di un disarmo autentico, non di uno fittizio», ha dichiarato il premier israeliano. «Gli Usa hanno delle idee; alcune sono accettabili per noi, altre no, e sappiamo come opporci a queste cose. Lo abbiamo dimostrato in passato e lo stiamo dimostrando anche oggi», ha aggiunto. Quindi è stato perentorio su un punto centrale: sino a quando lui sarà primo ministro, lo Stato di Palestina non vedrà la luce.
Con gli israeliani che considerano le questioni di sicurezza la priorità nella campagna per il voto del 27 ottobre, mostrarsi inamovibile anche nei confronti di Trump potrebbe rivelarsi vincente. I sondaggi cominciano a dargli ragione: il suo partito, il Likud, è tornato in testa, sia pure di poco, dopo aver inseguito per settimane il rivale Yashar del generale Gadi Eisenkot. E poi ci sono i leader stranieri amici a dargli una mano nel dimostrare agli israeliani che la sua linea della guerra infinita e della distruzione di Gaza, con oltre 73mila palestinesi uccisi, che ha attirato condanne internazionali, ha solo scalfito lo status globale di Israele.
Il nuovo governo colombiano ieri ha riconosciuto la «sovranità israeliana» sulle alture del Golan siriano occupate dallo Stato ebraico nel 1967. La decisione di Bogotà, annunciata a pochi giorni dall’insediamento del capo dello Stato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si inserisce nel riallineamento della politica estera colombiana verso Israele dopo i conflitti con il presidente socialista Gustavo Petro. «Data la persistente instabilità in Medio Oriente e considerata l’importanza strategica delle alture del Golan per la sicurezza di Israele, il governo colombiano riconosce la sovranità israeliana su questo territorio, nonché il diritto di Israele a proteggersi dalle minacce esterne», ha comunicato il ministero degli Esteri colombiano. La scelta colombiana, che segue l’annuncio del trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, rompe con la posizione della comunità internazionale, così come quella analoga che nel 2019 adottò Donald Trump durante il suo primo mandato. Non è l’unico segnale proveniente dall’America Latina.
In Venezuela il rabbino capo Isaac Cohen ha consegnato una lettera alla presidente ad interim Delcy Rodríguez chiedendo il ripristino delle relazioni diplomatiche e consolari con Israele. Caracas ha interrotto i rapporti con Israele nel 2009, sotto il presidente Hugo Chávez, a sostegno dei diritti dei palestinesi.
In questo contesto internazionale più favorevole rispetto a qualche mese fa va collocato il contrasto (apparente) tra Israele e Usa sulla roadmap per Gaza. Il piano prevede un processo graduale nel quale il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano procedono parallelamente, sotto un meccanismo di verifica internazionale. Il Board of Peace (Bop), guidato da Nickolay Mladenov, insiste sul principio della reciprocità. È questo meccanismo che Netanyahu respinge, raccogliendo l’approvazione di gran parte di Israele, anche se i leader dell’opposizione, come l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, lo accusano di nascondere un ritiro che in realtà avrebbe accettato.
Israele pretende che il ritiro del suo esercito da Gaza, dove già occupa oltre il 60% del territorio, cominci soltanto dopo il disarmo completo di Hamas e si oppone anche
Leggi tutto: La scommessa di Bibi: per rivincere pugno duro a Gaza - di Michele Giorgio
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Un Lunedì Rosso dedicato alla drammatica condizione degli abitanti di Spin Time Labs, che da più di una settimana hanno vissuto per strada, in presidio davanti a quelle che erano le loro case. Il tentativo fatto da Roma Capitale, dal sindaco Roberto Gualtieri è sicuramente encomiabile, e va incoraggiato ad andare fino in fondo. Questa vicenda ci sta dicendo che siamo ad un bivio: o ci rassegniamo all’idea che un Comune può solo gestire a proprie spese le esternalità di un profitto altrui, oppure può trovare il coraggio che questa fase storica richiede, usando ogni strumento che Costituzione e leggi offrono. Nella foto: Spin Time (Roma), il presidio dopo il sequestro dello stabile (Benvenuti/Lapresse)
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