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A Granada Zelensky chiede nuove forniture di armi ma l’Europa frena. E dopo il ribaltone al Congresso Usa sugli aiuti, il grande freddo contagia anche l’Italia. Meloni: il nostro impegno non è illimitato. In Ucraina l’ennesimo attacco russo fa strage di civili

IL LIMITE IGNOTO. Controffensiva lenta, recessione e arsenali vuoti: l’appoggio italiano non è più scontato

 

Chissà se aveva ragione Agatha Christie quando diceva che «tre indizi fanno una prova». In questo caso comunque sono ben più di tre gli indizi e i segnali di un raffreddamento delle posizioni sia italiane che europee nei confronti dei sostegni all’Ucraina.

IERI GIORGIA Meloni ha incontrato faccia a faccia Zelensky e il presidente ucraino ha poi raccontato che la discussione verteva sull’ottavo pacchetto di aiuti italiani. Alla fine non solo non ci sono state le foto ricordo e le comparsate fianco a fianco di un tempo. La premier ha anche evitato dichiarazioni fragorose o troppo impegnative. Del resto è da parecchio che Giorgia Meloni, in Italia ma ormai anche all’estero, di Ucraina parla il meno possibile e senza mai alzare troppo la voce. E da Chigi qualche sussurro sul brusco calo degli entusiasmi della premier per l’Ucraina nelle scorse settimane è filtrata.

IL PACCHETTO d’aiuti in questione, poi, non fila affatto liscio come i precedenti. La tensione tra il ministro degli Esteri Tajani e quello della Difesa Crosetto è palpabile. Tajani ha rubato la scena al collega annunciando lui il pacchetto, come sarebbe stato invece compito di Crosetto. Il titolare della Difesa ha commentato con un gelido «Prendo atto» salvo poi specificare che l’Italia ha già dato «moltissimo» e che «non esiste molto ulteriore spazio». Poi, non pago: «La richiesta di aiuti da parte ucraina è continua ma bisogna verificare ciò che noi siamo in grado di dare». La stessa Meloni, dopo aver ribadito che l’appoggio all’Ucraina proseguirà, aggiunge un significativo «compatibilmente con le richieste che arrivano e con la necessità di non sguarnire la nostra sicurezza». Sottolineando che «se ne sta occupando il ministro della Difesa». Sembra un’ovvietà, ma non lo è. Perché proprio Crosetto è il più scettico sulla possibilità di proseguire sulla linea degli aiuti a valanga e lo ha detto apertamente anche agli alleati.

IL GRANDE FREDDO non è solo italiano, tanto che

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LO SCONTRO. Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) ha approvato un testo "tecnico", il documento finale chiesto dal governo Meloni sarà discusso il 12 ottobre. Sale la tensione tra le forze politiche, sindacali e l'esecutivo

 La protesta per il salario minimo - LaPresse

Dalle indicazioni della direttiva Ue sul salario minimo, al tasso di copertura della contrattazione collettiva che in Italia «si avvicina al 100%, di gran lunga superiore all’80%», parametro della direttiva, fino «all’urgenza e utilità di un piano di azione nazionale». Sono alcuni punti del primo documento, tecnico, elaborato dal Cnel su richiesta del governo sul lavoro povero e il salario minimo. È stato approvato ieri dalla Commissione dell’informazione, con il voto contrario della Cgil e l’astensione della Uil. Entro domani sarà elaborata la seconda parte, quella sulle proposte. Il testo sarà consegnato ai consiglieri. Il documento finale sarà discusso il 12 ottobre. Il 17 ottobre la proposta sul salario minimo a 9 euro presentata dalle opposizioni, tranne Italia Viva, tornerà in Parlamento per il voto.

Dal documento del Cnel emerge la richiesta di un «piano d’azione a sostegno contrattazione». La povertà lavorativa «è un fenomeno che va oltre la questione salario» e dipende dai tempi di lavoro e dal numero dei membri della famiglia. Dal testo si evince che il problema non è quanta parte della retribuzione debba mantenersi in capo alla contrattazione collettiva, bensì come estendere la contrattazione. È ritenuto importante il monitoraggio sulla contrattazione di secondo livello e del welfare aziendale. Relativa importanza è stata attribuita all’endemico ritardo dei rinnovi contrattuali che nei fatti è un blocco dei salari. «Penso – ha detto il segretario Cgil Maurizio Landini – che il governo abbia fatto un errore nello scaricare sul Cnel, che non può sostituirsi né al governo, né alle parti sociali. Il governo a un certo punto deve dire quello che vuole dare. C’è bisogno di un salario orario minimo sotto la quale nessun contratto deve andare. E di una legge sulla rappresentanza. Sono troppi i contratti “pirata” firmati da soggetti che rappresentanza non ne hanno».

La ministra del lavoro Marina Calderone ha polemizzato con le opposizioni e una parte dei sindacati: «Nove euro di salario minimo all’ora non dice la qualità contratto, per noi è meglio garantire dignità lavoro». «L’unica certezza è che la nostra proposta va in aula il 17 ottobre – ha detto Arturo Scotto (Pd) – la destra dovrà dire al paese se è d’accordo o no». Per Carlo Bonomi (Confindustria) i contratti firmati dalla sua organizzazione sono sopra i 9 euro. Sul salario minimo «occorre un’operazione verità»

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LA TRAGEDIA. Si indaga per omicidio stradale plurimo, il procuratore di Venezia: «Nessun segno di frenata, nessun contatto con altri mezzi, il pullman ha sbandato e poi è finito giù». Si ipotizza un malore dell'autista. Ventuno le vittime, quindici i feriti

Strage di Mestre, «guardrail inadeguato» Il bus precipitato - LaPresse

Un odore di bruciato è la prima cosa che si avverte la mattina dopo la strage di Mestre, lì dove è accaduta, sotto il cavalcavia Vempa. C’è anche un mazzo di fiori, appoggiato a terra non troppo distante da un sacchetto di banane andate a male e bottiglie di bibite mezze piene. Gli sguardi vanno verso il punto in cui il pullman della società privata Linea ha urtato il guardrail, martedì sera, per poi fare un volo di oltre dieci metri. Il guardrail è una linea interrotta, proprio come il tragitto del mezzo che da Venezia stava riportando i villeggianti nel camping Hu di Marghera. Poco più in là, a terra, le sbarre per attaccarsi che a nulla sono servite ai passeggeri e il pulsante rosso, per prenotare la fermata, ormai carbonizzato.

«Una tragedia immane, una scena apocalittica» commenta il prefetto Michele Di Bari, per poi fare il punto della situazione, snocciolando i numeri della strage. Ventuno le vittime, tutte identificate: 9 ucraini, 4 rumeni, 3 tedeschi, un croato, 2 portoghesi, un sudafricano e un italiano, l’autista trevigiano Alberto Rizzotto. Tra loro, due minori e una coppia in viaggio di nozze, con la donna incinta al sesto mese. Quindici i feriti (undici quelli identificati) tra cui quattro ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e due fratellini austriaci di 3 e 13 anni che hanno perso la mamma e il suo compagno, e una bimba ucraina di quattro anni in gravissime condizioni all’ospedale di Padova.

La dinamica dell’incidente è ancora poco chiara, l’ipotesi che va per la maggiore riguarderebbe un malore dell’autista. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio stradale plurimo colposo. Il procuratore capo della Repubblica di Venezia, Bruno Cherchi, ha fatto sapere che dei «punti fermi ci sono: «Nessun segno di frenata, nessun contatto con altri mezzi, l’autobus avrebbe sbandato sulla destra e strisciato il guardrail per circa 50 metri prima di sfondarlo e precipitare». Ed è proprio sul guardrail che torna anche Andrea, un autista della società Linea che l’indomani della strage è in servizio proprio sulla tratta del camping Hu. «Era tutto arrugginito, non avrebbe tenuto nemmeno una bicicletta, serve una protezione più alta».

Solo il 4 settembre, sul sito del comune di Venezia veniva pubblicato l’annuncio di inizio dei lavori di consolidamento del cavalcavia, per un importo di 5.718.475,92 euro, in parte finanziato dal Pnrr. «Pronti a garantire la sicurezza di chi usa le nostre strade» aveva dichiarato l’assessore ai trasporti Renato Boraso. Che ci fosse bisogno di interventi, lo ribadisce anche Andrea: «È un tratto di strada pericoloso, stiamo sempre attenti. Dal video che sta circolando, si vede che il bus rallenta, forse aveva un dubbio, bisogna andare a fondo» dice, ancora incredulo per l’accaduto. Nel passare sopra il cavalcavia stringe il volante, lo sguardo si rabbuia e probabilmente la mente corre al pensiero che, inevitabilmente in casi come questi, arriva: E se fosse successo a lui?

«Tragedie come queste fanno riflettere. Nel nostro campo ci sono insidie tutti i giorni, siamo esposti a rischi e abbiamo molte responsabilità. Eppure il nostro lavoro viene considerato nullo dal punto di vista economico e rispetto ai riposi». Lui, ad esempio, quel giorno ha attaccato alle 7 e fino alle 19. Certo, ci sono state le pause, di due ore la mattina e di un’ora il pomeriggio. Ma è davvero riposo a bordo di un bus? D’altronde, il servizio delle navette ha continuato incessantemente ad andare avanti perché i turisti si aspettano Venezia e Venezia bisogna dare. C’è stata una tragedia la sera prima? Basta un messaggio di cordoglio, il sistema del profitto non si può interrompere.

«Stiamo fuori dalle 12 alle 13 ore per coprire turni di 7 e abbiamo paghe da fame. I sindacati? Sono consapevoli della situazione ma non fanno molto. Non basta parlarne quando succede la tragedia, noi lavoriamo tutti i giorni» dice, arrivato ormai davanti all’ingresso del camping presidiato dalla polizia. «Sei una giornalista? Allora scrivi della situazione della nostra categoria». Il sindaco Brugnaro e il governatore Zaia hanno proclamato il lutto cittadino per tre giorni in tutto il Veneto

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PASSAGGIO A NORD-OVEST. Lavori di ripristino nel traforo del Frejus dopo la frana nella Maurienne. Dai treni, il traffico merci si trasferirà su gomma. Aumento dell’inquinamento atmosferico, disagi per i passeggeri e danni per l’economia

Bloccata fino al 2024 la «linea storica» fra Italia e Francia Il Tgv Milano-Parigi - WikiCommons

Alla situazione già critica dei valichi alpini (Monte Bianco, Gottardo e Brennero), si aggiunge la lunga chiusura del traforo ferroviario transfrontaliero del Frejus, che unisce Italia e Francia e lungo il quale transitano i treni che da Milano vanno a Parigi e viceversa. Proprio attraverso queste montagne dove sopra le creste passano con estreme difficoltà i migranti, spesso intercettati e respinti, e dove invece per le merci il flusso è sempre stato più agevole.

L’ANNUNCIO dell’interruzione del traffico ferroviario tra i due paesi è stato dato venerdì scorso dal prefetto della Savoia, Francois Ravier, e dalle ferrovie francesi Sncf. La circolazione ferroviaria lungo la cosiddetta linea storica è bloccata dal 27 agosto per una grave frana nel territorio della Maurienne e, secondo le autorità francesi, i lavori di ripristino, inizialmente previsti entro novembre, non termineranno prima dell’estate 2024.

Si fermeranno quindi, almeno fino a giugno, i Tgv (i treni di Sncf) e i Frecciarossa (Trenitalia) tra Parigi e Milano, così come i 170 treni merci che utilizzano questa linea ogni settimana. Su rotaia resta aperta, tra Francia e Italia, la linea via Ventimiglia, ma molto probabilmente il traffico merci ferroviario – comunque minoritario rispetto al totale – si trasferirà su gomma lungo il già intasato traforo autostradale del Frejus tra Bardonecchia, a conclusione dell’A32, e Modane in Francia.

La situazione complessiva è ulteriormente complicata dalla chiusura del traforo del Monte Bianco, dal 16 ottobre al 18 dicembre, per importanti lavori di manutenzione straordinaria. Buona parte del traffico si riverserà qui in Piemonte.

CI SARANNO un aumento dell’impatto ambientale e del conseguente inquinamento atmosferico (in una zona come il Nord Italia, in particolare la Pianura padana, fortemente segnata da questo problema), disagi per i passeggeri e danni per l’economia, che in Piemonte creano un evidente allarme.

«È facile prevedere gravi ripercussioni per il territorio, con un aumento notevole del trasporto su gomma e una conseguente congestione del traffico», dice Dario Gallina, presidente della Camera di commercio di Torino e dell’associazione AlpMed. Occorre fare tutti gli sforzi necessari affinché i lavori di ripristino della linea vengano accelerati, per risolvere un problema che non si limita solo alla regione francese coinvolta, ma impatta fortemente su tragitti di lungo raggio tra due Paesi».

Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini parla di «treni italiani» e si augura che il Frejus riapra al più presto a questi. La Regione Piemonte si dice in campo per scongiurare il lungo stop della linea ferroviaria internazionale.

«Abbiamo trovato molta attenzione nel governo quando si è posto il problema della chiusura del Monte Bianco, e crediamo che allo stesso modo individueremo insieme le soluzioni migliori affinché a pagare non sia l’economia della nostra regione», affermano il presidente Alberto Cirio e l’assessore ai Trasporti Marco Gabusi. Domani, venerdì 6 ottobre, Gabusi, incontrerà il vice ministro Rixi per la commissione intergovernativa “Alpi del Sud”, a Roma, e a margine dell’evento «porterà la tematica all’attenzione per rappresentare le difficoltà che economia e viabilità piemontese correrebbero nella prospettiva di una chiusura così prolungata».

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COME ORMAI prassi italiana i problemi non vengono gestiti a monte e prevenuti da una pianificazione ma affrontati in fase emergenziale, quella più densa di ombre e complicazioni. C’è chi strumentalmente rilancia l’esigenza del Tav, la linea ad alta velocità tra Torino-Lione con il suo tunnel di base lungo 57 chilometri, al pari del ponte dello Stretto.

La situazione è più complessa degli slogan politici. Il 27 agosto scorso, dopo incessanti piogge, un cumulo di detriti, pietre e polvere si è staccato dalla montagna arrivando, nel territorio della Maurienne, fino all’autostrada: il traforo è stato interdetto per diversi giorni ai mezzi pesanti. La Filt Cgil chiede, infine, alla Regione Piemonte e al governo italiano «un’azione forte nel coinvolgere le autorità francesi per garantire tempi brevissimi nel ripristinare la linea ferroviaria e autostradale».

Aggiunge, segnalando che in più aziende è stata aperta la cassa integrazione: «Il settore dei trasporti non può permettersi un danno irreparabile da mettere in ginocchio un’intera economia compromettendo le aziende di trasporto coinvolte direttamente insieme alle aziende della logistica dell’intero indotto. Un danno incalcolabile per l’economia transfrontaliera derivante dall’ intermodalità ferroviaria tra l’Italia e la Francia»

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I punti salienti dell’Esortazione apostolica che aggiorna l’enciclica Laudato si’. La debolezza della politica che tutela i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti / IL TESTO

«Il cambiamento climatico? Innegabile»: ecco che cosa dice la “Laudate Deum”

Il punto di partenza è perentorio: «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono sempre più evidenti». Lo scrive il Papa in apertura di Laudate Deum, l’Esortazione apostolica sulla crisi climatica che aggiorna l’enciclica Laudato si’ e che il Pontefice indirizza “a tutte le persone di buona volontà”. Il documento viene pubblicato non a caso il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi patrono dell’ambiente, conclusione del Tempo del Creato, e giorno di apertura del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. A seguire alcuni dei punti più significativi del documento, che sarà pubblicato integralmente su Avvenire di domani.

QUI IL TESTO INTEGRALE

 

 

1) Quelli che minimizzano e accusano i poveri

Nel documento il Papa cita quanti ricordano che fenomeni di raffreddamento e fortissimo caldo ci sono sempre stati. «Trascurano di menzionare l’insolita accelerazione del riscaldamento» e per mettere in ridicolo chi ne parla citano il verificarsi di freddi estremi «dimenticando che questi e altri sintomi straordinari sono solo espressioni alternative della stessa causa: lo squilibrio globale causato dal riscaldamento globale». Sembrerebbe poi, ed è un triste tentativo di semplificare la realtà, «che la colpa sia dei poveri» responsabili di «avere troppi figli e cercano di risolvere il problema mutilando le donne». Invece, i numeri dicono «che una percentuale più ricca della popolazione mondiale in quina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri».

2) Le cause

Le responsabilità dell’uomo nel provocare il cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio, avverte il Papa. E il grave velocizzarsi dei fenomeni dipende «dagli enormi sviluppi connessi allo sfrenato intervento umano sulla natura negli ultimi due secoli». Alcune manifestazioni di questa crisi climatica, come l’aumento della temperatura globale degli oceani, l’acidificazione e la riduzione dell’ossigeno, la riduzione dei giacchi sono irreversibili per centinaia di anni. Tuttavia non bisogna cedere a diagnosi apocalittiche e irragionevoli. Si tratta piuttosto di assumere una visione più ampia «che ci permetta non solo di stupirci delle meravigli del progresso ma anche di prestare attenzione ad altri effetti che probabilmente un secolo fa non si potevano nemmeno immaginare».

 

3) Il potere della tecnologia

Il secondo capitolo della Laudate Deum è dedicato al “crescente paradigma tecnocratico” evidenziando «che le capacità ampliate dalla tecnologia danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». «Non ogni aumento di potere», infatti, «è un progresso per l’umanità». Basti pensare alle tecnologie utilizzate per lanciare bombe atomiche e annientare gruppi etnici.

4) L’uomo parte della natura

Fermo restando che l’uomo non è un fattore esterno capace solo di danneggiare l’ambiente, «dobbiamo tutti ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi limiti». Ci vuole lucidità è onestà, l’amara constatazione, «per riconoscere in tempo che il nostro potere e il progresso che generiamo si stanno rivoltando contro noi stessi». Alla base anche la logica del massimo profitto al minimo costo e una sbagliata concezione della “meritocrazia” che è diventata «un meritato potere umano a cui tutto deve essere sottoposto, un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo».

5) La debolezza della politica internazionale

Il terzo capitolo evidenzia che le crisi globali «vengono sprecate quando sarebbero l’occasione per apportare cambiamenti salutari». In questo senso serve un quadro diverso per una cooperazione efficace. Occorre, in particolare «una sorta di maggiore democratizzazione nella sfera globale per esprimere e includere le diverse situazioni». Così «non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti».

 

6) Il futuro

Il quarto capitolo dell’Esortazione apostolica è dedicato a progressi e fallimenti delle conferenze sul clima. Viene evidenziato il ruolo importante giocato dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e dalla Cop21 di Parigi nel 2015 che ha prodotto un accordo che ha coinvolto tutti prefigurando come obiettivo a lungo termine il «mantenere l’aumento delle temperature medie globali al di sotto di due gradi rispetto ai livelli preindustriali puntando comunque a scendere sotto gli 1,5gradi». Il proseguo degli incontri, come Sharm el-Sheikh nel 2022 hanno rivelato un basso livello di attuazione dei propositi anche per la mancanza adeguati meccanismi di controllo mentre adesso si guarda con speranza alla Cop 28 di Dubai.

7) Le attese

Il quinto capitolo pone a tema la Conferenza delle parti che dal 30 novembre al 12 dicembre prossimi si svolgerà negli Emirati Arabi Uniti. L’auspicio è che «porti a una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente». In tale senso le forme di conversione ecologica dovranno aver tre caratteristiche: essere efficienti, vincolanti e facilmente monitorabili. Un accenno anche alle proteste, alle azioni dei gruppi “radicalizzati” che occupano, dice il Papa, «un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli».

8) Alla luce della fede

L’ultimo capitolo è infine dedicato alle motivazioni spirituali dell’impegno per l’ambiente e dell’Esortazione stessa. Scrive il Papa che «la fede autentica non solo dà forza al cuore umano ma trasforma la vita intera, trasfigura gli obiettivi personali, illumina il rapporto con gli altri». In questo contesto ai credenti viene chiesto di contribuire a realizzare una cultura nuova basata per esempio sul ridurre gli sprechi e consumare in modo oculato, così da inquinare meno. Un cambiamento «diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe infatti un impatto significativo a lungo termine». Si tratta di non cedere alle lusinghe di una tecnocrazia che domina tutto e di non considerare l’uomo come un dominus assoluto. Lodate Dio è il nome di queste lettera, conclude il Pontefice, «perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso»

 

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Il premier spagnolo ha tempo fino al 27 novembre per ottenere la fiducia alla camera. Verso la storica accettazione dell’amnistia per il referendum del 1 ottobre

L’ora di Sánchez alle prese col rebus Sumar e catalanisti Il re Felipe VI riceve il primo ministro Pedro Sánchez - Epa

È arrivata l’ora di Pedro Sánchez. Come previsto, e passato con il primo ottobre il sesto anniversario del referendum catalano, il capo dello stato, il re Felipe VI, ha chiesto ieri al leader socialista di trovare gli appoggi per far partire il suo terzo governo.

E GIÀ DAL PRIMO DISCORSO è stata chiara la volontà di costruire una narrazione che, nel caso i negoziati diano i loro frutti, culminerà con la storica accettazione da parte del Partito socialista operaio spagnolo non solo di una amnistia per i fatti dell’uno di ottobre, ma anche in qualche forma e maniera, magari indiretta, dell’idea dell’autodeterminazione del popolo catalano. «Ho dovuto prendere posizioni difficili durante la scorsa legislatura», ha detto Sánchez in conferenza stampa parlando dell’indulto concesso ai leader indipendentisti. «E ho potuto constatare che fu una decisione adeguata per la tutela dell’interesse generale» giacché la situazione in Catalogna si è tranquillizzata moltissimo. E ha assicurato che, «nonostante le conversazioni debbano essere discrete, gli accordi saranno trasparenti».

Ora Sánchez ha tempo fino al 27 novembre per ottenere la fiducia della camera. In molti indicano il mese di ottobre come il limite che si è dato il leader socialista per chiudere i negoziati e affrontare il voto, ma il conto alla rovescia dei due mesi dalla prima sessione di investitura può prolungarsi fino a fine novembre. Convocherà la sessione di investitura «nel momento in cui la situazione sia sufficientemente matura», ha detto la presidente del Congresso Francina Armengol.

IL CAPO DEL GOVERNO ad interim inizierà ufficialmente i colloqui oggi con la leader della piattaforma di sinistra Sumar, Yolanda Díaz, anche se sono in corso da mesi contatti discreti con altre forze politiche, soprattutto Junts, che è la gatta più dura da pelare. Un partito nazionalista conservatore capeggiato dall’ex presidente catalano Carles Puigdemont, sfuggito alla dura giustizia spagnola e che sarebbe uno dei potenziali beneficiari della misura dell’amnistia. E poi con i loro acerrimi nemici, ma alleati tattici, di Esquerra Republicana, che in tutta la legislatura anteriore ha quasi sempre appoggiato il governo Sánchez con i suoi 15 deputati, ma che ora ne ha solo 7, proprio come Junts. Nessuno dei due partiti può permettersi di sembrare più accondiscendente coi socialisti; e lo stesso accade per gli altri due partiti nazionalisti con cui Sánchez deve trovare la quadra: i baschi del Pnv, partito d’ordine e tattica politica, e Eh Bildu, molto più a sinistra.

In tutto questo, Sumar, la cui alleanza è stata sempre data per scontata, ha alzato la testa: Díaz, lunedì, all’uscita dell’incontro con Filippo VI ha detto che «a oggi il Psoe non può contare sui nostri voti». Reclamando che nel negoziato abbiano uno spazio anche le loro proposte.

IN REALTÀ PIÙ CHE IL PSOE, il principale avversario di Díaz è la frammentazione al suo interno. Con un plotone di deputati assai meno incisivi dei loro predecessori di Unidas Podemos: una portavoce, Marta Lois, che nelle due sessioni di investitura fallite non ha convinto, uno sparuto gruppo di deputati di Podemos, completamente silenziato, sempre più irritato, e mille equilibri interni da gestire, Díaz avrà un cammino in salita non solo per la scelta dei pochi ministeri che il Psoe le cederà, ma anche per distribuire i pochissimi nomi senza che le esploda la creatura a cui ha appena dato luce.

Come dice Sánchez, «è l’ora della politica e della generosità». Ma è anche l’ora del redde rationem. E se trascinare Puigdemont e i suoi si rivelerà complicato per Sánchez, riuscire a soddisfare il partito che le ha dato la fama per Díaz si potrebbe rivelare indiavolato

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