Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Destra Dopo la tragedia di Modena, la Lega rilancia una proposta di legge dal sapore razziale

Il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani in visita a Modena foto LaPresse Il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani in visita a Modena

Una parte della maggioranza si sottrae a quello che l’opposizione definisce a ragion veduta «sciacallaggio», al secolo far leva sulle origini dell’attentatore di Modena per rilanciare la sempre proficua campagna contro i migranti. Ma il grosso della destra resta quello di sempre.

SALVINI SI ERA LANCIATO subito nella guerra santa. La resistenza di Piantedosi, che per una volta ha anteposto la responsabilità alla propaganda e ha chiarito subito che l’attentato non era terrorismo islamico, lo ha frenato per un attimo. Poi la scoperta della mail un po’ farneticante di quattro anni fa nella quale Salim El Koudri se la prendeva con i «bastardi crisitiani» gli ha restituito la carica: «Chissà se qualcuno tenterà ancora di minimizzare. Vediamo se tv e stampa di sinistra censureranno anche queste parole d’amore. Avanti con la proposta di legge della Lega sulla revoca della cittadinanza».
Per tutto il giorno il Carroccio martella così su una proposta da leggi razziali propriamente dette, in base alla quale la cittadinanza potrebbe essere revocata in caso di reato grave anche a cittadini nati e cresciuti in Italia se di genitori extracomunitari.

La proposta è già in commissione Affari costituzionali della Camera e il suo primo firmatario, il leghista Iezzi, insiste per tirarla fuori dal cassetto. Tajani la boccia tassativo: «Quando uno è cittadino italiano non lo si può fare diventare apolide». È probabile che la Lega stessa si renda conto dell’impraticabilità di una legge che istituzionalizzerebbe la divisione tra cittadini italiani di serie a e serie b ma tant’è. La propaganda resta garantita.

SULLA SPONDA OPPOSTA Fi per la prima volta, domenica scorsa, ha apertamente rotto l’unanimità della destra. Al Salvini furioso ha risposto, pacato ma per una volta fermo, Tajani: «Chi è stato protagonista dell’evento di Modena non ha un permesso di soggiorno. È un cittadino italiano». La proposta di legge sulla cittadinanza di Fi, il cosiddetto Ius Italiae che assegnerebbe la cittadinanza a chi è nato in Italia o ci è arrivato entro i primi cinque anni d’età dopo aver completato con successo la scuola dell’obbligo, giace a propria volta in Parlamento. Buona parte della destra la considera più o meno una resa al temuto invasore extracomunitario.

FDI PROVA A OCCUPARE la postazione centrale. La premier ha evitato i toni da crociata e allarme rosso che avrebbe certamente adottato un tempo. Il suo fedelissimo Donzelli frena l’impeto di Salvini ma anche lo Ius Italiae: «La revoca della cittadinanza è un tema delicato anche per dettagli pratici. La legge sulla remigrazione si basa su un concetto condivisibile però ha molte falle». Un colpo al Carroccio, l’altro agli azzurri: «Crediamo che l’attuale legge sulla cittadinanza per ora sia un buon equilibrio. Qualsiasi proposta migliorativa va affrontata con serietà ma certo non accoglieremo quelle della sinistra, che regalerebbero la cittadinanza dopo 2 o 5 anni».

Il tentativo di tenersi in equilibrio del partito di Meloni, però, sbatte sul dna stesso di FdI, che sulla guerra santa contro gli immigrati e contro la «sostituzione etnica» ha campato e si è ingrassato per anni. Capita così che Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera e non meno vicino alla premier di Donzelli, abbracci una posizione che nella sostanza è se possibile ancora più chiusa di quella leghista: «El Koudri non è un italiano. È un immigrato di seconda generazione. Certo che è folle ma deve pagare a casa sua, che per quanto mi riguarda non è l’Italia ma il Marocco».

LO STESSO PIANTEDOSI, dopo aver chiuso le porte alle chiacchiere sul terrorismo islamico in azione a Modena, un po’ le riapre, viste le reazioni della Lega ma in fondo anche di FdI. Si produce così in un esercizio di equilibrismo che porta a una posizione poco comprensibile: «Non emergerebbero elementi riconducibili al profilo classico del terrorista che pianifica azioni violente. Ma l’esatto inquadramento lo avremo quando gli inquirenti completeranno il loro lavoro e, in ogni caso, tutto questo non può portare a liquidare l’attacco come il gesto di un folle isolato».
Non è terrorismo ma neppure un gesto isolato. Cosa possa voler dire probabilmente non lo sa neanche lui.

Commenta (0 Commenti)

Lo stretto indispensabile Le proposte di accordo fanno avanti e indietro mentre Netanyahu prepara la guerra. Teheran inventa l’Authority di Hormuz

In questa foto diffusa dall'Ufficio della Presidenza iraniana, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, a destra, stringe la mano al ministro dell'Interno pakistano Mohsin Naqvi durante un incontro a Teheran, in Iran, domenica 17 maggio 2026. (Ufficio della Presidenza iraniana via AP) Masoud Pezeshkian, a destra con il ministro dell'Interno pakistano Mohsin Naqvi – (Ufficio della Presidenza iraniana via AP)

Donald Trump afferma di «non essere disposto» a fare alcuna concessione a Teheran, dopo aver ricevuto la risposta iraniana sui colloqui per un accordo di pace. Il presidente Usa aveva ammonito: «Farebbero meglio a darsi una mossa, in fretta, altrimenti non rimarrà più nulla». Tuttavia, secondo alcune fonti, gli americani stavano mostrando flessibilità proponendo una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio iraniano in cambio della riapertura dello Stretto.

Intanto l’Iran crea un nuovo ente, l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico (Pgsa), incaricata di gestire il traffico nello Stretto di Hormuz e dichiara che qualsiasi transito senza l’autorizzazione della nuova autorità «sarà considerato illegale». Il blocco sta riducendo rapidamente le riserve commerciali di petrolio e fertilizzanti nel mondo e aggravando la crisi alimentare globale.

TRUMP OGGI riunisce nella Situation Room il suo team per la sicurezza nazionale per discutere le opzioni militari. Nel frattempo il suo alleato israeliano si sfrega le mani in attesa di un nuovo confronto con Teheran, fissando come obiettivo le «infrastrutture energetiche iraniane» come ha riportato il Canale 12 israeliano.

Il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, traccia un quadro dei negoziati in corso: «Dopo la presentazione di un piano iraniano articolato in 14 punti, nonostante gli americani avessero annunciato pubblicamente il rifiuto del piano, la diplomazia ha continuato attraverso il mediatore pakistano». Secondo Baghaei, l’Iran ha ricevuto una serie di «proposte correttive». In risposta, Teheran ha presentato il proprio punto di vista ai mediatori pakistani. Baghaei, comunque, ha ribadito: «Il diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio è stato riconosciuto in base al Trattato di non proliferazione», aggiungendo che questo diritto «esiste» indipendentemente da riconoscimenti esterni.

IL PRESIDENTE Masoud Pezeshkian, dal canto suo, tenta di mantenere sotto controllo gli intransigenti contrari alle trattative e di abbassare le tensioni all’interno della società in forte difficoltà economica. Pezeshkian ha sottolineato che la fermezza nei negoziati deve essere accompagnata da una gestione intelligente e non da slogan vuoti o provocazioni: «È un errore diffondere informazioni false che sostengono che il nemico è in declino mentre noi siamo in fiore. La realtà è che sia noi che loro abbiamo problemi», ha detto e ha messo in guardia dalle conseguenze del dissenso interno. «Unità, coesione, solidarietà e concordia tra tutte le etnie» sono le parole chiave del presidente per resistere alla sfida. Concludendo, Pezeshkian ha rivolto un appello alla popolazione: «Negoziamo con dignità e non faremo passi indietro. Dobbiamo collaborare per essere in grado di resistere, utilizzare tutti i mezzi possibili, chiedere aiuto a tutti, e abbandonare l’idea che alcuni siano migliori di altri. Se siamo in guerra, dobbiamo assumere una mentalità da guerra». Parole che riflettono la percezione di una situazione critica che richiede sacrifici collettivi e unità nazionale.

L’IRAN, TRA MILLE problemi, sta affrontando anche una grave crisi farmaceutica. Gli attacchi a strutture farmaceutiche, il blocco delle importazioni e la mancanza di valuta estera hanno interrotto la fornitura di medicinali e materie prime. Si registrano, secondo l’Associazione dei farmacisti iraniani, rincari del 300% e carenze di insulina, kit diagnostici e farmaci oncologici, con pazienti affetti da malattie gravi sempre più in difficoltà.

Secondo la Brown University, le famiglie americane invece hanno pagato circa 316 dollari in più ciascuna per l’aumento del prezzo della benzina dall’inizio del conflitto, mentre le difficoltà causate dalla crisi stanno colpendo severamente i Paesi a basso reddito. Carl Skau, vice direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale dell’Onu, ha detto che la carenza di fertilizzanti e i ritardi nelle spedizioni – compreso il riso dall’India – rischiano di avere effetti «catastrofici», soprattutto in Africa orientale, fortemente dipendente dalle forniture dal Golfo Persico. Arriva anche l’allarme per i viaggi nell’emisfero nord: le compagnie aeree temono carenze di carburante. Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha dichiarato che, nonostante il ricorso alle riserve strategiche da parte di diversi governi, le scorte commerciali «si stanno esaurendo molto velocemente».

NEL FRATTEMPO, nel Golfo si registrano nuovi attacchi con droni di origine non rivendicata. Un velivolo ha colpito una centrale nucleare negli Emirati arabi, provocando un incendio all’esterno dell’impianto di Barakah. L’Agenzia internazionale per l’Energia atomica ha confermato che la struttura resta sicura e che non ci sono state né vittime né fughe radioattive. Contemporaneamente, l’Arabia saudita ha intercettato tre droni provenienti dallo spazio aereo iracheno. Entrambi i paesi hanno attribuito indirettamente la responsabilità all’Iran o a gruppi alleati. Nel corso del conflitto di Usa e Israele contro Iran, Arabia saudita ed Emirati avrebbero condotto attacchi non pubblicizzati contro obiettivi iraniani.

IL PAKISTAN FORNISCE da tempo supporto militare ai sauditi. Islamabad ha schierato 8mila soldati, uno squadrone di caccia e sistemi di difesa aerea nell’ambito di un accordo di difesa reciproca con Riyadh. Islamabad, già mediatore tra Teheran e Washington, rafforza la sua posizione nella regione.

Commenta (0 Commenti)

Israele assalta la Flotilla, di nuovo in acque internazionali. L’abbordaggio dura un giorno intero. Ma le barche tentano di passare lo stesso e a terra si mobilitano le piazze. Il governo, anche stavolta, tace

La corrente di Gaza L’abbordaggio inizia alle 9 del mattino al largo di Cipro e dura un giorno intero. La Sumud, inseguita, tenta di andare avant

Leggi anche https://ilmanifesto.it/i-silenzi-del-governo-il-circolo-vizioso-del-crimine-e-dellimpunita

Una barca dell’esercito israeliano approccia un'imbarcazione della Flotilla a largo di Cipro (Global Sumud Flotilla via AP) Una barca dell’esercito israeliano approccia un'imbarcazione della Flotilla a largo di Cipro – (Global Sumud Flotilla via AP)

La Global Sumud Flotilla si trova sotto attacco israeliano dalle nove di ieri mattina (ora italiana). Fino al momento di andare in stampa, gli incursori della marina di Tel Aviv erano riusciti a intercettare 42 imbarcazioni con oltre 150 persone a bordo (almeno 12 italiane). Un’azione molto simile a quella condotta lo scorso 29-30 aprile al largo di Creta, che portò all’abbordaggio di 22 barche e al sequestro di 181 attivisti.

ANCHE IERI, esattamente come venti giorni fa, l’esercito israeliano avrebbe messo in campo ben quattro fregate da guerra e una nave cargo militare, sulla quale verranno rinchiusi gli attivisti man mano che saranno arrestati a bordo delle loro imbarcazioni. Con una mezza dozzina di gommoni d’assalto, gli incursori della Shayetet 13 hanno preso il controllo dei vari mezzi della Sumud, manomettendone i comandi e catturandone l’equipaggio. In più occasioni, i militari hanno puntato contro gli attivisti disarmati i loro fucili da guerra, mentre alcune delle fregate si sono pericolosamente avvicinate ai velieri prima che questi venissero assaltati.

L’attacco è avvenuto ancora una volta in piene acque internazionali, a ben 250 miglia dalle coste di Gaza (la Flotilla era salpata dalla Turchia appena domenica mattina e solo da poche ore aveva abbandonato le acque territoriali di Ankara). Stavolta l’assalto è avvenuto durante il giorno: «Una circostanza – sottolineano i portavoce del movimento – che dimostra come Israele agisca ormai nella più totale impunità, e senza più mostrare alcuno scrupolo».

I 52 VELIERI che compongono la missione trasportavano oltre 400 persone provenienti da 45 paesi, tra cui diverse decine di italiani. Quale sarà il loro destino? La presenza della solita nave-prigione fa pensare che l’epilogo possa essere simile a quello dello scorso abbordaggio: se tre settimane fa – dopo un giorno e due notti di cattività – i sequestrati furono sbarcati sulla costa di Creta, questa volta potrebbe essere la volta di Cipro, le cui autorità, esattamente come quelle greche, godono di un rapporto privilegiato con Israele. Tuttavia, in un articolo pubblicato ieri mattina sul Jerusalem Post, si parlava della possibilità che i detenuti vengano «condotti ad Ashdod», ovvero che siano deportati in Israele. In tal caso, è probabile che rimangano nelle mani di Tel Aviv anche per diversi giorni. Sempre sul Jerusalem Post vengono poi riportate alcune dichiarazioni del ministro degli esteri Israel Katz, che definisce la Flotilla «una provocazione fatta per il solo gusto di provocare». Sulla stessa linea il premier Netanyahu, che ha pubblicamente elogiato i militari: «Penso che stiate facendo un lavoro eccezionale. Siete riusciti, oggi come ieri, a neutralizzare efficacemente il piano malvagio ideato per rompere l’isolamento che abbiamo imposto ai terroristi di Hamas a Gaza».

A OGNI MODO, durante tutta la durata dell’azione gli attivisti a bordo si sono sempre mostrati calmi e sereni. Alcune imbarcazioni hanno inizialmente cercato di deviare la rotta verso Cipro, nel tentativo di mettersi in salvo, ma poi gli scafi ancora liberi hanno continuato testardamente a dirigersi verso Gaza. «C’è tra noi un grande senso di determinazione e tranquillità – ha dichiarato al manifesto il sindacalista Dario Salvetti, della Gkn di Firenze, che viaggia a bordo della Don Juan – Sappiamo che oggi il compito di resistere è in mano unicamente alle persone comuni come noi, alle lavoratrici e ai lavoratori che fanno parte di questa missione. Mentre da lontano vediamo le navi militari che fronteggiano i velieri con a bordo i nostri compagni, ci rendiamo conto che forse è inevitabile che le cose vadano così e nonostante tutto decidiamo di andare avanti. Perché questa è la nostra unica forza».

Altri nostri contatti, invece, hanno fatto appena in tempo a lanciare l’allarme: «Ci sono delle navi militari in avvicinamento. Puntano dritto verso di noi, come se volessero speronarci», ci ha scritto uno dei passeggeri delle prime imbarcazioni intercettate. In questo momento, con ogni probabilità, si trova con gli altri suoi compagni a bordo della nave-prigione israeliana, a prendere cazzotti e dormire sul pavimento. Sempre, ovviamente, che qualcuno non faccia qualcosa.

È QUANTO CHIEDEVANO ieri le opposizioni parlando – dal Pd con Elly Schlein ad Avs con Nicola Fratoianni – di «atto di pirateria». E se la Spagna, in linea con la posizione finora tenuta verso la questione palestinese, convocava immediatamente la rappresentante diplomatica israeliana Dana Erlich per protestare contro «un’intercettazione illegale», il ministro degli esteri Tajani assumeva la stessa postura da diritto internazionale a metà: «Anche qualora dovessero essere fermati cittadini italiani, devono essere sempre trattati nel massimo rispetto della dignità della persona», aveva detto in mattinata, senza condannare il rapimento di decine di persone in acque internazionali.

In serata ha corretto il tiro e da Modena ha chiesto «il rilascio immediato» degli italiani detenuti. Tra gli attivisti fatti prigionieri c’è anche Margaret Connolly, sorella della presidente irlandese Catherine. Fino a ieri sera era ancora in viaggio l’unico parlamentare italiano a bordo, Dario Carotenuto: «Qui intorno ci sono le navi della marina israeliana che stanno cercando di braccarci», ha detto nel pomeriggio a RadioRai.

I 5STELLE, PD e Avs, hanno scritto alla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, perché attivi «tutti i canali diplomatici per garantire l’integrità fisica, la difesa legale e la piena protezione consolare» dei rapiti.

Commenta (0 Commenti)

Israele assalta la Flotilla, di nuovo in acque internazionali. L’abbordaggio dura un giorno intero. Ma le barche tentano di passare lo stesso e a terra si mobilitano le piazze. Il governo, anche stavolta, tace

Global Sumud Almeno 17 imbarcazioni fermate dalla marina israeliana durante la missione diretta a Gaza. Israele schiera quattro fregate da guerra e una nave cargo militare

LEGGI ANCHE https://ilmanifesto.it/riecco-gli-equipaggi-di-terra-piazza-gaza-spunta-in-tuttitalia

Le immagini dell'assalto della Marina israeliana contro la Flotilla Le immagini dell'assalto della Marina israeliana contro la Flotilla

La Global Sumud Flotilla si trova sotto attacco israeliano dalle 9 circa di questa mattina (ora italiana). Nel giro di quattro ore, gli incursori della marina di Tel Aviv sono riusciti a intercettare almeno 17 imbarcazioni, mentre altri due scafi avrebbero perso i contatti con il resto della missione. A bordo delle navi fermate, oltre 150 persone Si tratterebbe di un’azione molto simile a quella condotta tra il 29 e il 30 aprile scorsi al largo di Creta, che portò all’abbordaggio di 22 barche e al sequestro di 181 attivisti.

Anche oggi, esattamente come meno di tre settimane fa, l’IDF avrebbe messo in campo ben quattro fregate da guerra e una nave cargo militare, sulla quale presumibilmente verranno rinchiusi gli attivisti man mano che saranno arrestati a bordo delle loro imbarcazioni.

L’attacco è avvenuto ancora una volta in acque internazionali, a 250 miglia dalle coste di Gaza (la Flotilla era salpata dalla Turchia soltanto ieri mattina). I 52 velieri che compongono la missione hanno a bordo oltre 400 persone provenienti da 45 paesi, tra cui diverse decine di italiani.

Quale sarà il loro destino nelle prossime ore? La presenza della consueta nave-prigione fa pensare che l’epilogo possa essere simile a quello dello scorso abbordaggio: se tre settimane fa i sequestrati furono sbarcati sulla costa di Creta, questa volta potrebbe essere la volta di Cipro, le cui autorità, esattamente come quelle greche, godono di un rapporto privilegiato con lo Stato di Israele.

Tuttavia, in un articolo pubblicato pochi minuti fa sul Jerusalem Post, si parla espressamente della possibilità che i detenuti vengano “condotti ad Ashdod”, ovvero che siano deportati in Israele.

Commenta (0 Commenti)

Hero image

I guai del governo, il nodo di Taiwan, le contraddizioni dei campi scintillanti del tennis e il tramonto dell’auto italiana nel disinteresse generale.

Un Lunedì Rosso che traccia una mappa precisa delle zone di confine e i punti di crisi del mondo capitalista in cui siamo immersi.

Nella foto: Una bambina danza sotto una statua di Marx e Engels in un parco di Shanghai in Cina, foto Eugene Hoshiko /AP

 

Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.

 

https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-18-maggio-2026

 

Commenta (0 Commenti)

L’analisi degli uffici del massimario Il punto più «controverso», per stesse parole dei giudici, è il fermo preventivo di dodici ore introdotto all'articolo 7

LEGGI ANCHE Consiglio d’Europa, meno diritti e apertura ai return hub

Scontri con la polizia durante l'assalto al palazzo sede della Città Metropolitana. Torino 14 novembre 2025. ANSA/TINO ROMANO Scontri con la polizia durante l'assalto al palazzo sede della Città Metropolitana – ANSA/TINO ROMANO

L’ufficio del Massimario della corte di Cassazione ha pubblicato la propria analisi dell’ultimo decreto sicurezza del governo, convertito in legge lo scorso 24 aprile. In 129 pagine pubblicate il 13 maggio gli ermellini hanno sottolineato tutte le criticità del quarto provvedimento securitario dell’esecutivo, a partire dai rischi di costituzionalità. Lo fanno appoggiandosi ai tanti pareri di costituzionalisti e penalisti che negli ultimi mesi hanno commentato e criticato il decreto. Solo un anno fa, per analisi simili che il Massimario pubblicò sul precedente dl Sicurezza e sul protocollo con l’Albania, i giudici finirono sotto il fuoco della maggioranza: Maurizio Gasparri di Forza Italia disse che quegli uffici erano stati «occupati dai centri sociali».

Il punto più «controverso», per stesse parole dei giudici, è il fermo preventivo di dodici ore introdotto all’articolo 7 del testo. Una misura che consente alle forze dell’ordine, prima di una manifestazione, di trattenere fino a dodici ore in questura persone ritenute sospette. Una forma di «neutralizzazione della fonte del pericolo», scrivono i giudici, che tuttavia va a sovrapporsi ad altri casi in cui è possibile privare della libertà temporaneamente una persona, come nel caso delle identificazioni. In questo caso però avrebbe «finalità non precisamente definite».

Per questo il Massimario ha dedicato un intero paragrafo ai «profili critici» della nuova norma, che sono tanti e diversi: primo fra tutti ricorda, appoggiandosi a pareri di costituzionalisti, che data l’ampia discrezionalità lasciata alle forze dell’ordine, alla fine il fermo rischia di tradursi in una «compressione del dissenso». Dove sia la discrezionalità è presto detto, e si tratta di una parola: nel testo della legge la possibilità di trattenere un manifestante è prevista sulla base di precise circostanze «anche desunte dal possesso di strumenti». In quell’«anche» ci sono tutte le possibilità del mondo. Per cui la norma non chiarisce in alcun modo «il rapporto tra la condizione oggettiva di pericolosità e il giudizio di pericolosità» E poi, ricordano, questi accertamenti di dodici ore non si capisce bene cosa siano: non può essere l’identificazione, perché esiste un altro tipo di fermo apposito, ma nemmeno le indagini, dato che non è stato commesso alcun reato.

Ma a mancare sono anche le adeguate tutele per i manifestanti. Nella prima bozza del decreto non era nemmeno previsto l’intervento di un giudice, ma nonostante questo sia stato inserito «non sono stati specificatamente indicati quali obblighi di motivazione e verbalizzazione incombano sulla polizia». Non è stata nemmeno previsto che una copia del verbale venga rilasciato alle persone fermate. Una dinamica piuttosto opaca, sperimentata in tutti suoi passaggi dai 91 anarchici che per primi si sono visti fermare mentre si accingevano a portare dei fiori davanti al casolare in cui avevano perso la vita Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. E visti i tanti i problemi, sul caso al Massimario non è rimasto che chiedersi se questa norma fosse proprio necessaria, o se invece lo stesso scopo «non possa essere raggiunto con misure alternative, analogamente efficaci ma meno severamente incidenti sul fondamentale diritto». Che sarebbe la libertà personale.

La poca chiarezza è il tratto distintivo anche di un’altra norma bandiera del decreto, il registro separato per gli indagati quando c’è una «causa di giustificazione». Lo scudo penale per le forze dell’ordine, allargato in questo inconsueto e contorto modo perché altrimenti non si sarebbe potuto fare. Pertanto ora si arriva in questo registro separato quando si compie un reato ma «appare evidente» che si aveva un motivo per farlo tra quelli previsti dalla legge. Il Massimario ha preso in mano il vocabolario e ha ricordato che la formula «appare evidente» è contraddittoria: accostare l’«apparire», che rimanda a una percezione, all’«evidenza», un fatto accertato, dicono i giudici è una «ambiguità semantica».

Inutile infine parlare del premio per i rimpatri agli avvocati, manifestamente incostituzionale e per questo soppresso all’ultimo minuto con un altro decreto simultaneo. In modo scrupoloso i giudici lo citano comunque, anche perché è effettivamente presente nel testo approvato in parlamento. Non è mai entrato in vigore, abrogato un attimo dopo: ha già avuto la sua forzatura.

Commenta (0 Commenti)