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Ghiglione: “Solidarietà agli agenti feriti. Quando il conflitto viene ridotto a questione di sicurezza e non di diritti si rischia di spingere ulteriormente il Paese verso una deriva”

“La Cgil condanna con fermezza le violenze avvenute ieri a Torino. La violenza non è mai una risposta e non può essere tollerata in alcuna forma. Esprimiamo solidarietà a tutti gli agenti e le agenti coinvolti negli scontri”. Lo dice Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, a seguito degli episodi di violenza registrati ieri nel capoluogo piemontese durante la manifestazione organizzata a sostegno del centro sociale Askatasuna sgomberato nei mesi scorsi. 

“Solidarietà ad agenti feriti”

“Siamo vicini ad Alessandro Calista, vigliaccamente accerchiato e colpito da un gruppo di delinquenti che ci auguriamo venga identificato e punito. Chi pensa di imporre le proprie idee con la violenza attacca la democrazia e alimenta un clima pericoloso. E questi atti – sottolinea la dirigente sindacale – offendono anche le migliaia di donne e uomini che hanno manifestato pacificamente”. Una denuncia ferma, contro le devastazioni e violenza che nulla hanno a che vedere con le proteste di piazza. 

Fermo restando la condanna e la solidarietà per chi è stato aggredito, Ghiglione sottolinea come “le tensioni che attraversano Torino, anche alla luce delle operazioni e delle vicende che hanno riguardato il centro sociale Askatasuna e le manifestazioni dei mesi scorsi, non possono essere affrontate esclusivamente sul piano dell’ordine pubblico”.

“Violenza non sia pretesto per reprimere dissenso”

Il clima sociale, ricorda Ghiglione, è sempre più segnato da paura, rabbia e polarizzazione “e quando il conflitto viene ridotto a questione di sicurezza e non di diritti, quando il disagio sociale viene ignorato o represso, si rischia di spingere ulteriormente il Paese verso una deriva”.

Per questo “è necessario ricostruire un clima democratico fondato sul rispetto reciproco, sul dialogo e su politiche capaci di affrontare le cause profonde delle tensioni: precarietà, disuguaglianze, marginalità sociale, mancanza di prospettive”, aggiunge la segretaria confederale” perché “la sicurezza vera si costruisce con la giustizia sociale, il lavoro dignitoso, la partecipazione e dal riconoscimento dei diritti. È questo il terreno su cui si costruisce una società più coesa”.

“Sempre dalla parte della democrazia”

Senza se e senza ma  “la Cgil sta senza se e senza ma dalla parte della democrazia e della legalità costituzionale, e respinge ogni forma di estremismo. Il conflitto sociale deve trovare spazio esclusivamente nella mobilitazione pacifica e nella partecipazione democratica. Allo stesso tempo, la violenza non può essere usata per zittire il dissenso legittimo”, conclude Ghiglione.

Cgil Torino: “Pacifico corteo oscurato da pochi violenti”

“Quella di sabato è stata un’enorme e pacifica manifestazione, con tanti giovani e tantissimi torinesi, che non può essere cancellata dalla violenza di pochi. Violenza che condanniamo fermamente, e che peraltro oscura le ragioni di tutti i manifestanti”. Ad affermarlo è la segreteria della Cgil Torino. “Il tema degli spazi sociali – dice il sindacato – non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico, scaricato sui lavoratori delle forze dell’ordine, né strumentalizzato a fini elettorali da una destra incapace di affrontare le crescenti diseguaglianze sociali”.

 

Riforma elettorale La destra accelera sulla riforma dell’elezione dei sindaci per spaventare il centrosinistra

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Torino, seggio elettorale foto di Alessandro Di Marco / Ansa Torino, seggio elettorale – foto di Alessandro Di Marco / Ansa

Il centrodestra ha posto una pistola sul tavolo del confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Prima ancora che esso sia convocato. Preventivamente, come una minaccia, che è stata esplicitata. Si tratta della legge per eleggere i sindaci eliminando di fatto i ballottaggi, che il centrodestra ha ripreso ad esaminare in Senato. La minaccia è di approvarla a tambur battente così da applicarla sin dalla tornata delle amministrative di primavera, qualora da parte delle opposizioni non ci sia la disponibilità a confrontarsi sulla modifica della legge elettorale. Partiamo dai fatti che riguardano i due dossier, quello sulla legge elettorale nazionale e quello sulla legge per eleggere i sindaci.

LA PRIMA RIUNIONE plenaria formale degli sherpa del centrodestra sulla legge elettorale, preannunciata lunedì scorso come imminente, non si è tenuta in settimana, benché ci siano stati diversi colloqui informali. A frenare sia Fi che la Lega: la prima teme che un eventuale scontro con le opposizioni su questo tema incida negativamente sulla campagna referendaria; la seconda tira la corda per trattare su altri dossier. Ma anche i dirigenti dei partiti di opposizione a cui informalmente la maggioranza ha accennato alla possibilità di un confronto sulla legge elettorale, hanno opposto un «niet» fino alla celebrazione del referendum.

L’INPUT DI GIROGIA MELONI, tuttavia è di approvare la legge elettorale entro settembre-ottobre del 2026, vale a dire un anno prima della scadenza naturale della legislatura, per rivendicare di aver rispettato le indicazioni della Commissione di Venezia, per la quale non si cambia il sistema elettorale l’anno prima delle urne. Tutti sono convinti che in realtà si voterà non nel settembre 2027, ma a maggio; ma sarebbero elezioni anticipate, quindi teoricamente non prevedibili oggi. Senonché la dead-line del prossimo settembre-ottobre è difficilmente rispettabile se il centrosinistra indugia troppo a impegnarsi in un confronto.

Sia chiaro: in questo confronto Meloni non ci si vuole impegnare più di tanto: lei stessa lo ha chiarito nella conferenza stampa del 9 gennaio. Ma un passaggio formale vuole che ci sia, come formale deve essere il rispetto delle raccomandazioni della Commissione di Venezia.

E QUI ARRIVA L’ALTRO elemento, riguardante la legge per eleggere i sindaci, con l’eliminazione de facto del ballottaggio. Il ddl, firmato dai quattro capigruppo del centrodestra in Senato, è fermo in commissione Affari costituzionali, grazie a un ostruzionismo serrato di tutte le opposizioni. Martedì e mercoledì scorso, l’esame è ripreso in due sedute notturne. Il testo era stato presentato a fine aprile dell’anno scorso, sostenuto da una precisa narrazione: al ballottaggio troppo spesso va a votare meno gente che al primo turno e troppo spesso il vincitore al secondo turno riporta meno voti del candidato più votato al primo turno. Di qui la proposta del ddl di prevedere l’elezione del sindaco con il solo 40% dei voti.

Peccato che questa narrazione sia stata smentita dai dati riferiti dall’Anci durante una audizione il 27 maggio: tra il 2014 e il 2024 i casi denunciati dal centrodestra sono stati solo 5. In ogni caso i partiti di centrosinistra avevano depositato ben 1.421 emendamenti ai primi di luglio, iniziando poi un defatigante – per la maggioranza – ostruzionismo, fino a quando l’esame è stato sospeso il 30 ottobre.

Ora l’iter è ripreso con due sedute notturne la scorsa settimana e altrettante la prossima, visto che la Commissione deve affrontare anche altri provvedimenti. Gli emendamenti ancora da votare sono 400, ma il presidente della Commissione Alberto Balboni e la maggioranza hanno imposto il canguro, vale a dire il voto congiunto di più emendamenti analoghi. Le votazioni reali che mancano sono poco più di trenta.

IL TESTO È PROGRAMMATO in aula a marzo, dopo il referendum del 22 e 23. La minaccia è di rispettare la programmazione ed approvarlo prima in Senato e poi alla Camera con la fiducia ad aprile, così che la tornata delle amministrative di primavera veda la prima applicazione. A meno che Elly Schlein, Giuseppe Conte e alleati diano la disponibilità a confrontarsi sulla legge elettorale in cui verrebbero eliminati i collegi uninominali in favore di un sistema proporzionale con premio di maggioranza.

Rabbia a Minneapolis dopo l’omicidio di Renee Good da parte dell’Ice. L’amministrazione Usa sostiene gli agenti anti immigrazione e garantisce impunità. Vance: «Io e il presidente siamo dalla vostra parte». E l’Fbi monopolizza le indagini

Licenza di uccidere Proteste a Minneapolis e decine di altre città. Per sicurezza, scuole chiuse per una settimana

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Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good foto Ap/Ryan Murphy Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good – foto Ap/Ryan Murphy

Il capo dell’agenzia investigativa statale del Minnesota, la Bca, ha dichiarato che la procura federale ha impedito all’agenzia di partecipare all’indagine sull’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, la 37enne uccisa mercoledì a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice. In un comunicato, il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, ha dichiarato che inizialmente era stato deciso che la sua unità investigativa avrebbe condotto un’indagine congiunta con l’Fbi, ma che in seguito il Bureau ha cambiato idea e la Bca non avrà più accesso ai materiali necessari. La Bca «si è ritirata a malincuore dall’indagine», ha scritto Evans.

SEGUENDO LA PRASSI ormai solita dell’amministrazione Trump di riscrivere la realtà, durante una conferenza stampa che la Segretaria della Sicurezza nazionale (il dipartimento a capo dell’Ice), Kristi Noem, ha tenuto a New York ha dichiarato che l’Fbi non avrebbe «tagliato fuori» l’agenzia statale del Minnesota, ma avrebbe seguito la prassi. «Vogliamo la loro collaborazione – ha dichiarato Noem – per tenere i criminali lontani dalle strade». Su chi siano questi criminali a cui si riferisce Noem c’è molto dibattito, visto che per il governatore del Minnesota, Tim Walz, a commettere reati sarebbero gli agenti dell’Ice.

Con una mossa che ha ben pochi precedenti, come ha sottolineato nel suo programma serale Stephen Colbert, Walz ha emesso un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale del Minnesota «a proteggere la nostra popolazione. Da settimane avvertiamo che le operazioni pericolose e sensazionalistiche dell’amministrazione Trump rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza pubblica, e che qualcuno potrebbe farsi male».

WALZ HA DEFINITO la ricostruzione ufficiale un atto di «propaganda» e ha assicurato che «lo Stato garantirà un’indagine completa, equa e rapida per assicurare l’accertamento delle responsabilità e la giustizia».

Da quando si è diffusa la notizia dell’omicidio di Good, i network nazionali si sono occupati quasi solo di questa vicenda. L’omicidio in pieno giorno, da parte di un agente mascherato, di una donna disarmata che obiettivamente non rappresentava una minaccia per nessuno, ha fatto sobbalzare l’opinione pubblica. La persona che l’amministrazione Trump dipinge come una terrorista interna che avrebbe tentato di investire degli agenti federali con la sua auto era una cittadina americana nata in Colorado, maiaccusata di nulla, a parte una multa per infrazione al codice della strada. Sui social media si descriveva come «poeta, scrittrice, moglie e madre». Era sposata con una donna e aveva un bambino di sei anni.

GIÀ LA SERA dell’omicidio si sono svolte manifestazioni, non solo a Minneapolis ma anche in altre città Usa, con le piazze di Chicago, New York e Seattle che si sono riempite per far

Mentre il mondo si trastulla con gli auguri per il nuovo anno, il leader del mondo libero, quello che secondo chi governa l’Italia esprime al meglio i valori occidentali, bombarda il Venezuela. Arrivano notizie drammatiche da Caracas. Il Pentagono interpellato dai giornalisti non dice, e rinvia alla Casa Bianca. Sì, il presidente ha ordinato l’attacco. In una breve intervista telefonica con il New York Times dopo l’annuncio, Trump ha celebrato il successo della missione per catturare Nicólas Maduro. “Ottima pianificazione, ottimi soldati e ottime persone”, ha detto. “È stata un’operazione brillante, in realtà”, ha aggiunto.  Ora si sa che Maduro e sua moglie sono stati catturati e portati fuori dal paese.

La pirateria diventa la politica del presidente Usa

La tenaglia attorno al Venezuela era cominciata ad agosto. Proprio quando Trump ha cambiato nome al Dipartimento della Difesa che ora è diventato Dipartimento della Guerra. In sostanza ha dichiarato che il suo paese è in guerra con il mondo, con tutti coloro (soprattutto Stati singoli piccolo-medi) che hanno cose che lui vorrebbe avere o fanno politiche economiche che a lui non piacciono o non convengono. In tutto questo i cittadini americani non ci guadagnerano proprio nulla. A guadagnarci sarà quella piccolissima fascia dei più ricchi e potenti che, nel caso venezuelano, sono i proprietari e i grandi azionisti delle aziende estrattive e delle raffinerie di petrolio.  Il presidente fa della pirateria la sua politica. E nonostante sieda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu è il principe dell’insicurezza globale.

Oggi gli Stati Uniti sono in guerra con il centro-America. Il bombardamento di Caracas vuole essere anche un segno di intimidazione, con lo scopo di minacciare e assoggettare i paesi di quella regione. Cacciato Nicólas Maduro, molto probabilmente si insedierà un governo guidato da Maria Corina Machado, insignita poche settimane da del Premio Nobel per la Pace. E Trump può rivendicare, e c’è da giurare che lo farà, che ha aiutato la pace.

E’ come con il Cile nel 1973. Certo, in Cile vi era un governo legittimo, frutto di libere elezioni. In Venezuela la situazione politica non è democratica. Ma l’attacco degli States non è per questo meno radicale e più giustificato. Gli Stati Uniti hanno fatto saltare diversi governi e regimi, Trump non è il primo a farlo. Ricordiamo il colpo di stato in Grecia o l’imposizione del regime dello Scia in Persia, o il bombardamento di Bagdad e l’uccisione di Sadam Hussein, o l’attacco alla Libia (con il sostegno francese) e l’assassinio di Muammar Gheddafi. Non è quindi la prima volta. Né Trump è il primo presidente Usa a ordinare attacchi ai paesi da sottomettere o da domare.

Nicolas Maduro (copyright Str/Xinhua/ABACAPRESS.COM)

Le mani sui giacimenti petroliferi

Ma questo attacco a Caracas è particolarmente subdolo. Le violazioni americane delle acque territoriali venezuelane, gli attacchi alle imbarcazioni civili e commerciali erano iniziate da mesi, inducendo una corte a ricordare al Presidente che le azioni militari devono sottostare alla decisione del Congresso. E Trump ha tuonato che stava difendendo la salute degli americani dai narcotrafficanti, sapendo bene che questi provengono dalla Colombia, non dal Venezuela. Come la favola di Esopo nella quale il lupo dice all’agnello che gli intorbidisce l’acqua. E siccome non è vero, come non è vero che il Venezuala produce e traffica oppiacei, il Presidente decide di bombardare per riportare la democrazia in Venezuela…. e per rendere i ricchi giacimenti petroliferi siti nelle acque venezuelane disponibili alle corporation americane senza sforzo.

Il 2026 è cominciato all’insegna della violenza non della guerra, della pirateria e della sepoltura del diritto internazionale. Le macerie che questa Amministrazione ha accumulato in questo primo anno di governo sono state tante, mandando al macero quella cornice di diritto che oggi resta al massimo il tema di film, non proprio belli ma che fanno cassa. Norimberga vende. Chi volle quel processo, chi volle vincere non solo sul campo di battaglia ma con il diritto, oggi ha un governo che rinnega tutto questo.  Trump rinnega Norimberga e quell’impegno coraggioso di rendere il mondo un luogo più sicuro e civile. Fine della storia. Caracas sotto le bombe sancisce (anche se non inaugura) un tempo nuovo e terribile. Nessuno è oggi sicuro: nessuno stato e, soprattutto, nessuna persona.

L'appello dell'ex premier estone alla Cisl riaccende il dibattito sul rapporto tra pace e preparazione alla guerra

Kaja Kallas alla Cisl invita a prepararsi alla guerra: una narrazione pericolosa che ora colpisce anche i lavoratori

Il videomessaggio sul grande schermo di Kaja Kallas alla “Maratona per la Pace” della Cisl, nel quale dice che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra” sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

La proposta della Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della Ue e dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i “valori” europei, dovrebbe conoscere.

 

Da Erasmo da Rotterdam, “La guerra piace a chi non la conosce” (Adagia), ad Immanuel Kant, “Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire del tutto. Infatti pronti come sono a mostrarsi sempre armati a questo scopo minacciano costantemente gli altri Stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella quantità degli armati…“ (Per la pace perpetua); da Bertrand Russell, “La preparazione alla guerra, lungi dall’essere un mezzo per prevenire la guerra, è in realtà la causa principale delle guerre. (…) Gli armamenti e le alleanze militari creano un clima di sospetto e paura che porta inevitabilmente al conflitto” (Common Sense and Nuclear Warfare), a Papa Giovanni XXIII, “La guerra è aliena alla ragione” (Pacem in terris), la deterrenza militare è disvelata nella sua infondatezza e logica perversa che alimenta la minaccia che dichiara di voler prevenire. E’ il dilemma, o paradosso, della deterrenza, come ho spiegato più volte.

 

Del resto, già nella lettera che Albert Einstein inviò a Sigmund Freud nel luglio del 1932, quattordici anni dopo “l’inutile strage” della Grande guerra e sette anni prima della Seconda guerra mondiale, ponendo al padre della psicoanalisi la domanda cruciale su come liberare l’umanità dalla guerra – già consapevole che la risposta a questa domanda “è una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta” – attribuisce la causa principale delle guerre “al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità”.

 

E’ quel gruppo di potere, sia interno ad ogni Stato che trasversale ad essi, che il presidente (ed ex generale) Usa Dwight D. Eishenhower, nel discorso di addio alla presidenza del 1961, avrebbe definito “complesso militare-industriale”, che dal riarmo globale per la preparazione della guerra ha tutto da guadagnare, tanto quanto dal disarmo per la preparazione della pace ha tutto da perdere.

 

Ma, si chiedeva Einstein scrivendo a Freud, com’è possibile che questa minoranza che fa affari con le guerre “riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e perdere?” Anche su questo lo scienziato delinea nella lettera a Freud una risposta che ha pienamente valore – o addirittura maggiore – anche per il nostro presente: “La minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose.

Ciò consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica”. Salvo che per la chiesa cattolica, che man mano si è posizionata dalla parte del pacifismo anziché della “guerra giusta”, per il resto la lettera di Einstein mette a fuoco i dispositivi formativi e informativi che ancora sovraintendono alla riconversione bellicista delle menti, necessaria alla riconversione bellica dell’economia e del lavoro al servizio della guerra. Alimentando la costruzione di un nemico minaccioso che, intanto, disarma i paesi di fronte alle minacce reali.

 

Mentre per preparare la guerra la spesa militare italiana ha superato nel 2025 la cifra dei 35 miliardi di euro – puntando progressivamente a quel 5% del Pil che significherà 140 miliardi di euro all’anno, sottratti agli investimenti sociali e civili – ancora nel 2020 le organizzazioni per la pace e il disarmo denunciavano che per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti in terapia intensiva (vedi ricerca Greenpeace): proprio quell’anno l’Italia fu “attaccata” dalla pandemia da Covid e si trovò negli hangar decine di caccia F35 – dentro un programma pluriennale di spesa che ne prevede l’acquisto di 125 – e gli ospedali senza sufficienti posti di terapia intensiva, costringendo i medici a dover scegliere tra chi curare e chi no.

Ne avevo parlato nel libro che proponeva di Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (GoWare), pubblicato nel 2021, ma sono stato ampiamente smentito dai fatti. Peccato che oggi anche la Cisl, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa di Kaja Kallas, abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il disarmo e la pace.

 

Sicurezza Si prepara un decreto ed è stato depositato un ddl per istituire un’Autorità apposita. Sindacati e opposizioni: «Incostituzionale». 81 mila gli ordini esecutivi nel 2024. Per l’Istat un milione di affittuari è sotto la soglia di povertà

La destra e il diritto assoluto alla proprietà: «Accelerare gli sfratti»

La destra conferma la sua idea di sicurezza: è la difesa della proprietà privata, meglio ancora se messa a rendita da grandi investitori ai danni di cittadini abbandonati a sé stessi. Di questo parla la nuova idea, proveniente da Fratelli d’Italia, per accelerare gli sfratti. Così, dopo il balletto sulla tassazione degli affitti brevi e il silenzio sul Piano casa, ecco il riflesso pavloviano del manganello.

GIÀ SONO operative le norme che hanno peggiorato la condizione degli inquilini contenute nel decreto sicurezza. Colpiscono chi occupa una casa per necessità e anche i solidali che si mobilitano a tutela dei più deboli con i picchetti anti-sfratto. Ma le associazioni degli investitori immobiliari lamentano che quella stretta repressiva, pure giudicata sproporzionate da fior di giuristi ed esperti, vale soltanto per la prima casa. Non copre gli immobili messi a rendita da speculatori e operatori del real estate. Allora i meloniani stanno approntando un testo che accelera l’ordine esecutivo. L’allarme arriva da Unione inquilini, che ricorda che in questo paese già più di un milione di locatari vive al di sotto della soglia di povertà e non gode di alcuna misura di sostegno da parte dell’esecutivo. «Si è aperta la caccia allo scalpo degli sfrattati – spiega Silvia Paoluzzi, segretaria di Ui – Il governo sta elaborando un decreto. E c’è un disegno di legge di FdI. Vogliono accelerare l’esecuzione degli sfratti». Il disegno di legge è stato depositato al senato, primo firmatario Paolo Marcheschi di FdI e alla camera da Alice Buonguerrieri: punta velocizzare gli sfratti per chi non paga l’affitto per due mesi. Per rendere la procedura più snella si pensa a un’Autorità ad hoc alle dipendenze del ministero della giustizia. Anche il Sunia considera che la scorciatoia potrebbe essere incostituzionale.

BALAKRISHNAN Rajagopal, relatore Onu per il diritto all’alloggio, nei giorni scorsi era in Italia. Ha incontrato, tra gli altri, gli inquilini del quartiere romano del Quarticciolo, e ribadito che gli sfratti senza passaggio da casa a casa violano il Trattato sui diritti economici sociali e culturali che l’Italia ha recepito con la legge 881 del 1977. Queste norme, la Costituzione italiana e gli impegni Onu, dicono che la proprietà privata non è un diritto assoluto, va contemperato con altri diritti predominanti. La casa, insomma, non è un bene come un altro: riguarda un diritto fondamentale, che solo pochi giorni fa papa Leone XIV ha definito «sacro». «Oltre al danno dell’assenza totale di un piano casa nella manovra siamo alla beffa: la maggioranza usa l’arma di distrazione di massa della morosità» dice il senatore Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione bilancio. «L’istituzione di un’Autorità per gli sfratti serve solo a mostrare il manganello per dare un segnale ai proprietari senza affrontare la radice del problema» aggiunge il deputato M5S Agostino Santillo. «Altro che emergenza abitativa: questa è una dichiarazione di guerra ai poveri», aggiunge da Avs Marco Grimaldi. L’opposizione ha una proposta di legge unitaria che contiene un Piano per l’edilizia residenziale pubblica, il rifinanziamento dei fondi per morosità incolpevole e un censimento degli immobili inutilizzati. Servono almeno 500 mila appartamenti di edilizia popolare. Sarebbe auspicabile che vengano ricavati dal patrimonio già costruito, per scongiurare altro consumo di suolo ed evitare ghetti destinati ai poveri.

C’È UN PROBLEMA strutturale sull’esecuzione degli sfratti. Secondo il Viminale, l’anno scorso sono stati emessi 81mila provvedimenti di sfratto, solo un quarto portati a termine. Per procedere allo sfratto, infatti, non basta l’accelerazione amministrativa che immagina il governo. Servono più forze dell’ordine, ma anche altre figure che di solito vengono mobilitate per buttare le persone fuori casa: l’ufficiale giudiziario, un fabbro, i servizi sociali. Da questo punto di vista, la nuova stretta sugli sfratti potrebbe risultare una mera mossa di propaganda. Ma sarebbe destinata a non avere esiti del tutto virtuali, comunque avrebbe un effetto logorante sugli inquilini oltre a iniettare ulteriori tossine nelle relazioni sociali, ma difficilmente produrrebbe da subito l’aumento degli sgomberi. A meno che la destra non pensi anche di ricorrere a guardiani e piccoli eserciti privati che, come accade in altri paesi, fanno il lavoro sporco per conto dei padroni di casa. Almeno questo, ancora non risulta.