Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, 20 settembre 2026 (AP Photo/Markus Schreiber)
Domenica si è votato nello stato tedesco di Meclemburgo-Pomerania Anteriore per eleggere il parlamento locale, e l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito del cancelliere Friedrich Merz, è andata molto male, appena due settimane dopo la sconfitta schiacciante in Sassonia-Anhalt. Lo stesso Merz ha definito queste elezioni un «disastro».
Lo spoglio è praticamente concluso e Alternative für Deutschland (AfD), di estrema destra, è stato il partito più votato, seguito dal Partito Socialdemocratico (SPD), di centrosinistra e al governo dello stato dal 1998: 38,2 per cento contro 35,5 per cento. La CDU invece si è fermata al 4,9 per cento, sotto la soglia di sbarramento. È il peggior risultato di sempre per il partito in un’elezione statale, che così resta fuori dal parlamento regionale per la prima volta nella storia della Germania democratica.
Pochi minuti dopo la chiusura dei seggi Merz ha tenuto un breve discorso per dire che quest’esito non può essere ignorato, e che intende assumersi le sue responsabilità, ma che lo farà da presidente della CDU e soprattutto da cancelliere. Ha insomma escluso di dimettersi.
Si è votato anche a Berlino, la capitale, dove invece ha vinto la Linke, di sinistra, con il 25 per cento dei voti. Lì la CDU è data come secondo partito, con circa il 19 per cento dei voti, in calo di circa 9 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2023, quando era stata il partito più votato e aveva espresso l’attuale sindaco della città, Kai Wegner, che non si è ricandidato. Berlino è allo stesso tempo una città e un Land (ovvero uno stato) con un parlamento regionale.
Benché locali, le elezioni di domenica erano importanti anche a livello nazionale. Merz, che è al governo insieme all’SPD, è in una crisi di consensi molto grave, specie dopo la clamorosa vittoria di AfD nello stato della Sassonia-Anhalt, due settimane fa. Merz è contestato anche all’interno del proprio partito, e da mesi si ipotizza che possa essere sostituito.
Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore è uno degli stati nel nord-est della Germania dove negli ultimi anni sono particolarmente cresciuti i consensi per l’AfD. Da quasi trent’anni è governato ininterrottamente dall’SPD, il cui successo è dovuto soprattutto alla sua leader e presidente dal 2017, Manuela Schwesig, candidata anche a queste elezioni. Schwesig ha commentato positivamente i risultati, dicendo che la campagna elettorale si è svolta in tempi difficili e che il suo partito è riuscito finora a contrastare l’avanzata di AfD. AfD ha comunque quasi raddoppiato i suoi consensi rispetto alle elezioni del 2021, quando prese il 21 per cento.
Nonostante sia stato il partito più votato, è difficile che AfD arrivi al governo. Coi voti che ha ottenuto avrebbe comunque bisogno di allearsi con qualche altro partito, ma tutti avevano escluso fin dalla campagna elettorale la possibilità di entrarci in coalizione.
Elif Eralp, candidata della Linke, festeggia le proiezioni del voto a Berlino, 20 settembre 2026 (Sebastian Gollnow/dpa via AP)
A Berlino la candidata della Linke Elif Eralp, deputata del parlamento berlinese dal 2021, ha già ringraziato elettori ed elettrici per il voto e detto che «da oggi in poi cambieremo Berlino insieme». La sua campagna elettorale si è molto incentrata sul diritto alla casa, un tema forte in una città come Berlino, dove ci sono seri problemi con il crescente costo della vita e con la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Qui AfD è stato il terzo partito più votato, con più del 15 per cento dei voti, seguito dai Verdi, che si sono fermati al 14.
Merz è in carica dal 2025 ed è il cancelliere più impopolare della storia della Germania democratica. Da mesi ci sono discussioni nella CDU su un possibile cambio ma in Germania è più complicato che altrove: Merz dovrebbe dimettersi, e il sostituto o la sostituta dovrebbe ottenere la maggioranza in un voto del parlamento. Non succede dal 1974, quando Helmut Schmidt prese il posto di Willy Brandt tra i Socialdemocratici nella Germania Ovest.
Merz si era parzialmente riconosciuto responsabile della sconfitta in Sassonia-Anhalt, due settimane fa; questa volta ha più che altro insistito sulla necessità di fare delle riforme. In passato la CDU era scesa sotto al 10 per cento in un’elezione statale solo una volta: nel 1951, per il rinnovo del parlamento di Brema.
Commenta (0 Commenti)Capitalismo artificiale Il report del Fondo monetario internazionale: in Europa guadagni dell’1,1% in 5 anni
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Un robot umanoide durante una dimostrazione ad una fiera a Francoforte – Foto Ap
Contrariamente alla narrazione dominante, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produttività in Europa sarà piuttosto limitato. La previsione è contenuta in un rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi) presentato a Dublino nel corso della riunione dei ministri delle finanze dei Paesi dell’Unione Europea che si è chiusa ieri. «I guadagni di produttività in Europa derivati dall’intelligenza artificiale – si legge nel rapporto – saranno probabilmente modesti, pari a circa l’1,1% nel medio periodo (5 anni, ndr) secondo lo scenario ritenuto più probabile».
NON È COLPA della solita burocrazia continentale: gli stessi esperti infatti ritengono che l’impatto negli Usa sarà ancora più basso, inferiore del 60% secondo le previsioni. Se però le regolamentazioni europee sulla privacy e sul mercato del lavoro ne rallenteranno l’adozione, il guadagno di produttività scenderà anche del 30%.
A fronte di questo limitatissimo guadagno, tuttavia, l’economia continentale dovrà sobbarcarsi i costi energetici e sociali dell’arrivo dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 (ultimo dato disponibile) rappresentavano già il 3% del fabbisogno energetico locale e la quota è destinata ad crescere. Aumenteranno di conseguenza anche le emissioni di gas serra secondo il Fmi: dell’1,2% con le policy attuali, poco meno se saranno implementate fonti energetiche alternative a quelle fossili.
IL REPORT PREVEDE anche un aumento delle disuguaglianze, dato che i guadagni di produttività saranno concentrati nei Paesi ad alto reddito (Lussemburgo in testa), mentre quelli oggi più arretrati ne beneficeranno meno, con la Romania sul fondo della classifica e anche l’Italia sotto la media. «I paesi ad alto reddito – spiega il rapporto – si avvantaggeranno maggiormente dell’intelligenza artificiale in quanto dispongono di un più ampio settore dei servizi in cui i benefici sono maggiori, e perché le retribuzioni più alte rappresentano un incentivo maggiore per l’adozione dell’intelligenza artificiale da parte delle società».
L’analisi del Fondo infligge un altro colpo al già scarso indice di gradimento dell’intelligenza artificiale presso l’opinione pubblica.
L’AUMENTO del prezzo dell’elettricità, la minaccia della disoccupazione hanno già reso l’intelligenza artificiale un pericolo più che un’opportunità nell’immaginario collettivo. L’impatto ambientale dei data center sta facendo il resto. Non succede solo negli Usa, dove 14 Stati stanno prendendo in considerazione una moratoria sulla realizzazione di nuovi impianti viste le resistenze dei cittadini. Anche in Italia si moltiplicano i comitati contro i data center colpevoli di assorbire troppa energia elettrica. Nei giorni scorsi, uno dei progetti più importanti a livello nazionale, quello di Travagliato in provincia di Brescia da 300 megawatt, è stato definitivamente ritirato dalla società proponente EastGate dopo la mobilitazione della cittadinanza: contrari anche i locali partiti del centrodestra, che a livello nazionale invece remano a favore dell’industria dei dati. Sospesa anche la procedura a Rozzano e Siziano, visto che i comuni non avevano informato la popolazione dei capannoni in arrivo.
NON GIOVA all’accettazione nemmeno l’intreccio tra intelligenza artificiale e guerra. Da strumento offensivo nella pianificazione degli attacchi, l’intelligenza artificiale e le sue infrastrutture si stanno trasformando anche in obiettivo bellico. Aumentano infatti i rischi di cybersicurezza sia per gli attacchi informatici che per le bombe vere e proprie. Amazon, leader mondiale nell’offerta di servizi di elaborazione dati, il 15 settembre ha dovuto ammettere che i dati contenuti nei data center colpiti tra marzo e luglio dai droni iraniani in Bahrain e Emirati Arabi Uniti non sono recuperabili nonostante gli sforzi dei tecnici. La società aveva distribuito 150 milioni di dollari di crediti per i clienti. La perdita dei dati aggiunge al danno economico quello reputazionale.
Commenta (0 Commenti)Salpo subito Dopo l’attacco al caccia italiano nella base saudita di Tàif, il ministro Crosetto rilancia e scrive a Kallas: «Italia pronta a scortare le proprie navi nello stretto di Bab el Mandeb». Ma se l’Ue vuole protezione paghi. L’opposizione: riferisca in aula
Salpo subito Dopo l’attacco subito in Arabia Saudita Crosetto scrive a Kallas: «L’Italia ha le capacità per difendere il passaggio delle proprie navi»
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Esercitazione di Eurofighter italiani in Arabia Saudita – foto Ministero della Difesa
La polveriera mediorientale diventa ancora più esplosiva, non solo in senso figurato, nella notte tra giovedì e venerdì. A dare notizia del fattaccio nella base di Tàif, Arabia Saudita, è lo stesso ministro Guido Crosetto, reduce da ore molto più tese di quanto le sue parole non attestino: «Ho seguito personalmente, in contatto con il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Portolano, l’evoluzione della situazione alla base aerea di Tàif, oggetto di diversi attacchi e dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve. Non vi sono militari italiani coinvolti. Nell’attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano. Non ci sono altri danni». Nella base sono schierati poco meno di 300 militari italiani. Provengono dalla base di Ali Al Salem, in Kuwait, ridislocati dopo lo scoppio della guerra con l’Iran nel febbraio scorso.
L’INCIDENTE, che desta parecchia preoccupazione per l’eventualità di una escalation, arriva in contemporanea con la decisione italiana di far scortare dalla fregata “Bergamini” le navi mercantili italiane nello stretto di Bab el-Mandeb, a partire ieri dal “Jolly Oro”. «Abbiamo le capacità per proteggere il passaggio delle navi italiane. Non possiamo permettere che ritardi decisionali burocratici aggravino una situazione già complessa, con conseguenze dirette sulla nostra economia e sulla vita dei cittadini», ha confermato ieri Crosetto. Poi ha scritto all’Alta commissaria europea Kaja Kallas, chiedendo di rafforzare la missione Aspides con «un deciso e urgentissimo intervento della Ue oggi stesso». L’Italia, aggiunge il ministro, è pronta a farsi carico della difesa dei mercantili europei con l’invio di almeno di una seconda fregata. Ma a farsi carico dei costi devono essere tutti i 27 Paesi europei.
LA COMMISSIONE ha annunciato l’arrivo della lettera, alla quale non ha ancora risposto. «Gli attacchi sono inaccettabili. Aspides ha innalzato il livello di allerta», aveva annunciato poco prima di ricevere la missiva l’Alta commissaria. Parole che Roma trova ben poco rassicuranti. «Sono mesi che chiediamo il rafforzamento di Aspides», sbotta Antonio Tajani. La realtà è che Aspides al momento è una missione quasi «in sonno», ridotta in sostanza a una nave militare italiana e una, in condizioni non eccellentissime, greca. Una forza del tutto insufficiente per garantire la libera navigazione nello stretto oggi controllato dagli Houti, che per l’economia italiana e dell’intera Europa meridionale è ancora più nevralgico di Hormuz. L’Arabia Saudita ha annunciato ieri che in ottobre non arriverà greggio in Europa, ma per Bab el-Mandeb passa anche il grosso delle merci per e dall’Asia. La paralisi avrebbe conseguenze devastanti sia sull’economia che sui porti come Genova e Marsiglia.
L’OPPOSIZIONE CHIEDE al ministro di presentarsi in aula. «Il governo deve spiegare natura e rischi della missione in Arabia», affermano i capigruppo del Pd nelle commissioni Difesa di Camera e Senato senza alzare troppo i toni. Non calca la mano neppure il M5S: «Ben venga un’iniziativa a protezione del libero passaggio dei mercantili ma un informativa non basta. Chiediamo il voto in aula». La posizione più dura è quella di Avs. «Questa missione militare non doveva esistere. Meloni la ha decisa senza passare dal Parlamento», affonda Fratoianni. Il capogruppo al Senato De Cristofaro è anche più drastico: «Non esiste soluzione militare di questa crisi. Siamo contrari a spedizioni della nostra Marina».
IL MINISTRO DELLA DIFESA si presenterà in Parlamento ma al momento mira a evitare un nuovo voto. Sostiene che la scorta sia inquadrata nella missione Aspides già approvata dal Parlamento, e anche per rimarcarlo ha scritto a Kallas. Ma se anche dovesse sottoporsi al voto, il governo è tranquillo. Crosetto è in contatto permanente con il Quirinale e il presidente non sarebbe ostile alla decisione del governo, soprattutto se avallata dalla Ue. Bruxelles si trincera dietro il no comment ma sottolinea «l’importanza del contributo italiano» alla missione e l’«importanza cruciale» dello stretto. La stessa opposizione, Avs a parte, procede con una certa prudenza, proprio perché consapevole di quanto essenziale sia per l’Italia Bab el-Mandeb.
QUANTO ALLA PRESENZA dei miliari italiani, la Difesa sostiene di aver già comunicato al Parlamento la decisione di ridislocare i soldati a Tàif, ottenendo il via libera. È vero ma il passaggio era effettivamente stilato in stretto stile “militarese”, insomma di non immediata comprensione. In quel momento Tàis sembrava una postazione più sicura rispetto al Kuwait bombardato dall’Iran. Ora il quadro si è quasi capovolto. Probabilmente quello di ieri notte non è stato un attacco mirato. Ma nessuno può prevedere con certezza come decideranno di muoversi gli Houthi e, dietro di loro, l’Iran.
Commenta (0 Commenti)Il luogo del delitto I moduli dei dinieghi sono conformi alla direttiva del Viminale. Migranti sbattuti nei centri anche senza visita medica completa
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Bologna, manifestazione contro l'ipotesi di costruzione di un Cpr – Foto Guido Calamosca/LaPresse
Un trattamento da nemico pubblico numero uno. L’infettivologo Nicola Cocco, indagato insieme a tre suoi colleghi dalla procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata al blocco dell’ingresso dei migranti nei Cpr, ha passato tutta la giornata di ieri all’interno della questura di Varese.
Questo dopo aver fatto la stessa identica cosa il giorno precedente, quando è rimasto negli uffici di polizia dall’alba a mezzanotte. Trentasei ore quasi consecutive passate a farsi sottoporre agli «adempimenti formali» della perquisizione a cui è stato sottoposto. Soltanto oggi riuscirà a incontrare il suo avvocato Eugenio Losco. La polizia, a quanto si apprende, gli ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici alla ricerca di materiale utile a supportare la tesi accusatoria della pm Angela Scorza, secondo la quale esisterebbe una diffusa rete di medici che in tutta l’Italia producono certificati falsi per sottrarre persone ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Mercoledì sono scattate 23 perquisizioni in mezza Italia, eseguite dallo Sco e dalla squadra mobile di Ravenna. La base del teorema è che la rete «Mai più Lager – No ai Cpr» non sarebbe soltanto una campagna d’opinione contro i luoghi della detenzione amministrativa – cioè in assenza di reati – e più in generale contro le politiche sull’immigrazione tenute dai governi negli ultimi anni, ma una specie di centro di coordinamento teso a produrre «falsi ideologici» attraverso sanitari compiacenti e avvocati abili a generare carte false.
LA PROVA REGINA dell’esistenza del piano criminale sarebbe la bozza del modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr. Un documento da compilare che i medici si giravano tra loro per esprimere, appunto, «in scienza e coscienza la valutazione di non idoneità del paziente al trattenimento». Un foglio standard, non troppo diverso da quelli che invece servono per esprimere una valutazione di idoneità. Perché questi siano validi e quegli altri no è un mistero che almeno nelle carte dell’inchiesta non trova spiegazione logica. Non a caso, e non senza (amara) ironia, Medici senza frontiere ha infatti chiesto alla procura di Ravenna di acquisire agli atti il giuramento di Ippocrate.
Peraltro, com’è noto almeno dalla pubblicazione del rapporto Cild sulle condizioni del Cpr di Ponte Galeria (era il novembre del 2024) molti documenti medici che davano il nulla osta alla detenzione amministrativa dei migranti non rispettavano i requisiti di legge sanciti dall’articolo 3 della cosiddetta direttiva Lamorgese. Lì, infatti, si imporrebbe di valutare non solo l’assenza di malattie infettive, ma anche lo stato di salute psichica, la presenza di patologie acute o cronico-degenerative, le condizioni di vulnerabilità che rendono la persona incompatibile con la vita in comunità ristretta o impossibilitata a ricevere adeguate cure in luoghi del genere. Nei moduli per la non idoneità tutte queste cose ci sono. In quelli di idoneità no. «Nei nostri monitoraggi – dice al manifesto Federica Borlizzi, che stese il rapporto su Ponte Galeria insieme a Valentina Muglia – abbiamo acquisito decine di certificazioni ridotte a moduli prestampati, con meri accertamenti sommari».
È IL CASO, ad esempio, di una donna che è stata trattenuta proprio a Ponte Galeria per 9 mesi nonostante le sue condizioni di estrema vulnerabilità psichica. «Il certificato che ne aveva consentito l’ingresso – prosegue Borlizzi – si limitava ad attestare l’assenza di malattie infettive, senza alcuna valutazione della salute mentale né una reale verifica della compatibilità delle sue condizioni con la vita in un Cpr». La certificazione, in effetti, era stata fatta con una superficialità tale che questa donna veniva indicata come di nazionalità turca quando in realtà era rumena. Il dettaglio venne fuori soltanto dopo che la Corte Edu ne ordinò la liberazione.
Non è un caso isolato. Spiega ancora Borlizzi: «Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo l’ispezione svolta nei Cpr italiani nell’aprile 2024, ha documentato una prassi consolidata: nella grande maggioranza dei casi, la visita preliminare si riduceva a un controllo sommario dei principali parametri vitali, senza una specifica valutazione della compatibilità della persona con la vita in comunità ristretta né dell’eventuale presenza di segnali riconducibili a disturbi mentali. La stessa superficialità emergeva dalle certificazioni esaminate, che oscillavano tra poche righe attestanti genericamente la “compatibilità con la vita in comunità ristretta” e moduli standardizzati sotto forma di checklist».
LA PROCURA di Ravenna, però, è convinta che il problema sia in 36 casi di diniego avvenuti tra il 2024 e il 2026. Nel provvedimento emesso lo scorso marzo dal tribunale di Ravenna – otto interdittive per altrettanti medici – la gip Federica Lipovscek impiega pagine e pagine per confutare i certificati medici con altri certificati medici, in quella che al più appare come una divergenza tra professionisti, non un falso. Il problema, dunque, risiede nelle intercettazioni: conversazioni, messaggi, post in cui alcuni medici esprimevano opinioni sui Cpr e sulle politiche migratorie in generale e programmavano uscite sui social e sui media. Cose che in realtà facevano anche in pubblico: Cocco era un habitué dei microfoni di Radio Popolare, tanto per dire, e più volte è stato intervistato da giornali e trasmissioni televisive. Le sue opinioni sono sempre state conosciute.
IL FATTO che alcuni colleghi fossero d’accordo con lui, per la pm Scorza sarebbe di per sé la prova di «un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici che mettono in atto strategie al fine di contrastare l’associazione degli immigrati irregolari al Cpr».
Da qui, solo e soltanto da qui, l’accusa di associazione a delinquere.
Commenta (0 Commenti)Guardia medica Dentro quelle mura lo stato di diritto non arriva. Nei Cpr i migranti si ammalano, compiono atti di autolesionismo, muoiono. Pura tortura: pochi vengono rimpatriati. Molti medici sostengono che quei centri sono incompatibili con la salute e lo fanno a viso aperto. Per questo una procura li indaga, li perquisisce, li intimidisce. Li vorrebbe carcerieri
Guardia medica Ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. È chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce
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Flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna, in risposta alla perquisizione eseguita nel reparto di malattie infettive lo scorso febbraio – Ansa
Inchieste giornalistiche, studi accademici e più recentemente anche procedimenti giudiziari hanno documentato nei dettagli cosa accade dietro i muri dei Cpr, veri buchi neri della democrazia. Fiumi di psicofarmaci somministrati per sedare le persone invece di curarle, mancanza di assistenza medica e visite specialistiche, ritardi negli interventi di primo soccorso, degrado igienico-sanitario. E dunque lamette e pile ingerite, suicidi tentati o portati a termine, deliri psicotici e sviluppo di dipendenze che permangono anche dopo la fine della detenzione. È questo che migliaia di persone vivono ogni anno nel Cpr romano di Ponte Galeria o in quello milanese di via Corelli, in corso Brunelleschi a Torino o a Macomer, Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Bari. L’incompatibilità tra diritto alla salute e Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è un dato di fatto.
Lo hanno sperimentato sulla propria pelle, tra gli altri, Moussa Balde e Ousmane Sylla. Il primo era arrivato in Italia nel 2017. Quattro anni dopo ha subito un’aggressione razzista a Ventimiglia: calci, pugni e bastonate. Invece di ricevere cure, nonostante una prognosi di dieci giorni, è stato rinchiuso nel Cpr di Torino. Qui ha mostrato da subito segnali di difficoltà psichica. Lo hanno messo in isolamento nella sezione Ospedaletto. Pochi giorni dopo, in una domenica di maggio, si è arrotolato un lenzuolo intorno al collo e si è ammazzato. Aveva 23 anni. «Ha subito un processo di animalizzazione», dice il giudice nella sentenza di condanna della direttrice del centro.
Anche Ousmane si è impiccato, alle sbarre di Ponte Galeria il 4 febbraio 2024. Era finito nel Cpr di Trapani dopo aver denunciato maltrattamenti in un centro di accoglienza vicino Cassino. La psicologa della struttura siciliana aveva rilevato un’importante sofferenza psicologica. Per questo il legale del ragazzo ne aveva chiesto il trasferimento in una struttura idonea ad assisterlo. Invece l’Asp di Trapani ha rilasciato il certificato di idoneità alla detenzione. Così Sylla è stato trasferito, ma nel Cpr della capitale. Qualche giorno dopo non ce l’ha fatta più. Di lui è rimasta una scritta sul muro: «Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa». Era nato in Guinea, paese con cui l’Italia non ha un accordo di rimpatrio: era stato rinchiuso senza alcuna ragione.
Malgrado venga spesso dimenticato, per la legge italiana il trattenimento in un Cpr, a differenza della detenzione, non ha nulla di punitivo ma è una misura eccezionale con motivazioni strettamente logistiche: dovrebbe servire solo a preparare il rientro coatto nel paese di provenienza. Eppure ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. Dunque è chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce.
Va anche ricordato che i dannati dei Cpr non hanno commesso reati, ma irregolarità amministrative per documenti che lo Stato nega loro. Nessun italiano viene detenuto per simili ragioni, nessun italiano finisce dietro le sbarre su decisione di un magistrato onorario come il giudice di pace, nessun italiano viene privato della libertà in strutture gestite da privati con lo scopo di massimizzare i profitti. Come le società che hanno in mano i Cpr, vere e proprie galere etniche.
C’è da augurarsi che i pm di Ravenna che accusano alcuni medici di non aver timbrato i certificati di idoneità al trattenimento forniti dalle autorità di polizia siano consapevoli di tutto il quadro della detenzione amministrativa. Di sicuro devono sapere che la Corte costituzionale, ripresa dal Consiglio di Stato, ha intimato alla politica di regolare i modi del trattenimento. Il governo Meloni, abituato a gestire l’immigrazione a colpi di decreto, ha inserito queste norme in un disegno di legge fermo in parlamento. Così il certificato di idoneità è rimasto uno snodo decisivo, che per il personale sanitario implica enormi responsabilità anche penali, ma di scarsissima disciplina.
A leggere le prime carte dell’inchiesta, l’impressione è che le indagini si siano concentrate sulle discussioni, e in alcuni casi le legittime esternazioni pubbliche, dei dottori. Come se confrontarsi sulla tutela dei soggetti vulnerabili sia prova di colpevolezza.
Le perquisizioni di ieri, che hanno portato all’ipotesi dell’associazione a delinquere, sono partite da un’informativa del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dieci anni fa lo stesso Sco aveva condotto le indagini in un altro caso eclatante in ambito migratorio: quello contro l’ong Iuventa. Anche quella volta fu sollevata l’ipotesi di associazione a delinquere. Ma alla fine migliaia di ore di intercettazioni, armadi pieni di presunte prove, illazioni su pseudo contatti trafficanti-ong non hanno portato a nulla. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il 19 aprile 2024 il tribunale di Trapani. In sede di udienza preliminare perché non c’è stato neanche un rinvio a giudizio. Nel frattempo la reputazione delle ong e le vite degli imputati erano già state distrutte. Non il valore umano e politico del loro impegno e della loro professionalità.
Commenta (0 Commenti)Broglio di ricino Con 113 sì, 71 no e due astenuti la legge elettorale passa a Palazzo Madama, ma l’ultimo passaggio a Montecitorio non è senza rischi. Con il nuovo sistema solo l’alleanza con Fn garantirebbe la vittoria a destra
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Cartelli di protesta in Senato durante la votazione finale del disegno di legge sulla Riforma elettorale, Roma, 15 Settembre 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Con una prova di compattezza il centrodestra ha approvato ieri mattina in Senato la propria riforma elettorale, con 113 sì, 71 voti contrari delle opposizioni e due astenuti della Svp. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha trasmesso già nel pomeriggio la nuova versione del Melonellum alla Camera, che potrà intervenire solo sui pochi commi modificati a Palazzo Madama.
A PREOCCUPARE Giorgia Meloni non è tanto la battaglia parlamentare preannunciata dai dem alla Camera, con Chiara Braga e Simona Bonafè, quanto la tenuta dei gruppi di Fi e della Lega. E lo dimostra il fatto che si sta già ragionando se porre o meno la fiducia al fine di minimizzare il numero dei voti a scrutinio segreto. L’incidente parlamentare potrebbesempre accadere in primo luogo perché il nuovo sistema favorisce Fdi a scapito di Fi e Lega, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta alle urne; e in secondo luogo perché ci si sta rendendo conto che se le Corte costituzionale intervenisse sui punti più controversi, la versione risultante del Melonellum sarebbe ancora più deleteria per le sorti dei due partiti junior partner di Fdi.
Ieri mattina nelle dichiarazioni di voto finali in Senato, gli esponenti del centrodestra (Andrea De Priamo di Fdi, Andrea Paganella della Lega, Roberto Rosso di Fi e Mariastella Gelmini di Nm) hanno ripetuto la narrazione sulla propria riforma: essa serve per assicurare stabilità al Paese, evitando «governi tecnici e dettati dall’Europa» (Paganella) oppure «la palude» (De Priamo) e per introdurre «trasparenza» (Rosso) davanti agli elettori con l’indicazione del candidato premier: «Ci piacerebbe sapere cosa vi dia fastidio nel fatto che le forze politiche, prima delle elezioni, dicano agli italiani chi vorrebbero come Presidente del Consiglio», ha detto De Priamo.
TRA LE OPPOSIZIONI il più diretto nella contro-narrazione è stato Matteo Renzi: il centrodestra vuol cambiare il Rosatellum «non tanto perché ha a cuore la stabilità, ma più banalmente perché ha paura di perdere con quel sistema». E in effetti la cronaca di questi mesi si sono susseguite molteplici variazioni del Melonellum, ma con un’unica costante: l’eliminazione dei collegi uninominali del Rosatellum, che avevano consentito al centrodestra di vincere nel 2022 e che ne decreterebbero la sconfitta alle prossime politiche. Dagli altri gruppi di opposizione sono state sollevate le altre critiche: che il Melonellum con il suo premio «abnorme» mette in mano alla coalizione vincente anche l’elezione degli organi di garanzia (Peppe De Cristofaro di Avs e Francesco Boccia del Pd), che la rappresentanza è talmente alterata da fare del nuovo sistema una «legge truffa» (Luca Pirondini di M5s), come conferma il blitz dell’innalzamento del numero delle firme per i soggetti che vogliono correre alle elezioni e che sono ora fuori dal Parlamento.
LA PERFIDIA DEL DESTINO ha voluto che proprio il giorno dell’approvazione del Melonellum da parte del Senato, dunque nel testo che poi dovrebbe essere definitivo, Youtrend ha pubblicato delle proiezioni che confermano come con il nuovo sistema l’eventuale alleanza del centrodestra con Futuro nazionale diventi decisiva: con Vannacci in coalizione, il centrodestra otterrebbe 226 seggi alla Camera e 117 al Senato (in realtà esso pone il limite di 220 e 113 seggi nei due rami del Parlamento); con l’ex addetto militare a Mosca fuori dalla coalizione la vittoria arriderebbe al Campo largo, che avrebbe rispettivamente 221 e 110 seggi. E per una maggioranza che ha legiferato con i sondaggi alla mano, questi numeri non sono un buon viatico per l’esame a Montecitorio.
QUI IL CENTRODESTRA intende correre, portando in Aula il testo il 28 settembre. I margini di intervento degli emendamenti sono piccolissimi, ma comporterebbero comunque voti a scrutinio segreto. Il malumore di molti deputati di Fi e Lega non viene celato a taccuini chiusi. Il Melonellum, aumentando il numero di eletti con metodo proporzionale da 245 a 314, va a solo vantaggio di Fdi, il partito più votato. Ma da diversi giorni le discussioni riguardano un altro tema: cosa residuerebbe da una sentenza della Consulta che censurasse i punti più dubbi del Melonellum? Secondo i costituzionalisti auditi sono a rischio le parti che controbilanciano il nuovo sistema in favore di Fi e Lega, a partire dal listone bloccato nazionale. Tajani e Salvini hanno accettato il Melonellum perché il listone bloccato garantisce un numero di candidature superiore al peso elettorale dei due partiti. Se la Corte, come l’ampia maggioranza dei giuristi ha sostenuto, lo cassasse, il premio verrebbe assegnato mediante lo scorrimento dei candidati delle liste proporzionali, cioè ancora una volta proporzionalmente ai voti, ancora una volta a favore di Fdi.
Non è dunque un caso se Palazzo Chigi stia studiando la tattica parlamentare da adottare a Montecitorio, così da minimizzare i voti a scrutinio segreto, che riguarderà in ogni caso il voto finale sulla legge.
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