L’accordo di Washington tra Israele e Libano spacca il paese dei cedri. Cortei e proteste nel giorno della grande festa sciita dell’Ashura. Netanyahu mantiene la presenza militare e bombarda ancora il sud, mentre Hezbollah dice no al disarmo. Nuovi scontri anche tra Iran e Usa
LEGGI ANCHE Beirut contro i 14 punti. Tel Aviv resta fino al disarmo di Hezbollah
Carri armati israeliani vicino al confine con il Libano – Foto di Ariel Schalit/Ap
Se la storia fosse fatta di dichiarazioni, il 26 giugno 2026 sarebbe un giorno memorabile: il Libano riconosce Israele e Israele assicura di non avere ambizioni territoriali in Libano. I due paesi escono formalmente dallo stato di belligeranza.
Una condizione in cui sono dalla loro nascita, da circa ottant’anni. Ma la storia è fatta anche di dettagli. Che nell’accordo-quadro firmato a Washington mancano quasi del tutto.
C’è è una cornice, tutta americana, confezionata con un occhio alle elezioni israeliane di ottobre e uno a quelle di medio termine negli Stati uniti di novembre. Quello che non c’è è il contenuto nella cornice. Perché il cuore dell’accordo, il cosiddetto «allegato di sicurezza», deve ancora essere scritto: le parti hanno firmato un’intenzione ma i dettagli verranno dopo, con gli americani seduti al tavolo.
La sequenza prevista è questa: primo, il disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statuali e delle loro infrastrutture. Secondo, il ritiro progressivo israeliano dal territorio libanese, a partire da «zone pilota». Terzo, l’esercito libanese diventa progressivamente l’autorità effettiva in quelle zone, poi nell’intero paese. Quarto, arrivano i soldi della ricostruzione (ma non iraniani) e la gente torna a casa. Sulla carta, ha una sua logica. Sul terreno, ha almeno tre buchi enormi.
Il primo: le «zone pilota» da cui Israele si ritirerebbe: i media libanesi indicano un’area circoscritta a sud di Nabatiye, forse il castello di Beaufort, e un’altra nella regione di Wazzani, che non è mai stata teatro di guerra in senso stretto. Ritirarsi da Wazzani costa poco a Israele mentre non sembra ci sia accordo sull’eventuale altra «zona pilota». In ogni caso, le altre zone «saranno determinate di comune accordo», ma solo dopo che sarà stato attuato quanto previsto nell’«allegato di sicurezza» ancora da scrivere.
La geometria è questa: i ritiri reali vengono dopo i dettagli, e i dettagli vengono dopo che i ritiri iniziali avranno dimostrato qualcosa. Nel frattempo, i droni e i jet israeliani continuano a sorvolare lo spazio aereo libanese. Le ruspe continuano a demolire nell’estremo sud. E Israele afferma di non avere ambizioni territoriali in Libano, in un paese dove segmenti crescenti del proprio elettorato chiedono la colonizzazione almeno fino al Litani.
Il secondo buco: il disarmo di Hezbollah. Non si capisce come il governo libanese, tramite un esercito che gli americani sostengono da anni senza risultati definitivi sul fronte della sovranità, riuscirebbe a smantellare la struttura militare e sociale del Partito di Dio. Non è una questione tecnica. È una questione politica. Nel governo libanese siedono due ministri di Hezbollah, perché nel sistema i governi devono includere tutte le comunità politico-religiose in virtù di un patto di convivenza non scritto ma inviolato da decenni. L’accordo firmato a Washington separa il Libano dall’equazione iraniana, mette Hezbollah alla porta di uno Stato di cui è però parte integrante. Questo «altro Libano» che si stacca da Hezbollah esiste. Ma non cancella l’«altro Libano» che non ci sta.
Terzo buco: i soldi. La ricostruzione del sud sarà finanziata dai paesi arabi del Golfo, gli unici con casse sufficienti a comprare influenza politica, ma non è detto che a Riad, Doha e Abu Dhabi abbiano fretta di investire in un simile esperimento. Inoltre, si specifica che i fondi non dovranno essere iraniani e che non dovranno arrivare a Hezbollah: non si capisce come il governo di Beirut riuscirà in pratica a controllare canali di finanziamento che attraversano reti informali radicate da quarant’anni nel tessuto del sud libanese.
Tutto questo non significa che l’accordo sia carta straccia. Significa che è, per ora, una cornice senza quadro. L’altro Libano, quello delle massicce e sentite celebrazioni dell’Ashura a Nabatiye, quello degli sfollati che sono tornati anche solo per dire «ci siamo», quello che ha fatto sentire la propria voce nelle proteste delle ultime ore, non si cancella con una firma. Non sono marionette di Teheran: sono libanesi che vivono sotto il fuoco incrociato da anni e che, a torto o a ragione, identificano in Hezbollah l’unica forza che li protegge in assenza di uno Stato a dir poco latitante. Delegittimarli come appendice iraniana è, oltre che sbagliato, politicamente controproducente.
È però assai improbabile che la spaccatura porti alla guerra civile. Il contesto è radicalmente diverso dal 1983, quando un accordo tripartito con Israele saltò in pochi mesi: allora infuriava davvero la guerra civile, la Siria di Asad padre era una potenza regionale, l’Iran di Khomeini era in grande ascesa e Hezbollah in fase di fondazione e decollo. Oggi la Siria di Ahmad Sharaa assomiglia più a una filiale turco-americana che a un attore indipendente. E il Libano profondo, quello delle basi intermedie dei potentati verticali, dei capi comunitari che gestiscono il sistema con logiche clientelari, non vuole la guerra civile. Nessuno, filo-americani e filo-iraniani compresi, ha un reale interesse a portare il paese allo scontro fratricida aperto. Il nodo reale, quello che l’accordo non tocca e che nessun allegato di sicurezza potrà risolvere per decreto, è strutturale: un paese che da decenni non produce, non tassa, non si difende da solo, che ha esternalizzato la propria sicurezza in parte all’Iran e in parte agli Stati uniti, con un’economia basata sulle rimesse della diaspora, non costruisce sovranità firmando a Washington. La firma può essere un punto di partenza, se la sequenza verrà rispettata e se i dettagli che mancano verranno riempiti in modo equo.
Commenta (0 Commenti)Il testo della riforma elettorale arriva blindato nell’aula della Camera. Meloni non ammette modifiche e punta al premierato di fatto con una maggioranza dopata. Esautorato il parlamento e anche gli elettori che non potranno scegliere chi dovrebbe rappresentarli
Piglio tutto La riforma elettorale a tappe forzate, restano forti dubbi sulla costituzionalità del testo
LEGGI ANCHE La forza dei numeri che rende più debole la politica
La ministra delle riforme Casellati e i banchi della maggioranza durante la discussione sulla legge elettorale – foto di Angelo Carconi/Ansa
L’Aula della Camera ha iniziato ieri mattina l’esame della riforma elettorale targata centrodestra. Una legge dalla doppia blindatura: della maggioranza rispetto alle opposizioni e anche rispetto all’elettorato. Il Melonellum infatti toglie ogni residuo ruolo ai cittadini nella determinazione degli eletti in Parlamento, consegnandola alle segreterie dei partiti. La prima blindatura riguarda anche il testo, dato che quello licenziato dalla commissione Affari costituzionali, la versione ter del Melonellum, non sarà modificata né dall’aula di Montecitorio né da Palazzo Madama per l’accordo intercorso tra i partiti del centrodestra. L’unica incertezza riguarda i tempi di approvazione. Questo aspetto diverrà chiaro mercoledì primo luglio, quando alla capigruppo la maggioranza chiederà il contingentamento dei tempi; se verrà proposto per il sì della Camera una data tra il 7 e il 10 luglio, vorrà dire che la premier Meloni punta a un sì definitivo nell’altro ramo del Parlamento prima della pausa estiva.
LA FOTOGRAFIA degli scranni dell’Aula ieri per la discussione generale era eloquente: il centrodestra ha schierato per la propria riforma una manciata di deputati, e cioè i capigruppo di Fi e Fdi in commissione Affari costituzionali, Paolo Emilio Russo e Alessandro Urzì (gli unici a intervenire per la maggioranza), i relatori Angelo Rossi (Fdi) e Nazario Pagano (Fi), con la ostentata assenza dei deputati leghisti, come l’altro relatore Igor Iezzi. Un modo inconscio di rimarcare che le decisioni sul Melonellum sono state prese in sede extra-parlamentare, vale a dire a Palazzo Chigi. Simona Bonafè (Pd) ha detto che Giorgia Meloni «si è ritagliata una legge su misura» nel timore di perdere con il Rosatellum. In effetti il centro del nuovo sistema è l’indicazione del candidato premier da depositare assieme alle liste elettorali, terreno su cui Giorgia Meloni è convinta di avere maggiori atout, sia rispetto a Elly Schlein o Giuseppe Conte, sia rispetto a Roberto Vannacci.
DOPO ALCUNI DUBBI di una settimana fa, da Palazzo Chigi è arrivato l’ordine di andare avanti senza tentennamenti. «Una forma surrettizia di premierato», hanno accusato in Aula diversi parlamentari del centrosinistra, come i dem Gianni Cuperlo, Chiara Braga e Paolo Cianni, o Nicola Fratoianni (Avs), ma fermamente respinta dalla ministra per le riforme Maria Elisabetta Casellati, che tuttavia ha usato per sostenere la riforma gli stessi argomenti utilizzati per
Leggi tutto: Melonellum in aula blindato. Decidono tutto i partiti - di Giovanni Innamorati
Commenta (0 Commenti)Arriva in Italia il primo picco di calore. Ma le nuove regole per sospendere il lavoro nelle ore più calde sono blande, escludono le partite Iva e non sono ancora in vigore. Il risultato, per Cgil e Greenpeace, è che fino a domani rischieranno la salute 1,5 milioni di lavoratori
Tempo moderno Greenpeace, Cgil e Legambiente: a rischio 1,5 milioni di lavoratori per l’afa. Rider esclusi: «Se ci fermiamo, non guadagniamo». A Palermo sospese anche le udienze in tribunale, il presidente lombardo Fontana: «Pronti ai black out».
LEGGI ANCHE «Il mutamento climatico è strutturale. Il governo ne prenda atto agisca»
Un operaio al lavoro in un cantiere nel centro di Torino – Foto Tino Romano/Ansa
La canicola metterà a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori in Italia fino al 27 giugno denunciano Cgil e Legambiente basandosi su un’analisi di Greenpeace. Ma le norme che introducono anche quest’anno misure temporanee e emergenziali sugli ammortizzatori sociali nell’industria, nell’edilizia e in agricoltura contenute nel decreto Infrastrutture varato dal governo il 22 giugno entreranno in vigore il primo luglio, cioè tre giorni dopo la fine del primo picco stagionale del caldo prodotto dallo stravolgimento climatico. Senza contare il fatto che, come sempre accade in queste situazioni con il governo Meloni, il decreto ieri sembrava scomparso. Lo hanno denunciato Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e Cinque Stelle. «Cosa gli impedisce di intervenire con urgenza?».
L’URGENZA, in fondo, non è tanto urgente per chi è esentato dal bollire per strappare gli spiccioli. Il clima si fa rovente in un regime di classe. Senza contare che la misura varata dal Consiglio dei ministri è insufficiente. Il sindacato di base Usb ha rispiegato il trucchetto: «Siamo convinti che serva una misura che copra il 100% del salario», mentre la cassa integrazione in deroga lo ha all’80%. Bisogna mettere i soldi e fare un favore alle aziende che non investono in sicurezza. Ma sono prontissime a ricevere defiscalizzazioni. L’anno prossimo sarà lo stesso.
IL DECRETO scadrà il 31 dicembre prossimo e, come sempre, esclude i lavoratori non dipendenti, a cominciare dalle partite Iva e, in particolare i rider che dovranno cuocersi per soddisfare le miserabili richieste di chi sta all’aria condizionata e vuole mangiare giapponese, farsi il tramezzino e bere la birretta, mentre fuori c’è la morte a 40 gradi, con il 100% di umidità. E tre euro di paga a consegna. «Per i lavoratori delle piattaforme digitali non ci sono misure – ha osservato Andrea Baccin di Nidil Cgil Milano – Se le aziende del delivery bloccano il servizio, il lavoratore perde il reddito». Si aspetta la riedizione del «bonus caldo»: centesimi in più per le consegne a 40 gradi.
TRA LE QUINTE apocalittiche delle città desertificate, tra cinismo e indifferenza, ieri è arrivata la conferma più plastica dell’irrilevanza della decretazione d’urgenza, pari solo alla stupidità nella reiterazione degli stessi errori fatti su quella che non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale contro il quale si finge di prendere provvedimenti per far fare i gargarismi al sistema mediatico. Fa caldo, facciamo qualcosa per questi poveracci che schiattano sulle impalcature o stramazzano nei campi. Per non parlare delle lamiere ardenti nei ghetti per migranti. Quelli ancora non sono stati percepiti dalla cronaca che smaterializza le notizie nel sempre uguale. Si aspetta il morto per schiarire l’ugola e urlare lo scandalo, mentre il sistema del caporalato continua sotto gli occhi di tutti. Nel frattempo ieri è deceduto un operaio di 50 anni per un malore a Mulazzo (Massa Carrara). Ovviamente lavorava in appalto. Martire del caldo.
TRANQUILLI, si muore ancora poco. Lo dicono i dati raccolti dal 15 maggio al 22 giugno, cioè prima del picco d’afa, della cabina di regia che si è
Commenta (0 Commenti)«Dall’Italia sono decollati 500 aerei statunitensi per supportare la guerra all’Iran». Il segretario generale della Nato racconta una storia diversa da quella del governo italiano. Che ci tiene all’immagine di chi sa dire no al presidente Usa e giura: era solo logistica
Saluti e basi Il segretario della Nato Mark Rutte intervistato da Fox Tv: «Un numero enorme». Il governo italiano si difende: «Solo assistenza logistica». Dalle basi di Sigonella e Aviano fornito supporto fondamentale per l’apparato bellico statunitense
LEGGI ANCHE Il nuovo «fuoco amico» che imbarazza il governo
La base di Sigonella – Ufficio stampa Nas Sigonella
Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha scatenato una tempesta mediatica dichiarando che «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Il discorso, che partiva dalla «delusione» di Donald Trump per il mancato appoggio dei Paesi europei alla guerra in Medioriente, ha chiamato in causa direttamente il governo di Roma, sottolineando anche che si tratta di «un numero enorme» di voli, dato che «se consideriamo l’intera Europa, si parla di una cifra compresa tra 4.000 e 5.000».
IMMEDIATA la risposta, piccata a dir poco, del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Abbiamo operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti». Le opposizioni sono subito esplose in un coro di condanna e richiesta di spiegazioni sull’operato del governo.
NEL POMERIGGIO la portavoce della Nato, Allison Hart, ha chiarito che Rutte «ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di stazionamento delle forze e sorvoli. Il tipo di sostegno cui ha fatto riferimento riguarda il supporto logistico o tecnico». Parole che sembrano suggerite da Roma per placare le polemiche, ma che al momento non sono bastate.
DEL RESTO la questione è molto più spinosa di come il nostro governo vuole farla apparire. Il trattato bilaterale Usa-Italia risale al 1954 e da allora è sempre rimasto segreto. Nessun governo si è azzardato a spiegare cosa prevede questo accordo e dunque il biasimo non può ricadere solo su Guido Crosetto. Ma la giustificazione «gli aerei partiti dalle basi italiane non vanno a bombardare» è quantomai equivoca, se non apertamente fuorviante. «Abbiamo innumerevoli documenti» ci spiega Antonio Mazzeo, corrispondente di Pagine Esteri ed esperto di Difesa, «che provano che dalle basi di Aviano e Sigonella sono transitati aerei-cisterna per il rifornimento dei bombardieri partiti, ad esempio, dalla Gran Bretagna per bombardare l’Iran. Abbiamo il tracciato di grandi velivoli dell’US Airforce che hanno fatto scalo nelle stesse basi italiane per poi portare rifornimento alle truppe nel Golfo».
Inoltre, a Sigonella sono di stanza i droni Triton (velivolo ultra-tecnologico usato per lo spionaggio e il monitoraggio al suolo) e i pattugliatori P8 Poseidon della marina, specializzati nell’individuazione dei sottomarini e probabilmente usati sullo stretto di Hormuz. «Dopo che con la Rete italiana pace e disarmo abbiamo denunciato questi movimenti, abbiamo notato
Leggi tutto: Rutte: «In Italia 500 scali verso l’Iran» - di Michele Gambirasi, Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Talebani, ma utili. Una delegazione del regime di Kabul arriva a Bruxelles. La Commissione e i paesi Ue ufficialmente non li riconoscono, ma li hanno invitati per chiedergli di riprendersi in Afghanistan i migranti che fuggono (da loro) in Europa. La trattativa è avviata
Stendiamo un velo Una delegazione del regime di Kabul è stata ricevuta a Bruxelles per parlare di rimpatri
LEGGI ANCHE Il patto di Berlino. Tagliagole benvenuti, addio afghani
La sede della Commissione europea a Bruxelles – Foto Nicolas Landemard
È stato «l’incontro della vergogna» per i numerosi manifestanti che si sono riuniti ieri in place du Trône, a Bruxelles, per protestare contro l’invito della Ue a 5 rappresentanti del regime dei talebani, passando oltre una risoluzione del Parlamento europeo di maggio, che ne chiedeva l’annullamento. Un regime non riconosciuto dalla Ue, che il Network of Afghan Diaspora Organisation in Europe ricorda essere messo al bando dall’Onu e che per le ong di difesa dei diritti umani impone un «apartheid di genere».
QUASI DI NASCOSTO, per «ragioni di sicurezza», la delegazione afghana (arrivata da Kabul con scalo in Turchia), guidata da Abdel Qahar Balkhi, capo della comunicazione al ministero degli Esteri, è stata ricevuta da rappresentanti della Commissione e di 15 paesi membri – la manovra è stata organizzata in cooperazione con la Svezia e il Belgio ha concesso 5 visti non Schengen di un giorno – per discutere sulle modalità di rinvio di esiliati afghani indesiderabili. Una riunione che la Commissione ha precisato essersi svolta solo «a livello tecnico», senza politici presenti. Sul tavolo: la deportazione delle «persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza e ai criminali pericolosi che gli Stati membri desiderano rimpatriare».
L’invito si inserisce nel quadro dell’ultima svolta restrittiva nella politica di immigrazione della Ue: il 12 giugno è entrato in vigore il Patto asilo immigrazione. Il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner, ha detto senza arrossire: «Non riconosciamo certo il regime talebano, ma penso che sia comunque importante parlare con loro». Gli afghani sono da anni la prima nazionalità a chiedere l’asilo in Europa. Le domande sono ancora più di un milione, ma meno della metà viene accettata. E ora una ventina di paesi Ue cerca la via per espellere migranti considerati «una minaccia alla sicurezza».
LA GERMANIA DAL 2024 ha organizzato charter verso Kabul, con scalo nel Qatar, per espellere delle persone con precedenti penali. A settembre, l’Austria ha ricevuto a Vienna una delegazione talebana. Ci sono già stati due viaggi a Kabul di responsabili Ue, l’ultimo a gennaio, per trovare soluzioni «diplomatiche» per le espulsioni. Secondo una stima del 2025, sono già 18mila gli afghani rifugiati in Europa che hanno ricevuto l’ordine di lasciare il territorio Ue.
Anche la riunione «tecnica» di ieri serviva allo stesso scopo: intavolare una discussione sulla cooperazione, l’identificazione e la consegna dei necessari documenti di viaggio per i cittadini afhani da rimpatriare. Una cooperazione che
Leggi tutto: L’Europa tratta di nascosto ma «de facto» con i talebani - di Anna Maria Merlo
Commenta (0 Commenti)British museum Il premier britannico Starmer lascia la guida dal Labour. In lacrime a Downing street rivendica le politiche che in due soli anni hanno bruciato la sua leadership e steso il partito. Liberista e conservatore, ha messo sotto attacco la libertà di parola in nome della lotta all’antisemitismo. Il rivale Burnham verso il governo, ma per la sinistra moderata la crisi è senza ritorno
British museum Davanti al numero 10 di Dowing street piange ed elenca i suoi meriti: l’addio del primo ministro delle mille retromarce
LEGGI ANCHE Starmer, fallimento totale. Inseguendo la destra
Il Primo Ministro britannico Keir Starmer si rivolge ai media per annunciare le sue dimissioni davanti a Downing Street
Il sesto primo ministro britannico in dieci anni esce di scena elencando i suoi meriti. Ieri mattina “Sir Keir” ha dato le dimissioni – partorite dopo le doglie di un bucolico weekend solo con la famiglia e i più vicini fra i suoi. Poche ore dopo Andy Burnham, il neodeputato di Makerfield che si è procurato quel seggio come lasciapassare per sostituirlo – umiliando nel contempo il candidato del Reform Uk di Nigel Farage -, prestava giuramento ai Comuni in mezzo ai sorrisi e ai sospiri di sollievo. Ne prenderà il posto probabilmente assai presto, da giorni cogita su quale ministero affidare a chi. Alla fine niente effetto domino, né pioggia di ministri dimissionari ad assediare un leader e i pochi suoi rimasti nel bunker. Starmer ha fatto “la cosa giusta”: ha preso il suo bravo leggio davanti a Downing Street e si è deposto motu proprio per il bene del partito. Un breve discorso permeato di opinabile orgoglio il suo, concluso dalle ormai consuete quasi-lacrime.
LA MALAPIANTA dell’antisemitismo dal partito? Sradicata. Un Partito Laburista «in bancarotta» ereditato sei anni fa, politicamente, finanziariamente e moralmente allo sbando? Salvato. La fiducia nelle istituzioni in materia di economia, difesa e sicurezza nazionale? Ripristinata. L’orgoglio nazionale? Ritrovato. Una maggioranza schiacciante alle elezioni politiche (di due anni prima) quando i critici lo ritenevano impossibile? Ottenuta. Il più consistente aumento della spesa per la difesa dai tempi della Guerra Fredda? Attuato. Proprio mentre parla della famiglia a lui tanto cara con voce rotta, viene sommerso dall’ormai quasi molesto Inno alla gioia euro-beethoveniano sparato a tutto volume poco distante da Steve Bray, il soggetto con il cilindro che da sempre protesta contro Brexit davanti a Westminster a dieci anni – oggi esatti – dal referendum sulla permanenza nell’Ue. Un farsesco controcanto che non sarebbe dispiaciuto a Karl Kraus e che simboleggia l’amore non corrisposto di un politico per i suoi elettori. Se sei l’unico a piangere, non è vera commozione.
MA PERCHÉ TANTO ODIO nei confronti del primo ministro meno amato del Regno dai tempi di Robert Walpole (1721-1742), e che nemmeno due anni fa si installava fra le fanfare a Downing Street forte di un battaglione di 403 deputati? È facile dimenticare che i sondaggi sul suo gradimento sono stati sempre pessimi e che Starmer, un avvocato incapace di connettersi umanamente con i suoi simili, ha vinto un’elezione persa dai conservatori per la nausea che quattordici anni di loro dominio avevano instillato nel paese. Questo quanto al “carisma”. Ci sono poi i problemi politici veri.
Nonostante avesse promesso di sanare la frattura fra sinistra e destra del partito, difendere la libera circolazione, aumentare le tasse ai ricchi, abolire la Camera dei Lord e nazionalizzare i servizi pubblici, Starmer ha governato accettando regalie da milionari mentre flirtava con la retorica razzista sull’immigrazione. Una vacuità politica al solito contrabbandata come “pragmatismo” ne ha fatto l’uomo delle mille retromarce.
LA PRIMA È STATO purgare la sinistra del suo predecessore, il mite Jeremy Corbyn, dopo essersi fatto eleggere leader con un’agenda di continuità su buona parte del programma socialista di quest’ultimo, finendo per cacciarlo dal partito dandogli dell’antisemita solo perché amico dei palestinesi. Ha tolto l’indennità invernale per il riscaldamento ai pensionati per
Commenta (0 Commenti)