L’Ocse abbassa ancora le stime di crescita dell’Italia e alza quelle dell’inflazione. Il governo è paralizzato dalla mazzata europea: la procedura di infrazione ci condanna all’austerità. Meloni nega: i nostri conti sono buoni. Ma anche Confindustria si unisce alla denuncia del sindacato: alla deriva senza politica industriale
Catena di smontaggio Sul palco il segretario della Cgil e il presidente di Confindustria: «È una crisi peggiore del covid, l’Italia è a rischio recessione»
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Il segretario della Cgil Maurizio Landini con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini
Non succede spesso che il segretario del primo sindacato italiano e il presidente di Confindustria condividano lo stesso appello al governo: «Non c’è più tempo, serve subito un piano industriale ed energetico». Per di più dallo stesso palco, a sfondo rosso. Del resto si è in casa Cgil. L’organizzazione guidata da Maurizio Landini ha invitato il numero uno di viale dell’Astronomia, Emanuele Orsini, per concludere l’assemblea nazionale dei delegati dell’industria, unico ospite esterno per un appuntamento interno del sindacato. «È un confronto molto, molto importante», ha sottolineato Landini.
I DUE prendono un caffè nel foyer del teatro Italia, a Roma, poi la foto con la stretta di mano sul palco. Difficile che il governo abbia digerito l’immagine. L’intervento della premier Giorgia Meloni, da Cipro, sembra quasi una risposta all’insolito duo. In realtà, al teatro Italia non sono state pronunciate cose diverse da quelle che la Cgil e le associazioni datoriali dicono da mesi sul costo dell’energia e sulle crisi industriali. Ma è il contesto a dare un valore diverso al tutto. L’ultima volta che si era tenuto un confronto pubblico tra gli industriali e la Cgil era stato durante la pandemia (presidente di Confindustria era Carlo Bonomi), prima di allora bisogna risalire a Cofferati e D’Amato, oltre venti anni fa.
«RISCHIAMO uno scenario peggiore del Covid», ha spiegato Landini, che ci tiene a fare il perfetto padrone di casa. I toni sono ben più che amichevoli, la platea di delegati non è ostile. Mormora solo quando Orsini, alla richiesta del sindacato di reinvestire e non distribuire i margini di guadagno aggiuntivi agli azionisti, risponde: «Nel mio vocabolario la parola extraprofitto non c’è, come extradebito». Sarebbe stato strano il contrario. Questo è l’unico punto di marcata differenza tra le due organizzazioni. Per il resto, le analisi si sovrappongono, qualche misura pure e la risposta al governo, che voleva approfittare del decreto primo maggio per dare più potere ai sindacati minori rischiando di avvalorare i contratti pirata, è identica: bisogna aspettare il risultato del tavolo tra i confederali e le associazioni datoriali che prosegue senza ostacoli.
«IL TEMPO È SCADUTO: accordo entro la fine dell’estate», ha avvisato Landini. «Le trattative non si fanno sui giornali né nei dibattiti ma ai tavoli, che sono ancora in corso – ha continuato – ci sono le condizioni per fare un lavoro serio». E Orsini ha confermato: «Sul problema del salario si può fare meglio, c’è da fare una battaglia sui contratti pirata ma la contrattazione deve essere tra le parti sociali, non per decreto». E poi il siparietto: «Il nostro è un contratto giusto? Lo chiedo anche a Maurizio e rispondo da solo: sì», ha sottolineato il presidente di Confindustria.
ORSINI non ha mai attaccato direttamente il governo, tuttalpiù ha puntigliosamente ricordato come ogni considerazione fatta dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti nel corso degli ultimi giorni, Confindustria l’avesse già esposta all’esecutivo «mesi fa». Così come Landini ha fatto ben attenzione a distribuire le colpe per le politiche industriali degli ultimi anni, menzionando sempre, accanto a Giorgia Meloni, i due precedenti presidenti del Consiglio, Giuseppe Conte e Mario Draghi. Tuttavia, l’allarme a Palazzo Chigi per il sodalizio e per lo smarcamento ormai plateale degli industriali dal governo è risuonato lo stesso.
GIÀ LA CISL, dopo tre anni di luna di miele con la maggioranza (sancita anche dall’attribuzione di un posto di sottosegretario all’ex segretario Luigi Sbarra) è tornata nella triplice. Adesso anche Orsini fiutata l’aria ha abbandonato la nave. Non senza motivi: da ultimo i tagli al piano Transizione 5.0, che avevano già aperto una severa crisi con gli industriali. «Si è rotta la fiducia», aveva esclamato allora il presidente di Confindustria. Ieri ha chiesto di «fare debito pubblico, servono incentivi alle imprese per superare questo momento». «L’Italia è a rischio recessione – ha spiegato – la crisi di Hormuz ha stravolto le carte. Il nostro centro studi ha presentato un rapporto con tre scenari, un fatto anomalo segno dell’incertezza causata dallo shock energetico della guerra».
SERVE per viale dell’Astronomia «un piano industriale di tre anni e il decreto bollette, altrimenti la fine del Pnrr sarà un problema. L’alluminio comincia a scarseggiare, le imprese sono in difficoltà, non si può negare». E Landini: «Bisogna sospendere il patto di stabilità in Europa non per fermarsi ma per investire. C’è bisogno di investimenti pubblici ma anche gli imprenditori dovrebbero impegnarsi più». «Certo ma con regole chiare», la risposta di Orsini.
Per entrambi è necessario un piano straordinario per l’energia. Il leader degli industriali infine prova a conquistare la platea: «Togliere il gas vuol dire non fare più ceramiche: 40mila persone saranno licenziate. A quei lavoratori ci teniamo noi come ci tiene il sindacato». Applausi.
Commenta (0 Commenti)Eurostat affossa le speranze del governo. Per pochi punti percentuali nel rapporto tra deficit e Pil l’Italia resta sotto osservazione Ue. L’austerità che la pemier ha accettato la condanna a un mesto finale di legislatura. In arrivo altri tagli
Ultimi spiccioli Deficit troppo alto, dall’istituto europeo un colpo all’esecutivo: verso lo scostamento di bilancio
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti – Imagoeconomica
Dopo aver sottoscritto il nuovo Patto di stabilità con la Commissione Europea, e averlo applicato nella maniera più ortodossa e entusiasta, il governo Meloni ha mancato l’obiettivo di uscire dalla procedura di infrazione nel 2026 al quale ha legato la speranza di stanziare altri 15 miliardi di euro per le armi. Non è stato sufficiente spremere come un limone un paese in cui la produzione industriale è crollata praticando il taglio della spesa sociale per 12 miliardi di euro all’anno e la riduzione al contagocce degli investimenti pubblici, il definanziamento della sanità. Né è bastato fare cassa sulle pensioni o l’aumento record della pressione fiscale, praticata attraverso il drenaggio a carico di lavoratori e pensionati.
VITTIMA DI UN’AUSTERITÀ auto-inflitta, il governo ieri ha incassato un clamoroso fallimento certificato dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica. Il rapporto tra il deficit e il Pil del 2025 va arrotondato al 3,1%, dunque sopra al 3% richiesto dai parametri del patto di stabilità Ue. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, ben 0,7 punti percentuali in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione europea nelle previsioni economiche di autunno dello scorso novembre (136,4 per cento).
NON SONO SOLO DATI TECNICI, ma politici. Implicano il rinvio, di un anno almeno, l’uscita dell’Italia dalla procedura Ue, forse nel 2027. Ma questi dati prospettano il peggioramento di un’economia in difficoltà. La rilevazione Eurostat riguarda il 2025, un anno in cui non era la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran non c’era. Il debito e il deficit rischiano seriamente di peggiorare, mentre la respirazione artificiale del Pnrr sta per esaurirsi a giugno. Il piano degli investimenti ha sostenuto il Pil, ma con gli effetti di lunga durata prodotti dal conflitto scatenato da Trump porteranno il paese sotto lo zero.
IL GOVERNO HA INIZIATO a prendere atto della realtà quando ieri ha varato il Documento di Finanza Pubblica (Dfp), l’atto iniziale che porterà all’ultima legge finanziaria di questa legislatura. È avvenuto pochi minuti dopo avere appreso il dato sul deficit al quale ha impiccato la sua politica economica nelle ultime settimane. Ma le stime potrebbero cambiare man mano che la crisi peggiorerà. Già oggi quelli sulla crescita del Pil sono sovrastimati: nel 2026 sarà al 0,6%, ma altre valutazioni dell’Ocse e di Bankitalia tra lo 0,4% e lo 0,5% l’hanno data più bassa. Sono brutti segnali per un governo che attende le previsioni della Commissione europea a metà maggio.
«FA ARRABBIARE – ha detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni – constatare che saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il superbonus». La più che discutibile misura del governo Conte II è stata considerata da Meloni «sciagurata» ed è usata come spauracchio per quattro anni. L’obbligo, imposto da Bruxelles, di portare rapidamente sotto il 3% il rapporto deficit/Pil dell’8,1% – creato per contenere gli effetti economici della pandemia – è stato usato dal governo per imporre una maxi-dose di austerità al paese. Ma non è per questo che Meloni si è detta «arrabbiata». La causa è la frustrazione per avere mancato l’obiettivo sventolato da mesi: rientrare anticipatamente dalle sanzioni di Bruxelles sarebbe stato il segno di una virtù.
NON È ESCLUSO che il governo, e la sua maggioranza, riprenderanno la strada del riarmo per tornare a riscuotere il riconoscimento delle lobby
Leggi tutto: Il fallimento dei conti di Meloni certificato da Eurostat - di Roberto Ciccarelli
Commenta (0 Commenti)Uccisi con due colpi alla testa: i coloni assaltano il villaggio palestinese di Al Mughayyir e ammazzano un bambino e un giovane uomo. Poche ore prima avevano investito un 16enne. Israele non li ferma: le aggressioni in Cisgiordania servono alla pulizia etnica
Macchia di colonia Colpiti un quattordicenne e un giovane. Denunce di complicità ai soldati. Wbpc: abusi sessuali come strumento per le espulsioni
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Un gruppo di coloni israeliani attacca il villaggio palestinese di Turmus Ayya – Ilia Yefimovich/Ap
Aws Al Naasan aveva sette anni quando rimase orfano. Il padre Hamdi, nel 2019, venne ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da soldati. «Come Hamdi, anche Aws ora è un martire nella gloria di Dio», dicevano ieri ai giornalisti alcuni dei partecipanti ai funerali del ragazzo quattordicenne e di un giovane, Jihad Abu Naim, 32 anni. Entrambi sono stati colpiti alla testa da proiettili di armi automatiche. Testimoni puntano il dito contro gruppi di mitnachalim, gli «eredi della terra», come in Israele vengono chiamati i coloni israeliani. Dopo aver tentato l’ennesima irruzione ad Al Mughayyir (Ramallah), di fronte alla reazione del villaggio, i coloni hanno fatto fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola, uccidendo Aws e Jihad. Qualche ora prima, Muhammad al Jaabari, 16 anni, era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Un incidente, ha detto qualcuno, ma dall’auto nessuno è sceso a prestare soccorso al ragazzo. Il bilancio delle ultime ore è stato aggravato dalla morte, dopo due anni trascorsi in un letto d’ospedale, di Rajaa Bitawi, 49 anni, ferita gravemente nel 2024 a Jenin da colpi esplosi da militari israeliani.
Aboud, un testimone dell’accaduto, ha riferito a un giornale locale che i coloni sono arrivati ad Al Mughayyir dall’avamposto coloniale di Or Nachman. «Alcune persone hanno dato l’allarme e urlato agli israeliani di allontanarsi, di lasciare il villaggio, ma i coloni hanno puntato le armi contro di loro e fatto fuoco», ha detto, aggiungendo che erano presenti anche soldati. Secondo l’associazione per i diritti umani Al-Baydar, alcuni coloni indossavano uniformi dell’esercito e il raid ad Al Mughayyir era finalizzato a impedire ai contadini palestinesi di raggiungere i campi coltivati di Wadi Ammar, un’area di cui i mitnachalim intenderebbero prendere il controllo. Con la morte di Aws Al Naasan e Jihad Abu Naim, è salito ad almeno 10 il numero dei palestinesi uccisi da coloni israeliani da quando, il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. All’ombra della guerra nella regione, i cosiddetti «giovani delle colline» hanno intensificato le incursioni in villaggi e piccole comunità isolate di beduini nella fascia orientale della Cisgiordania, tra Nablus, Ramallah, le alture a sud di Hebron e nella Valle del Giordano. L’intento è cacciare via i palestinesi per favorire la costruzione di altre colonie. Danno fuoco alle auto, alle stalle e, sempre più spesso, anche alle case. E tengono sempre il dito sul grilletto, pronti a sparare.
Al Mughayyir è tra i villaggi più presi di mira. La resilienza della sua popolazione non poche volte è stata punita con giorni di coprifuoco. Tre giorni fa i coloni avevano
Leggi tutto: Coloni senza freni: uccisi due palestinesi ad Al Mughayyir - di Michele Giorgio
Commenta (0 Commenti)Il governo si è sabotato da solo, il decreto sicurezza è una Caporetto. La norma sugli avvocati pagati per favorire i rimpatri dei migranti respinta dal Quirinale. Alta tensione a palazzo Chigi e nella maggioranza. Il testo va cambiato ma il tempo sta scadendo e può decadere
Pasticciaccio brutto Emendamento alla norma sugli avvocati: si deve tornare al Senato, corsa contro il tempo
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Sergio Mattarella e Alfredo Mantovano – foto di Paolo Giandotti
Quando intorno alle 19, ieri, il sottosegretario Alfredo Mantovano è salito al Quirinale per incontrare Sergio Mattarella, le ipotesi sono diventate certezza: il decreto sicurezza verrà cambiato. Se il tempo lo permetterà. Insostenibile la norma, denunciata dal manifesto, sui premi (615 euro) per gli avvocati che concludono felicemente le procedure di «rimpatrio volontario» dei migranti. Peraltro utilizzando il Consiglio nazionale forense, organo istituzionale di rappresentanza degli avvocati, che ha smentito il proprio coinvolgimento e chiesto esplicitamente un intervento al Parlamento per correggere il testo. Ora un emendamento presentato dal centrodestra modificherà l’articolo 30bis, quello incriminato, e dunque il testo richiederà una terza lettura al Senato entro sabato, data in cui scadono i tempi di conversione. Le lancette degli orologi ticchettano. Più di un pasticcio, la debacle di una maggioranza resa fragile dalla sconfitta al referendum, tradita dalla propria ingordigia securitaria poi sconfessata.
LE IPOTESI erano iniziate a rincorrersi già da ieri mattina, quando erano trapelati i malumori del Colle che chiedeva la modifica della norma: l’emendamento, inserito in fase di conversione a Palazzo Madama, non era presente nel decreto che Mattarella ha licenziato il 24 febbraio, due settimane dopo l’annuncio in consiglio dei ministri. A quel punto nell’esecutivo è scattato l’alert: licenziare il decreto in queste condizioni era diventato insostenibile, ma i tempi stretti del passaggio parlamentare rendevano la soluzione un vero rompicapo, senza contare l’imbarazzo della modifica alla modifica: una retromarcia alla luce del sole, senza attenuanti.
Così sono iniziate a circolare le possibilità: l’ordine del giorno proposto dal neocapogruppo di Forza Italia, Enrico Costa, per impegnare il governo a modificare la norma in futuro; un nuovo decreto per cancellare l’articolo, salvando intanto il dl in discussione; un emendamento soppressivo o di modifica, l’idea meno congeniale per i tempi strettissimi. Scartata l’opzione di far semplicemente decadere il decreto senza convertirlo: allora la sconfitta si sarebbe fatta clamorosa. Al lavoro si sono messi l’ufficio legislativo che fa capo a Mantovano e anche i tecnici del ministro dei Rapporti con il Parlamento Ciriani. E si è arrivati all’emendamento: a Mantovano il Colle ha fatto capire che, così com’era, il testo non andava bene e che era in capo al governo trovare la soluzione.
NEL FRATTEMPO a Montecitorio andavano avanti i lavori delle Commissioni che dalle 9 del mattino stavano esaminando i 1.200 emendamenti presentati dalle opposizioni. Quando la seduta è stata sospesa perché Mantovano si trovava al Colle, e le opposizioni chiedevano chiarimenti in merito, l’esame era fermo all’articolo 1. La maggioranza era in quel momento ancora fiduciosa di poter concludere comunque i lavori entro mezzanotte e andare in aula senza relatore ponendo la fiducia. Così non sarà perché va approvata la modifica: le commissioni hanno ripreso a lavorare a tarda sera andando avanti tutta la notte per esaminare i 33 articoli, oggi inizierà la discussione e verrà posta la fiducia. Per regolamento devono trascorrere 24 ore prima di poterla votare, poi si procederà con gli ordini del giorno e dunque si potrà dare il voto definitivo. Quindi il ritorno imprevisto al Senato, dove il regolamento consente tempistiche più veloci senza le 24 ore da attendere.
I MINUTI sono contati, ma nel centrodestra sono convinti che se Montecitorio darà l’ok entro giovedì pomeriggio la partita si possa chiudere. C’è da fare i conti con l’ostruzionismo delle opposizioni, che non a caso ieri Fdi ha provato ad ammorbidire cercando una mediazione. È stata la meloniana Carolina Varchi ad avvicinare la dem Debora Serracchiani per verificare la possibilità che le opposizioni facessero cadere l’ostruzionismo. La richiesta Pd: cancellare pressoché tutte le norme del decreto, dal fermo di polizia alle zone rosse. In pratica cancellarlo. Quindi l’ostruzionismo ci sarà. La Lega invece, che
Leggi tutto: Mantovano da Mattarella: il dl Sicurezza va cambiato - di Michele Gambirasi
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Un Lunedì Rosso dedicato alla polarità politica. Se la destra globale cerca un riallineamento dopo la sconfitta di Orbàn e le intemperanze sempre meno sostenibili di Trump, la sinistra è impegnata in una ricerca ancora più profonda, quella di una nuova identità. Di fronte agli sviluppi del contesto internazionale l’incontro a Barcellona tra due leader come lo spagnolo Sanchez e il brasiliano Lula segna una rottura con i residui del progressismo moderato e liberista ereditato dalla terza via del Labour di Blair. Nel frattempo in Italia il tema della remigrazione in piazza si rivela un flop ma in Parlamento viene incentivata per decreto. Nella foto: Una donna sfollata, con il suo cane in braccio, siede nella sua tenda a Beirut, in Libano, in attesa di un ordine ufficiale da parte di Hezbollah per tornare a casa nel sud del Libano, via AP/Hussein Malla Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-20-aprile-2026
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«Non possiamo essere pagati per convincere i migranti a rimpatriare». Gli avvocati smentiscono il governo: non ci ha consultato. La norma voluta dal Viminale, segnalata ieri dal manifesto, è ora un baco nel decreto sicurezza. Che scade il 25 aprile, ma andrebbe modificato
Riforme Dopo l’emendamento al dl sicurezza sui rimpatri favoriti dai legali parla Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense
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Il voto sul decreto sicurezza in aula al Senato
All’indomani dell’approvazione al Senato del decreto sicurezza che chiama in causa il Consiglio nazionale forense tra gli attori protagonisti in materia di rimpatri volontari, il presidente del Cnf Francesco Greco si sente «in un frullatore». L’organo istituzionale che presiede è stato inserito nel testo «senza che io ne sapessi nulla», garantisce.
Presidente, ma come è possibile che il Cnf finisca sul testo di un decreto legge senza essere consultato?
Non saprei davvero dirle il perché, bisognerebbe chiederlo a chi lo ha fatto. Io posso garantire di averlo appreso soltanto quando la notizia si è diffusa. Se ci fosse stata anche solo una consultazione preventiva potrei essere smentito immediatamente. Ma la verità è che nessuno può dire di averlo fatto. Sono uno che si assume le proprie responsabilità, se avessi avuto un’interlocuzione di qualsiasi tipo con la politica su questo tema lo avrei detto senza alcun problema.
Quindi l’ha scoperto dalla notizia riportata dal manifesto?
Sì, l’ho appreso così. Poi ieri mattina ho ricevuto il testo e ho potuto finalmente leggere. Ma ribadisco che né preventivamente, né durante l’esame al Senato, né dopo l’approvazione del decreto sono stato avvisato.
Avete chiesto un intervento parlamentare immediato per togliere ogni riferimento al Consiglio nazionale forense dal decreto?
Sì, perché ciò che è scritto su quel decreto non rientra tra le nostre competenze. La legge attribuisce al Cnf certe prerogative. E tra queste non esiste la possibilità di erogare denaro agli avvocati o di fare da tesoreria di altri soggetti. Non è semplicemente possibile. Possiamo pagare i dipendenti del Consiglio, come tutti gli enti, ma non possiamo pagare gli avvocati.
Neanche nel caso del patrocinio a spese dello Stato?
Assolutamente no. In quel caso i compensi ai legali passano attraverso la corte d’Appello. Il decreto di liquidazione viene emanato dal magistrato e poi sono gli uffici presso le 24 corti d’Appello sparse in Italia che provvedono al pagamento. Il Cnf non tocca proprio palla e neanche i singoli ordini.
Al di là delle prescrizioni di legge in materia di pagamenti, cosa pensa dell’idea di premiare economicamente un avvocato se riesce a convincere il proprio assistito a lasciare il Paese?
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