Chiacchiere da zar La pace è «possibile», le relazioni con la Germania restano aperte: ma il quadro che il presidente delinea è smentito dalla realtà
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l Presidente russo Vladimir Putin (sullo schermo) interviene durante una sessione plenaria dell'Eastern Economic Forum – Foto di Dmitry Feoktistov/TASS via ZUMA Press
La Russia «non avvierà un declassamento delle relazioni diplomatiche con la Germania» ma chiuderà tutti i Goethe-Institut nel territorio della Federazione. Dopo le accuse di Berlino dei giorni scorsi a proposito dei droni all’aeroporto di Lipsia e le contromisure scelte da Berlino – chiusura dell’ultimo consolato russo rimasto, a Bonn, e dell’istituto di cultura russo – Mosca ha scelto di rispondere simmetricamente ma senza tagliare del tutto.
Per ora almeno. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha derubricato le mosse del cancelliere Friedrich Merz a «goffaggine». «Naturalmente, con passi che a lui sembrano quasi duri, cerca di guadagnare qualche punto sul piano interno. Ma ci riesce in modo estremamente goffo, perché finora tutti quelli che negli ultimi anni hanno fatto esplodere qualcosa di tedesco erano ucraini, che gli stessi tedeschi hanno arrestato», ha dichiarato Peskov all’emittente Vesti. Il portavoce ha anche chiesto sarcasticamente perché non sono stati chiusi i centri di cultura ucraini mentre sono in corso le indagini sull’attentato al gasdotto Nord Stream (che finora hanno identificato responsabili ucraini).
DAL PALCO del Forum economico orientale, Vladimir Putin è invece intervenuto sulla situazione interna e sulla guerra in Ucraina. La quale ha «delle possibilità» di finire anche se le recenti minacce di Volodymyr Zelensky di rendere «totalmente insicuro» lo spazio aereo russo per i voli civili con gli attacchi di droni «complicano le possibilità di condurre negoziati di pace bilaterali». In ogni caso «i contatti con l’Ucraina stanno continuando», così come quelli con gli inviati di Donald Trump», che «stanno funzionando».
L’ottimismo deciso che il presidente russo ostenta in ogni occasione pubblica, stavolta abbraccia anche la crisi del carburante, che esiste ma non è così grave. I russi, ha detto Putin, «devono essere pronti a tutto», tuttavia «stiamo lavorando con le difese aeree, stiamo lanciando attacchi, e il decreto (sulla protezione delle infrastrutture critiche, ndr) dovrebbe funzionare come previsto». Un sondaggio condotto nell’ultimo mese in Russia dal Centro Levada indica che «la vita del 55% dei russi è stata resa più difficile dalla carenza di benzina». In altri termini, più di un russo su due dice che la sua vita è peggiorata. Inoltre, i sociologi registrano che «la crisi del carburante ha avuto un impatto maggiore rispetto ai problemi con internet e i servizi di messaggistica».
SULLA MOBILITAZIONE, che molti media indipendenti segnalano come imminente, Putin ha negato: «Oggi non esiste alcuno scenario che richieda la mobilitazione», anzi, le voci in tal senso sono «un attacco informativo del nemico in vista delle elezioni della Duma». Prima dell’invasione del 2022 dal Cremlino erano arrivate dichiarazioni molto simili. I correntisti russi non devono aspettarsi nessun congelamento dei loro conti, dato che l’economia nazionale «è assolutamente stabile». A differenza di ciò che sostengono tutti gli istituti di analisi economica mondiali.
Basta però allontanarsi da Vladivostok per vedere una situazione completamente differente da quella descritta da Putin. Negli aeroporti di Mosca (in particolare a Vnukovo), secondo i media russi, si è registrato un forte aumento del numero di cancellazioni dopo le minacce ucraine. Solo il 2 settembre sono stati cancellati 27 voli di compagnie aeree straniere diretti agli aeroporti della capitale russa, numero significativamente superiore ai giorni precedenti. I passeggeri di uno dei voli
Pegasus (compagnia turca) cancellati hanno segnalato su un canale Telegram che la compagnia aerea ha dichiarato ai turisti: «Non sappiamo cosa aspettarci, la nostra controparte turca vieta i voli». Secondo i dati di Rosaviatsia, l’ente russo di aeronautica civile, le restrizioni operative negli aeroporti dovute agli attacchi di droni sono state applicate agli aeroporti di Mosca sia martedì che mercoledì.
LE ACCUSE TEDESCHE potrebbero inoltre portare al taglio ulteriore dei visti per i russi in Europa, che la guerra ha già ridotto ai minimi storici. Prima dell’invasione dell’Ucraina i visti rilasciati ai russi nell’area Schengen erano circa quattro milioni (pari a uno ogni quattro visti rilasciati nell’area Schengen). Nel 2025 il numero complessivo è sceso a circa 480mila (fonte Euractiv) e ora si ipotizza una nuova stretta. La chiusura con l’Europa si acuisce sempre più.
SULLA SICUREZZA interna non va meglio. Le autorità continuano a promettere una maggiore sorveglianza dei vertici politici e militari e, addirittura, secondo il media indipendente Agentstvo alcuni membri della guardia nazionale sono stati assegnati alla protezione dei volti più noti della tv pubblica. Eppure ieri a Probuzhdenie (regione di Saratov) un uomo alla guida di una moto si è potuto avvicinare indisturbato a un ufficiale delle Forze aerospaziali russe, il generale di divisione Nikolay Varpakhovich, e sparagli due volte. Ora il generale è in fin di vita. Lo scorso luglio i servizi segreti ucraini (Sbu) e la Procura generale di Kiev avevano accusato Varpakhovich di aver ordinato un attacco missilistico contro l’ospedale pediatrico Okhmatdit a Kiev.
SE L’UE RIUSCIRÀ ad accordarsi su nuove sanzioni – come chiesto da Francia e Gran Bretagna – il contesto economico potrebbe peggiorare ancora. Ma per Putin la situazione è sotto controllo, basta che i russi restino uniti.
Commenta (0 Commenti)De bello ibrido Dopo che il governo Merz ha accusato Putin per i droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, l’Unione europea e la Nato annunciano dure reazioni. Lo scontro tra Europa e Russia c’è già ma non è solo militare. Von der Leyen: «La guerra ibrida è la nuova normalità»
De bello ibrido Quattro sospettati, due bielorussi, un visto italiano: il governo Merz mostra prove su quel drone all’aeroporto, dura replica della Russia
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Un artificiere e il suo robot all’aeroporto di Lipsia-Halle il giorno del ritrovamento del drone esplosivo – Ap
Passano ventiquattro ore dalla clamorosa denuncia del governo Merz della responsabilità di Mosca nell’«attacco ibrido» con i droni all’aeroporto di Lipsia-Halle alla rivelazione dei primi dettagli sui presunti autori materiali pubblicati dalla stampa nazionale.
SECONDO IL QUOTIDIANO Süddeutsche Zeitung e le tv pubbliche Ndr e Wdr gli investigatori avrebbero individuato con chiarezza due sospetti: un cittadino russo con passaporto lettone e un bielorusso con passaporto russo e precedenti penali negli Stati Baltici, entrato nell’area Schengen con un visto turistico italiano rilasciato a Minsk. Il primo avrebbe svolto il ruolo di coordinatore logistico nonché di istruttore della squadra incaricata di portare a termine l’operazione.
A leggere i leak sui media, in particolare, l’uomo in possesso della doppia cittadinanza russa e lettone sarebbe sbarcato all’aeroporto internazionale Willy Brandt di Berlino a fine luglio, avrebbe noleggiato un’auto, quindi si sarebbe trasferito in Sassonia dove sarebbe rimasto fino a due giorni prima dell’attacco. A inchiodare il complice bielorusso, invece, sarebbe il suo Dna rinvenuto sul velivolo senza pilota sequestrato ai bordi della pista dello scalo di Lipsia-Halle, compatibile con un profilo già archiviato nei database europei.
Non sono gli unici nel mirino degli inquirenti tedeschi alla ricerca in totale di quattro persone fra i sospettati indicati dall’identikit genetico e altri supposti partecipanti alla missione «i cui cellulari sono stati localizzati nelle celle telefoniche della zona», come rimarca la Bild.
IL MINISTRO DELL’INTERNO Alexander Dobrindt, della Csu, nel frattempo crea ufficialmente il link fra la massa potenzialmente esplosiva agganciata al drone atterrato a pochi metri da un An-124 della Antonov Airlines (la compagnia aerea cargo statale ucraina che trasporta mezzi, armi e munizioni dalla Germania all’Ucraina) e le «tecnologie di detonazione già note da altre operazioni ibride russe e dalla guerra contro l’Ucraina».
Origina da qui, anzitutto, la ritorsione multipla del governo Merz: dalla chiusura del consolato generale russo di Bonn all’attivazione di «severi controlli aggiuntivi» nei confronti dei cittadini russi in arrivo nella Repubblica federale, fino all’«innalzamento della pressione contro la flotta-ombra russa di petroliere che eludono le sanzioni Ue».
Con questa mossa – dopo la cessazione dei servizi diplomatici ai consolati russi di Monaco, Francoforte, Amburgo e Lipsia imposta a gennaio 2024 dall’ex ministra degli esteri Annalena Baerbock dei Verdi – la relazione fra Mosca e Berlino tocca il minimo. E rischia di «distruggere il rapporto storico fra i due Paesi», come sottolinea la durissima reazione di Mosca secondo cui «si tratta di una provocazione nei nostri confronti.
Respingiamo con forza le accuse infondate del governo tedesco impegnato in un’operazione di propaganda in vista delle imminenti elezioni» in Sassonia-Anhalt è il messaggio trasmesso direttamente dal ministero degli esteri russo al chargé d’affairs tedesco a Mosca, convocato d’urgenza per raccogliere il quaderno di lamentele (e di minacce) di Vladimir Putin.
Del resto metà dell’aeroporto di Lipsia-Halle si trova esattamente in Sassonia-Anhalt, il Land che domenica si prepara a rinnovare il Parlamento locale con la scontata vittoria elettorale di di Afd, il partito fascio-populista che secondo il governo Merz ma non solo è la quinta colonna del «putinismo» in Germania.
MENTRE L’ALTRO SOGGETTO politico accusato di vicinanza con Mosca – l’Alleanza sovranista della «conservatrice di sinistra» Sahra Wagenknecht (Bsw) – non si accontenta dei sospetti e aspetta di vedere le prove. «Vedremo se la questione verrà chiarita oppure no. In ogni caso credo che la reazione del governo tedesco – tra cui la chiusura della Casa Russa (la storica Russisches Haus, il centro linguistico e culturale di Berlino gestito direttamente da Mosca) sia un errore.
Specie quando la situazione si aggrava dobbiamo fare affidamento sulle soluzioni diplomatiche e mantenere aperti i canali della comunicazione» tra Berlino e Mosca, sottolinea l’influente Claudia Wittig, autorevole esponente di punta del Bsw nella Germania dell’Est.
IN PARALLELO, nel Brandeburgo la magistratura locale apre un fascicolo d’indagine per «sospetto atto di terrorismo» dopo il ritovamento di «due ordigni esplosivi» nella sottostazione elettrica di Jänschwalde. Per il governatore del Land che ingloba la Città-Stato di Berlino, Dietmar Woidke (Spd) non c’è dubbio, si tratta di un «tentativo di attentato».
In analoga direzione procedono spediti i sospetti sul secondo incidente rilevato nella centrale energetica a Bergheim, vicino a Colonia. Tanto la polizia locale quanto il gestore della rete ieri hanno escluso che il cortocircuito registrato nell’hub elettrico possa essere stato provocato da un guasto tecnico: «è un intervento esterno intenzionale». Questo è il leitmotiv, a Berlino, a Bruxelles passando per la Sassonia-Anhalt.
Commenta (0 Commenti)Gaza Israele trova un altro modo per controllare la Striscia, una rete di milizie stipendiate e armate per fare il lavoro sporco. Ieri, per proteggere i mercenari, Tel Aviv ha fatto una strage. Vuole provocare scontri tra palestinesi e lasciare i suoi soldati nelle retrovie
Gaza «Nascosta sotto quel tetto, ho rivissuto le ore terribili della strage di Nuseirat»
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Residenti si radunano sul luogo di un attacco aereo israeliano a Gaza City, il 1° settembre 2026 – Epa/Mohammed Saber
Alle 8 in punto del mattino, io e mia sorella Eman siamo uscite dal nostro rifugio per raggiungere il campus di Gaza City. Nulla di insolito: siamo andate all’università, abbiamo sostenuto gli esami e siamo uscite pensando a cose semplici, mangiare qualcosa e trovare un modo per tornare a casa. Ho detto a Eman che potevamo andare a Rimal, pranzare lì e poi trovare un mezzo di trasporto. Non sapevamo che, appena cinque minuti dopo aver lasciato l’università, una mattina come tante si sarebbe trasformata in ore di terrore.
ABBIAMO INIZIATO a sentire degli spari. I rumori si sono rapidamente avvicinati e hanno cominciato a sovrapporsi: spari da una direzione, esplosioni da un’altra e il rombo degli aerei sopra di noi. Nel giro di pochi minuti, sono caduti più di dieci attacchi di aerei da ricognizione, mentre il rombo dei caccia riempiva il cielo. Riuscivo a sentire quelli che mi sembravano F-16 e F-35 che volavano sopra le nostre teste. Poi sono comparsi i quadricotteri, che volavano a bassa quota e sganciavano bombe.
Ho guardato Eman e abbiamo iniziato a cercare un posto dove nasconderci. Non c’erano molte opzioni. La zona è piena di tende delle famiglie sfollate, diventate parte del paesaggio di Gaza, che in momenti come questo rivelano quanto siano davvero fragili. Una tenda può essere una casa, ma non protegge da un attacco aereo, da una bomba sganciata da un quadricottero o dai frammenti che volano in ogni direzione. Ci siamo nascoste sotto il tetto di una casa distrutta. Sembrava la nostra migliore possibilità di sopravvivenza, almeno c’era del cemento sopra le nostre teste, qualcosa di solido. Ma non appena mi sono infilata sotto, mi si è stretto il petto. Ho cominciato a sentirmi intrappolata. Mi sembrava che le pareti mi si stringessero addosso. Sentivo le esplosioni fuori e percepivo la polvere che cadeva intorno a noi, ma allo stesso tempo un altro tipo di paura stava montando: una paura che riguardava quello che era successo più di due anni prima. Ho provato a chiamare la mia famiglia. Volevo solo sapere se stavano bene. Ho chiamato una volta, poi di nuovo, ma ogni tentativo si concludeva con lo stesso messaggio: numero irraggiungibile. Ho provato a chiamare i miei amici che vivono nel nord di Gaza, sperando di sentire la voce di qualcuno o scoprire cosa stesse succedendo lì. Neanche quelle chiamate sono andate a buon fine.
AVEVO GIÀ PROVATO quella sensazione. L’8 giugno 2024 mi trovavo nel nostro appartamento quando un’unità delle forze speciali israeliane entrò a Nuseirat e il nostro appartamento fu bombardato. Rimasi ferita, insieme ai miei familiari, e Eman era con me. Ricordo tutta la mia famiglia distesa sul pavimento. Ricordo di aver cercato di chiamare un’ambulanza, senza sapere chi di loro avesse bisogno di aiuto per primo né se qualcuno sarebbe riuscito a raggiungerci. Continuavo a comporre il numero di emergenza e ad aspettare, ma non riuscivo a contattare nessuno. Eravamo intrappolati tra carri armati e raffiche di fuoco e il mondo esterno mi sembrava terribilmente lontano, anche se avevo un telefono in mano. Quel giorno si concluse con un massacro: quasi 300 palestinesi uccisi per liberare quattro ostaggi israeliani.
IERI, SEDUTA sotto quel tetto distrutto, ho provato quasi esattamente la stessa sensazione. Le esplosioni mi hanno riportata a quel giorno e il telefono mi ha riportato alla mente l’immagine della mia famiglia distesa sul pavimento mentre cercavo disperatamente di contattare un’ambulanza.
FONTI LOCALI hanno segnalato ieri delle interferenze nelle comunicazioni ma per me è stato di più: la solita sensazione di essere tagliata fuori dal mondo, di trovarsi nel momento più spaventoso e di non poter dire alle persone che ami che sei ancora viva. Io e Eman siamo rimaste sotto il tetto crollato mentre il rumore dei bombardamenti e degli spari continuava. Non sapevamo dove si trovasse l’unità delle forze speciali, se si stesse avvicinando o se si fosse ritirata. Con il passare delle ore, sono emersi resoconti: un’unità delle forze speciali israeliane si era infiltrata nella zona di Katiba, a ovest di Gaza City, in un’operazione che, secondo Israele, aveva come obiettivo un alto funzionario della sicurezza interna di Hamas, Muein al-Arabid, che sarebbe stato catturato. Hamas nega la cattura.
Dopo che l’unità – che secondo diverse fonti stampa sarebbe stata composta anche da miliziani palestinesi legati a Israele, da mesi coinvolti nell’occupazione e la spoliazione della popolazione civile – è stata scoperta e sono scoppiati gli scontri, l’operazione è stata accompagnata da pesanti bombardamenti aerei. Quattro palestinesi sono stati uccisi, tra cui due bambini e una donna, e decine feriti. Nelle stesse ore una bambina, Israa Al-Hissi è stata uccisa a Deir al-Balah. I numeri possono sembrare freddi quando compaiono in una riga di un articolo. Ma ogni numero è una persona con un nome, una famiglia e progetti per una giornata iniziata come le altre.
IERI, SOTTO IL TETTO di una casa distrutta a Katiba, una parte di me era ancora nel nostro appartamento l’8 giugno 2024. Certi giorni non finiscono quando cessano i raid. Rimangono nel modo in cui respiri, nella tua paura degli spazi chiusi e nel modo in cui la tua mano cerca istintivamente il telefono alla prima esplosione.
Commenta (0 Commenti)Usa-Iran Macché nucleare o democrazia, ormai la guerra è solo per lo stretto di Hormuz. Washington deve garantire i traffici, per Teheran è la linea del Piave. E gli attacchi ripartono: gli Usa bombardano l’isola di Larak, l’Iran le basi americane in Giordania. Così non finirà mai
Usa-Iran Washington vuole segnalare di essere in grado di proteggere il traffico marittimo. Teheran non può non reagire: riecco la guerra
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Navi sullo stretto di Hormuz al largo di Bandar Abbas, vicino all’isola di Larak colpita ieri notte dai bombardieri – Foto Ap
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian affronta per la prima volta gli alleati dopo l’introduzione delle sanzioni economiche eccezionali degli Stati uniti, al vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan. Deve convincere i dieci stati membri a pieno titolo, tra cui Cina, India e Russia, oltre alla Turchia come partner di dialogo, a continuare il rapporto economico con Teheran nonostante le minacce di Washington.
Minacce che nella notte di lunedì si sono di nuovo materializzate sotto forma di missili: le forze Usa hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, a est dell’isola di Kharg, uccidendo tre persone e ferendone diverse altre. Poche ore dopo la Forza aerospaziale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha lanciato diversi missili balistici contro due basi militari statunitensi in Giordania.
Pezeshkian, parlando con il primo ministro indiano Narendra Modi a margine di una riunione sulla sicurezza regionale, ha detto che la soluzione ai problemi risiede nel dialogo e nella cooperazione e che ogni risorsa va impiegata per prevenire la diffusione dell’insicurezza e dei conflitti. Lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim. Nel frattempo Trump pubblicava un video generato dall’intelligenza artificiale che, a suo dire, mostra la distruzione del’’isola di Kharg, principale centro petrolifero iraniano, e definisce l’Iran una nazione fallita senza marina né aeronautica.
IL RITORNO ALLE OSTILITÀ arriva dopo settimane in cui l’amministrazione Trump ha intensificato gli sforzi per punire Teheran e i suoi partner commerciali con sanzioni economiche sempre più pesanti. In vista del G20 il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto ai leader finanziari mondiali che i legami economici con Teheran vanno recisi, senza vie di mezzo. «O siete con noi o siete con gli iraniani», ha avvertito.
Modi, dopo l’incontro con Pezeshkian, ha scritto su X che l’India vuole ampliare e diversificare il proprio paniere commerciale in futuro e che i due leader hanno discusso della situazione attuale nella regione. Il messaggio si chiude con un impegno a sostenere ogni sforzo per una pace duratura, formula che lascia trasparire l’ambiguità politica di New Delhi, poco incline a esporsi. Previsti anche incontri bilaterali del presidente iraniano con i suoi omologhi Putin e Xi Jinping.
DA ALCUNI GIORNI gli Stati uniti sostengono di essere riusciti a ristabilire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il presidente Usa è arrivato a dichiararlo territorio americano. Secondo alcune fonti iraniane, gli Stati uniti sarebbero riusciti a far passare durante la notte piccole petroliere, usate per i trasferimenti di petrolio da nave a nave, lungo una rotta meridionale vicino alle coste dell’Oman e alla penisola di Musandam. Le imbarcazioni di piccole dimensioni permettono di evitare le mine e riducono l’esposizione alla sorveglianza e agli attacchi iraniani durante la notte. Individuare tali movimenti è diventato più difficile per Teheran dopo i precedenti attacchi statunitensi a radar, torri di monitoraggio e altri sistemi di sorveglianza. Ma Teheran è determinata a impedire che questa limitata riapertura si trasformi in una situazione stabile e starebbe preparando ulteriori misure per chiudere le lacune ancora esistenti, tra cui una nuova operazione di posa di mine e attacchi contro le navi che utilizzano questa rotta.
SE WASHINGTON è riuscita a creare un corridoio marittimo limitato, Teheran cerca di interromperlo e impedire che il traffico si consolidi. In questo scenario l’attacco americano di lunedì notte assume una dimensione politica. Washington vuole segnalare ai mercati e alle compagnie di navigazione di essere in grado di proteggere il traffico marittimo.
L’azione costituisce anche un campanello d’allarme per Teheran, che non può contare su un’assenza di manovre militari Usa in vista delle elezioni di metà mandato. Washington può alzare la tensione in qualsiasi momento. Se l’Iran permettesse che il traffico nello stretto torni gradualmente alla normalità, indebolirebbe la principale leva strategica costruita da Teheran. Non può restare a guardare senza reagire.
UN ASPETTO importante degli attacchi di rappresaglia iraniani è stata la velocità: solo quattro ore tra il colpo statunitense a Larak e il lancio del missile balistico iraniano. L’esercito iraniano ha ridotto drasticamente i tempi di risposta fondendo lo stato maggiore con il Quartier Generale Centrale Khatam al Anbiya.
LA RAPIDITÀ della reazione e il volume di fuoco, 32 missili balistici contro la base americana in Giordania, sembrano rientrare nel cambiamento della nuova dottrina militare iraniana, passata dalla difensiva all’offensiva e annunciata pochi giorni fa dal portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia. Il principio cardine del nuovo approccio, ha sottolineato Akraminia, è una risposta immediata a qualsiasi atto di aggressione contro il paese, con una rappresaglia potenzialmente molto più ampia dell’attacco iniziale.
Gli attacchi di lunedì potrebbero quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo di escalation, stavolta incentrato sulla contesa per stabilire chi sia davvero in grado di dettare e far rispettare le regole di transito attraverso lo Stretto di Hormuz.
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Un Lunedì Rosso sulle nuove forme di colonizzazione. Quella digitale, con l’Europa dipendente dalle grandi piattaforme. Quella delle risorse, con Trump alla conquista del petrolio venezuelano. E quella dell’informazione, tra comunicazione, propaganda e intelligenza artificiale. Nella foto: Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate, una madre tiene tra le mani la foto dei figli durante la marcia a Città del Messico, domenica 30 agosto 2026 (Eduardo Verdugo/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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Pozzo scatenato «Oltre 65 miliardi di barili» delle riserve venezuelane di greggio agli Usa, che raddoppiano così le proprie. Per Trump è «il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo». E durerà un secolo. Caracas ringrazia e ammaina le foto di Chávez e Bolivar
Pozzo scatenato Le mani su «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve accertate di Caracas. E tutto «a costo zero per il contribuente americano»
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Una raffineria a Los Taques, Venezuela – Foto Matias Delacroix/Ap
«Al vincitore spetta il bottino», ama ripetere Donald Trump in relazione al Venezuela (e non solo). E ora l’entità del bottino è finalmente nota. Dopo le rivelazioni di Axios su un accordo «colossale» con il governo ad interim di Delcy Rodríguez, la conferma è venuta dallo stesso tycoon: gli Stati Uniti, ha scritto su Truth, controlleranno «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve venezuelane accertate, in quello che rappresenta il «più grande accordo petrolifero nella storia del mondo», per di più «a costo zero per il contribuente americano».
DESCRITTA DA TRUMP come un’«alleanza con il settore privato» conclusa dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela», l’intesa «più che raddoppia le riserve petrolifere americane, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e ridurrà sostanzialmente i prezzi del carburante per tutti gli americani, a lungo nel futuro, contribuendo al contempo a indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e una grande prosperità».
Ha gongolato anche Rubio, parlando di «una grande vittoria sia per il popolo americano che per quello venezuelano» e spiegando che l’accordo attrarrà quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, «sosterrà migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e darà impulso alla ricostruzione dell’economia venezuelana», a dimostrazione, ha aggiunto, di come «l’audace politica estera del presidente Trump porti a risultati concreti nel rispetto del principio “America First”: garantire riserve stabili e petrolio a basso costo nel nostro emisfero, nonché ridurre i prezzi della benzina in patria».
MA ANCHE DALLA CONTROPARTE venezuelana non sono mancati i toni trionfalistici, nella speranza probabilmente impossibile che il popolo chavista – il quale, dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno – non comprenda appieno di quale cessione di sovranità si tratti. Così Delcy Rodríguez, confermando lo «storico» accordo che assicura agli Usa una quantità di greggio quasi equivalente all’intero ammontare delle loro riserve accertate, ha celebrato l’«impatto significativo» di tale intesa «sulla rinascita della nostra nazione».
Esprimendo la sua «più profonda gratitudine» nei confronti di Trump e di Rubio, quasi come se fosse un regalo, la presidente ha spiegato che «si prevede lo sviluppo di 17 campi strategici, un investimento di oltre 100 miliardi di dollari e più di 209 miliardi in entrate fiscali per lo Stato». E che tali investimenti contribuiranno «non solo alla ripresa e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali».
C’È CHI, TUTTAVIA, non nasconde le perplessità sui costi e i rischi dell’intera operazione. Come evidenzia il Washington Post, molti giacimenti sono privi di infrastrutture di base o di una fornitura stabile di energia elettrica e quelli in cui sono presenti hanno sofferto anni di incuria e furti di macchinari. Non a caso, finora, malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. Senza contare che a concludere «questo accordo incostituzionale», come lo ha definito l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, sarebbe «un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima»: «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio», ha scritto su X.
SUI DETTAGLI dell’accordo, peraltro, si sa ancora poco. Citando un funzionario della Casa Bianca, la Cnn riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» di una nuova joint venture destinata a diventare la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo, a cui la presidente Rodriguez avrebbe rilasciato concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari quasi a un quarto delle riserve petrolifere venezuelane non ancora sfruttate e per la durata addirittura di 100 anni. Mentre il Wall Street Journal ha riportato ieri la notizia che Chevron – l’unica compagnia statunitense rimasta attiva nel paese durante gli anni delle sanzioni – e Halliburton, una delle più grandi società fornitrici di prodotti e servizi per l’industria energetica, sarebbero vicine alla conclusione di accordi multimiliardari per incrementare la produzione venezuelana, con Chevron intenzionata ad aggiungere due giacimenti di petrolio alle sue tre joint venture esistenti con la compagnia statale venezuelana Pdvsa.
È IN QUESTO QUADRO che, secondo quanto rivelato da Axios giovedì, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al già declinante blocco dei produttori di greggio, potenzialmente letale dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.
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