Sicurezza? C’è la casa in cima alle preoccupazioni degli europei. Lisbona, Barcellona, Madrid, Milano e Roma sono il vertice di una crisi abitativa sulla quale le destre speculano elettoralmente. Oggi la Commissione Ue vara un piano. Senza fondi, come quello italiano
Il tetto che scotta La Commissione lancia una serie di provvedimenti per il social housing e gli affitti brevi. Ma i soldi sono ancora da trovare
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Manifestazione a Utrecht, in Olanda, per il diritto all’abitare
Secondo dati Eurostat, tra il 2010 e 2024 i prezzi delle abitazioni nei paesi Ue sono aumentati mediamente del 55%, gli affitti di quasi il 27%. Il costo di appartamenti e canoni di locazione è più che raddoppiato in Ungheria, Lituania ed Estonia. Un salasso che falcidia i salari: Lisbona, dove l’affitto consuma il 116% dello stipendio, secondo la tabella fornita dal Consiglio europeo, è il caso più eclatante. Seguono Barcellona, Madrid, Milano, Roma e Dublino. In Europa una persona su dieci dichiara di non riuscire a pagare puntualmente l’affitto o il mutuo mentre il «Rapporto sull’esclusione abitativa 2025» certifica come più di un milione di europei sono senza dimora, ma il rischio sfratto per le fasce più deboli della popolazione tocca 18 milioni di persone.
Di fronte all’enormità dell’emergenza casa, l’Ue decide di intervenire a fatica e con ritardo. Lo fa su spinta dei socialisti, in grande difficoltà negli equilibri europei politici sempre più sbilanciati a destra. Ma i provvedimenti che il socialista danese Dan Jørgensen, commissario europeo responsabile di Casa ed Energia, presenterà oggi nel Piano per l’edilizia a prezzi accessibili (Affordable Housing Plan) rischiano di essere troppo generici per adattarsi alla specificità dei 27 paesi (la situazione abitativa è irregolare, per esempio la Romania ha un tasso di proprietà del 90%, l’Olanda del 10%) e soprattutto si annunciano inadatti a porre un freno agli affitti a breve termine. Inoltre, le proposte di Jørgensen non corrispondono neppure alle richieste avanzate dagli stessi socialisti europei, che vorrebbero investimenti per 300 miliardi di euro, e oggi rischiano di rimanere delusi.
CON IL MANDATO Von der Leyen e con l’arrivo di Trump e il ribaltamento dei rapporti transatlantici, il cosiddetto «pilastro sociale» dell’Ue – lavoro, welfare, inclusione – sembra sparito dai radar. L’emergenza abitativa casa è però emersa prepotentemente, tanto da risultare negli ultimi mesi elemento chiave delle competizioni elettorali. Un tema cavalcato spesso dall’estrema destra in chiave anti migranti, dall’olandese Wilders – sconfitto proprio su questo dal liberale Jetten – fino al partito portoghese Chega. Quando è stata più attenta alle generazioni più giovani, la sinistra ha saputo volgere a suo vantaggio la domanda di intervento per contrastare la crisi degli alloggi, come nel caso della presidente della repubblica irlandese Cahterine O’Connelly.
MA COSA CONTIENE il Piano d’azione sulla casa? Jørgensen annuncerà oggi un pacchetto di provvedimenti, il primo dei quali riguarda la
Leggi tutto: In Europa è esplosa la crisi abitativa. L’Ue ci arriva piano - di Andrea Valdambrini
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Un Lunedì Rosso dedicato alle usanze locali. Dalla Grecia proviene il concetto di democrazia, ma oggi arrivano anche i fondi del magnate Thodòris Kyriakoù, in pole position per l’acquisizione della maggioranza del gruppo Gedi, il colosso mediatico che comprende testate come Repubblica e La Stampa. Caratterizza invece gli Stati Uniti, ed è sancito dalla Costituzione americana, lo ius soli, la cittadinanza per nascita in suolo americano. Cosa accade ora che questo pilastro vacilla? Per l’Italia invece, il primo pensiero va al cibo, la cucina italiana è diventata patrimonio Unesco, ma il settore della ristorazione non ha molto da celebrare. Nella foto: Il surfista Rafael Tapia, cavalca un’onda durante il torneo di surf Nazare Big Wave Challenge, in Portogallo. Foto Ana Brigida via Ap Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-15-dicembre-2025
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L’unione delle destre alle presidenziali di oggi può riportare il Cile al passato dittatoriale. Il favorito Kast è un ammiratore di Pinochet e l’orgoglioso figlio di un nazista. Promette guerra ai migranti e di usare i poteri speciali. Il fallimento della sinistra gli ha aperto la strada
Cile Rigurgiti estremisti e forze conservatrici, al ballottaggio di oggi la comunista Jara non ha chance. Il flop di Boric presenta il conto
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Manifesti contro l’elezione di José Antonio Kast a Santiago del Cile
In Cile ne sono tutti convinti: al primo turno del 16 novembre scorso è stato di fatto già deciso tutto e dunque il ballottaggio che si terrà oggi rappresenta poco più di una formalità. È infatti di circa 20 punti, secondo gli ultimi sondaggi, il vantaggio di José Antonio Kast, il pinochetista (e figlio di un nazista) che non fa nulla per nasconderlo, su Jeannette Jara, la comunista che fa di tutto per non apparirlo: un divario così grande che la destra già canta vittoria senza neppure lasciare un po’ di spazio alla scaramanzia.
LEI, LA CANDIDATA di Unidad por Chile, non ha lesinato sforzi per tentare di convincere gli indecisi e soprattutto i 2,5 milioni e passa di elettori, pari a quasi il 20% dei voti, che hanno votato al primo turno per il populista Franco Parisi, deciso a non schierarsi con nessuno dei due candidati. Un tentativo portato avanti facendo soprattutto leva sul sentimento anti-Kast di svariati settori del paese, con attacchi sferrati in particolare sul terreno dei diritti umani e degli annunciati tagli di 6 miliardi di dollari in 18 mesi. E non è sfuggito, durante l’acceso dibattito presidenziale del 3 dicembre, il fatto che, alla domanda di Jara riguardo a quali programmi sarebbero stati colpiti da questi tagli, Kast abbia finito per non rispondere, trovando più facile minacciare di espulsione i 336mila migranti irregolari residenti in Cile – a meno che non siano loro a lasciare il paese «volontariamente» prima del suo insediamento alla presidenza – ed evocando una possibile riforma costituzionale per togliere la nazionalità cilena ai loro figli nati nel paese.
La strategia di Jara, tutta centrata sulla necessità di «fermare l’estrema destra», di «vincere per non retrocedere», rassicurando al contempo la classe dominante, è tuttavia nata spuntata. Né è stato ben visto il suo incontro con l’ambasciatore statunitense in Cile Brandon Judd, il quale si era fatto già notare per aver spudoratamente dichiarato, a metà novembre, appena undici giorni dopo aver assunto il suo incarico, che era «più facile lavorare» con un governo ideologicamente allineato all’amministrazione Trump – tanto più un governo che avrebbe molto da offrire agli Stati Uniti, a cominciare dal litio di cui il paese è come noto assai ricco -, esprimendo inoltre «delusione» per le critiche di Boric alla politica ambientale del tycoon.
LA SUA UNICA CHANCE, al contrario, sarebbe stata quella di presentare una
Leggi tutto: La scalata di Kast, erede di Pinochet, alla presidenza cilena - di Claudia Fanti
Commenta (0 Commenti)La chiamano «tregua»: a due mesi dall’accordo, Israele blocca l’ingresso a Gaza di nuove tende e caravan. La tempesta Byron travolge le tendopoli e fa crollare gli scheletri delle abitazioni bombardate: in un solo giorno 14 palestinesi uccisi, tre di loro erano bambini
Fredda Guerra Dal 10 ottobre non entrano né tende né caravan. Alluvioni e gelo fanno crollare gli scheletri degli edifici e trascinano via i rifugi
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Deir al-Balah, una tendopoli allagata dalla tempesta Byron
Servirebbero montagne di sabbia, sistemi per il prelievo idrico, materiali in legno per riparare e bloccare il vento, sostegni in ferro e di altro genere per tenere in piedi le tende. È solo il minimo indispensabile per affrontare una tale emergenza, resa catastrofe in una terra bombardata senza sosta per due anni, con un sistema fognario inesistente, infrastrutture civili distrutte e quasi due milioni di sfollati.
Ma Israele non permette l’ingresso dei kit di emergenza. Ancora una volta, lo denunciano le Nazioni unite: «Set di strumenti base, sacchi di sabbia e pompe dell’acqua, materiali da costruzione come legname e compensato rimangono bloccati a causa di restrizioni di accesso di lunga data».
LO CONFERMA l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che fa parte del sistema Onu: «Questi materiali sono fondamentali per riparare e rafforzare le sistemazioni temporanee contro le continue piogge e mitigare le inondazioni», ha aggiunto l’agenzia intergovernativa, sottolineando che la tempesta Byron ha messo a rischio elevato quasi 795mila sfollati interni. Israele impedisce l’ingresso anche delle aste di supporto per le tende, sostenendo, come per centinaia di altri prodotti di uso comune, che potrebbero essere usate per scopi militari.
Ventisettemila tende sono state distrutte in 24 ore, secondo i dati della protezione civile. Forti piogge e violente raffiche di vento hanno trasformato i rifugi in trappole mortali e almeno tredici edifici sono crollati. «È un altro tipo di guerra – ci dicono da Gaza – Chi non ha una casa sicura è costretto ad andar via. Ancora una volta». A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, cinque persone sono morte ieri quando la casa-rifugio in cui si trovavano ha ceduto. A Rimal, Gaza City, il muro di un’abitazione bombardata è caduto sulle tende degli sfollati, causando due vittime.
A Sheikh Radwan, sempre nei pressi della città di Gaza, un edificio di cinque piani è crollato all’improvviso. All’interno si erano rifugiate otto persone, tutte appartenenti alla stessa famiglia. La protezione civile ha scavato tra le macerie per ore: i soccorritori si sono infilati sotto i solai, hanno ricavato tunnel per raggiungere i sopravvissuti. Alla fine hanno salvato sei persone, mentre altre due sono state ritrovate cadavere. Sempre a Sheikh Radwan, le squadre di soccorso hanno portato in salvo i residenti di una casa semi crollata.
SONO STATE QUATTORDICI in tutto le vittime di ieri. Altri due bambini sono morti assiderati, tre in 24 ore. La famiglia di Hadeel al-Masri viveva in una casa rimasta senza tetto dopo un bombardamento israeliano e il bambino di nove anni è diventato viola dal freddo. Suo nonno ha raccontato ad al-Jazeera che il piccolo è arrivato all’ospedale al-Rantisi con una temperatura di 33-34 gradi. I medici hanno detto che gli organi erano in sofferenza e nel giro di poche ore Hadeel si è spento. Dopo Fahaf Abu Jazar, di otto mesi, deceduta giovedì nella
Leggi tutto: Tempesta e «tregua» senza aiuti uccidono 14 palestinesi a Gaza - di Eliana Riva
Commenta (0 Commenti)Territori da cedere, Zelensky per la prima volta apre all’ipotesi, demandando però agli ucraini la decisione finale con un referendum. Ma il segretario della Nato Rutte va a tutto riarmo: «Europa prossimo obiettivo». Bruxelles avvia l’iter per il congelamento sine die degli asset russi. E Trump si spazientisce con i leader dei Volenterosi che chiedono un incontro: «Solo se c’è da firmare un accordo di pace»
Exit poll Zelensky apre a uno dei punti più critici del negoziato, ma evoca una sorta di referendum. Mossa geniale, o disperata, che spiazza
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Per Volodymyr Zelensky è il momento di fare chiarezza con l’Ucraina. Ciò che resta del Donetsk verrà ceduto o no alla Russia? «Credo che il popolo ucraino risponderà a questa domanda. Attraverso le elezioni o un referendum, ma deve esserci una posizione del popolo». La dichiarazione ha spiazzato tutti, soprattutto gli avversari, nessuno immaginava questo ennesimo colpo di scena che demanda una decisione altamente impopolare. Il richiamo alla decisione collettiva difficilmente potrà essere osteggiato, persino dai vertici militari più intransigenti. A essere maliziosi potremmo anche vederci una mossa elettorale geniale o disperata e una cosa non esclude l’altra. Gli Usa stanno esercitando pressioni per la firma di un accordo? Non proprio, «non c’è un ultimatum» ma Washington vuole chiarezza entro Natale. E poi la novità: la «zona economica libera» nei territori attualmente contesi, con il ritiro delle forze ucraine e il divieto di ingresso per i soldati russi.
LA CONFERENZA STAMPA che il presidente ucraino ha tenuto ieri a Kiev fa chiarezza su molti punti. Il caos degli ultimi giorni era stato sfruttato dai nemici per accusarlo e persino tra chi gli è ancora fedele iniziava a serpeggiare un certo malcontento. Zelensky invece ha voluto palesare il lavoro svolto finora – almeno la parte pubblicabile – e dimostrare che non solo qualcosa si sta muovendo, ma che «è il momento di restare uniti». Innanzitutto una conferma: mercoledì è stato effettivamente presentato un «piano di pace rivisto» agli Usa. Si tratta «del punto di vista ucraino ma conteneva anche questioni europee e quindi rifletteva anche un punto di vista europeo». Non è un piano definitivo ma una risposta «a quanto precedentemente ricevuto» da Kiev. Il leader ucraino ha confermato che i «due punti chiave di disaccordo sono i territori del Donetsk, e tutto ciò che è correlato, la centrale nucleare di Zaporizhzhia».
AI RUSSI NON VERRÀ CHIESTO di ritirarsi dal Donbass e dalle posizioni occupate nel Kherson e Zaporizhzhia (le 4 regioni inserite da Putin nella costituzione russa come territori della Federazione) ma di lasciare le aree controllate a Kharkiv, Dnipropetrovsk e Sumy. Ma di questo Zelensky non si è mostrato contento, chiarendo indirettamente il motivo del mancato accordo: «Perché la controparte non si ritira per la stessa distanza nella direzione opposta?».
Per gli Usa le forze ucraine devono lasciare il Donetsk e il patto è che i russi non entrino in questo territorio già chiamato «zona economica libera»Volodymyr Zelensky
Ai giornalisti il presidente ha ribadito, come già sostenuto qualche giorno fa, di non avere il diritto «costituzionale» né «morale di cedere la terra ucraina», e che «solo i cittadini ucraini devono avere l’ultima parola». In ogni caso sembra che sulla riduzione dell’esercito si sia trovato un
Leggi tutto: Cedere il Donetsk? «Solo il popolo ucraino può rispondere» - di Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Il riconoscimento universale dei diritti e il divieto di trattamenti disumani sono un intralcio ai rimpatri dei migranti. Le destre si fanno strada anche nel Consiglio europeo e attaccano la Corte Edu. Con la collaborazione dei socialdemocratici, nella giornata mondiale dei diritti umani
Diritti al muro Palazzo Chigi esulta per il sostegno crescente, ma l’organizzazione internazionale fa scudo alla Convenzione europea e alla Corte
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Protesta in Tunisia davanti al quartier generale dell’Ue
L’attacco al cuore dello stato di diritto è arrivato al Consiglio d’Europa. Ieri nell’ambito dell’organismo internazionale – da non confondere con istituzioni comunitarie come il Consiglio Ue o quello europeo – si è tenuta una riunione informale convocata dal segretario generale Alain Berset dopo la lettera promossa lo scorso maggio da Italia e Danimarca. Sette le firme raccolte in quel momento, poi cresciute nei mesi. Obiettivo: fissare dei paletti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e aprire una discussione per la modifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Entrambe hanno come sigla «Cedu», altro elemento che crea confusione su un tema serissimo.
FONDAMENTALMENTE gli Stati nazionali vogliono cambiare alcune norme che tutelano in senso universalistico i diritti fondamentali, in particolare alzando l’asticella di quanto va considerato tortura o trattamento inumano e degradante e riducendo le garanzie al diritto all’unità familiare (articoli 3 e 8 della Carta). Secondo l’Italia governata dalla destra di Giorgia Meloni e la Danimarca della premier socialdemocratica Mett Frederiksen, cui è arrivato il sostegno senza condizioni del laburista Uk Keir Starmer, queste misure limitano la possibilità di realizzare i rimpatri. In particolare dei cittadini stranieri che hanno commesso reati gravi.
Sporchi, brutti e cattivi… si parte sempre da qua per andare a colpire i diritti faticosamente conquistati e codificati dalle norme sovraordinate dopo il dramma del nazifascismo e della Seconda guerra mondiale proprio per sottrarre agli Stati nazionali il potere, spesso l’arbitrio, sulla vita delle persone. Gli esiti di un’offensiva che accomuna estrema destra e centro-sinistra, comunque, restano tutti da vedere.
IERI PALAZZO CHIGI, in scia al ministro della giustizia Carlo Nordio, ha salutato con favore gli esiti della riunione che si è tenuta a Strasburgo. Raccogliamo «il sostegno della maggioranza degli Stati membri per portare il Consiglio d’Europa ad affrontare efficacemente le sfide relative alla migrazione e alla sicurezza», recita un comunicato della presidenza del Consiglio. In 27 paesi su 46 – maggioranza sì, ma risicata – hanno siglato una dichiarazione congiunta in cui, dopo le premesse di rito sull’importanza dei diritti umani, chiedono di
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