L’accordo tra Usa e Iran è fatto ma non è firmato. Anzi, non è un accordo, c’è solo il «quadro». Le due parti non concordano sui fondamentali, non si sa se Hormuz riaprirà davvero e senza pedaggio. E per la terza parte, Israele, non c’è alcun accordo. Trump ha perso e nasconde il suo disastro sotto una tregua. Di 60 giorni
America Oggi Il presidente festeggia gli 80 anni fra lotte sanguinolente. Mentre sottoscrive un’intesa peggiore e più costosa del Jpcoa
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Casa bianca,Trump e il presidente Ufc Dana White – Jacquelyn Martin/Ap
Per celebrare l’ottantesimo compleanno di Donald Trump sono stati mobilitati i cinque rami dell’esercito e i massimi simboli nazionali convertiti in oggetti di scena di una apoteosi sceneggiata per massimo effetto con l’annuncio finale dell’accordo siglato con l’Iran. Dopo i giochi, il dono di pace di un sovrano severo ma benevolo. Nella conversione definitiva dell’apparato statale in apoteosi trumpiana, i gladiatori scalzi sono stati ripresi mentre si riscaldavano nei saloni cerimoniali della residenza presidenziale. Lunghi piani sequenza steadycam li hanno accompagnati dallo studio ovale, sotto la colonnata e davanti ai ritratti dei presidenti americani, fino alla gabbia ottagonale dei combattimenti.
I FUOCHI d’artificio e le “ring girls” fasciate di vestiti-bandiera hanno distillato un sovraccarico sensoriale di iconografia patriottarda tale da rasentare le immagini iperreali di Ai che iI presidente suole postare sul suo social. A seguire sui maxischermi dislocati all’esterno del perimetro, una convention manosferica di decine di migliaia di giovani maschi.
La profanazione della residenza presidenziale in fondale per un pay-per-view di sport estremi (la visione richiedeva l’abbonamento a Paramount+, la piattaforma ora controllata dagli Ellison, magnati filotrumpiani) ha esaltato i fedelissimi Maga, inneggianti alla rivalsa della «America vera» sui pavidi woke, consacrando il dileggio degli avversari a policy di governo. Ciliegina sula torta tossica è arrivata la dichiarazione del fighter Josh Hoikit che nel microfono del ring ha urlato: «Michelle Obama è un uomo!».
Ma se lo show ha galvanizzato lo zoccolo duro dei supporter, per i quali la fede politica combacia con il tifo delle arti marziali, i sondaggi rivelano una netta maggioranza di contrariati dal travisamento indecoroso dei più riveriti simboli nazionali in fiera di periferia. La rappresentazione ha insomma oltrepassato un ulteriore Rubicone in una frammentazione nazionale che sembra sempre più irreversibile.
PROPRIO DI POLARIZZAZIONE si nutre dopotutto il regime del presidente che sull’eco di fuochi di artificio è partito per Evian sulle ali dell’annuncio dell’accordo con l’Iran, cioè di quello che ha definito «il miglior memorandum di Intesa della storia». Il cosiddetto accordo di pace è effettivamente un’estensione di 60 giorni e del cessate il fuoco e intesa di massima dei punti su cui imbastire una trattativa definitiva.
Il principale riguarda la riapertura “bilaterale” dello stretto di Hormuz. Questo coinciderebbe con la sospensione di ulteriori sanzioni economiche contro il regime di Tehran, e «l’impegno» di quest’ultimo a non perseguire un’arma nucleare.
Sul nucleare non è chiaro come
Leggi tutto: Trump, pace e circensi. L’accordo «migliore» è già una fregatura - di Luca Celada
Oggi un Lunedì Rosso dedicato ai cambiamenti.
Quelli che vengono richiesti al governo di Cuba, con la popolazione ormai allo stremo per il blocco del carburante imposto dagli Stati Uniti.
Cambiamenti che stanno chiedendo le strade della capitale albanese Tirana, non solo nelle leggi particolari che regolano lo sviluppo turistico ma anche in una classe politica che ha gestito una transizione alla democrazia forse mai del tutto compiuta.
Cambiamento che è intervenuto nell’articolazione del centro destra italiano.
Bisogna fare i conti con la new entry: nasce Futuro Nazionale di Vannacci.
Nella foto: Justin Gaethje fa una capriola dopo aver sconfitto Ilia Topuria in un incontro valido per il titolo dei pesi leggeri durante l’Ufc Freedom 250 sul prato sud della Casa Bianca, in occasione del compleanno del presidente Donald Trump. Foto di Saul Loeb/Pool Photo via AP
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Il premier pachistano Sharif ringrazia Qatar, Arabia Saudita e Turchia per il contributo: cerimonia il 19 giugno in Svizzera. Trump: "Congratulazioni a tutti. Riaperto Hormuz, che il petrolio scorra". La tv iraniana conferma
Dopo ore di tensione e di nervosismo, con il pubblico rimprovero di Donald Trump a Benjamin Netanyahu per i raid su Beirut, con la protesta dell'Iran che ha minacciato ritorsioni su Israele, arriva in tarda serata l'annuncio del Pakistan, mediatore tra le parti: "A seguito di intensi colloqui, siamo lieti di annunciare che l'Accordo di Pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica dell'Iran è stato raggiunto.
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Tantissimi in piazza a Roma per contestare il raduno di pochi sostenitori della remigrazione. Nel giorno in cui il generale Vannacci battezza il suo partito a cui non basta più essere blandito dalla maggioranza al governo. E tenta un rilancio razzista e nostalgico del fascismo
Servizio civile Decine di migliaia, giovanissimi e dalle periferie: «No alle deportazioni in stile Ice». Dal sindacato ai centri sociali, la convergenza «per fermare la guerra dei penultimi agli ultimi»
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La piazza romana contro la remigrazione – Andrea Sabbadini
La linea C della metropolitana, che dai margini di Roma est porta al Colosseo, è insolitamente piena per essere un caldissimo sabato all’ora della canicola. La folla è fatta di gente che arriva al corteo contro la remigrazione. Questi vagoni pieni di gente smentiscono le diagnosi di politici e sobillatori xenofobi, che non conoscono davvero i quartieri di periferia e descrivono queste zone come in preda a orde di maranza e/o popolate da italiani insofferenti agli stranieri. Del resto, c’è voluta la ristrettezza di vedute di uno youtuber sovranista, tale Simone Carabella, per pensare che bastasse sguainare un panino con la porchetta (sic) per scandalizzare i musulmani in festa a Centocelle, la scorsa settimana. È accaduto invece che l’agitatore con smartofono è stato accolto da fragorose risate e pacche sulle spalle.
QUESTO ANTEFATTO serve a capire da dove arrivano le oltre decine di migliaia di persone che ieri hanno attraversato il centro di Roma, surclassando in termini numerici, l’adunata nazionale dei remigrazionisti. Arrivano esattamente dalle periferie, dai quartieri che ogni giorno vengono descritti in chiave apocalittica «per scatenare la guerra dei penultimi contro gli ultimi». Di fronte alla propaganda che descrive gli antirazzisti come dissociati dalla realtà o magari prezzolati di qualche complotto globalista, la piazza romana, giovane, fitta e combattiva, restituisce esattamente un’altra idea di città. E così li incontri, quelli del Tufello, con bandierone d’ordinanza, o quelli di Centocelle, reduci dalle ore piccole del venerdì sera ma impegnati a resistere «metro dopo metro» agli xenofobi. Oppure gli occupanti di Acrobax, a Marconi, che difendono la Roma che accoglie.
IN MEZZO AL GRANDE corteo che parte dal Colosseo in direzione piazza Vittorio e che poi, a causa dei numeri che sovrastano ogni previsione, si allunga oltre le mura fino a piazzale del Verano, ci sono anche le transfemministe di Non una di meno. Portano lo striscione «Noi siamo vita», «perché la storia dell’universo è storia di persone che viaggiano e si spostano e l’idea che ci si debba ancorare al suolo natio puzza di morte». È per lo stesso motivo che quando la manifestazione invade piazza Vittorio dalla sede Cgil di Roma e Lazio viene calato il grande stendardo con la scritta «Il mondo è di chi si muove». Ed è sempre per questa ragione che, all’angolo tra i Fori imperiali e via Cavour dove sette mesi fa crollò la Torre dei Conti seppellendo l’operaio Octay Stroici, gli applausi salutano i colleghi della Fillea che rivendicano la sicurezza sul lavoro e caschetto in testa ricordano il loro compagno. Lavoratore e migrante morto di lavoro a 66 anni.
L’IDEA CHE OGNUNO, in fondo, se ne debba stare a casa sua e che tutto si debba risolvere tra piccole patrie e negazione di spazi pubblici salta esattamente quando tutta questa gente si ritrova in piazza rivendicando le differenze e la natura meticcia della cittadinanza. «Sappiamo bene chi siamo – dice una ragazza espressione delle seconde generazioni – Perché sappiamo che esiste un noi e un voi, siamo i figli e le figlie di chi lavora di chi pulisce le vostre e case, di chi attraversa il mare. Viviamo in quartieri razzializzati, periferie in cui relegare i migranti e mandare la polizia a mantenere l’ordine». La composizione trasversale e plurale include il sindacato e i centri sociali, le squadre dello sport popolare e i solidali con Gaza. In fondo alla manifestazione, i partiti: Avs, M5S, Rifondazione. E ancora, don Mattia Ferrari di Mediterranea e Zerocalcare, Marta Bonafoni della segreteria Pd e Natale di Cola, segretario della Cgil di Roma e Lazio. Nel frattempo, si muiovono dal Verano Usb, Potere al Popolo, gli studenti di Osa e un pezzo di movimenti di lotta per l’abitare puntano verso Porta Pia e il ministero delle infrastrutture di Matteo Salvini, considerato il «mandante» della campagna nera per la remigrazione. «Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento – hanno scandito – La Roma antifascista e antirazzista porta a Salvini una ruspa e un carrarmato, simbolo di tutto quello questo governo ci ha dato al posto dei diritti sociali».
LE PIAZZE RACCOLGONO il testimone delle mobilitazioni locali, da Padova a Napoli, passando per Firenze, contro la remigrazione, che da queste parti viene interpretata senza mezzi termini come una deportazione in stile Ice. In molti ricordano il modello di resistenza di Minneapolis, le reti larghe di quartiere che hanno sabotato i rastrellamenti e che hanno faticosamente respinto l’occupazione trumpiana. Intanto, il corteo partito dal Colosseo rivendica: «Quelli che stanno con l’estrema destra in piazza si chiedono: ‘Dove sono gli antifascisti?’. Eccoli, hanno invaso le strade di Roma. E non faranno un passo indietro».
Commenta (0 Commenti)C’è l’accordo con l’Iran, su cosa lo so io e ogni altra versione è fake news, Ue e G7 sono irrilevanti, ho vinto tutto da solo. Trump annuncia un patto con Teheran che nell’ipotesi migliore riporta tutto al punto di partenza. Tre mesi di guerra per perdere tutti. Lui lo chiama vincere
Partita persia Nel giorno della marmotta delle trattative si intravede uno spiraglio, ma un possibile patto non sarà mai paragonabile a quello di Obama
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Donald Trump. – AP Photo/Jacquelyn Martin
L’annuncio della vittoria è stato il trentanovesimo secondo la Cnn che ha deciso di conteggiare i proclami che si susseguono nel giorno globale della marmotta in cui l’aggressione israelo-americana all’Iran sembra avere precipitato il mondo.
La fantascienza ucronica sembra oramai il paradigma più calzante per un conflitto in cui guerra e pace, diplomazia e politica sembrano essere stati definitivamente sostituiti da un incessante rullo di propaganda interessata.
COME IL SOLDATO serialmente reincarnato in Mickey 17 o Tom Cruise perpetuamente rinato sul campo di battaglia in Edge of Tomorrow – Senza domani l’«accordo di pace» è stato dunque riesumato ieri da Donald Trump. La notizia è stata quasi subito messa in dubbio da indiscrezioni iraniane su un presunto elenco di rivendicazioni inaccettabili (fra cui 300 miliardi di risarcimenti). Puntuale la contro-sfuriata presidenziale: fake news «deboli e patetiche»,
«INACCETTABILE, sarà meglio che mettano la testa a posto!». Stavolta, però, a differenza di precedenti tentativi di piegare univocamente la realtà alla propria volontà, la veridicità di un imminente possibile memorandum di intesa è sembrato essere confermata da fonti attendibili della controparte.
PRIMA ABBAS Araghchi, il ministro degli esteri iraniano ha definito «vicino» un accordo e invitato la stampa a «non speculare sui contenuti prima dell’annuncio ufficiale». Poi il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che era stata sottoscritta «una versione finale e concordata dell’accordo di pace». La nota di Sharif aggiungeva che «i prossimi passi» sarebbero stati «finalizzati». Nella postilla naturalmente sta il nocciolo invariato della questione. «L’accordo di pace» sarebbe in realtà un prolungamento del «cessate il fuoco» per portare le parti al negoziato vero e proprio.
E al di là dei termini specifici su navigabilità dello stretto di Hormuz, risarcimenti di guerra e nucleare, è difficile visualizzare un accordo che si avvicini alle garanzie già contenute nel Jcpoa, l’accordo firmato da Obama nel 2015 che Trump ha incessantemente vituperato e promesso di superare.
IL TRATTATO OBAMA/KERRY richiese anni di negoziati multilaterali per ottenere quelle che sono plausibilmente le migliori possibili condizioni, per definizione oggi inaccettabili da Trump.
Da parte iraniana rimane il dato incontrovertibile del vantaggio regalatogli da Trump: una parità negoziale con la superpotenza ed il ricatto permanente della chiusura dello Stretto, oggi
Leggi tutto: Accordo di pace n. 39. Trump promette e nega: «Inaccettabile» - di Luca Celada
Commenta (0 Commenti)Torna ad attaccare l’Unione europea dei «burocrati» e del Green deal. Si scatena contro gli alleati che la escludono dai vertici. Meloni in parlamento recupera i toni urlati del sovranismo delle origini. È in campagna elettorale e teme la concorrenza di Vannacci: sono io la vera destra
Il dibattito La premier in Parlamento si vanta sulle rinnovabili («Ho fatto più di Conte») e insiste su Israele: «Isolarlo sarebbe controproducente, no alla sospensione dell'accordo con l'Europa». Parte l’attacco a Vannacci: «Aiuta la sinistra». Schlein: «È la leader Fdi che indebolisce l’Ue, sull'energia ora è costretta a fare quello che non ha mai voluto fare». Il 5S Silvestri: «La presidente con le ginocchiere davanti a Trump». La replica: «Attacchi sessisti». La destra accusa il centrosinistra: «Siete uniti solo per alzare le tasse». Conte: «Con noi nessuna nuova tassa, colpiremo gli extraprofitti di banche e big dell'energia»
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Il formato non cambia. Per Giorgia Meloni le comunicazioni al Parlamento alla vigilia dei consigli europei sono sempre un’occasione per bastonare le opposizioni. Sui soldi spesi da Conte col superbonus, ormai una sorta di litania, ieri con un addendum sulle mascherine Covid. E poi le rinnovabili, tema molto caro al centrosinistra. «Col nostro governo l’energia da rinnovabili è aumentata di 24 gigawatt, col governo Conte 2 solo di 1,5 gigawatt. Sono loro che non hanno fatto nulla. E i presidenti che più si oppongono ai nuovi impianti sono quelli di Sardegna e Toscana, di centrosinistra».
LA REPLICA DI SCHLEIN: «Certo che sono cresciute le rinnovabili, ma meno della media europea. E ora von der Leyen in cambio della flessibilità vi costringe a fare quello che non avete voluto fare: investire nelle rinnovabili». E ancora, sulla tasse: «L’unica cosa che unisce il campo largo è l’idea di nuove tasse, dalla patrimoniale a quella di successione», attacca la premier. Il capogruppo di Fdi Bignami tira fuori in aula un vecchio libro di Schlein in cui ipotizzava un prelievo «sui grandi patrimoni sopra i 500mila euro». «Vergogna, sono i risparmi delle famiglie». Conte precisa: «Noi faremo la redistribuzione senza nuove tasse, tagliando le spese militari e colpendo gli extraprofitti di banche e aziende energetiche». Controreplica di Meloni: «Perché non lo avete fatto quando eravate al governo?». Proteste dai banchi delle opposizioni.
PER MELONI L’OBIETTIVO principale della giornata è scrollarsi di dosso l’aura di una leader esclusa dai vertici europei che contano, per via del suo forfait al recente incontro in Montenegro e per l’esclusione dall’incontro di Londra sull’Ucraina. Su questo ha un duro botta e risposta con Renzi in Senato, con la premier costretta a ripescare dall’archivio un vertice da cui l’ex rottamatore era stato escluso. «Tanti leader hanno saltato qualche vertice, ce ne sono moltissimi, in nessuna nazione si fanno polemiche del genere – dice Meloni – ero al giuramento dei carabinieri e lo rifarei». E poi la richiesta alle opposizioni: «Ci sono alcuni paesi che vogliono primeggiare», e il riferimento alla Francia non è casuale. E poi: «È successo che l’Italia fosse esclusa con Renzi, che pure regalava ai francesi pezzi di mare tra i più pescosi, con Conte e anche con me. Il gioco è sempre lo stesso: non azzanniamoci tra di noi».
IL MOOD È LO STESSO alla Camera e al Senato. Meloni rivendica di aver saputo dire dei no e accusa i predecessori di aver barattato la flessibilità con l’accoglienza di più migranti, attacca a muso duro «Mare nostrum», l’operazione navale dell’Italia a cavallo tra 2013 e 2014 dopo la strage di Lampedusa. Schlein: «Quella operazione ha salvato 150mila vite umane». Propone che la Ue parli con una voce sola sull’Ucraina: «Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza. Il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato, ma che nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa».
Ma non riesce a nascondere il suo antieuropeismo quanto ribadisce il no al superamento del diritto di veto e si scaglia contro Bruxelles. «Le decisioni che prendiamo vanno rispettate e non ribaltate da interpretazioni surreali ammantate come tecniche di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni». Pioggia di critiche delle opposizioni. «Siete voi i burocrati europei, siete voi che bloccate la difesa e gli investimenti comuni e il superamento dell’unanimità per comprare le armi da Trump. L’Italia merita un governo che sia alla guida del processo di integrazione».
IL VERO PUNTO DEBOLE della relazione di Meloni è la Palestina. La premier ribadisce il suo no alla sospensione dell’accordo tra Ue e Israele. «Non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea. L’isolamento sarebbe pericoloso e finisce per
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