Un Lunedì Rosso dedicato a Milano.
L’impatto delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina sul territorio è devastante oltre che costosissimo.
Il tentativo di depoliticizzare questo grande evento internazionale è però fallito, nonostante la regia olimpionica che oscura l’inno alla pace di Ghali/Rodari.
Dal palco alla strada, migliaia di persone protestano a Milano per il diritto alla città e contro la presenza dell’Ice.
Mentre appena fuori dall’area dei giochi olimpici, a Rogoredo, dove di recente un uomo è stato ucciso da un poliziotto, la piaga della tossicodipendenza prosegue nell’abbandono.
Nella foto: Bad Bunny si esibisce durante l’intervallo del Super Bowl 60 tra i New England Patriots e i Seattle Seahawks, a Santa Clara, California via AP Photo/Charlie Riede
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Da 67 anni è l’ossessione degli Usa: riportare Cuba nel «cortile di casa». Ora ci prova Trump con un blocco totale che sta mettendo alle corde la popolazione. Díaz-Canel annuncia riforme, senza tradire l’essenza socialista dell’isola
Sindrome dell'Avana «Mai più una goccia di petrolio»: strangolata dalla Casa bianca, L’Avana prova a resistere
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Lunga fila di automobilisti in attesa di poter fare benzina a L'Avana – foto Ap
Di fronte al ricatto del presidente Trump – o cedere a un accordo capestro con gli Usa o lo strangolamento energetico – «Cuba ha opzioni limitate», sostiene il viceministro degli esteri, Fernández de Cossío. In sostanza: cercare un dialogo (con gli Usa) basato sul rispetto delle sovranità e senza ingerenze» e procedere ««a una riorganizzazione del paese che costerà molto lavoro». È una strategia che giovedì, in una conferenza stampa, ha confermato il presidente Miguel Díaz-Canel, il quale ha ribadito che: «Siamo aperti al dialogo con gli Usa, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né resa».
VI SONO MOLTI DUBBI che il tycoon di Washington accetti tale posizione. Dichiarando che Cuba rappresenta «una minaccia straordinaria» per la sicurezza degli Stati Uniti, The Donald già ha delineato la sua strategia (e quella dei suoi falchi cubano-americani): cambiare il governo di Cuba. Sia in versione “dolce” come Trump afferma stia accadendo in Venezuela, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez disposta a un’ampia collaborazione con gli Usa e, soprattutto, a affidare la gestione del greggio venezuelano (e probabilmente anche di metalli preziosi e terre rare) direttamente al presidente nordamericano. Sia strangolando energeticamente Cuba, non permettendo che «nemmeno una goccia di petrolio» arrivi nell’isola.
IL TYCOON naturalmente afferma che si tratta di una battaglia per restituire «la libertà» al popolo cubano. Nella realtà – che Trump e il segretario di Stato Rubio conoscono bene – il greggio è necessario per far funzionare la rete elettrica, le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali e le scuole di Cuba. E la gran parte del petrolio (circa il 60% del fabbisogno nazionale) è importato. Impedendo l’arrivo di greggio a Cuba, Trump è consapevole di non stare solo attuando una sanzione in più – rispetto alle più di 200 già decise nella sua prima presidenza – ma di interrompere il metabolismo stesso di una nazione. La quale non ha mai rappresentato una minaccia militare per gli Usa, come ha ripetuto il presidente cubano.
La decisione di Trump di applicare dazi a chi fornisce, direttamente o indirettamente, il petrolio a Cuba è dunque una sanzione decisamente imperialista: una condanna a morte per il governo dell’Avana e alla miseria e alla fame per gran parte della popolazione come mezzo per «cambiare regime».
IL GOVERNO CUBANO è ben consapevole di questa situazione. Non soltanto perché ha sotto gli occhi il risultato (almeno fino a ora) del “pragmatismo” esercitato in Venezuela dai due fratelli Rodríguez (presidente a interim e presidente del parlamento). Ma anche perché la strategia di Trump avviene in un quadro imperialista: contro il multilateralismo in generale, e con il rinnovamento della dottrina Monroe (ribattezzata Donroe, in onore di The Donald) per controllare l’intero Emisfero Occidentale (non solo il Caribe e l’America latina, ma anche Canada e Groenlandia).
SECONDO ALCUNI analisti, la proposta-ricatto di Trump potrebbe rivolgersi a settori militari. In Cuba le Far (Forze armate rivoluzionarie) controllano settori chiave dell’economia dell’isola – turismo, piccola ditribuzione, valuta estera – e dunque, in un contesto di crisi generale dell’isola, si potrebbe verificare il rischio di «corruzione politica».
ANCORA UNA VOLTA il potente Nord dimostra di non capire Cuba. E di sottostimare il nazionalismo cubano. Lo Stato-nazione di Cuba, a differenza della gran parte del subcontinente meridionale, non è stato il prodotto di un’élite criolla ma il frutto della lotta popolare per l’indipendenza (dalla Spagna) nella quale era confluita una lotta sociale contro la schiavitù e contro l’economia (coloniale) di piantagione. La Rivoluzione di Fidel Castro del 1959 si è alimentata di questi precedenti.
LO STATO CUBANO è nazionale, per questo non propenso al golpe. La rivoluzione cubana, nonostante
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Commenta (0 Commenti)Cambia il quesito del referendum costituzionale sulla separazione della magistratura. La fretta di Meloni e Nordio che non hanno voluto attendere la raccolta di firme dei cittadini censurata dalla Cassazione. Ora la data del voto dovrebbe slittare, mentre il No risale
Falsa partenza La Cassazione ammette il nuovo quesito proposto dai 15 cittadini promotori della raccolta popolare delle firme
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Una foto scattata durante il referendum dell’8-9 Giugno – (foto Cecilia Fabiano / LaPresse)
Con un provvedimento senza precedenti e che si addentra in territori inesplorati, l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione riapre la partita del referendum costituzionale sulla giustizia: il quesito proposto dal comitato dei 15 cittadini che in poche settimane hanno raccolto oltre 500.000 firme è stato dichiarato valido. E questo avrà effetto anche sulla data, che dovrà slittare in avanti rispetto al 22 e 23 marzo deciso dal consiglio dei ministri alla fine di dicembre e subito decretato dal presidente della Repubblica Mattarella.
LA CASSAZIONE ha ritenuto che l’ordinanza di novembre dell’ufficio centrale (quella relativa al quesito del parlamentari) non ha consumato il potere di altri soggetti di richiedere in autonomia un referendum. Il motivo è molto semplice, in realtà: non esistono disposizioni di rango costituzionale né di legge ordinaria su cui fondare un limite che sarebbe soltanto un ostacolo all’esercizio dei propri diritti (stabiliti dall’articolo 138 della Carta) da parte, ad esempio, di 500.000 cittadini che presentano le loro firme. Tutto ciò, ad ogni buon conto, non contrasta con quanto stabilito sempre dall’Ufficio centrale lo scorso novembre, da considerare come giudicato «rebus sic stantibus»: l’ammissione era legittima, ma è stata superata. E dunque, con la riformulazione del quesito dovrà ripartire l’intero iter. Il consiglio dei ministri dovrà produrre una nuova delibera e il capo dello stato un nuovo decreto.
LA DIFFERENZA tra il quesito del comitato dei 15 e quello dei parlamentari consiste nel fatto che, in quello ammesso ieri, sono indicati esplicitamente i sette articoli della Costituzione che cambieranno in caso di vittoria del Sì. Un particolare non irrilevante nonché, peraltro, obbligatorio secondo la legge che regola le consultazioni referendarie, la 352 del 1970. Per la Cassazione questa precisazione serve a rendere la partecipazione al referendum più consapevole.
È COSÌ CHE LA PALLA ORA TORNA nelle mani del governo. La questione, proprio perché priva di precedenti, è assai complicata: riconvocare un consiglio dei ministri e fissare una nuova data vorrebbe dire necessariamente far slittare in avanti la data del voto. Servono almeno 50 giorni e non più di 70.
Se i ministri, per improbabile ipotesi, dovessero essere convocati oggi a palazzo Chigi, la prima finestra aperta sarebbe domenica 29 e lunedì 30 marzo. Da tenere presente che la settimana successiva è Pasqua, dunque l’ipotesi meno inverosimile potrebbe essere il 12 e il 13 o il 19 e il 20 aprile, dando per scontato che il governo farà di tutto per non andare alle urne il 26, sull’onda della festa della Liberazione.
CI SAREBBE, FORSE, un’altra possibilità per Meloni: correggere in consiglio dei ministri il quesito deciso a dicembre e lasciare intatta la data. Ma a questo punto il Comitato dei 15, asceso al rango di potere dello stato in quanto riconosciuto «promotore» dalla Cassazione, avanzerebbe di certo un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale per poter sfruttare tutti i termini previsti dalla legge e dalla Costituzione.
NON È DA ESCLUDERE una soluzione spuria:
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Più forte ragazzi Non solo le leggi liberticide, la premier si scaglia contro le toghe: «Rendono difficile difendere con efficacia i cittadini»
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Giorgia Meloni – foto LaPresse
Il pacco sicurezza è servito. A spiegarne il senso ci pensa subito Meloni: «Serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini a ogni livello».
Allude alla polizia, gratificata da una misura cervellotica ma che somiglia moltissimo allo scudo penale per le forze dell’ordine tanto inseguito dai ministri del governo, anche se talvolta negato. E allude alla magistratura, rea di non usare il pugno di ferro come da lei stessa ordinato: «Il doppiopesismo di una certa parte della magistratura rende difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini». Hai voglia a fare pacchi e pacchetti, se poi «una parte della magistratura» si ostina ad applicare le leggi invece di interpretarle come Meloni comanda.
PIÙ DI TUTTO, NEL MIRINO, c’è la scarcerazione dei manifestanti arrestati per gli scontri di Torino: «Sono indignata ma non mi stupisce: ci sono troppi precedenti». Se alle parole della premier si aggiungono quelle del guardasigilli Nordio, secondo cui senza una stretta modello garrota tornano le Br (con tanto di citazione di Rossana Rossanda tanto fuori luogo da far capire che il ministro cita un articolo mai letto), il quadro, anzi il pacchetto, è completo.
NON SI CAPISCE solo perché Meloni, Nordio e Piantedosi si ostinino a parlare di sicurezza, che in tutta evidenza con queste norme non ha nulla a che vedere. Le nuove misure non servono a combattere la «criminalità diffusa», come assicura la premier, ma il dissenso. Che certo è anch’esso diffuso e minaccia la sicurezza: del governo più che dei cittadini.
NELLE NUOVE NORME, per esempio, la «cauzione» salviniana per chi organizza manifestazioni non c’è. Ma è come se ci fosse e non si tratta di maliziosa interpretazione ma di assicurazione del ministro dell’Interno. Basta depenalizzare le manifestazioni non autorizzate, deviazione di percorso inclusa, ma caricare i promotori di sanzioni pecuniarie da capogiro et voila: il gioco è fatto.
Il fermo preventivo di 12 ore naturalmente c’è ma senza discrezionalità, come preteso in nome della Carta da Sergio Mattarella. Questione di forma, non di
Leggi tutto: Meloni ora pretende «un approccio più duro da parte di tutti» - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)Braccio di ferro sulla stretta al dissenso. Mattarella convoca il sottosegretario Mantovano, Piantedosi si adegua: «Decreto equilibrato, se va cambiato ne prendiamo atto». Salvini però insiste sul fermo preventivo di 24 ore. Il Colle ne concede 12 e per motivi precisi
Quirinale I rilievi su espulsioni, scudo penale e trattenimenti consegnati ieri a Mantovano. Nel cdm di oggi l’incognita Lega
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I rilievi del presidente Mattarella sul pacchetto sicurezza sono nelle mani di Giorgia Meloni. Lei sarebbe orientata ad accettarli ma la Lega un po’ punta i piedi: nel decreto e nel ddl i provvedimenti devono esserci tutti. Gli indizi lasciano pensare che il consiglio dei ministri di oggi licenzierà il pacchetto e i suggerimenti del presidente verranno tutti accolti. I rilievi li ha comunicati il sottosegretario Mantovano, dopo un colloquio con il presidente stesso ieri mattina al Quirinale. Se il governo decidesse di non accogliere le richieste di modifica dovrebbe poi affrontare il rischio di un verdetto di incostituzionalità.
«Penso che abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole ed equilibrato. Altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti», ha assicurato conciliante il ministro Piantedosi lasciando il Senato. Naturalmente sa benissimo che quei rilievi ci sono. Le sue parole sono un segnale di pace ma Piantedosi non è Meloni e non è neppure Salvini, il vero ostacolo che potrebbe opporsi all’accoglimento delle richieste presidenziali.
MATTARELLA, come sempre, ha evitato di entrare nel merito delle misure proposte: faccenda che non gli compete istituzionalmente. Segnala in compenso i passaggi che fanno a pugni con la Costituzione e sono almeno tre. Il primo riguarda lo scudo penale. Il testo del governo prevede l’iscrizione in un registro diverso da quello degli indagati per gli agenti che abbiano agito per legittima difesa o adempimento del dovere. Per il Colle si può fare solo se la stessa misura viene estesa a tutti i cittadini, in modo che i medesimi restino uguali di fronte alla legge. Come da dettato costituzionale. Per Salvini non dovrebbe essere un problema. Si fregherà anzi le mani pensando di aver fatto un passo verso quel diritto dei cittadini a difendersi da ladri e rapinatori come ai bei tempi del vecchio West.
MOLTO PIÙ SPINOSO il secondo rilievo, quello sul fermo preventivo. Il nodo non è la misura in sé ma i criteri sulla base dei quali si considererà qualcuno “sospetto” e dunque passibile di fermo. Nelle intenzioni del governo si dovrebbe andare a discrezione delle forze dell’ordine, solo che in questo modo l’aspetto, il modo di vestire, la postura, insomma tutto può diventare “sospetto”. Il Colle chiede dunque di precisare sulla base di quali elementi si possa operare il fermo. Inoltre, insiste perché il magistrato venga subito informato, pur non essendo più necessaria la sua autorizzazione, e perché il fermo, dalle 24 ore proposte, passi a 12.
QUI IL PROBLEMA C’È perché la discrezionalità, la facoltà di fermare a piacimento, non è un orpello ma la ratio stessa del provvedimento. Si aggiunge un problema politico, provocato
Leggi tutto: Sicurezza, il Colle corregge il governo. Salvini punta i piedi - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)«Terroristi, squadristi, eversori». Piantedosi in parlamento processa e condanna Askatasuna. E chiunque abbia manifestato a Torino, con l’accusa di complicità. Dalla sicurezza la destra è già passata alla repressione del dissenso. E il ministro di polizia è senza freni
Scontri a Torino Le opposizioni contro il ministro degli Interni: «Un comizio per criminalizzare il dissenso». Oggi bis in Senato: voto sulle mozioni
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Askatasuna? «Trent’anni di illegalità e violenze troppo a lungo tollerate». I 20mila manifestanti di sabato a Torino? «Hanno fatto scudo fisico ai facinorosi». Avs e le altre forze politiche che hanno manifestato pacificamente? «Sfilare insieme ai violenti offre loro una prospettiva di impunità». I violenti che hanno partecipato agli scontri? «Una strategia terrorista e squadrista di eversione dell’ordine democratico».
IL MINISTRO DEGLI INTERNI Matteo Piantedosi arriva alla Camera con una metaforica accetta, per tagliare ogni possibile riflessione sugli sconti di sabato a Torino e indicare tutti quelli che non concordano con la stretta securitaria e repressiva del governo Meloni come complici morali dei violenti. E per indicare negli scontri una sorta di germoglio di una nuova notte della Repubblica.
UN DISCORSO INCENDIARIO, che cancella ipso facto qualsiasi tentativo di dialogo con le opposizioni che vada oltre la comune solidarietà agli agenti feriti. Un discorso che è quasi un manifesto programmatico di come Meloni e soci intendono gestire l’ultima fase della legislatura. Lo si capisce dalle ultime parole del ministro, quando invoca una «convergenza» di tutte le forze politiche per respingere senza ipocrisie ogni tentativo di giustificare queste espressioni eversive, sostenendo le forze di polizia attraverso l’individuazione di nuove misure di tutela da ogni forma di aggressione». In sostanza: chi non approva le nuove norme che il governo vuole varare è un amico e dei terroristi.
PAROLE CHE SCATENANO la dura reazione delle opposizioni, nell’aula della Camera ma anche in Senato, dove le minoranze dicono no (durante la conferenza dei capigruppo) alla trasformazione dell’informativa di Piantedosi prevista per oggi in «comunicazioni» con un voto dell’aula. La destra impone a maggioranza la modifica del calendario, e così oggi a palazzo Madama ci saranno su due testi diversi e contrapposti, quello delle destre e quello di Pd, M5S, Avs e Iv.
«La destra strumentalizza quanto avvenuto a Torino per avallare scorciatoie autoritarie sulla sicurezza», dicono in coro i capigruppo in Senato del centrosinistra. «Usano la clava contro le opposizioni», attacca il capogruppo Pd Francesco Boccia. In serata Elly Schlein affonda: «Da Piantedosi una dimostrazione dell’irresponsabilità di chi fa passare migliaia di manifestanti tutti come violenti, la sinistra come violenta».
IN AULA A MONTECITORIO il primo a reagire è Matteo Mauri, del Pd, ex viceministro degli Interni. «Da lei ministro mi aspettavo l’equilibrio di un uomo di Stato, ma mi ha deluso, è venuto in aula a dipingere 20mila persone come delinquenti, a criminalizzare intere forze politiche e addiruttura milioni di persone di sinistra. Usate gli uomini delle forze dell’ordine solo per la vostra propaganda».
Angelo Bonelli di Avs è durissimo: «Con il suo comizio lei ministro ha alzato il livello scontro politico, noi i teppisti li condanniamo, ma sono amici vostri. Lei ha tirato in ballo gli anni di piombo: o è in malafede o non ha memoria. E attacca una forza pacifista e non violenta come è Avs». Il leader dei Verdi ha ricordato una manifestazione non autorizzate dell’Msi del 1973 a Milano, cui parteciparono Ignazio La Russa e il fratello Romano, in cui morì un agente di polizia colpito da una bomba. «Non potete dare lezioni a nessuno, non avete fatto i
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