Il video in esclusiva Due anni fa il 19enne Ramy Elgaml è morto schiacciato da un’auto dei Carabinieri a Milano. Era su una moto fuggita all’alt, per i militari scivolata da sola nella corsa. La ricostruzione in 3D basata sulle riprese di quella notte li smentisce: il mezzo fu speronato e abbattuto
Il video in esclusiva Secondo la ricostruzione dell'ong investigativa Index depositata oggi in tribunale, e che il manifesto è in grado di pubblicare in anteprima, la volante dei militari avrebbe provocato l'incidente con due distinte deviazioni verso il motociclo su cui viaggiava il giovane
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Nei momenti finali dell’inseguimento conclusosi con la morte di Ramy Elgaml a Milano nell’autunno 2024, la volante dei Carabinieri che tallonava lo scooter su cui viaggiava la vittima ha effettuato «due distinte deviazioni» verso il motociclo, provocandone lo sbandamento e poi investendo il corpo di Elgaml. Tanto sostiene una nuova consulenza tecnica di parte depositata oggi presso il tribunale di Milano dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, difensori del conducente dello scooter Fares Bouzidi, che il manifesto rivela in anteprima.
Questa ricostruzione contraddice frontalmente le dichiarazioni rese finora dagli agenti coinvolti nell’incidente. Composta da un video e da un rapporto metodologico di una quarantina di pagine, è stata realizzata dall’ong francese Index, specializzata nell’analisi dei video e nella costruzione di modelli 3d e con una lunga esperienza d’inchiesta su casi di violenze della polizia in Francia e all’estero.
L’incidente nel quale ha perso la vita Elgaml – che all’epoca aveva 19 anni – è accaduto alle 4 del mattino del 24 novembre 2024 all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta a Milano, al termine di un inseguimento durato diversi minuti. Nel processo che dovrebbe aprirsi a breve, sia l’autista della volante, l’agente Antonio Lenoci, sia quello dello scooter, Fares Bouzidi, sono imputati per «omicidio stradale». Altri sei militari sono accusati di frode processuale, favoreggiamento, falso e di aver interferito a vario titolo nelle indagini.
Finora gli agenti coinvolti hanno sostenuto che non vi è stato alcun impatto tra la macchina che conducevano e lo scooter prima che questi cadesse a terra e prima che la volante si scontrasse con un semaforo all’incrocio. Secondo i carabinieri, l’incidente sarebbe stato causato dal tentativo di Bouzidi di effettuare una «purtroppo inutile svolta a sinistra in direzione di via Quaranta», manovra che avrebbe fatto perdere il controllo del mezzo al conducente del motorino, il quale sarebbe poi andato a finire contro «il palo semaforico», come si legge nelle relazione di servizio scritta da Lenoci due giorni dopo la morte di Elgaml.
La perizia di Index si basa sui video delle telecamere di sorveglianza – comprese quelle che hanno filmato l’incidente – e su quelli delle dashcam di alcune altre volanti che hanno partecipato all’inseguimento. Oltre ai video, gli esperti francesi hanno anche utilizzato i numerosi dati presenti all’interno del faldone: fotografie del luogo e dei veicoli, planimetrie, rilievi con drone, dichiarazioni e relazioni di servizio.
Sfruttando questo materiale, Index ha ricostruito la scena in un modello 3D e vi ha posizionato all’interno la volante e lo scooter, tramite un’analisi dettagliata dei video delle telecamere di sorveglianza. Questo lavoro, interamente consultabile su www.ilmanifesto.it, ha permesso di visualizzare con precisione le traiettorie seguite dai veicoli nei momenti che hanno preceduto l’incidente.
Così Index ha identificato «due distinte deviazioni verso sinistra, in direzione del motociclo» compiute dalla volante, una subito prima e una nel mezzo dell’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, entrambe eseguite «a velocità elevata e in condizioni di minima distanza laterale tra i due mezzi.»
La prima «deviazione» della volante verso il motorino avviene mentre i due veicoli stanno arrivando all’incrocio, lungo via Ripamonti. Secondo Index, dalle distanze rilevate nel modello 3D e dal movimento della volante in questo punto, «si evince che un impatto tra i due veicoli si è verificato con un elevato grado di probabilità». In quel momento i due mezzi viaggiavano a una velocità di poco superiore ai 50km/h. È «altamente probabile», scrivono gli esperti francesi, che questo impatto abbia provocato «la destabilizzazione del motoveicolo, inducendo una perdita di controllo, quantomeno temporanea, da parte del conducente.»
Per studiare il comportamento dei veicoli all’incrocio con via Quaranta, Index ha proiettato al suolo le loro traiettorie, utilizzando i video di una delle telecamere di sorveglianza e le fotografie realizzate dalla polizia municipale di Milano subito dopo l’incidente.
L’analisi rivela che, «successivamente ad un impatto occorso con alta probabilità in via Ripamonti prima dell’incrocio», lo scooter si mantiene «sostanzialmente rettilineo», dirigendosi grosso modo verso l’attraversamento pedonale opposto e il semaforo. «Il percorso così modellizzato non presenta evidenza di una manovra di svolta a sinistra», si legge nella perizia, all’opposto di quanto dichiarato dagli agenti. Anzi: è la volante a deviare verso sinistra, non il motorino. «L’analisi della traiettoria della volante dei Carabinieri, al contrario, evidenzia una marcata deviazione verso sinistra, che la conduce a intersecare la traiettoria del motociclo», scrive Index.
Secondo Index, insomma, la volante dei Carabinieri avrebbe provocato un primo impatto subito prima dell’incrocio con via Quaranta, e poi deviato ulteriormente verso il motorino proprio mentre questo stava cadendo. Un comportamento tutto sommato coerente con quanto si può osservare negli altri video del faldone. In un video che risale a qualche minuto prima dell’epilogo finale dell’inseguimento, girato da una dashcam montata sul cruscotto di un’altra volante, si vede come gli agenti alla guida cerchino di far cadere il motorino, che colpiscono sul fianco. Il motorino riesce, in qualche modo, a restare in piedi. «Vaffanculo, non è caduto…», commenta un agente nel filmato.
Negli ultimi istanti dell’incidente nell’incrocio tra via Quaranta e via Ripamonti, invece, il motorino perde aderenza e scivola a terra verso il marciapiede. Ramy Elgaml cade, rimanendo al suolo vicino al semaforo. La volante dei carabinieri, avendo deviato a sinistra verso il motociclo, finisce la sua corsa contro il semaforo e, soprattutto, sopra Elgaml.
Secondo l’autopsia effettuata su quest’ultimo, è proprio la «compressione» dell’autovettura sul suo corpo ad averne provocato «il decesso pressoché immediato». Trasportato in urgenza al Policlinico di Milano, Ramy Elgaml è dichiarato ufficialmente morto alle 4.58 del mattino.
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Che mostra del cinema è stata a Venezia? Tra molte polemiche e lampi di coraggio, uno sguardo retrospettivo sul filo della storia e del presente. Nella foto: un lavoratore alla mostra del cinema di Venezia 83, foto Alessandra Tarantino /Ap Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. |
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Alcuni membri del partito dei Verdi festeggiano a Stoccolma per i risultati degli exit poll, il 13 settembre 2026 (Jessica Gow /TT News Agency via AP)
A scrutinio molto avanzato risulta che il centrosinistra è in lievissimo vantaggio sulla coalizione di centrodestra alle elezioni in Svezia: si sono tenute domenica per rinnovare i 349 seggi del parlamento (Riksdag), che poi elegge il capo del governo. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici – che si sono riconfermati il primo partito con più del 27 per cento dei voti (lo sono da oltre un secolo, nonostante i consensi in calo) – dai Verdi, dal partito di Sinistra e di Centro.
Il centrosinistra ha pochi decimali di punto in più della coalizione di centrodestra del primo ministro uscente Ulf Kristersson, molto penalizzata dal calo dei consensi del partito di estrema destra Democratici Svedesi. Se i dati definitivi confermassero questo risultato il centrosinistra avrebbe solo un seggio in più in parlamento rispetto al centrodestra: è un margine di vittoria molto, molto risicato, talmente piccolo che potrebbe anche essere messo in discussione dai voti dall’estero, che non saranno conteggiati prima di mercoledì. È possibile dunque che fino ad allora non si saprà chi ha vinto con certezza.
Se dovesse essere confermata la pur modesta vittoria del centrosinistra, tornerebbe a capo del governo Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, dopo 4 anni di governo Kristersson.
Al comitato dei Socialdemocratici a Stoccolma avevano già festeggiato gli exit poll, che avevano dato un margine di vittoria del centrosinistra molto più largo di quello che si è rivelato con i dati reali: nella foto la leader Magdalena Andersson (Jonas Ekstroemer/TT News Agency via AP)
Kristersson è a capo di una coalizione di centrodestra che in campagna elettorale ha puntato su buoni risultati dell’economia svedese e su qualche successo nella repressione delle bande criminali, in cui spesso vengono reclutati minorenni immigrati di seconda generazione. Sono successi ottenuti con politiche radicali e controverse, come le espulsioni anche per i minorenni e l’abbassamento dell’età in cui si può andare in carcere, scesa a 14 anni per i reati più gravi.
Il governo è composto dal partito del primo ministro – i Moderati svedesi, che è diventato il secondo partito più votato con il 2o per cento dei voti (in crescita rispetto alle ultime elezioni) –, dai Cristiano Democratici e dai Liberali. I Liberali hanno ottenuto più del 5 per cento dei voti, un risultato superiore alle aspettative, visto che alla vigilia delle elezioni era un partito considerato a rischio di non superare la soglia di sbarramento del 4 per cento.
Il primo ministro svedese Ulf Kristersson la sera delle elezioni, a Stoccolma (Christine Olsson/TT News Agency via AP)
Al contrario ha avuto un risultato molto deludente il partito di estrema destra Democratici Svedesi, che ha perso quasi 3 punti percentuali dalle ultime elezioni e che passa dall’essere il secondo partito in parlamento al terzo con il 17 per cento dei voti: in questi ultimi quattro anni ha dato un appoggio esterno al governo, condizionandone la linea su immigrazione e sicurezza. I sondaggi lo davano in crescita, e puntava a entrare nella coalizione di governo in caso di vittoria del centrodestra.
I Democratici Svedesi furono fondati nel 1988 da un gruppo di attivisti che facevano parte di vari circoli e partiti neonazisti o di suprematisti bianchi. Fino ai primi anni Duemila sono stati apertamente neonazisti, poi con la nuova guida politica di Jimmie Åkesson hanno espulso gli esponenti più estremisti e iniziato un processo di “normalizzazione”, restando però sostanzialmente un partito di destra radicale, con posizioni assimilabili a quelle di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania.
Secondo alcune analisi avrebbe favorito la coalizione di centrosinistra proprio questo processo di “normalizzazione” e la prospettiva che un partito così estremo arrivasse a governare. La campagna dell’opposizione si è del resto basata molto sul pericolo che i Democratici Svedesi arrivassero al governo.
Il leader dei Democratici Svedesi Jimmie Åkesson durante un comizio, il 7 settembre (Magnus Lejhall/TT News Agency via AP)
I leader del centrosinistra hanno insistito sul fatto che il paese si è allontanato negli ultimi anni dalla sua storica reputazione di nazione all’avanguardia nei diritti civili e nelle politiche di welfare, ma riguardo all’immigrazione anche i Socialdemocratici si sono spostati su posizioni più rigide, in contrasto con la storica accoglienza del paese. Di fatto, hanno detto che in caso di vittoria confermerebbero l’approccio del governo uscente.
La campagna elettorale era cominciata con la coalizione di sinistra ampiamente avanti nei sondaggi, ma poi con il passare delle settimane quel vantaggio si è sempre più ridotto e sabato sinistra e destra sembravano praticamente alla pari, un risultato confermato anche dai risultati quasi definitivi.
In Svezia si vota con un sistema proporzionale puro, con soglia di sbarramento del 4 per cento. L’affluenza è stata di poco superiore all’80 per cento, un dato molto alto ma in linea con la tradizione svedese, anche perché è previsto il voto in anticipo: si poteva votare dal 26 agosto.
SINDROME DI STOCCOLMA
Il modello non c'è più Anche sulla Svezia, oggi al voto, soffia forte il vento dei nazionalismi: il premier conservatore potrebbe restare in sella imbarcando nel governo l’ultradestra, che già detta la linea. Vittoria dei socialdemocratici possibile, ma su riarmo, migranti e sicurezza la ricetta è sempre la stessa
Il modello non c'è più Stretta su migranti, sicurezza e riarmo: i socialdemocratici inseguono il governo conservatore
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La presidente dei socialdemocratici svedesi Magdalena Andersson e il primo ministro conservatore Ulf Kristersson – Foto Ansa
La Svezia torna oggi alle urne per rinnovare i 349 seggi del Riksdag. I sondaggi danno un testa a testa tra il blocco di centrosinistra, guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson, e la coalizione conservatrice del primo ministro Ulf Kristersson. Qualunque sia l’esito, il voto arriva dopo quattro anni che hanno modificato profondamente il quadro politico svedese, a lungo considerato simbolo del welfare universale, dell’apertura internazionale e dello Stato costruito sull’idea del folkhem, la «casa del popolo».
QUATTRO ANNI DI GOVERNO della destra hanno prodotto qualcosa di più di un semplice cambio di maggioranza. Con l’accordo di Tidö, siglato dopo le elezioni del 2022, Moderati, Cristiano-democratici e Liberali hanno formato il governo con il sostegno esterno, ma decisivo, degli Sverigedemokraterna (Sd), i Democratici svedesi di Jimmie Åkesson.
Nato nel 1988 in ambienti dell’estrema destra nazionalista, il partito raccolse alle ultime elezioni il 20,54 percento dei voti e conquistò 73 seggi, diventando la seconda forza del paese dopo i Socialdemocratici (S). Da allora Åkesson sui temi dell’immigrazione, dell’integrazione e della sicurezza, ha esercitato un’influenza decisiva sull’agenda dell’esecutivo.
Le politiche migratorie sono diventate più restrittive; il dibattito pubblico si è concentrato su rimpatri, cittadinanza e controllo delle frontiere; la lotta alle gang e alla criminalità ha favorito l’espansione dei poteri dello Stato e delle politiche securitarie. Anche la ricerca dell’autonomia energetica ha assunto una nuova direzione: il ritorno al nucleare, con il governo che ha aperto alla costruzione di nuovi impianti in aree costiere finora escluse.
Se a vincere sarà il centrosinistra, la prima difficoltà per Magdalena Andersson sarà la formazione di governo. Socialdemocratici, Verdi, Vänsterpartiet e Centro, sono accomunati dall’opposizione a Kristersson e all’ingresso degli Sd nell’esecutivo, ma restano divisi su temi come fiscalità ed energia.
Ma la difficoltà più profonda sarebbe un’altra: tornare al governo senza poter ripristinare la Svezia precedente a Tidö. Una vittoria socialdemocratica, infatti, non sembra preludere a una rottura radicale con le politiche degli ultimi quattro anni. Andersson promette più investimenti nel welfare, maggiore attenzione alle famiglie e una maggiore equità fiscale, ma non mette in discussione la stretta sull’immigrazione. La svolta degli ultimi anni ha ormai cambiato il terreno del confronto politico, spostando verso destra anche il dibattito sui temi che un tempo distinguevano maggiormente i partiti.
ANCHE SULLA CRIMINALITÀ, la distanza si è ridotta: pene più severe, ampliamento dei poteri della polizia e nuove infrastrutture penitenziarie sono diventati punti importanti della politica socialdemocratica. La differenza tra i due blocchi riguarda sempre più spesso il grado e gli strumenti delle politiche securitarie, e non la loro direzione. Basti pensare che i socialdemocratici hanno sostenuto circa sette proposte del governo su dieci in materia di migrazione, mentre sulla criminalità il loro voto ha coinciso con quello dell’esecutivo con una frequenza analoga.
QUESTE ELEZIONI sono le prime dopo l’ingresso della Svezia nella Nato, nel marzo 2024. La fine di oltre due secoli di non allineamento militare segna una svolta interna: riarmo, aumento delle spese per la difesa e centralità della sicurezza nazionale sono ormai pilastri di un consenso trasversale. Già nel 2017, di fronte al peggioramento della sicurezza nel Baltico, fu il governo socialdemocratico di Stefan Löfven, a reintrodurre la leva, estendendola a uomini e donne nati dal 1999.
L’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente avvicinato le posizioni dei due schieramenti. Andersson e Åkesson sostengono l’aiuto militare a Kiev e appoggiano l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 3,5 per cento del Pil entro il 2030. Il dibattito non riguarda più se aumentare le spese militari, ma quali settori del welfare dovranno eventualmente cedere il passo.
SE INVECE IL BLOCCO conservatore dovesse confermarsi, la questione centrale sarebbe il nuovo equilibrio di potere all’interno della destra. Dopo quattro anni trascorsi come sostenitori esterni, gli sverigedemokraterna chiedono di entrare nell’esecutivo. Sarebbe il passaggio definitivo a forza di governo per un partito che per decenni è stato considerato un paria dalla politica svedese.
Åkesson non arriverebbe al tavolo delle trattative come un alleato minore. I democratici svedesi si collocano nei sondaggi tra il 18,3 e il 19 per cento. Se dovessero superare i Moderati, la posizione di Kristersson alla guida del blocco conservatore potrebbe vacillare. Una vittoria della destra alle urne sancirebbe dunque una nuova fase della politica svedese, nella quale il nazionalismo non si limiterebbe più a dettare l’agenda, ma parteciperebbe direttamente al governo del Paese.
LA PARTITA SI GIOCA però anche fuori dal Riksdag. Oggi si vota anche per i consigli comunali e regionali, con Stoccolma, Göteborg e Malmö tra i principali terreni di confronto. Qui la sfida per il centro sinistra sarà soprattutto conservare il controllo delle grandi aree urbane, mentre per la destra il terreno decisivo resta quello dei comuni più piccoli e delle aree periferiche, dove gli sverigedemokraterna hanno costruito negli ultimi anni una parte importante del proprio consenso.
Il voto di queste elezioni non deciderà soltanto chi governerà la Svezia, ma se il paese saprà cambiare direzione o se la svolta degli ultimi quattro anni è ormai diventata il suo nuovo punto di partenza.
Commenta (0 Commenti)Dismissione compiuta Nessuna sospensione, a Taranto partono le manovre per spegnere l’altoforno dell’ex Ilva: il 28 ottobre si chiude. Addio all’acciaio italiano. La magistratura ad azienda e governo: non è certo un imprevisto. Subito migliaia di licenziamenti nell’indotto
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Un operaio dell’Ilva di Taranto al lavoro – Foto Carlo Carino/Imagoeconomica
Ancora in funzione ma già archeologia industriale. L’Ex Ilva è il monumento della deindustrializzazione italiana. Ieri la Corte d’Appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo, respingendo la richiesta di sospensiva dei commissari del polo siderurgico.
IL 28 OTTOBRE con lo spegnimento degli impianti di fusione e cokefazione si spegnerà anche l’illusione di tornare a produrre l’acciaio che serve alle nostre industrie. E già dalla prossima settimana inizieranno le manovre per ridurre gradualmente la temperatura dei forni. Chi, alla fine, comprerà la fabbrica avrà una mini Ilva che lavora la materia prima acquistata all’estero e un gigantesco simulacro industriale.
«È rimessa all’autonomia di gestori e proprietari degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno», avevano già chiarito i giudici nel luglio scorso. Ma il costo dell’adeguamento dell’area a caldo è proprio quello che nessun gruppo interessato a rilevare l’impianto vuole sborsare. Anche perché gli errori, di gestione e manutenzione, sono stati fatti da altri. L’agonia dura da 14 anni ma la Corte d’Appello di Milano richiama responsabilità recentissime. La richiesta di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo avanzata da Adi in amministrazione straordinaria va rigettata, secondo la Corte «in primo luogo» perché «il percorso argomentativo seguito dalle ricorrenti si basa su una riproposizione della tesi della bontà delle misure già in essere» ma queste motivazioni «sono già state ritenute infondate o irrilevanti», hanno ribadito ieri i giudici.
IL RICORSO «PUR SUGGESTIVO, non è accompagnato da alcun elemento concreto» dato che i commissari non hanno fornito alcuna «quantificazione, neppure approssimativa, dei costi comparativi di un eventuale adeguamento degli impianti alle prescrizioni imposte» dalla Corte di Giustizia europea «rispetto al rifacimento integrale». La sentenza è chiara: il diritto alla salute prevale su quello al profitto. «Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo».
Ma se le associazioni ambientaliste e quella dei genitori tarantini, che nel 2021 ha avviato l’azione giudiziaria sulle emissioni, gioiscono, cala la disperazione nell’altra parte della città che con l’acciaio ci lavora e che passerà dalla cassa integrazione al licenziamento. Una bomba sociale innescata in questi 4 anni di inerzia del ministro delle Imprese Adolfo Urso, che Adi ha provato a volgere a suo favore. Ed è su questo punto che la Corte è più dura: «La sospensione dell’area a caldo ordinata con il decreto non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti».
Si poteva agire diversamente ma nessuno lo ha fatto, non i commissari e neanche il governo. L’Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, ha subito comunicato che le procedure di licenziamento per 2500 lavoratori, sospese in una apertura di credito durante il tavolo a Palazzo Chigi di 5 giorni fa, sono riprese. E i sindacati chiedono al governo di «mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali», e di essere convocati dalla premier, che fino a ora aveva evitato di metterci la faccia anche se di fatto ha commissariato Urso trasferendo il dossier al sottosegretario Mantovano.
«I LAVORATORI PRETENDONO risposte sul futuro dell’ex Ilva ed il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro paese, non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati – scrivono in una nota congiunta Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm – Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari». Con gli stessi toni si esprime Confindustria: «Si impongono decisioni urgenti del governo: in primis, l’adozione di un decreto che governi la transizione». Per l’Usb, dopo la sentenza «Meloni non può dire che “non dipende da noi”». Ma dal governo l’intenzione sembra opposta. «Sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio, è uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore», ha detto Giorgia Meloni
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Non è un film Tecniche da videogame per un genocidio. Presentato alla Mostra di Venezia il film «Naza», l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato
Non è un film Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi
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Soldati israeliani tra le rovine di edifici bombardati nel quartiere di Shijaiya, a Gaza City – foto Ap
«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.
«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.
A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.
Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.
Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».
IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.
GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande. Intanto le finestre dei palazzi ci rimandano la vita nelle case di Tel Aviv: la tv con la propaganda sempre in onda, una mano che raccoglie le briciole della cena, una coppia su un divano, qualcuno che legge. In basso i locali sono pieni di gente, il traffico luminoso scorre sul lungomare, l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.
«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati. Ci vuole molto coraggio a porre come fa il film questi interrogativi alla società israeliana (e non solo). «Primo Levi ha parlato di disumanizzione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per poter andare avanti. Rispettare la memoria dell’Olocausto significa rafforzare la nostra fiducia nei diritti umani e nell’empatia nei confronti delle altre persone» dice Abraham. E questo film le impone a chi distoglie lo sguardo, opponendosi a quella normalizzazione del genocidio con domande che si continuano a evitare.
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