Con una partecipazione straordinaria al voto e conquistando la maggioranza assoluta, Zohran Mamdani è il primo storico sindaco musulmano della Grande Mela: «Sono anche giovane e socialista e non mi scuso per questo». E al debutto attacca subito Trump
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All’annuncio della vittoria di Mamdani, la festa esplode al Bohemian Hall & Beer Garden di New York – Getty/Jeremy Weine
Dalla Casa bianca alle capitali dell’internazionale nazional populista, si è gridato alla testa di ponte della conquista islamica dell’occidente, all’epocale sconfitta nello scontro esistenziale di civiltà o, a scelta, di una dittatura del proletariato instaurata a Times Square.
In realtà gli ideali di inclusione, giustizia ed equità articolati con carisma e «gioia» da Zohran Mamdani sono funzionali a una certa narrazione fondativa americana – quella che il trumpismo da un anno ha messo sotto attacco in tutte le sue forme. Nel discorso della vittoria, il sindaco neoletto ha cominciato con il rivendicare la storia della sinistra americana, ha citato Eugene Debs, membro fondatore del Iww, il sindacato internazionalista delle lotte di classe dell’inizio del XX secolo, unico socialista a candidarsi alla presidenza Usa (dal carcere) nel 1920.
E fra tutti i predecessori ha scelto di ricordare Fiorello La Guardia – il sindaco ancora più benvoluto della storia cittadina. La Guardia, nipote di nonno garibaldino, figlio di padre pugliese e madre ebrea triestina, fu fautore di una coalizione trasversale e una solidarietà tra gli abitanti e gli immigrati della Grande Mela, negli anni critici della depressione e della Seconda guerra mondiale.
Nell’improbabile arco di un anno iniziato ad avvicinare da solo e a presentarsi a passanti affrettati, e finito nel tripudio del victory party del Paramount Theater di Brooklyn, Mamdani è riuscito a ricomporre un simile immaginario collettivo.
Oggi molti quartieri italoamericani (Staten Island, Bensonhurst, Williamsburgh) sono roccaforti conservatrici (e tendenzialmente trumpiste). Il trentaquatrenne sindaco neoletto, musulmano di discendenza indiana (via diaspora africana) ha invece costruito la sua nuova coalizione tra gli immigrati più recenti e la working class emarginata all’interno della propria città gentrificata e finanziarizzata.
Il sostegno a Mamdani è stato ancorato nelle comunità di immigrati africani, ispanici e ovviamente quelle sud asiatiche in cui «giocava in casa». Ha replicato il modello obamiano con forti maggioranze tra giovani, donne, afroamericani, progressisti ed ebrei. Un appeal identitario, ma sempre fortemente ancorato a un messaggio ugualitario e al rinnovato patto sociale sostenuto dall’ala socialdemocratica che fa capo a Bernie Sanders.
Nel suo discorso, Mamdani ha citato anche Jawaharlal Nehru, primo premier di un’India diventata indipendente un anno dopo la nascita di suo padre Mahmood a Bombay, nel 1946: «Solo raramente nel corso della storia, vi sono momenti in cui si esce dal vecchio e si entra nel nuovo».
E tra gli sconfitti dell’elezione occorre annoverare la leadership del partito democratico. Già messi in profonda crisi dalla presidenza Trump, i vertici del partito sono apparsi di colpo ancora più arcaici e anacronistici alla luce della ventata di nuovo arrivata da New York. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, che dopo aver nicchiato per mesi, si è deciso solo la scorsa settimana a ufficializzare il proprio sostegno per Mamdani (Chuck Schumer leader democratico al senato non lo ha mai fatto). E lo stesso Andrew Cuomo, che l’endorsement l’ha invece ricevuto da Trump.
Il presidente da settimane inveisce contro il «jihadista» e «comunista» ricordando che
Leggi tutto: Dalle urne si intravede l’uscita dal tunnel - di Luca Celada
Commenta (0 Commenti)Con oltre il 50 per cento dei voti, il 34enne nato in Uganda è stato eletto 111esimo sindaco di New York. E' il primo "mayor" socialista e musulmano
“Negli ultimi 12 mesi, avete osato puntare a qualcosa di grande. Ora, contro ogni previsione, l’abbiamo realizzato. Il potere vi appartiene. Il futuro è nelle nostre mani”. Così ieri sera, a Brooklyn, Zohran Mamdani si è rivolto alla folla dei suoi sostenitori. A 34 anni, con oltre il 50 per cento dei voti, Mamdani è stato eletto 111esimo sindaco di New York. Il primo sindaco socialista. Il primo sindaco musulmano. Il sindaco più giovane da oltre un secolo. “Se qualcuno può dimostrare a una Nazione tradita da Donald Trump come sconfiggerlo, è la città che gli ha dato i natali”, ha aggiunto il 34enne Mamdani, parlando di “nuova era”. “Rispondiamo all’oligarchia e all’autoritarismo con la forza che temono – ha proseguito nelle dichiarazioni rilanciate dalla Cnn – Se c’è un modo per terrorizzare un despota è smantellare le condizioni che gli hanno consentito di accumulare potere”. Nel discorso si è anche rivolto direttamente al tycoon: “Donald Trump, so che stai seguendo, ho quattro parole: ‘turn up the volume‘ (alza il volume)”.
È battuto, umiliato, Andrew Cuomo, il principale rivale, il politico della potentissima vecchia guardia democratica, che si ferma al 41,6. Il repubblicano Curtis Sliwa supera di un soffio il 7 per cento. La vittoria di Mamdani è netta, totale. Si estende dalla quasi totalità di Manhattan alle comunità di immigrati del Bronx alle enclave operaie di Queens fino ai quartieri della nuova gentrificazione di Brooklyn. Assiste incredula la coalizione di gruppi e interessi – dai repubblicani di Donald Trump ai democratici più moderati ai ricchi e potenti di New York – che hanno fatto di tutto per fermare Mamdani e non ci sono riusciti. Si tratta di un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa nel centro del capitalismo mondiale, nutrito di rifiuto del vecchio establishment e di entusiasmo per una politica progressista che è tornata a discutere di vita e bisogni. Si tratta di un risultato che dà una scossa potente al partito democratico e allo scenario politico americano, ma che supera i confini nazionali. Dalla più grande città americana – una delle grandi metropoli globali – è partita una richiesta di rinnovamento della sinistra e della politica che si allunga in particolare sull’Europa.
Era dall’elezione di Barack Obama nel 2008 che nel mondo progressista americano non si assisteva a un tale entusiasmo. Quando Associated Press ha proclamato il risultato finale, la folla del Brooklyn Paramount Theatre, dove Mamdani ha tenuto il discorso della vittoria, è esplosa in un boato di gioia. I festeggiamenti si sono allargati a tutta la
Commenta (0 Commenti)Musulmano e socialista, Mamdani è il favorito nelle elezioni per il sindaco di New York. Contro ha tutto l’establishment. Oggi seggi aperti e risultato nella notte italiana. Nell’America di Trump, dalla Grande mela può arrivare almeno un segnale. Di speranza
Fa la cosa giusta...
l «sunrise speech» di Mamdani ieri, alle 7 di mattina, di fronte al municipio di New York – Katie Godowski / MediaPunch /IPX
Man mano che si avvicina alla fine, la campagna elettorale di Zohran Mamdani è un tour de force di appuntamenti. Apparizione a un disco club gay queer portoricano a Brooklyn di notte, e la mattina presto alla maratona di New York, poi un passaggio a motivare i volontari in più punti della città.
L’ULTIMO GIORNO prima del voto Mandami è arrivato alle 7 del mattino, insieme ai suoi sostenitori, nella parte bassa di Manhattan, davanti il municipio di New York che, se tutto va come sembra andare, a gennaio diventerà il suo nuovo posto di lavoro. Ha fatto un discorso riassumendo la sua campagna elettorale, presentandola come pionieristica sotto molti aspetti: se verrà eletto sarà il primo sindaco musulmano della città, il primo sindaco sudasiatico e il primo sindaco millennial. Ha sottolineato il forte aumento del sostegno alla sua campagna da parte degli elettori giovani, di quelli della classe lavoratrice e degli immigrati.
È ARRIVATO al municipio dopo avere attraversato a piedi il ponte di Brooklyn, partendo prima dell’alba, a simboleggiare l’arrivo di un nuovo giorno per New York. Lo ha fatto circondato da un gruppo di politici locali in carica, che reggevano uno striscione con la scritta “Our Time is Now” (Il nostro momento è adesso), mentre la folla di sostenitori scandiva “Tax the Rich” (Tassate i ricchi). Poi lo slogan è diventato “Zohran mayor” (Zohran sindaco) e Mamdani già si comporta da tale.
«Pochi in questa città osavano immaginare che avremmo potuto vincere, e cosa avrebbe significato per una città che per troppo tempo – ha detto Mamdani – ha servito solo i ricchi e i potenti a scapito di coloro che lavorano dall’alba al tramonto. Oggi, la mattina prima del giorno delle elezioni non solo siamo arrivati così lontano ma siamo anche sul punto di inaugurare una nuova era per la nostra città». Insieme a lui fra i funzionari eletti, c’era la procuratrice generale Letitia James, con cui sta facendo squadra in vista degli inevitabili attacchi da parte di Donald Trump a cui dovrà fare fronte.
«Questi leader – ha continuato Mamdani – che rappresentino l’intera città o l’intero Stato, sono i leader che ci hanno dimostrato più volte cosa significa lottare per il futuro che questa città merita (…) E in un momento di seria oscurità politica, mentre Trump dà la caccia ai suoi nemici politici, tra cui il procuratore generale James, i suoi agenti mascherati dell’Ice rapiscono i nostri vicini immigrati al 26 Federal Plaza, a pochi isolati da qui».
POCHE ORE PRIMA si era diffusa la notizia dell’endorsement dato da
Leggi tutto: Rivoluzione Mamdani. Oggi New York vota il sindaco d’America - di Marina Catucci
Commenta (0 Commenti)Oggi un Lunedì Rosso dedicato alla giustizia.
Poca per le aggressioni fasciste che non smettono di verificarsi nelle città italiane.
Pochissima nella tendopoli di San Ferdinando dove, nonostante proclami e decreti, i braccianti continuano a vivere in condizioni precarie e di estremo sfruttamento.
Tanta la giustizia modificata con la riforma appena votata dal Parlamento, blindata a colpi di maggioranza, senza alcuna concessione alle opposizioni politiche e sociali.
Giustizia mai pervenuta per una morte celebre che in questi giorni ricorreva. Quella di Pier Paolo Pasolini, raccontata con un inserto speciale e qui con un’editoriale di Rossana Rossanda recuperato dall’archivio.
Nella foto: In Florida un programma di assistenza alimentare rischia di chiudere per i tagli del governo e smaltisce le riserve di cibo per la popolazione indigente, via Getty Images
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Il governo Meloni tace e acconsente. Oggi il Memorandum Italia-Libia si rinnova automaticamente per tre anni. I lager per migranti continueranno a lavorare a pieno ritmo. Msf denuncia: «Eravamo l’ultima ong rimasta, Tripoli ha cacciato anche noi»
Silenzio di morte Il governo tace, l’accordo anti migranti andrà avanti altri 3 anni. Nuove deduzioni alla Cpi per giustificare la liberazione del boia. L’ambasciatore Massari parla di nuove regole per la cooperazione. E cita la questione costituzionale sollevata dai giudici: non ha sbagliato Nordio, era sbagliata la legge
Leggi ancheQuei garantisti dalla parte dei torturatori
Giorgia Meloni con Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh – foto LaPresse
Si trattava di non fare niente, e il governo è riuscito a svolgere questo compito alle perfezione: oggi si rinnova in automatico il memorandum tra Italia e Libia «sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere».
SCATTA in sostanza la clausola inserita all’articolo 8: le parti possono chiedere di rivedere gli accordi solo in forma scritta e con un preavviso almeno di tre mesi sulla scadenza. Il patto venne stipulato il 2 febbraio del 2017, si intenderà tacitamente confermato il 2 febbraio del 2026 e oggi è l’ultimo giorno utile per poterlo disdire o modificare. Se ne riparlerà tra tre anni. Nessuna sorpresa: il dibattito sul memorandum non è esistito in parlamento e nel paese soltanto poche tra associazioni umanitarie e ong hanno provato, vanamente, ad alzare la voce. Dunque la collaborazione continuerà, i lager per migranti in Libia non interromperanno il loro lavoro e la famigerata guardia costiera di Tripoli proseguirà la sua sanguinaria opera di limitazione delle partenze verso le coste italiane. Tutto questo in cambio di soldi, mezzi e addestramento. Un affare.
IERI, intanto, la Corte penale internazionale ha reso pubblica l’ultima risposta di Roma alle domande della prima pre-trial chamber sul caso Almasri, nome simbolo dello stretto rapporto che c’è tra Italia e Libia. Le due paginette, firmate dall’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi Augusto Massari e consegnate all’Aja venerdì, sono l’estremo tentativo di evitare un deferimento di fronte al consiglio di sicurezza dell’Onu per mancata cooperazione giudiziaria. E i toni, rispetto al passato quando si parlava di «mandato d’arresto confusionario» e si concionava di «interessi strategici» e «sicurezza nazionale», sono molto più bassi.
IL NOSTRO PAESE quasi ammette l’errore fatto con la mancata consegna dell’ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli, ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità. Scrive Massari: «L’esperienza maturata con il caso Almasri ha portato l’Italia, in tutte le sue articolazioni (parlamento, governo e magistratura), a intraprendere una revisione delle modalità con cui deve operare il sistema di cooperazione delineato dalla legge italiana».
IL RIFERIMENTO è alla decisione presa giovedì dalla Corte d’appello di Roma di sollevare davanti alla Corte costituzionale una questione sulla parte della legge numero 237 del 2012 (quella che regola appunto la cooperazione con la Cpi) in cui si parla di obbligo da parte dell’autorità giudiziaria di interloquire con il ministero della giustizia. La sponda al governo è evidente: il problema con Almasri – cioè proprio il motivo per cui il 21 gennaio il suo arresto non venne convalidato – risiedeva nel fatto che da via Arenula nessuno rispose alle sollecitazioni della Corte d’appello di Roma. Che ora dice: in fondo quella parte della legge forse era sbagliata. Non basta per coprire l’inazione del ministro Carlo Nordio e dei suoi
Leggi tutto: Il memorandum con la Libia si rinnova nel nome di Almasri - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)«Camicia nera trionferà». Cori fascisti a Parma nella sede di Gioventù nazionale, organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. Meloni fa commissariare la federazione ma tace. Mentre la galassia dell’ultradestra da Roma a Torino prende di mira chi manifesta dissenso a scuola o in piazza
Giovinezza Cori fascisti nella sede dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. E Giorgia Meloni si chiude in un silenzio imbarazzato
Manifestazione di Gioventù nazionale – Imagoeconomica
«Ce ne freghiamo della galera camicia nera trionferà! E se non trionfa sarà un macello con il manganello e le bombe a man! Duce! Duce! Duce!». A cantare, si capisce dalle voci, è un gruppo di ragazzi giovani e giovanissimi. Il cellulare che riprende si trova a qualche decina di metri dalla sede di Fratelli d’Italia di Borgo del Parmigianino, a Parma, ma le voci che provengono dall’interno rimbombano tutto intorno. Dalla finestra si vede sventolare una bandiera tricolore, sulla porta, ben visibile, un manifesto elettorale con la foto della premier e la scritta «Meloni».
OGNI VOLTA CHE SI APRE uno spiraglio sulla vita interna di Gioventù nazionale, l’organizzazione erede di Azione giovani, il copione è sempre lo stesso: saluti romani, slogan fascisti, teorie e parole d’ordine appartenenti a un immaginario nostalgico più che a una destra conservatrice e democratica come si vuole presentare Fratelli d’Italia. Dopo l’inchiesta di fanpage.it, che mostrava il doppio volto della gioventù meloniana, tutto lo stato maggiore del partito si è dato da fare per riabilitare l’immagine dell’organizzazione giovanile, dalla premier in giù. Ma ogni volta un nuovo caso riapre la questione della formazione politica, dei simboli e delle mitologie in cui crescono i ragazzi e le ragazze di FdI.
Subito dopo la diffusione del filmato sono iniziate le prese di posizioni politiche. «È molto grave, aspettiamo di sentire una presa di distanza dalla presidente del Consiglio Meloni, o forse tacerà anche questa volta?», ha commentato la segretaria del Partito democratico Elly Schlein. Da Avs è Angelo Bonelli a incalzare, ricordando come Meloni da una parte definisce l’opposizione «peggio di Hamas», mentre se in una «sede del suo partito si cantano cori fascisti, si inneggia al Duce» allora «improvvisamente tace».
DA VIA DELLA SCROFA subito hanno messo le mani avanti. Il primo a parlare è il responsabile nazionale dell’organizzazione Giovanni Donzelli. «Da noi, chi sbaglia paga. A sinistra non so. Gioventù nazionale aveva provveduto a commissariare la federazione di Parma autonomamente e ben prima che il video venisse pubblicato e circolasse sui media. Da noi non c’è spazio per la nostalgia dei totalitarismi», ha spiegato Donzelli, ributtando la palla nel campo della sinistra, accusata di coprire i violenti e i nostalgici della stagione della lotta armata. Sarà, ma intanto il responsabile cittadino di Gioventù nazionale, Jacopo Tagliati, fino a ieri mattina continuava a postare sulla propria pagina social e nulla trapelava sulla sua rimozione dall’incarico (forse per questo la pagina è finita offline).
Alle ultime elezioni comunali Fratelli d’Italia si è presentata da sola, candidando come primo cittadino Priamo Bocchi, senza superare il 7,5% dei consensi. È lui l’uomo forte del partito a Parma. Capogruppo in consiglio comunale, nel 2024 ha conquistato anche un seggio in regione Emilia Romagna, mantenendo il
Leggi tutto: Quei «bravi ragazzi» di Parma - di Valerio Renzi
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