Sgomberati all’alba e picchiati dalla polizia i lavoratori e i sindacalisti dell’azienda «Acca» in provincia di Prato. Nella lotta contro lo sfruttamento, il lavoro nero e l’evasione fiscale della logistica cinese, lo Stato sceglie di schierarsi con i caporali del settore moda
Guardie del torto La manifestazione contro i licenziamenti partita il 20 giugno, dopo la denuncia degli imprenditori sono arrivate ieri le forze dell’ordine
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Lo sgombero del presidio dei lavoratori ai magazzini Acca di Seano – foto Aleandro Biagianti
La polizia li ha sgomberati con la forza alle sette del mattino, trascinando via una quindicina di operai in presidio e tre sindacalisti del Sudd Cobas che dal 20 giugno scorso manifestavano in via Copernico a Seano, di fronte al deposito della logistica cinese Acca. Una protesta partita quando la società aveva annunciato la chiusura del magazzino e il licenziamento di un centinaio di lavoratori; segnata pochi giorni dopo dal violento assalto al picchetto operaio da parte di oltre 200 titolari dei pronto moda della zona, tre dei quali erano stati arrestati.
CHIUSA ora con l’intervento delle forze dell’ordine, inviate dalla procura pratese dopo la denuncia di una cinquantina di imprenditori, tutti cinesi, che hanno accusato i sindacalisti di violenza privata. Lo sgombero, il primo da quando il sindacato di base ha avviato una protesta a tappeto nell’area pratese per rispondere ai molteplici casi di sfruttamento e lavoro nero che connotano il cosiddetto «distretto parallelo» di produzione, confezionamento e spedizione di capi di abbigliamento, ha provocato un’ondata di proteste. Il presidente della provincia di Prato, Simone Calamai, aveva convocato nei giorni scorsi due incontri per cercare una mediazione fra le parti, cui era seguita anche un’assemblea pubblica. Ma intanto i titolari della Acca e dei pronto moda avevano incaricato i loro avvocati di rivolgersi alla procura per far sloggiare in un modo o nell’altro i manifestanti e sbloccare le merci in magazzino, del valore stimato di circa 200mila euro. Mentre un messaggio circolato su Wechat, app utilizzata dalla comunità orientale, invitava a una «mobilitazione dei cinesi» contro il «sindacato dei lavoratori neri».
FURIBONDO Luca Toscano, che del Sudd Cobas è uno dei portavoce: «Abbiamo assistito a delle scene incredibili, operai e sindacalisti trascinati sull’asfalto, caricati su un pullman e portati in questura. È uno scempio, una vergogna che la polizia alzi le mani contro degli operai che pacificamente stanno difendendo il loro posto di lavoro. Trattati così perché contestiamo un’azienda che è sotto processo per 71 milioni di euro di frode fiscale, ed è anche accusata di caporalato e sfruttamento.
Due anni fa questi lavoratori venivano aspettati sotto le loro case e bastonati perché chiedevano un contratto regolare. Evidentemente una scatola di vestiti vale più della vita degli operai». E ancora: «È bastata la lagna di qualche pronto moda per la merce ferma in magazzino per scatenare un’operazione di polizia impressionante e fare carta straccia del diritto di sciopero e dell’articolo 40 della Costituzione. Così oggi ha vinto la mafia, perché lo Stato va in suo soccorso. Oggi festeggiano i caporali, gli evasori fiscali. Non hanno bisogno di impugnare le spranghe, è lo Stato che garantisce agli imprenditori di continuare a sfruttare, evadere e poi fare i ‘chiudi e riapri’. Qualcuno dovrà spiegare alla città di Prato e al paese questa vergogna».
NON È LA PRIMA VOLTA che la Acca Srl di Seano finisce sui media: è la stessa azienda che due anni fa ha visto gli operai impegnati in una dura, vittoriosa battaglia sindacale per vedersi riconoscere il diritto al contratto, a paghe e orari fissi, e che ha visto ben sei episodi di aggressione, talvolta anche a bastonate, a lavoratori e sindacalisti. L’azienda, che fa capo alla multinazionale Xinsitong, nei giorni del presidio effettuava «spedizioni fantasma» e organizzava il carico-scarico di merce in strada con lavoratori al nero per bypassare lo sciopero. Quanto alla chiusura del magazzino, il Sudd Cobas assicura che ne sia già pronto un altro, a qualche centinaio di metri di distanza, «da riaprire con nuovi schiavi dopo aver licenziato i vecchi dipendenti». Il sindaco di Carmignano (di cui Seano è una frazione), Edoardo Prestanti, ricorda: «Non è un caso isolato, riguarda un intero sistema economico illegale».
Poteste dalla Cgil e dai consiglieri regionali Lorenzo Falchi di Avs e Luca Rossi Romanelli dei 5stelle: «Invece di concentrare l’attenzione su ciò che accade dentro l’impresa, vengono puniti i lavoratori e le organizzazioni sindacali che li stanno sostenendo. È urgentissimo un confronto con prefettura, ispettorato del lavoro, Inps, Inail, Asl Toscana centro, enti locali e autorità competenti». «Quel che è accaduto è una forzatura inaccettabile che inasprirà i rapporti senza portare alcuna soluzione», chiude il governatore Eugenio Giani.
Commenta (0 Commenti)I rappresentanti dell’opposizione si dimettono dalla commissione di vigilanza bloccata per quasi due anni dalla destra perché voleva imporre un proprio nome alla presidenza Rai. La mossa della minoranza alla vigilia della presentazione dei palinsesti targati Meloni per provare ad arginare l’ingordigia della premier piglia tutto in vista delle elezioni politiche
Stop al televoto Si ritirano gli esponenti delle opposizioni, seguiti dalla maggioranza L’organismo di garanzia, fermo da anni, certifica il suo fallimento. In ballo anche il rispetto del Media freedom act. Anche l’Usigrai contro lo stallo della maggioranza
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La decisione arriva quando mancano ventiquattr’ore dalla presentazione dei palinsesti Rai, prevista per oggi ad Ancona: tutti i membri d’opposizione della commissione di vigilanza hanno deciso di dimettersi, certificando la definitiva estinzione dell’organismo che avrebbe dovuto, in questi quattro anni di legislatura, controllare e monitorare il servizio pubblico radiotelevisivo e le piattaforme digitali ad esso collegato. La scelta, si apprende, era in gestazione da tempo. Perché era chiaro che i lavori della vigilanza, dopo il fallimento della destra nella votazione alla presidenza della consigliera Simona Agnes, erano impediti dalla stessa maggioranza. Il blocco dei lavori di un organismo di garanzia appare una volta di più, in tempi di all in sulla legge elettorale, come emblema dell’allergia della destra ai pesi e contrappesi costituzionali.
C’È VOLUTO un po’ di tempo, da quanto trapela, a convincere la componente pentastellata al passo indietro. Cosa non facile anche perché il Movimento 5 Stelle esprimeva la presidenza della commissione: Barbara Floridia si è trovata nella scomoda posizione della mediatrice. «Non era mai accaduto nella storia della nostra Repubblica che un organo di garanzia fosse tenuto in ostaggio di chi governa – denuncia Floridia spiegando la sua scelta in una lettera aperta – E io con esso. Non ha più alcun senso presiedere una commissione ormai svuotata delle proprie funzioni, tenuta artificialmente in vita dalla maggioranza solo per fornire una foglia di fico a decisioni che vengono prese altrove, dal governo, sulle spalle di milioni di cittadini che ogni anno pagano il canone».
L’ORMAI EX presidente della commissione fa poi riferimento alla procedura d’infrazione che incombe sull’Italia per il mancato adeguamento alle norme del Media Freedom Act, il regolamento europeo vincolante che prevede, ad esempio, che il servizio pubblico si regga su nomine indipendenti dalla politica e con fondi certi e stabili nel tempo che consentano la programmazione editoriale e industriale.
«RITENIAMO CHE la commissione non sia più nelle condizioni di esercitare la propria funzione istituzionale di vigilanza – dicono i capigruppo di minoranza Stefano Graziano, per il Partito democratico, Dario Carotenuto, per il Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Peppe De Cristofaro, per Alleanza Verdi Sinistra e Maria Elena Boschi, per Italia viva in un comunicato congiunto – Restare al suo interno significherebbe abdicare alla funzione di controllo democratico e avallare un uso sempre più partitico del servizio pubblico. Le nostre dimissioni chiedono di restituire ai cittadini una Rai libera, autonoma e realmente pluralista». Passano un paio d’ore e anche i membri della destra comunicano il loro passo indietro: «Anche noi ci dimettiamo dalla commissione di vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra – fanno sapere – Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza di due terzi per eleggere il presidente e che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare. È anomalo, infatti, che il presidente della Rai dopo un certo numero di votazioni non possa essere eletto a maggioranza, eventualità che invece è prevista perfino per la carica di Presidente della Repubblica».
LA VERSIONE della maggioranza prevede che le opposizioni abbiano hanno strumentalizzato le norme impedendo alla Rai di avere il
Leggi tutto: Le grandi dimissioni dalla vigilanza Rai: commissione in tilt - di Giuliano Santoro
Commenta (0 Commenti)Netanyahu lancia la sua campagna elettorale: linee guida ai membri del Likud per affossare i rivali e presentazione del programma. Nessun ritiro da Siria, Palestina e Libano e nuove offensive all’orizzonte. Israele deve «vivere di spada», per sempre
Io sono la guerra Il premier israeliano propone un governo ampio per mantenere aperti tutti i fronti regionali e realizzare l'«emigrazione volontaria» da Gaza. Al Likud il compito di affossare il rivale più temibile, Eisenkot
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Un soldato israeliano su un carro armato al confine con il Libano – Ariel Schalit/Ap
La campagna elettorale sarà una lotta all’ultimo respiro nella destra israeliana che, con sfumature diverse, rappresenta gran parte dell’elettorato israeliano. Benyamin Netanyahu intende affrontare a muso duro il suo avversario più credibile, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar. E lo farà battendo il pugno sul tavolo, senza offrire novità rispetto alle politiche che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni: guerra infinita nella regione e negazione del diritto dei palestinesi a qualsiasi forma di indipendenza e sovranità territoriale, accompagnate da una decisa spinta all’«emigrazione volontaria» della popolazione di Gaza e del resto dei Territori occupati.
Il suo partito, il Likud, ha lanciato ieri un’offensiva politica e mediatica a sostegno della sua candidatura all’ennesimo mandato di primo ministro, distribuendo a ministri e deputati un documento con le linee guida da seguire. Il testo, riferisce il giornale Maariv, si concentra su tre punti principali. Il primo invita a presentare Netanyahu come l’artefice dell’indebolimento dell’Iran e di Hezbollah e di uno «storico risultato» in Libano, perché ha ottenuto che l’esercito israeliano continui a occupare le regioni meridionali del paese dei cedri con il consenso degli Stati Uniti e dello stesso governo di Beirut. Il secondo è dedicato allo scontro con Eisenkot.
I membri del Likud affermeranno che solo Netanyahu è in grado di guidare una futura coalizione nazionale, fondata sul rifiuto di uno Stato palestinese e sulla difesa del carattere ebraico dello Stato di Israele. Eisenkot viene invece descritto come un «esponente della sinistra» – cosa non vera, tenendo conto delle posizioni espresse dal generale – che avrebbe manifestato dubbi sull’attacco all’Iran e sarebbe pronto ad aprire a un ruolo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). L’ultimo punto riguarda il processo per corruzione a carico del premier. Il Likud chiede di ripetere ovunque che il procedimento «è solo una persecuzione politica» per estromettere il leader della destra israeliana.
L’altro giorno, nelle prime interviste concesse all’apertura, di fatto, della campagna elettorale, Netanyahu è stato molto chiaro a proposito di ciò che farà, o meglio continuerà a fare, se il voto previsto in autunno lo confermerà alla guida di Israele. Ha parlato di un «governo nazionale allargato». In realtà intende riproporre la maggioranza uscente, guidata dal Likud e formata da partiti di estrema destra e religiosi ultraortodossi, e proseguire la contestata riforma giudiziaria.
Un esecutivo, ha detto, che dovrà consentirgli di raggiungere la «vittoria totale» contro l’Iran e i suoi alleati. «Non finisce mai. Volete vivere in Medio Oriente o nel mondo? Dovete essere molto forti. E noi siamo molto forti. Israele è più forte che mai, abbiamo respinto le minacce e indebolito considerevolmente i nostri avversari. Abbiamo ancora del lavoro da fare. Ci occuperemo di ciò che resta dell’asse iraniano», ha detto Netanyahu a Canale 14, la tv della destra più radicale. Ha quindi enfatizzato l’uccisione di gran parte della leadership di Hamas, Hezbollah e dell’Iran e l’importanza delle «zone cuscinetto» israeliane all’interno dei territori di Gaza, del Libano e della Siria.
Per Netanyahu, Israele dovrà per sempre «vivere di spada» in un mondo pieno di avversari, a suo dire, decisi a distruggerlo. In questo modo ha replicato a chi, all’interno, lo accusa di
Leggi tutto: Conflitto infinito: la ricetta di Netanyahu per vincere ancora - di Michele Giorgio
Commenta (0 Commenti)L’ascesa nei sondaggi del generale Vannacci costringe Meloni a cambiare strategia. Lancia l’esca della conquista del Colle per la destra e dopo aver bruciato i tempi ora rallenta sulla legge elettorale. Dà la colpa ai treni (e a Salvini) ma vuole agganciare i neofascisti di Futuro nazionale
Legge elettorale Con la scusa dei treni in ritardo e degli impegni delle opposizioni l’esecutivo prende tempo
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Giorgia Meloni tra Antonio Tajani e Matteo Salvini
A Matteo Salvini possono essere imputati tanti guai. Ma lo slittamento della legge elettorale non può essere solo una responsabilità del suo ministero, forse ha un concorso di colpa ma se c’è è per la sciagurata decisione di aver candidato Roberto Vannacci alle elezioni europee di due anni fa. Ad agitare il centrodestra sono le preferenze, che FdI vorrebbe e tutti gli altri no, e la crescita dei sondaggi del generale.
OGGI alle 14 la capigruppo della Camera si riunirà per stabilire il contingentamento dei tempi e la data del voto finale sul Melonellum. Questo era atteso per la prossima settimana, giovedì 9 o al più tardi venerdì 10 luglio: la parola d’ordine, fino a poco tempo fa, era stata «accelerare» per chiudere la pratica alla svelta entro la chiusura estiva del Parlamento, che andrà in ferie il 13 agosto fino alla seconda settimana di settembre. Da ieri mattina, però, nella maggioranza hanno iniziato a ventilare l’ipotesi del dietrofront: aspettiamo almeno un’altra settimana, così da sciogliere tutti i nodi. Le motivazioni addotte sono sostanzialmente due: l’iniziativa delle opposizioni a Napoli l’8 luglio e il caos che investirà le ferrovie la prossima settimana. Mercoledì 7 luglio è previsto uno sciopero, mentre per tutta la settimana sarà bloccato lo snodo di Firenze per i lavori programmati sul cavalcaferrovia «Ponte al Pino» che rallenteranno le corse e diminuiranno i treni. Per cui arrivare a Roma sarebbe troppo complicato per voti così delicati.
MOTIVAZIONI reali, ma credibili fino a un certo punto, anche alla prova dei fatti: le opposizioni avranno un’altra iniziativa anche la settimana successiva a Padova, e gli stessi identici lavori riprenderanno nella settimana del 26 luglio. E poi nel corso di questa legislatura, incluso l’iter del Melonellum, mai si era vista tanta delicatezza nel maneggiare il calendario e gli impegni delle minoranze: per approvare entro la fine dell’anno la riforma della Corte dei conti il Senato fu convocato sabato 26 dicembre, senza contare le maratone notturne e le sedute fiume che hanno accompagnato anche i lavori in commissione della legge elettorale.
I NODI in realtà sono due, le preferenze tanto chieste dai Fratelli e i sondaggi di Futuro nazionale. Ieri sera gli sherpa di maggioranza si sono riuniti per cercare una sintesi. Dopo oltre due ore di conclave in via della Scrofa hanno comunicato di «aver valutato tempi e modi del proseguimento dei lavori. Dopo la capigruppo di domani proseguiranno altri incontri». «Di preferenze si è parlato marginalmente. Noi le vogliamo, non cambia la nostra posizione», ha detto Giovanni Donzelli di Fdi: la mediazione non c’è.
I FRATELLI hanno portato nelle ultime settimane diverse opzioni a Forza Italia e Lega, per motivi diversi molto ostili alla loro introduzione. Il «modello europee», ovvero con il nome del candidato da scrivere sulla scheda, è vissuto come una competizione interna al partito che non farebbe bene. Ma anche le altre prospettive non piacciono: un tentativo di mediazione è stato fatto con il «modello Toscana», un capolista bloccato con un listino di cinque candidati tra cui scegliere.
UN’ALTERNATIVA sarebbe aumentare i capilista a due o tre. Su questo soprattutto i forzisti hanno se possibile ancora più
Leggi tutto: Il governo frena sul Melonellum. Pesano Vannacci e preferenze - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Usa, la Corte suprema estende i poteri di Trump sulle agenzie indipendenti, «più di quello della Corona inglese contro la quale ci ribellammo», scrive una dei giudici in dissenso. È il varo di un regno, che disporrà a piacimento di una cinquantina di sigle federali. Non della Banca centrale, ma è un piccolo limite: il neo-governatore è già suo
Corona Virus Trump esulta, la Corte suprema allarga il suo già vasto raggio d’azione: potrà licenziare a piacimento nelle agenzie federali
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La sede della Corte suprema statunitense a Washington – foto Drew Angerer/Getty Images
In chiusura di sessione la Corte suprema ha emesso due sentenze che ampliano i poteri di Donald Trump sulle agenzie federali, bloccando però, almeno per ora, la rimozione della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, e respingendo il tentativo repubblicano di restringere il voto per posta.
La prima sentenza riguarda il potere del presidente di licenziare a piacimento i vertici della Federal Trade Commission, l’autorità che vigila sulla concorrenza e tutela i consumatori negli Stati uniti. Trump non ha aspettato un minuto per commentarla, definendola su Truth Social «una delle sentenze più importanti mai emesse rispetto ai poteri presidenziali» e rivendicando l’onore di essere il presidente che ha ottenuto «questa decisione storica e senza precedenti ». Dato che, ha aggiunto, «90 anni di precedenti sono stati completamente e inequivocabilmente annullati».
SUL FRONTE repubblicano, la sentenza è stata applaudita come la prova che la Corte sta finalmente smontando il sistema di «stato amministrativo» che per decenni ha sottratto potere al presidente eletto, restituendolo a chi ha vinto le elezioni. Il giudice Neil Gorsuch, nella sua opinione concorrente, ha sintetizzato lo spirito della maggioranza scrivendo che «le agenzie indipendenti non sono poi così indipendenti», una frase che ha già cominciato a circolare come slogan tra i commentatori vicini alla Casa bianca.
Sul fronte opposto, il senatore Dick Durbin, numero due democratico in commissione giustizia al Senato, ha denunciato che la Corte «ha appena ribaltato un precedente consolidato per dare il via libera alle minacce di Donald Trump contro le agenzie federali indipendenti», aggiungendo che «ora questo presidente può licenziare chiunque percepisca come nemico in queste agenzie, senza nemmeno doverne indicare il motivo».
SULLA STESSA LINEA Rebecca Slaughter, la commissaria licenziata al centro del caso, che alla Cnbc si è detta «delusa», osservando che la sentenza «sottrae una quantità enorme di potere al Congresso, consegnandolo al presidente, per orientare le decisioni economiche a vantaggio dei ricchi, a spese degli americani comuni». Slaughter ha aggiunto che, da ora in poi, le scelte della Ftc diventeranno “inevitabilmente più politiche”, un problema che a suo dire “non è nemmeno il peggiore” tra quelli aperti dalla sentenza.
Dentro la Corte, è stata la giudice Sonia Sotomayor a rompere il silenzio, leggendo il proprio dissenso direttamente dal banco, mossa riservata solo ai casi giudicati più gravi: la decisione, ha scritto, «ribalta, piuttosto che sostenere, la separazione dei poteri», concedendo al presidente «un potere ignoto persino alla Corona inglese contro cui i Padri fondatori si sono ribellati».
SULLA SENTENZA che invece nega a Trump, almeno per il momento, la possibilità di rimuovere la governatrice della Fed, il presidente ha scelto un
Leggi tutto: Dagli americani al presidente. Il potere è del «re» - di Marina Catucci
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Oggi un Lunedì Rosso dedicato ai diritti. Quelli rivendicati nella Striscia di Gaza il 26 giugno da chi chiede semplicemente di poter vivere. Quelli messi in discussione dal caldo estremo, che rende sempre più evidente come la crisi climatica colpisca in modo diseguale. Quelli compressi dalle scelte della politica, tra una legge elettorale sempre più nelle mani dei partiti e un’Europa che tratta con i talebani mentre prepara nuovi rimpatri verso l’Afghanistan. E quelli che continuano a essere conquistati, giorno dopo giorno, anche nei luoghi della musica. Nella foto: Soccorritori tra le macerie a La Guaira, in Venezuela, dopo il terremoto del 24 giugno 2026 (Matias Delacroix/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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