Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni
Legge del male Il Cdm vara il ddl migranti. Stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori. Dentro anche la disciplina della detenzione nei Cpr, ma sono soprattutto divieti
LEGGI ANCHE Ddl immigrazione, l’avvocato Salerni: «Salto di qualità, si certifica il potere discrezionale del governo»
Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.
L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.
COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.
Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.
DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».
Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.
PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i
Leggi tutto: Blocco navale delle ong, la destra torna alla carica - di Giansandro Merli
Commenta (0 Commenti)Con il sì di tutte le destre e di qualche socialdemocratico l’Europa affonda il diritto di asilo. Via libera alle deportazioni dei migranti sulla base di accordi, anche individuali, con paesi terzi. Accelera il «modello Albania», successo per Meloni che oggi vara il blocco navale
Eurovisione Via libera alle deportazioni extra Ue. E anche il progetto Albania potrebbe accelerare. Il concetto di paese terzo sicuro appare incompatibile con la Costituzione. Il Ppe vota di nuovo con le estreme destre. Defezioni nel centrosinistra
LEGGI ANCHE Migranti, la stretta Ue a tempo di record fa il gioco di Meloni
Strasburgo, il voto al parlamento europeo – Christophe Petit Tesson / Epa
Il parlamento europeo ha affossato in via definitiva il diritto d’asilo nell’Ue. L’approvazione delle modifiche al regolamento procedure, già passate da Commissione e Consiglio, getta le basi per cancellare questo pilastro europeo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni è stata votata la creazione di un elenco comune di paesi di origine sicuri. Con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni gli eurodeputati hanno dato il via libera al concetto di paese terzo sicuro. Popolari ed estrema destra si sono schierati insieme. I socialdemocratici si sono opposti, con le defezioni di danesi, svedesi e rumeni. La sinistra europea ha detto compattamente No.
LA NOVITÀ IN GRADO di distruggere l’architettura del diritto d’asilo Ue, incentrato sul principio di territorialità, è il concetto di paese terzo sicuro. Finora un richiedente asilo poteva essere rimbalzato fuori dall’Europa solo se aveva un legame con lo Stato terzo o se vi era transitato, come accade ai migranti che dalla Turchia arrivano in Grecia. Ora basterà che l’Ue o un paese membro abbiano un accordo con un partner internazionale. È il modello Ruanda, diverso e più pericoloso del protocollo Albania. Facciamo un esempio: se l’Italia dovesse stabilire un’intesa con il Kenya, poniamo caso, ritenuto paese terzo sicuro potrebbe giudicare inammissibili le domande di qualsiasi richiedente asilo, russo o eritreo è uguale, e deportarlo a Nairobi. La persona sarebbe subappaltata per sempre, non solo durante l’esame della richiesta di protezione (come in Albania).
C’è da scommettere che quando la norma entrerà in vigore, da giugno 2026 con il nuovo Patto Ue, si aprirà un mercato di paesi terzi sicuri per spingere i vari governi, attraverso incentivi economici e/o ricatti politici, ad accollarsi quote di disperati della terra. Se questo sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue andrà verificato. La Costituzione italiana, però, stabilisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».
SENZA CANCELLARE dall’articolo 10 l’espressione «nel territorio della Repubblica» non si vede come la norma Ue possa superare il vaglio della Consulta, che prima o poi sarà chiamata a pronunciarsi sulla tutela di quello che a tutti gli effetti è un principio fondante dell’ordinamento costituzionale. Il dibattito sul «controlimite», un argine invalicabile al primato del diritto Ue a tutela della massima Carta nazionale, entrerà così nel vivo. Intanto, però, la politica sarà andata avanti per la sua strada. Se potesse contare anche sulla vittoria al referendum per la riforma della magistratura gli equilibri tra i poteri sarebbero alterati per sempre e i confini all’arbitrio dell’esecutivo molto più labili.
Nella campagna referendaria rischia di inserirsi anche l’altro punto approvato ieri all’europarlamento: la lista dei paesi di origine sicuri. C’è una conclusione ambigua nel testo, un
Leggi tutto: L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione - di Giansandro Merli
Commenta (0 Commenti)Sfruttati approfittando del bisogno 40mila rider, quasi tutti stranieri. È l’accusa della procura di Milano che ha messo in amministrazione giudiziaria la società che gestisce le consegne per Glovo. «12 ore di lavoro al giorno per 7 giorni e una paga sotto la soglia di povertà»
Ladri e biciclette Il pm Storari: «Salari sotto la soglia di povertà». La società deve regolarizzare 40mila addetti
LEGGI ANCHE Insicuro, costoso, opaco: «Nessuno denuncia incidenti per non perdere i turni»
Un rider a Milano foto Dino Fracchia - Imagoeconomica
Glovo, marchio spagnolo di consegne a domicilio, avrebbe messo in piedi un sistema di sfruttamento approfittando delle condizioni di bisogno dei migranti in cerca di lavoro. Sono le conclusioni a cui è giunta la procura di Milano, a seguito dell’inchiesta condotta dal pm Paolo Storari sulla scorta di quelle contro il caporalato nelle filiere produttive dell’alta moda.
I RIDER, ASCOLTATI per mesi dagli inquirenti, hanno fornito testimonianze univoche sul sistema di caporalato causato da un algoritmo che collega la retribuzione alla performance. Lo stesso algoritmo, peraltro, permette anche di controllare i lavoratori: «Se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», ha dichiarato un fattorino alla procura. Il risultato è che, nonostante sulla carta i riders impiegati da Glovo risultino lavoratori autonomi con partita Iva in regime forfettario, in realtà sarebbero in tutto e per tutto lavoratori subordinati.
«L’etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa è compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato», si legge nel decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza disposto dai magistrati. Per di più con stipendi da fame: le remunerazioni, tra 700 e 1.100 euro lordi per 12 ore di lavoro (2,50 euro a consegna), 7 giorni su 7, in qualsiasi condizione meteorologica, risultano molto inferiori al contratto nazionale di riferimento. E anche sotto la soglia delle povertà. Quindi per Storari, che cita nel provvedimento le sei sentenze con cui la Cassazione è intervenuta per precisare il concetto di «salario minimo costituzionale», si tratta di condizioni contrarie a un’esistenza «libera e dignitosa» come sancita dall’art 36 della Costituzione
PER QUESTO LA PROCURA ha messo sotto amministrazione giudiziaria Foodinho srl, la società italiana che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo. L’amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò affiancherà il management della società per correggere le storture e regolarizzare i 40 mila lavoratori impiegati in Italia da Foodinho srl, di cui
Leggi tutto: Sfruttamento e caporalato, Glovo commissariata - di Luciana Cimino
Commenta (0 Commenti)Un Lunedì Rosso dedicato a Milano.
L’impatto delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina sul territorio è devastante oltre che costosissimo.
Il tentativo di depoliticizzare questo grande evento internazionale è però fallito, nonostante la regia olimpionica che oscura l’inno alla pace di Ghali/Rodari.
Dal palco alla strada, migliaia di persone protestano a Milano per il diritto alla città e contro la presenza dell’Ice.
Mentre appena fuori dall’area dei giochi olimpici, a Rogoredo, dove di recente un uomo è stato ucciso da un poliziotto, la piaga della tossicodipendenza prosegue nell’abbandono.
Nella foto: Bad Bunny si esibisce durante l’intervallo del Super Bowl 60 tra i New England Patriots e i Seattle Seahawks, a Santa Clara, California via AP Photo/Charlie Riede
Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-9-febbraio-2026
Commenta (0 Commenti)
Da 67 anni è l’ossessione degli Usa: riportare Cuba nel «cortile di casa». Ora ci prova Trump con un blocco totale che sta mettendo alle corde la popolazione. Díaz-Canel annuncia riforme, senza tradire l’essenza socialista dell’isola
Sindrome dell'Avana «Mai più una goccia di petrolio»: strangolata dalla Casa bianca, L’Avana prova a resistere
LEGGI ANCHE «Possono rovesciare governi ma non vincere un popolo»
Lunga fila di automobilisti in attesa di poter fare benzina a L'Avana – foto Ap
Di fronte al ricatto del presidente Trump – o cedere a un accordo capestro con gli Usa o lo strangolamento energetico – «Cuba ha opzioni limitate», sostiene il viceministro degli esteri, Fernández de Cossío. In sostanza: cercare un dialogo (con gli Usa) basato sul rispetto delle sovranità e senza ingerenze» e procedere ««a una riorganizzazione del paese che costerà molto lavoro». È una strategia che giovedì, in una conferenza stampa, ha confermato il presidente Miguel Díaz-Canel, il quale ha ribadito che: «Siamo aperti al dialogo con gli Usa, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né resa».
VI SONO MOLTI DUBBI che il tycoon di Washington accetti tale posizione. Dichiarando che Cuba rappresenta «una minaccia straordinaria» per la sicurezza degli Stati Uniti, The Donald già ha delineato la sua strategia (e quella dei suoi falchi cubano-americani): cambiare il governo di Cuba. Sia in versione “dolce” come Trump afferma stia accadendo in Venezuela, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez disposta a un’ampia collaborazione con gli Usa e, soprattutto, a affidare la gestione del greggio venezuelano (e probabilmente anche di metalli preziosi e terre rare) direttamente al presidente nordamericano. Sia strangolando energeticamente Cuba, non permettendo che «nemmeno una goccia di petrolio» arrivi nell’isola.
IL TYCOON naturalmente afferma che si tratta di una battaglia per restituire «la libertà» al popolo cubano. Nella realtà – che Trump e il segretario di Stato Rubio conoscono bene – il greggio è necessario per far funzionare la rete elettrica, le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali e le scuole di Cuba. E la gran parte del petrolio (circa il 60% del fabbisogno nazionale) è importato. Impedendo l’arrivo di greggio a Cuba, Trump è consapevole di non stare solo attuando una sanzione in più – rispetto alle più di 200 già decise nella sua prima presidenza – ma di interrompere il metabolismo stesso di una nazione. La quale non ha mai rappresentato una minaccia militare per gli Usa, come ha ripetuto il presidente cubano.
La decisione di Trump di applicare dazi a chi fornisce, direttamente o indirettamente, il petrolio a Cuba è dunque una sanzione decisamente imperialista: una condanna a morte per il governo dell’Avana e alla miseria e alla fame per gran parte della popolazione come mezzo per «cambiare regime».
IL GOVERNO CUBANO è ben consapevole di questa situazione. Non soltanto perché ha sotto gli occhi il risultato (almeno fino a ora) del “pragmatismo” esercitato in Venezuela dai due fratelli Rodríguez (presidente a interim e presidente del parlamento). Ma anche perché la strategia di Trump avviene in un quadro imperialista: contro il multilateralismo in generale, e con il rinnovamento della dottrina Monroe (ribattezzata Donroe, in onore di The Donald) per controllare l’intero Emisfero Occidentale (non solo il Caribe e l’America latina, ma anche Canada e Groenlandia).
SECONDO ALCUNI analisti, la proposta-ricatto di Trump potrebbe rivolgersi a settori militari. In Cuba le Far (Forze armate rivoluzionarie) controllano settori chiave dell’economia dell’isola – turismo, piccola ditribuzione, valuta estera – e dunque, in un contesto di crisi generale dell’isola, si potrebbe verificare il rischio di «corruzione politica».
ANCORA UNA VOLTA il potente Nord dimostra di non capire Cuba. E di sottostimare il nazionalismo cubano. Lo Stato-nazione di Cuba, a differenza della gran parte del subcontinente meridionale, non è stato il prodotto di un’élite criolla ma il frutto della lotta popolare per l’indipendenza (dalla Spagna) nella quale era confluita una lotta sociale contro la schiavitù e contro l’economia (coloniale) di piantagione. La Rivoluzione di Fidel Castro del 1959 si è alimentata di questi precedenti.
LO STATO CUBANO è nazionale, per questo non propenso al golpe. La rivoluzione cubana, nonostante
Leggi tutto: «Cambiamenti» per non morire. Cuba e l’assalto letale di Trump - di Roberto Livi
Commenta (0 Commenti)Cambia il quesito del referendum costituzionale sulla separazione della magistratura. La fretta di Meloni e Nordio che non hanno voluto attendere la raccolta di firme dei cittadini censurata dalla Cassazione. Ora la data del voto dovrebbe slittare, mentre il No risale
Falsa partenza La Cassazione ammette il nuovo quesito proposto dai 15 cittadini promotori della raccolta popolare delle firme
LEGGI ANCHE Il governo nel vicolo cieco dell’arroganza
Una foto scattata durante il referendum dell’8-9 Giugno – (foto Cecilia Fabiano / LaPresse)
Con un provvedimento senza precedenti e che si addentra in territori inesplorati, l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione riapre la partita del referendum costituzionale sulla giustizia: il quesito proposto dal comitato dei 15 cittadini che in poche settimane hanno raccolto oltre 500.000 firme è stato dichiarato valido. E questo avrà effetto anche sulla data, che dovrà slittare in avanti rispetto al 22 e 23 marzo deciso dal consiglio dei ministri alla fine di dicembre e subito decretato dal presidente della Repubblica Mattarella.
LA CASSAZIONE ha ritenuto che l’ordinanza di novembre dell’ufficio centrale (quella relativa al quesito del parlamentari) non ha consumato il potere di altri soggetti di richiedere in autonomia un referendum. Il motivo è molto semplice, in realtà: non esistono disposizioni di rango costituzionale né di legge ordinaria su cui fondare un limite che sarebbe soltanto un ostacolo all’esercizio dei propri diritti (stabiliti dall’articolo 138 della Carta) da parte, ad esempio, di 500.000 cittadini che presentano le loro firme. Tutto ciò, ad ogni buon conto, non contrasta con quanto stabilito sempre dall’Ufficio centrale lo scorso novembre, da considerare come giudicato «rebus sic stantibus»: l’ammissione era legittima, ma è stata superata. E dunque, con la riformulazione del quesito dovrà ripartire l’intero iter. Il consiglio dei ministri dovrà produrre una nuova delibera e il capo dello stato un nuovo decreto.
LA DIFFERENZA tra il quesito del comitato dei 15 e quello dei parlamentari consiste nel fatto che, in quello ammesso ieri, sono indicati esplicitamente i sette articoli della Costituzione che cambieranno in caso di vittoria del Sì. Un particolare non irrilevante nonché, peraltro, obbligatorio secondo la legge che regola le consultazioni referendarie, la 352 del 1970. Per la Cassazione questa precisazione serve a rendere la partecipazione al referendum più consapevole.
È COSÌ CHE LA PALLA ORA TORNA nelle mani del governo. La questione, proprio perché priva di precedenti, è assai complicata: riconvocare un consiglio dei ministri e fissare una nuova data vorrebbe dire necessariamente far slittare in avanti la data del voto. Servono almeno 50 giorni e non più di 70.
Se i ministri, per improbabile ipotesi, dovessero essere convocati oggi a palazzo Chigi, la prima finestra aperta sarebbe domenica 29 e lunedì 30 marzo. Da tenere presente che la settimana successiva è Pasqua, dunque l’ipotesi meno inverosimile potrebbe essere il 12 e il 13 o il 19 e il 20 aprile, dando per scontato che il governo farà di tutto per non andare alle urne il 26, sull’onda della festa della Liberazione.
CI SAREBBE, FORSE, un’altra possibilità per Meloni: correggere in consiglio dei ministri il quesito deciso a dicembre e lasciare intatta la data. Ma a questo punto il Comitato dei 15, asceso al rango di potere dello stato in quanto riconosciuto «promotore» dalla Cassazione, avanzerebbe di certo un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale per poter sfruttare tutti i termini previsti dalla legge e dalla Costituzione.
NON È DA ESCLUDERE una soluzione spuria:
Leggi tutto: Il referendum rischia di slittare ad aprile - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)