Più di mille morti in Iran, il conflitto scatenato da Usa e Israele si allarga oltre il Golfo. Silurata una fregata iraniana nell’Oceano indiano. Un missile di Teheran abbattuto dalla Nato in Turchia. Iraq al buio. Il ministro della guerra americano: vinciamo senza pietà ed è solo l’inizio
La guerra grande Sottomarino americano affonda la nave da guerra iraniana Dena al largo dello Sri Lanka, è la prima volta dal ’45, decine di morti
LEGGI ANCHE «Questo può essere il momento per nuove voci d’opposizione»
Nel fermo immagine del video diffuso dal Dipartimento della guerra Usa, il momento dell’attacco alla fregata iraniana Dena
Si aggrava drammaticamente il bilancio delle vittime in Iran. La Fondazione dei Martiri e degli Affari dei Veterani ha comunicato che il numero delle vittime già “tumulate” ha superato quota 1.045. Non è stato ancora diffuso un bilancio complessivo dei feriti. Le immagini diffuse e i video raccolti mostrano devastazioni e forti esplosioni in diversi quartieri di Teheran. Le autorità parlano di bombardamenti che hanno colpito anche scuole e infrastrutture civili. Un attacco contro un’azienda manifatturiera ad Alvand, nella provincia di Qazvin, ha causato almeno sei morti e 23 feriti. La televisione di Stato ha annunciato il rinvio della cerimonia funebre dell’ayatollah Ali Khamenei, prevista al Mosalla Imam Khomeini di Teheran. La motivazione ufficiale è la necessità di riorganizzare l’evento in vista di una «partecipazione milionaria».
IL CAPO DI STATO maggiore congiunto americano Dan Caine ha affermato che dall’inizio dell’offensiva sono stati colpiti oltre 2.000 obiettivi in territorio iraniano e distrutte almeno 20 unità navali, tra cui «un sottomarino e una fregata lontano dall’Iran». La fregata colpita, la Dena, è stata attaccata mercoledì mattina da un sottomarino americano nelle acque vicino allo Sri Lanka. Secondo Reuters, che cita il portavoce del ministero degli esteri di Colombo, «almeno 87 persone» sarebbero state uccise. Le autorità dello Sri Lanka hanno confermato il salvataggio di 32 marinai iraniani, mentre circa 140 risultano ancora dispersi. Sarebbe la prima nave militare silurata nel Pacifico dopo la Uss Indianapolis, affondata da un sommergibile giapponese nel Mar delle Filippine il 30 luglio del ’45 (era la nave che portò a Guam i pezzi principali della prima bomba atomica, sganciata su Hiroshima il 6 agosto).
Sul piano politico, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato il presidente americano Donald Trump di aver «tradito la diplomazia» e di aver trattato i negoziati nucleari complessi «come un affare immobiliare», distorcendo i fatti con «grandi menzogne» che lo hanno portato al «bombardamento del tavolo negoziale per ostinazione».
Un missile iraniano, diretto verso la Turchia, è stato intercettato dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, dopo aver attraversato Iraq e Siria. Il ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha chiamato Abbas Araghchi per chiedere spiegazioni e per ribadire il messaggio: «Evitare azioni che possano espandere il conflitto». Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea di neutralità e di non interventismo.
Teheran continua la sua resistenza asimmetrica tentando di trasformare il conflitto in una logorante prova di volontà. La Repubblica islamica spera di spingere Trump a ritirarsi per evitare ripercussioni politiche interne. Intanto la crisi si ripercuote sul traffico energetico globale. Dopo la sospensione del transito nello Stretto di Hormuz, circa 200 petroliere internazionali risultano bloccate nel Golfo Persico in attesa di valutare le condizioni di sicurezza. Tra queste, una sessantina di superpetroliere, pari a circa l’8% della flotta mondiale.
IL CORPO DELLE GUARDIE Rivoluzionarie (Irgc) ha annunciato di avere il «controllo completo» dello stretto, mentre negli ultimi giorni diverse navi sono state bersaglio di attacchi con droni e missili. L’interruzione del traffico ha contribuito a spingere il prezzo del Brent oltre gli 80 dollari al barile, riaccendendo timori per la stabilità dei mercati energetici. Tuttavia, questo approccio rischia di isolare ulteriormente il Paese, poiché l’aggressione alle rotte commerciali e ai vicini regionali sta spingendo le nazioni del Golfo e gli alleati europei verso una maggiore cooperazione militare con Washington.
Teheran deve affrontare anche il problema della successione della Guida suprema Khamenei, che ha accentuato la competizione tra fazioni che da tempo convivono nel sistema in un equilibrio instabile. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione è determinato a blindare la successione in tempi rapidi per garantire continuità della «resistenza» e mantenere compatto l’apparato di sicurezza. Dall’altra parte, il blocco politico valuta l’opzione di una figura pragmatica, capace di aprire negoziati con l’Occidente e garantire la sopravvivenza del sistema e contenere il malcontento interno.
IL NOME DI MOJTABA Khamenei, figlio del leader scomparso, è quello che circola con maggiore insistenza. Mojtaba avrebbe
Leggi tutto: Silurata una fregata dell’Iran - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Trump smentisce Rubio, sorpassa Israele, schiaffeggia l’Europa: davanti al cancelliere Merz va in scena l’assenza di strategia nel Golfo e la sindrome di onnipotenza Usa. Il conflitto sempre più ingestibile: Teheran devastata dalle bombe, il Libano invaso da Tel Aviv
Prova di forse Colpito l’edificio dove si nominava il successore. La tv di Israele: sarà il figlio Mojtaba
LEGGI ANCHE L’incubo della guerra cieca
Feriti in un raid israeliano-statunitense in piazza Ferdowsi a Teheran – Foto Abacapress/Hamid Vakili
«Siamo in contatto diretto con i governatori. Le circostanze sono particolari, ma il Paese non si è fermato. Sono in corso attività in tutto il Paese», scrive il presidente iraniano Pezeshkian. L’Iran ha vissuto una giornata di guerra tra fumo e sangue. La capitale è stata colpita ripetutamente da violenti attacchi di missili e bombe israelo-americani. Molti degli attacchi hanno coinvolto aree abitate, lasciando macerie dietro di sé. A Minab, nel sud del paese, una grande folla ha seppellito le 160 bambine uccise nella scuola primaria Shajareh Tayyebeh centrata nelle prime ore dell’attacco, che forse i missili hanno scambiato per una caserma della marina – l’alto commissario per i diritti umani dell’Onu Volker Turk chiede «un’indagine rapida ed esaustiva», persino gli Usa dicono «stiamo indagando». Il ministro dell’istruzione Alireza Kazemi ha dichiarato che negli attacchi 170 studenti e insegnanti sono rimasti uccisi, mentre quasi 20 scuole e istituti scolastici nel Paese sono stati distrutti.
Gli israeliani ieri hanno preso di mira obiettivi militari e sedi di alto valore simbolico e istituzionale. L’ufficio presidenziale e una delle sedi della televisione di Stato sono stati distrutti. Nel primo pomeriggio l’edificio dell’Assemblea degli Esperti, nella città santa di Qom, è stato preso di mira. L’Assemblea dovrà eleggere il successore di Ali Khamenei, guida spirituale del Paese.
In un primo momento erano circolate voci secondo cui la sede sarebbe stata colpita mentre l’Assemblea era in riunione. Sembra che l’assemblea non abbia tanta fretta, probabilmente il timore è di mettere a repentaglio la vita della futura guida – gli iraniani ricordano bene l’uccisione dei successori di Nasrallah in Libano. In serata Iran International, il canale tv in persiano finanziato da Israele, dice che il successore scelto è il figlio di Khamenei, Mojtaba – sorprendente: lo stesso Khamenei era contrario a una successione di sangue.
LA POPOLAZIONE vive nel terrore di attacchi cosiddetti double tap, tattica brutale in cui una seconda esplosione colpisce deliberatamente i primi soccorritori giunti sul luogo di un precedente disastro. Secondo la Mezzaluna rossa iraniana, e vittime fino a ieri mattina sono state di 787, in 153 città.
«Fanno annunci su Iran International di evacuare questo o quel quartiere che tra breve verrà bombardato. Come si può evacuare un intero quartiere di 500mila o un milione di abitanti in un lampo? O non conoscono la città o vogliono farci diventare pazzi. Forse è vero che colpiscono i palazzi governativi, ma accanto a ogni palazzo vanno giù decine di altri palazzi civili intorno», dice Efat, residente a Teheran, in un contatto telefonico. Gli attacchi frequenti nell’area civile delle città stanno facendo passare l’euforia degli oppositori della Repubblica islamica che avevano festeggiato per la morte di Khamenei. La rabbia e la paura stanno tornando tra la popolazione.
Ci sono state preoccupazioni per i residenti dovuta alla probabile fuga radioattiva dopo che l’impianto nucleare di Natanz, colpito domenica dagli attacchi israelo-americani. Ieri l’Organizzazione iraniana per l’energia ha dichiarato: «Le verifiche tecniche confermano l’assenza di dispersione di materiali radioattivi».
IL MINISTRO DEGLI ESTERI iraniano Abbas Araghchi, reagendo alle dichiarazioni del segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio, ha scritto ieri su X: «Rubio ha ammesso ciò che tutti sapevamo: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per scelta, in nome di Israele. Non c’è mai stata una cosiddetta minaccia iraniana».
Una serie di incursioni aeree israeliane ha colpito oltre 17 centri urbani nella provincia del Kurdistan iraniano, tra cui la città di Sanandaj, devastata da decine di raid probabilmente mirati
Leggi tutto: Bombardata l’assemblea che sostituiva Khamenei - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Golfo in fiamme, la guerra lanciata da Usa e Israele all’Iran si allarga. Teheran è un campo di battaglia, monarchie arabe sotto una pioggia di missili. Tel Aviv torna a colpire Beirut. Trump non mette limiti: durerà «tutto il tempo che serve». E non esclude l’invasione di terra
Sarà lunga Pesanti raid israelo-statunitensi sulla capitale e sul resto del paese: oltre 550 gli uccisi da sabato. Nel mirino anche scuole e ospedali
LEGGI ANCHE Pezeshkian nella leadership provvisoria post Khamenei
raniani in sella a una motocicletta passano davanti all'ospedale Gandhi distrutto a Teheran, Iran, 2 marzo 2026 – EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
Il bilancio umanitario in Iran assume contorni drammatici nella terza giornata dell’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele. Le immagini che giungono dai centri urbani mostrano che il confine tra obiettivi militari e infrastrutture civili è tragicamente sfumato. L’episodio si è consumato nel sud del Paese, nella città di Minab. Secondo quanto confermato da fonti locali, è cresciuto il bilancio dell’attacco missilistico che sabato ha colpito in pieno una scuola elementare femminile: 165 bambine uccise e 96 ferite. L’Unicef ha espresso «profonda preoccupazione», definendo gli attacchi alle scuole una chiara violazione del diritto internazionale e parlando di un «momento pericoloso» per milioni di minori nella regione.
UNA PALESTRA a Lamerd, nella provincia di Fars, è stata colpita mentre i bambini svolgevano attività fisica: 35 vittime. E ieri Le bombe hanno tuonato pesantemente sulla capitale. Un violento raid contro la sede dell’emittente statale Irib, situata alla fine di via Alvandi, ha causato danni collaterali devastanti al vicino ospedale Gandhi. La struttura sanitaria e gli edifici residenziali circostanti sono stati gravemente danneggiati dalle esplosioni.
«Il centro è come un campo di battaglia. Interi isolati sono stati colpiti», dice Amir, giovane medico a Teheran in un fortuito contatto telefonico. La Mezzaluna rossa iraniana ha aggiornato il bilancio complessivo delle vittime a 555 morti in 131 città diverse dall’inizio dei bombardamenti il 28 febbraio. «È difficile capire quante sono le vittime, ma vedendo il disastro che c’è qui direi che sono molte di più. Anche i feriti sono tantissimi», urla Amir per farsi sentire.
IL PAESE È SPROFONDATO in un blackout totale di internet che dura da oltre 48 ore. Funzionano solo alcune «sim bianche» in possesso di giornalisti e medici. «Le esplosioni si sono propagate in tutta la città. Ho personalmente notizie certe di zone come Majidieh, Sohrevardi, Lavizan, Pasdaran, Marzdaran, Janat-Abad e Narmak. I palazzi colpiti si trovano tra i quartieri e, inevitabilmente, civili sono rimasti coinvolti. Molte strutture militari erano state evacuate, ma i danni agli edifici residenziali e alle infrastrutture circostanti sono stati ingenti», ci spiega Amir.
Anche il celebre Palazzo Golestan, patrimonio Unesco, ha riportato la rottura di vetrate storiche e il crollo di decorazioni a specchio nei soffitti di diverse sale. Si registrano lunghissime code alle stazioni di servizio e un esodo significativo verso i confini: molti iraniani hanno attraversato il valico di Kapiköy per cercare rifugio in Turchia. «Per ora non ci sono emergenze alimentari, anche se ci vuole coraggio a uscire di casa per procurarsene. Ma, se Dio vuole, finirà presto», chiude la conversazione Amir.
MENTRE IL PENTAGONO afferma di aver acquisito la «superiorità aerea locale» su punti strategici dell’Iran, la popolazione civile resta intrappolata in un conflitto che, secondo il segretario generale dell’Onu António Guterres, rischia di diventare una «escalation incontrollabile» per l’intero Medio Oriente. Teheran continua la sua controffensiva utilizzando missili balistici, ipersonici e droni. Oltre a centinaia di missili lanciati verso Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa, l’Iran ha bombardato infrastrutture nei paesi che ospitano basi statunitensi. Tra gli obiettivi figurano la base di Al-Dhafra e il porto di Jebel Ali negli Emirati, la base di Al-Udeid in Qatar e la base di Ali al Salem in Kuwait. In Kuwait sono stati confermati tre soldati americani uccisi. I droni iraniani hanno colpito la raffineria di Ras Tanura della Saudi Aramco in Arabia saudita, costringendo alla sospensione
Leggi tutto: «Teheran campo di battaglia» - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Un Lunedì Rosso dedicato agli orizzonti infuocati.
Tre editoriali che provano a interpretare lo scenario instabile generato dal nuovo conflitto in corso.
Stati Uniti e Israele stanno colpendo l’Iran e il rischio che la guerra si allarghi in tutta l’area è più sostanziale che mai.
Poi il referendum, le carceri, i migranti e lo stato che a volte mostra un volto predatorio, come nei casi che raccontano di poliziotti e carabinieri corrotti. Ma anche Cuba e Gaza, tra crisi strutturali e sopravvivenza.
Nella foto: Una donna cammina vicino all’ospedale Gandhi, colpito da un bombardamento durante la campagna militare congiunta Usa-Israele in corso a Teheran, via AP Photo/Vahid Salemi
Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-2-marzo-2026
Commenta (0 Commenti)
La guerra torna in Iran, la portano Usa e Israele. Bombe sulle città alla luce del sole, centinaia di vittime. Tel Aviv: «Khamenei è morto». Teheran reagisce con missili e droni in tutta l’area e blocca il petrolio del Golfo. L’attacco “preventivo” è un altro passo verso la catastrofe
Orizzonte di fuoco Duecento uccisi, tra questi quasi la metà sono alunne di una scuola. Teheran lancia missili contro le basi Usa, dal Qatar agli Emirati. Reza Pahlavi parla di «intervento umanitario», centinaia di attivisti invece chiedono di fermarsi
LEGGI ANCHE Tra gli Usa e l’Iran un accordo vero è lontano
Un esplosione sui cieli di Teheran – Ap
Questa volta non è stata davvero una sorpresa per gli iraniani. La foglia di fico dei negoziati, pur sfruttando la reputazione del mediatore omanita, non era sufficiente a nascondere l’intenzione americana. Sicuramente Teheran non rappresentava una «minaccia imminente» mentre erano in corso i negoziati che avrebbero dovuto continuare la prossima settimana. L’iniziativa militare di Washington e Tel Aviv è stata una precisa scelta strategica piuttosto che una reazione a una minaccia imminente, nonostante le amministrazioni dei due paesi la presentino in questi termini.
UNA DIVISIONE dei compiti tra gli americani, che dovrebbero distruggere le strutture militari, e gli israeliani incaricati di eliminare «le autorità odierne, passate e future» dell’Iran. Teheran è stata colpita in modo capillare: centri politici, militari e istituzionali sono stati presi di mira. Nel cuore della città sono stati bombardati Piazza Palestina, la residenza di Ali Khamenei, Via Vesal (sede della magistratura), Via Pasteur (complesso presidenziale) e la sede del ministero degli esteri. A est è stato colpito il quartier generale dello stato maggiore e il sito militare di Parchin; a ovest, nei sobborghi di Shahriar, è stata colpita una base militare adiacente.
Gli attacchi si sono estesi a tutto il paese: Karaj, Isfahan, Qom, Kangavar, Nahavand, Lorestan, Dezful e Andimeshk, Ilam, Tabriz, l’isola di Kharg nel Golfo persico e Chabahar sul Mar dell’Oman. Secondo la Mezzaluna rossa iraniana, fino alle ore 21 locali, 201 persone sono state uccise e 747 ferite.
Almeno ottantacinque studentesse sono state uccise e decine ferite dopo che la scuola elementare femminile di Shajare Tayybe della città di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, è stata colpita dai raid israeliani: «vittime collaterali» che nessuno sembra voler vedere. Il presidente iraniano Pezeshkian ha condannato l’attacco alla scuola, definendolo un crimine barbaro contro civili innocenti.
Il rischio di un’escalation resta elevato. La leadership iraniana si è preparata da tempo a uno scontro su larga scala. La presenza statunitense nella regione – con basi militari, contingenti e unità navali – si trova nel raggio d’azione di missili e droni iraniani. Teheran ha reagito lanciando missili verso Israele e contro le basi militari americane in Qatar, Emirati arabi uniti, Kuwait, Manama (Bahrain), Siria, Giordania, Arabia saudita e Iraq.
MOLTO PROBABILMENTE Teheran eserciterà pressioni simultanee su più fronti. Il conflitto sarà percepito come «esistenziale» anche dagli alleati di Teheran in Iraq, Libano e Yemen, poiché la loro sopravvivenza dipende dalla stabilità della Repubblica islamica. Una risposta frammentata ma coordinata renderebbe il quadro ancora più complesso.
Il ministro degli esteri iraniano ha denunciato l’attacco come una violazione della Carta delle Nazioni unite e ha rivendicato il diritto a una risposta militare. Abbas Araqchi ha dichiarato di aver contattato i paesi del Golfo persico per chiarire che gli attacchi alle basi americane sono azioni difensive e non mirano a loro. Ha aggiunto: «Non potevamo restare a guardare».
Gli israeliani affermano di aver ucciso Mohammad Pakpour, comandante dei pasdaran, e Aziz Nasirzadeh, ministro della difesa iraniano, ma al momento non ci sono conferme da parte delle autorità iraniane. Nel frattempo, il ministro Araqchi ha assicurato che Ali Khamenei e il presidente Pezeshkian sono rimasti illesi. In serata, Reuters – citando fonti israeliane – ha riportato della possibile morte di Khamenei: il corpo, scrive l’agenzia, sarebbe stato localizzato.
Lo scenario che gli americani e gli israeliani seguono prevede una sollevazione della popolazione iraniana contro il potere, con l’obiettivo di provocare il collasso del regime. È l’invito che i presidenti dei due paesi aggressori hanno rivolto ai cittadini iraniani. Un appello che, fino al momento in cui scriviamo, in Iran non era stato accolto. Nel frattempo, l’agenzia Irna ha diffuso video che mostrano cittadini radunati in Piazza Palestina a Teheran per condannare gli attacchi aerei degli Stati uniti e di Israele.
È difficile pensare che una rivolta sotto le bombe troverebbe consenso tra chi si oppone al sistema ma respinge con forza ogni interferenza straniera. In un simile contesto, le possibilità di successo appaiono limitate. Inoltre, resta improbabile – se non irrealistico – immaginare di poter neutralizzare l’apparato militare e paramilitare del regime. Secondo molti analisti, solo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei potrebbe determinare un cambiamento nell’atteggiamento iraniano, senza che sia possibile prevedere in quale direzione esso si muoverebbe.
REZA PAHLAVI, figlio dell’ultimo shah d’Iran, ha definito gli attacchi un «intervento umanitario»
Leggi tutto: Sull’Iran le bombe di Stati uniti e Israele. Il Golfo è nel caos - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Nel Regno unito ennesima pesantissima sconfitta per il premier Starmer. Nel collegio roccaforte laburista a sud di Manchester vincono i Verdi grazie a proposte di sinistra e a una linea chiara su Gaza. Seconda forza i trumpiani di Reform Uk
Sorci verdi Nella roccaforte di Gorton and Denton vincono i Verdi, poi Farage Pesante sconfitta per Starmer, a Downing street ancora più debole
LEGGI ANCHE Old new labour, perduti lungo la quarta via
Keir Starmer – James Manning, Pool Photo via AP
Non sarà la fatidica ultima goccia che farà annegare la leadership di Keir Starmer, ma potrebbe essere la penultima. L’elezione suppletiva di mercoledì a Gorton and Denton, sud-ovest di Manchester, già vetero-roccaforte laburista, si è risolta con una scintillante vittoria – la loro prima a una simile tornata elettorale – dei Verdi di Zack Polanski. C’era da rimpiazzare Andrew Gwynne, deputato laburista ritiratosi per ragioni, ufficialmente, di salute.
Al netto di un’affluenza del 47,62%, la loro candidata, Hannah Spencer, ha ottenuto 14.980 voti, contro i 10.578 degli etno-nazionalfaragisti di Reform Uk e i 9.364 del Partito Laburista, rappresentati rispettivamente da Matthew Goodwin e Angeliki Stogia. Ciò porta i Verdi a poco più di un eloquentissimo 40% dei voti. È un risultato tellurico per una serie di ragioni. Innanzitutto quella di ieri era una corsa a tre: Labour, Verdi e Reform – che ha da tempo soppiantato i Tories come avamposto della destra iniettando generose flebo di razzismo nell’astenico moderatismo di questi ultimi. C’è poi, il trionfo personale della trentaquattrenne Spencer, che faceva l’idraulico, vive con quattro levrieri inglesi che si portava in giro durante la campagna ed aveva anche preso la qualifica di imbianchina appena prima di stravincere. Residente a Gorton, la quinta deputata verde a Westminster ha lasciato la scuola a 16 anni.
Dal suo discorso di accettazione: «Non sono cresciuta con il desiderio di diventare un politico. Faccio l’idraulico. Non sono diversa da chiunque in questo collegio elettorale. Lavoro sodo come tutti. Solo che le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni, perché un tempo lavorare sodo mi garantiva qualcosa Ma ora cosa ti garantisce? Invece di lavorare per una vita dignitosa, lavoriamo per riempire le tasche dei miliardari. Ci stanno dissanguando». I candidati Labour vincevano a Gorton da quasi un secolo e a Denton dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle politiche del 2024, il laburista Gwynne aveva ottenuto oltre il 50% dei voti.
Il collegio, unificato per le politiche del 2024, è suddivisibile in due parti distinte: Gorton è composta per circa il 60% da cittadini di origine asiatica e di religione musulmana e circa il 40% da studenti o laureati; Denton annovera un oltre 80% di bianchi, una vasta percentuale dei quali working class. Ma il dato eclatante non è solo il sovvertimento dello storico dominio laburista. L’umiliazione di Starmer è più cocente che se fosse stato sconfitto da Farage, dal momento che aveva scommesso sul solito voto a nasi turati pur di tenere gli anglo-trumpiani fuori da Downing Street. Quest’esito vuol dire che il voto a sinistra si sta diversificando e che il Labour non ne detiene più il monopolio. E, soprattutto, che per battere le destre ci vuole una sinistra degna di questo ormai svuotato appellativo.
Certo, gli otto deputati di Reform Uk sono già troppi, ma almeno non sono diventati nove. Né è stata solo la politica del governo su Gaza a disilludere il blocco storico di votanti
Commenta (0 Commenti)