Coda avvelenata Mentre a Ceuta continua l’emergenza umanitaria: secondo le ong, ci sono più di 3000 minori che vagano alla ricerca di cibo e acqua
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Passeggeri in partenza per la Spagna, Fiumicino, 8 Agosto 2026 – ANSA/TELENEWS
Da ieri la Spagna è passata dalle minacce ai fatti: i controlli alle frontiere per i viaggiatori provenienti dall’Italia sono ripresi in scala crescente, prima nei principali aeroporti e nel porto di Barcellona, poi anche negli altri scali.
IL GOVERNO IBERICO ci ha tenuto a diffondere con grande dettaglio – al contrario di quello che aveva fatto l’Italia – immagini e dati che corroborano che si sono presi sul serio il ripristino dei controlli e che, con procedura poco abituale, schierano già a piè di pista la Guardia Civil che chiede, in maniera aleatoria (così dice l’esecutivo spagnolo) a circa il 15% dei passeggeri la documentazione. Una situazione a cui molti passeggeri hanno reagito con stupore.
IN ALCUNI CASI, la polizia allontana i passeggeri dal resto dei viaggiatori per portarli in una sala a parte per “accertamenti”. È chiaro il messaggio del governo spagnolo: dato che Meloni non ha fatto passi indietro, sono disposti a rendere la vita più difficile a chi viaggia dall’Italia, cioè quel tipo di profilo di persone che nell’abolizione dei controlli doganali aveva visto il segnale più tangibile di quello che significava l’integrazione europea.
L’ASPETTO PIÙ INQUIETANTE della vicenda è che l’argomento che il ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska ha trasmesso alla Commissione europea quando ha comunicato la misura è proprio lo stesso che aveva utilizzato Meloni: l’Italia ha un’eccessiva pressione migratoria – il numero di migranti senza permesso di soggiorno arrivati in Italia è negli ultimi 5 anni più del doppio di quelli arrivati in Spagna – e questo costituisce una minaccia «per l’ordine pubblico e la sicurezza interna». La stessa scusa che aveva utilizzato l’Italia.
LE VERE VITTIME di questa crisi, però, sono altre. A Ceuta sembra
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Commenta (0 Commenti)C'è ancora time Il sindaco di Roma a Investire Sgr: «Avete scelto di non vendere, la nostra è una proposta solida anche sul piano giuridico»
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Roma, assemblea pubblica di Spin Time – Foto di Renato Ferrantini
Quando sono le 17.30 l’assemblea pubblicata convocata ieri da Spin Time davanti all’edificio non è ancora iniziata. Tra la folla si fa avanti il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Si posiziona al centro, intorno a lui ci sono abitanti e attivisti.
IL GIORNO DOPO il fallimento della trattativa per «l’accordo ponte», che avrebbe dovuto far rientrare le persone in attesa di poter finalizzare l’acquisto dell’edificio da parte dell’amministrazione, Gualtieri sceglie di rilanciare in primo luogo rispondendo alla società Investire Sgr, la proprietà. Sembrava che l’accordo potesse esserci, così come i preparativi per darne l’annuncio. Poi il fondo giovedì ha declinato l’offerta adducendo cavilli giuridici: la soluzione «esporrebbe la società e i suoi amministratori a rilevanti responsabilità civili e penali», hanno scritto in un comunicato in propria difesa. Motivazioni «capziose» per Gualtieri, che risponde: «La proposta d’acquisto era solida dal punto di vista tecnico e giuridico» scrive in una nota il Campidoglio, elencando gli articoli del codice penale e della Costituzione che smentirebbero quanto scritto dalla proprietà. Le condizioni di sicurezza, poi, erano state valutate dai periti del comune che «hanno escluso la presenza di criticità strutturali tali da impedire questo percorso e attestato la possibilità, una volta completati gli interventi e acquisite le necessarie certificazioni, di predisporre in condizioni di sicurezza spazi in grado di accogliere circa 120 persone entro 60-90 giorni».
ANCHE PERCHÉ la trattativa sarebbe andata avanti quasi per inerzia. A ogni studio e proposta del comune in risposta sarebbe arrivato un ostacolo giuridico, poi smentito, e così via. Un muro di gomma. «Come se la trattativa in realtà non ci fosse mai stata», è il ragionamento. Alcuni precedenti simili ci sono, come nel caso del Metropoliz al Casilino, a dimostrare la praticabilità della soluzione.
IL NODO è solo politico, le motivazioni giuridiche un pretesto. «Non c’era nessun obbligo di accettare la nostra proposta», dice Gualtieri davanti agli abitanti, «ma è anche vero il contrario: nessuno vieta a un fondo immobiliare di avere un cuore, di fare una scelta e assumersene le responsabilità. Non è che non si poteva fare, è che non hanno voluto farlo». E su una eventuale pressione dell’esecutivo: «Non so se ci sono state intromissioni dal governo, ma le posizioni della destra sono note. Se hanno condizionato la proprietà devono essere loro a dirlo». L’intenzione allora è di provare ad andare avanti, di comprare l’immobile: «Avvieremo tutte le procedure per valutare il prezzo e acquistare, non è una strada abbandonata anche se sarà lunga». In ogni caso dall’amministrazione escludono che l’esproprio possa essere un’opzione.
NELLA NOTTE di giovedì l’amministrazione ha assicurato che agli abitanti sarà garantito un alloggio pubblico, «non è una concessione ma un loro diritto». È lo stesso Gualtieri a
Leggi tutto: Spin Time, Gualtieri rilancia: «Vogliamo comprare l’edificio» - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Illuminava l'aria La morte a 86 anni del cantautore emiliano. A settembre un evento per ricordarlo pubblicamente. Dall’Appennino a Bologna, da Auschwitz a piazza Alimonda, ha raccontato la politica, il tempo, la memoria e il dubbio
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Guccini nella foto di copertina dell’album «Canzoni da intorno» – Foto Ansa
Non ha mai detto che «a canzoni si possa far poesia». E allora non lo diremo neanche noi, rimandando a un altro giorno l’ennesima querelle tra poesia e canzone. Il fatto è che Francesco Guccini non è stato soltanto poeta, letterato e cantautore. Con lui scompare uno degli ultimi grandi intellettuali popolari dell’ultimo secolo, che ha attraversato, interpretato e raccontato come pochi altri. Figlio dell’Appennino contadino e resistente, di una «piccola città bastardo posto» da cui partire per approdare nella «Parigi minore» che era Bologna per poi tornare ancora una volta alla montagna, Guccini ha fatto della canzone — perché è alle sue canzoni, che inevitabilmente pensiamo da ieri mattina — il proprio strumento di conoscenza. Un mezzo d’espressione per leggere in controluce il dopoguerra, il Sessantotto e il riflusso, la crisi delle ideologie e quelle del nuovo millennio. Senza mai cedere allo slogan, ma neppure al ritornello, giacché quasi sempre ha preferito la via più complicata della stroficità integrale, come fosse l’unico modo per far defluire il racconto della Locomotiva, di Odysseus, di Lettera.
Le sue canzoni non si sono limitate a illustrare la storia: sono diventate uno dei luoghi in cui quella storia continua ancora oggi a essere ricordata. Lo hanno fatto parlando — apparentemente — d’altro, con quella sensibilità cinematografica già disarmante nella giovanile Auschwitz. La stessa con cui descrive l’incubo atomico in Noi non ci saremo, la stessa con cui sovrappone le immagini di Jan Hus e Jan Palach in Primavera di Praga e con cui inquadra Piazza Alimonda attraverso il luccichio della «Salvia splendens» che ricopre un’aiuola triangolare. Il personale e il politico, si diceva un tempo. In Guccini le due dimensioni coincidono sempre. E lo fanno anche quando la storia sembra lasciare il posto agli oggetti più umili, destinati a diventare memoria collettiva: le «stoviglie color nostalgia», la «lampadina da trenta candele», la «soda fountain» dietro al bancone di un autogrill.
LO FANNO, certamente, con qualità e tecnica da vero poeta. Solo così si può definire l’autore di un gioiello come Asia, con la sua finissima sequenza di settenari a coppie ed endecasillabi, di rime interne e di enjambement. Ma se è vero che le parole hanno spesso brillato più delle note, è altrettanto vero che tutta la sua opera nasce dall’incontro con la chitarra. Così descriveva il proprio metodo compositivo nell’intervista concessaci nella primavera del 2020: «Partivo sempre da un’idea, dalla voglia di trattare un argomento; poi prendevo la chitarra e provavo una serie di accordi, dai quali nasceva una linea melodica su cui si inserivano le prime parole».
Anche per questo la musica di Guccini evolve molto più profondamente di quanto lasci intuire una lettura limitata ai soli versi. I primi dischi nascono all’incrocio fra il folk americano, la chanson francese e il beat italiano. Bob Dylan è un riferimento evidente, ma accanto a lui convivono Georges Brassens e Jacques Brel, Elvis Presley e Gerry Mulligan, il blues, il jazz, il canto popolare, il rock’n’roll, perfino il valzer ascoltato da ragazzo. Non è un mosaico casuale, ma la lenta costruzione di un lessico musicale che, album dopo album, si emancipa dai propri modelli fino a diventare immediatamente riconoscibile.
Soprattutto quando dal 1970 inizia la sua lunghissima collaborazione con i suoi «musici«: Vince Tempera, Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, a cui si aggiungerà nel 1976 l’argentino Juan Carlos «Flaco» Biondini. Con quest’ultimo entrano stabilmente nel repertorio il tango, la milonga, la chacarera, il respiro della musica rioplatense, una diversa concezione del fraseggio, dell’accompagnamento e perfino del silenzio. Non si tratta di un’improvvisa svolta esotica, ma dell’emersione di un interesse coltivato fin dagli anni Cinquanta, quando Guccini imparava sulla chitarra gli standard sudamericani allora diffusissimi anche in Italia. E la geografia poetica si allarga, «fra la via Emilia e il West» — inseguendo le orme di Amerigo — per poi scendere a sud, sotto «la capovolta ambiguità di Orione», tra le pagine di Borges, Güiraldes, Cervantes, Manuel Vázquez Montalbán.
SU TUTTO QUESTO, la sua voce, una delle più personali e riconoscibili della cultura italiana. Una voce che cresce e che cambia nei quaranta e passa anni di carriera: inizialmente più aspra e trattenuta, poi sempre più teatrale, capace di trasformare il concerto in una continua riscrittura delle canzoni. Progressivamente la chitarra passa in secondo piano, mentre cresce il ruolo dell’interprete, nonostante per buona parte della critica intenzionata a legittimare la canzone — come se ce ne fosse bisogno — egli rimanga pur sempre un letterato prestato alla musica. Ma se è stato, assieme a De André, il più grande dei nostri cantautori, è perché ha saputo pensare l’artefatto mediale del disco come un’opera complessa, nella quale la scrittura continua negli arrangiamenti, nella ripresa e nel missaggio.
Del resto, anche dal punto di vista politico, Guccini si è sempre posto in una complessità tale da ribaltare ogni certezza con un «forse» e con un «ma», tra domande lasciate volutamente aperte non solo dai versi ma anche dall’andamento ritmico, melodico e armonico. È una questione etica prima ancora che stilistica. Questa fedeltà al dubbio, lo sappiamo, gli è costata più di una critica. Nel clima intransigente del post-Sessantotto, Stanze di vita quotidiana (1974) venne accolto come un ripiegamento intimista: la celebre stroncatura di Riccardo Bertoncelli dipinse quel disco come un cedimento alle logiche dell’industria, un ripiegamento nel privato e un conseguente allontanamento dall’impegno civile. C’è voluto poco, in realtà, a rendere evidente come Guccini avesse intuito prima di altri la crisi delle grandi appartenenze ideologiche e la necessità di tornare a interrogare l’esperienza individuale. La risposta, lo sappiamo, arriverà due anni dopo con L’Avvelenata.
ATTRAVERSO quella canzone egli rifiuta di diventare il portavoce di una generazione, il sacerdote laico di una comunità politica o il monumento vivente che una parte del suo pubblico pretendeva di costruire. Rivendica invece il diritto alla contraddizione, all’errore e perfino all’incoerenza, perché soltanto un autore libero può continuare a raccontare il proprio tempo. Negli ultimi anni, quasi naturalmente, la scrittura ha trovato spazio anche nei romanzi e nei racconti, senza mai rappresentare un abbandono della canzone. Era piuttosto lo stesso universo narrativo che cercava un’altra forma. Parallelamente, gli ultimi lavori discografici – da L’ultima Thule fino ai poco memorabili progetti dedicati al repertorio tradizionale – hanno assunto il valore di un congedo sereno, che da ieri mattina è già storia di per sé.
Ora che è davvero il momento del congedo, riascoltare quella storia e quella voce rende inevitabile la ricerca del ricordo o del frammento di se stessi nelle sue canzoni, tra «angoscia, un po’ di vino, voglia di bestemmiare». Ma quando parte l’arpeggio in Si minore di Van Loon non si può fare a meno di vedere proprio lui, nei panni del padre, mentre parte per il suo ultimo viaggio con «il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio».
Commenta (0 Commenti)Pagheremo caro Prima le armi. Malgrado i distinguo e le spaccature fra alleati, il governo si avvia alla sua ultima legge di bilancio nel segno della spesa bellica. Il voto del parlamento sul nuovo maxi debito per bombe e missili condizionerà i prossimi tre anni, intanto divide anche il Pd
Pagheremo caro Quel che il governo ha deciso e la maggioranza ha confermato ieri resta pertanto chiaro: uno scostamento di bilancio che si aggirerà sui 22 miliardi destinati ad andarsene in armi e «sistemi di difesa»
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Parata militare – Imagoeconomica
Matteo Salvini avrebbe dovuto fare l’illusionista: da anni la sua politica non va oltre trucchi pirotecnici messi a punto per camuffare la realtà. Lo ha fatto anche ieri, nel dibattito parlamentare sullo scostamento di bilancio.
La Lega ha imposto una riformulazione della risoluzione di maggioranza il cui solo esito è gettare fumo negli occhi per nascondere l’effettiva sostanza delle cose. Ma le scelte politiche e i conti in tasca hanno il difettaccio di non tenere in alcun conto i giochi di parole.
Quel che il governo ha deciso e la maggioranza, Lega inclusa, ha confermato ieri resta pertanto chiaro: uno scostamento di bilancio che si aggirerà sui 22 miliardi destinati ad andarsene in armi e «sistemi di difesa» invece che in case, scuole e ospedali. Alla cospicua sommetta si aggiungeranno altri 14 miliardi e mezzo di scostamento per l’energia, da spendere in tutto tranne che in ciò che più servirebbe, lo sviluppo a passo di carica di fonti di energia alternative ai fossili.
Il ministro Giorgetti, che ha differenza del suo leader non fa il prestigiatore, non ha nascosto il rischio immenso annidato dietro lo scostamento. Se in autunno il riconteggio del deficit dirà che l’Italia è sotto il tetto del 3% allora non saremo più incatenati dalla procedura d’infrazione per eccessivo deficit. Ma se invece il verdetto sarà negativo – confermerà cioè il deficit al 3,1% – venirne fuori sarà questione di anni, non di mesi. La mazzata avviata ieri peserebbe sul deficit futuro tenendolo al di sopra del 3% a lungo, forse sino al 2030. Purtroppo la generosa clausola di salvaguardia europea non vale per chiudere una procedura già aperta. Meloni e Giorgetti se la stanno giocando a testa o croce. Dita intrecciate e speriamo di cavarcela.
«Qualche volta bisogna avere il coraggio di fare scelte impopolari», afferma il ministro dell’economia e vagli a dar torto. Ma le scelte impopolari e dolorose andrebbero fatte in proprio, non per eseguire ordini altrui. Una cosa è il tributo di sangue, sudore e lacrime accettato per sconfiggere una mostruosa tirannia, tutt’altra pagare prezzi alti per far contento un miliardario megalomane convinto di essere non presidente ma monarca e meglio ancora imperatore.
A nessuno in Italia sarebbe mai venuto in mente di svenarsi per le armi, meno di tutti a Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, senza la sferza del tirannico capo della destra americana.
Dall’altra parte della barricata lo spettacolo non è stato molto più edificante. Solo l’alchimia dei regolamenti della camera ha salvato il Pd da una spaccatura alla luce del sole che comunque la minoranza di quel partito ha fatto in modo di rendere il più fragorosa possibile. Ha completato il quadro il fatto che la segretaria del Pd abbia prima scelto di non parlare, poi di non far esporre nemmeno il responsabile degli esteri per non scontentare i tifosi del riarmo allocati nel suo partito e soprattutto a Bruxelles.
In politica una certa dose di ambiguità è spesso perdonabile, qualche volta inevitabile. Questo però è un dossier che chiama in causa tutto: l’intera politica estera, perché in ballo c’è l’autonomia dell’Italia nella Ue e dagli Usa, quella interna, perché in gioco c’è la condanna del Paese ad anni e non mesi di austerità, la difesa del sistema di valori costituzionale. Quando la posta è così alta nessuna ambiguità è ammissibile e l’alternativa all’offerta politica di una destra destinata a virare ancora più a destra deve partire su questo fronte da una posizione quanto più netta possibile. Col coraggio di scontentare una parte del proprio schieramento.
Con un’avvertenza però: contrastare il riarmo e negare solidarietà operativa all’Ucraina aggredita non sono affatto la stessa cosa.
La sovrapposizione è un trucco che funziona grazie alla complicità di tutti: di quelli che hanno interesse ad ammantare di pacifismo una sostanziale arrendevolezza nei confronti dell’ingordigia russa e di quelli che adoperano l’accusa di putinismo per delegittimare chi si oppone al riarmo. Anche su questo l’opposizione ha il dovere di essere chiara, senza permettere confusioni di sorta con il «pacifismo» peloso dei Vannacci e dei Salvini.
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Ce lo chiede l'Europa Il commissario Brunner si allinea ai governi di destra, critica Madrid per la sanatoria dei migranti e promette una nuova stretta
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Per Ceuta, tutti solidali con la Spagna, come chiedeva Madrid? Solo sulla carta. La solidarietà resta confinata nelle poche righe del documento approvato al termine della riunione straordinaria in videoconferenza dei ministri dell’Interno dell’Ue. Oltre il linguaggio della diplomazia c’è la consacrazione delle critiche rivolte al governo del premier socialista Pedro Sánchez per la gestione della crisi migratoria e, più in generale, delle sue politiche sull’immigrazione. Il doppio registro attraversa l’intera giornata: il comunicato finale richiama l’unità, gli interventi di Commissione e governi certificano invece un’Europa che isola la Spagna. Non manca il cordoglio tardivo della Commissione, espresso dal commissario Brunner, per le vittime di Ceuta e la vicinanza ai loro familiari. Ma, archiviati i messaggi di circostanza, il confronto politico è duro. «La solidarietà europea è morta a Ceuta», affonda l’ex Alto rappresentante, il socialista spagnolo Josep Borrell, la reazione dell’Ue «è stata l’opposto di quanto ci si aspettasse». Il dito è puntato contro Roma per aver innescato la miccia dello scontro chiedendo di mettere in discussione Schengen.
A segnare la linea Ue è soprattutto il commissario agli Affari interni e alla Migrazione, l’austriaco Magnus Brunner, quando liquida senza esitazioni la sanatoria dei migranti del governo spagnolo come «non un buon segnale per il resto d’Europa». Si riferisce alla regolarizzazione presentata a giugno dal governo Sánchez, per cui hanno presentato domanda oltre un milione di persone. Una presa di posizione che arriva proprio mentre Madrid è bersagliata dai governi di destra con l’accusa di avere così alimentato un effetto calamita sui flussi migratori. Fonti del governo spagnolo insistono sul fatto che la regolarizzazione non riguarda oltre un milione di persone, come sostenuto da alcuni governi, ma un numero nettamente inferiore. Soprattutto ricordano che il provvedimento non attribuisce automaticamente il diritto di vivere e lavorare nell’intero spazio Schengen, bensì produce effetti limitati al territorio spagnolo. Un argomento con cui l’esecutivo di Sánchez prova a smontare la tesi del cosiddetto pull factor, evocata da diversi governi, primo fra tutti quello italiano.
LO SCONTRO tra Madrid e Roma resta comunque apertissimo. Il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, torna a definire incomprensibile e sproporzionata la decisione di Roma di ripristinare controlli aggiuntivi verso la Spagna, chiedendone l’immediata revoca. A suo giudizio Schengen non è mai stato realmente a rischio, anche perché Ceuta gode di uno status particolare e non avrebbe potuto generare i temuti movimenti secondari. Per rafforzare la propria tesi il ministro snocciola anche i dati sull’emergenza: circa 70 mila delle 72 mila persone arrivate sarebbero già rientrate in Marocco, segno che la crisi è stata rapidamente riportata sotto controllo grazie alla collaborazione con Rabat.
NEPPURE SUL DOSSIER Schengen il commissario Brunner sposa la linea di Madrid. Al contrario, afferma di comprendere la reazione dell’Italia, osservando che
Leggi tutto: La Spagna è sola, l’Ue si blinda e attacca il governo Sánchez - di Andrea Valdambrini
Commenta (0 Commenti)Fratelli d'Europa Oggi vertice di emergenza dei ministri europei per un’emergenza che non c’è. L’Ue approfitta di Ceuta per assediare Sánchez, stracciare il diritto d’asilo e deportare i migranti nei paesi terzi. È la linea Meloni, che vuole la copertura di Bruxelles al flop dei centri in Albania
Fratelli d'Europa Il ministro degli esteri Albares: «Noi più bravi a fermare l’immigrazione illegale»
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Sánchez e il ministro degli esteri spagnolo Albares; a centro pagina migranti scortati da soldati spagnoli per il loro ritorno in Marocco da Ceuta – AP
In attesa della riunione di stamattina dei ministri degli interni della Ue, il governo spagnolo ieri è passato al contrattacco. Strategicamente, non per bocca del presidente del governo – che aveva già scritto alla presidente Ursula von der Leyen una lettera eloquente ma contenuta nei toni – bensì per quella del ministro degli esteri, José Manuel Albares.
In una lunga intervista a Rtve (l’equivalente della Rai spagnola) ha attaccato duramente l’Italia e il governo Meloni: «Ci sono stati paesi, stati e governi che non sono stati all’altezza. Il governo italiano è uno di questi», ha affermato il ministro, rivendicando, come già aveva fatto Sánchez nella lettera aperta e sui social, che per la Spagna passa «il cammino europeo con il minor numero di arrivi irregolari» di migranti.
MENTRE L’ITALIA, ha detto visibilmente irritato, in alcune occasioni è stata «assolutamente sommersa da migranti irregolari», con «ripetute crisi» sull’isola di Lampedusa, «che non è in grado di risolvere», aggiungendo beffardo che «all’Italia piacerebbe essere brava come noi a risolvere questa crisi». Da parte sua, invece, ha ricordato il capo della diplomazia spagnola, la Spagna «è sempre stata solidale, sia politicamente che nella pratica. Questo è ciò che chiediamo ai nostri partner europei».
Ha anche insistito molto sul fatto che Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in Marocco, sono la frontiera meridionale di tutta l’Europa, nonché l’unica frontiera terrestre con l’Africa. Albares ha poi definito un «fatto inusuale» l’intensa attività in rete che ha preceduto l’entrata massiccia delle 50 mila persone, caratterizzata da «disinformazione» sull’integrità dell’area Schengen «fomentata anche da alcuni governi», ha detto. «Constato anche che l’internazionale reazionaria» ha reagito «in maniera coordinata e molto rapida. Dovremo indagare su quello che è successo», ha concluso.
IL MINISTRO DEGLI ESTERI ha evitato esplicitamente di attaccare il Marocco, di cui ha invece lodato la collaborazione, mentre la sua collega Elma Sanz, portavoce del governo, ha assicurato che l’esecutivo non aveva ricevuto alcun rapporto dai servizi segreti che allertasse di questa possibile crisi migratoria, smentendo così le voci di vari avvisi che sarebbero stati mandati dai servizi. Il Pp si è attaccato proprio a queste voci per accusare il governo di non aver saputo prevedere la crisi, nonostante il presidente dell’altra enclave, Melilla, Juan José Imbroda, sempre del Pp, avesse affermato, senza fornire prove, che il Centro nazionale di intelligenza «aveva annunciato» cosa sarebbe successo a Ceuta «e nessuno li ha ascoltati».
Secondo i popolari il «principale responsabile» di quella che non esitano a definire «grande invasione» subita dalla città autonoma sarebbe proprio il premier, che il portavoce del Pp, Miguel Tellado, accusa di aver dato «una risposta pusillanime, tardiva e complessata».
Anche l’estrema destra ha cavalcato la crisi: domenica il leader di Vox era a Ceuta dove ha accusato sia il Marocco, sia Sánchez, che ha tacciato come «subalterno al paese africano». Chi invece non è riuscito ad arringare gli abitanti di Ceuta sono stati il leader del partitino di estrema destra “Se acabó la fiesta”, Alvise Pérez, come neppure il partito neonazi Nucleo Nacional, che sono stati cacciati al grido di «Ceuta unita e non divisa».
IL TEMA DEI SERVIZI è comunque delicato: la ministra della difesa Margarida Robles, da cui
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