Usa, la Corte suprema estende i poteri di Trump sulle agenzie indipendenti, «più di quello della Corona inglese contro la quale ci ribellammo», scrive una dei giudici in dissenso. È il varo di un regno, che disporrà a piacimento di una cinquantina di sigle federali. Non della Banca centrale, ma è un piccolo limite: il neo-governatore è già suo
Corona Virus Trump esulta, la Corte suprema allarga il suo già vasto raggio d’azione: potrà licenziare a piacimento nelle agenzie federali
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La sede della Corte suprema statunitense a Washington – foto Drew Angerer/Getty Images
In chiusura di sessione la Corte suprema ha emesso due sentenze che ampliano i poteri di Donald Trump sulle agenzie federali, bloccando però, almeno per ora, la rimozione della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, e respingendo il tentativo repubblicano di restringere il voto per posta.
La prima sentenza riguarda il potere del presidente di licenziare a piacimento i vertici della Federal Trade Commission, l’autorità che vigila sulla concorrenza e tutela i consumatori negli Stati uniti. Trump non ha aspettato un minuto per commentarla, definendola su Truth Social «una delle sentenze più importanti mai emesse rispetto ai poteri presidenziali» e rivendicando l’onore di essere il presidente che ha ottenuto «questa decisione storica e senza precedenti ». Dato che, ha aggiunto, «90 anni di precedenti sono stati completamente e inequivocabilmente annullati».
SUL FRONTE repubblicano, la sentenza è stata applaudita come la prova che la Corte sta finalmente smontando il sistema di «stato amministrativo» che per decenni ha sottratto potere al presidente eletto, restituendolo a chi ha vinto le elezioni. Il giudice Neil Gorsuch, nella sua opinione concorrente, ha sintetizzato lo spirito della maggioranza scrivendo che «le agenzie indipendenti non sono poi così indipendenti», una frase che ha già cominciato a circolare come slogan tra i commentatori vicini alla Casa bianca.
Sul fronte opposto, il senatore Dick Durbin, numero due democratico in commissione giustizia al Senato, ha denunciato che la Corte «ha appena ribaltato un precedente consolidato per dare il via libera alle minacce di Donald Trump contro le agenzie federali indipendenti», aggiungendo che «ora questo presidente può licenziare chiunque percepisca come nemico in queste agenzie, senza nemmeno doverne indicare il motivo».
SULLA STESSA LINEA Rebecca Slaughter, la commissaria licenziata al centro del caso, che alla Cnbc si è detta «delusa», osservando che la sentenza «sottrae una quantità enorme di potere al Congresso, consegnandolo al presidente, per orientare le decisioni economiche a vantaggio dei ricchi, a spese degli americani comuni». Slaughter ha aggiunto che, da ora in poi, le scelte della Ftc diventeranno “inevitabilmente più politiche”, un problema che a suo dire “non è nemmeno il peggiore” tra quelli aperti dalla sentenza.
Dentro la Corte, è stata la giudice Sonia Sotomayor a rompere il silenzio, leggendo il proprio dissenso direttamente dal banco, mossa riservata solo ai casi giudicati più gravi: la decisione, ha scritto, «ribalta, piuttosto che sostenere, la separazione dei poteri», concedendo al presidente «un potere ignoto persino alla Corona inglese contro cui i Padri fondatori si sono ribellati».
SULLA SENTENZA che invece nega a Trump, almeno per il momento, la possibilità di rimuovere la governatrice della Fed, il presidente ha scelto un
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Oggi un Lunedì Rosso dedicato ai diritti. Quelli rivendicati nella Striscia di Gaza il 26 giugno da chi chiede semplicemente di poter vivere. Quelli messi in discussione dal caldo estremo, che rende sempre più evidente come la crisi climatica colpisca in modo diseguale. Quelli compressi dalle scelte della politica, tra una legge elettorale sempre più nelle mani dei partiti e un’Europa che tratta con i talebani mentre prepara nuovi rimpatri verso l’Afghanistan. E quelli che continuano a essere conquistati, giorno dopo giorno, anche nei luoghi della musica. Nella foto: Soccorritori tra le macerie a La Guaira, in Venezuela, dopo il terremoto del 24 giugno 2026 (Matias Delacroix/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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L’accordo di Washington tra Israele e Libano spacca il paese dei cedri. Cortei e proteste nel giorno della grande festa sciita dell’Ashura. Netanyahu mantiene la presenza militare e bombarda ancora il sud, mentre Hezbollah dice no al disarmo. Nuovi scontri anche tra Iran e Usa
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Carri armati israeliani vicino al confine con il Libano – Foto di Ariel Schalit/Ap
Se la storia fosse fatta di dichiarazioni, il 26 giugno 2026 sarebbe un giorno memorabile: il Libano riconosce Israele e Israele assicura di non avere ambizioni territoriali in Libano. I due paesi escono formalmente dallo stato di belligeranza.
Una condizione in cui sono dalla loro nascita, da circa ottant’anni. Ma la storia è fatta anche di dettagli. Che nell’accordo-quadro firmato a Washington mancano quasi del tutto.
C’è è una cornice, tutta americana, confezionata con un occhio alle elezioni israeliane di ottobre e uno a quelle di medio termine negli Stati uniti di novembre. Quello che non c’è è il contenuto nella cornice. Perché il cuore dell’accordo, il cosiddetto «allegato di sicurezza», deve ancora essere scritto: le parti hanno firmato un’intenzione ma i dettagli verranno dopo, con gli americani seduti al tavolo.
La sequenza prevista è questa: primo, il disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statuali e delle loro infrastrutture. Secondo, il ritiro progressivo israeliano dal territorio libanese, a partire da «zone pilota». Terzo, l’esercito libanese diventa progressivamente l’autorità effettiva in quelle zone, poi nell’intero paese. Quarto, arrivano i soldi della ricostruzione (ma non iraniani) e la gente torna a casa. Sulla carta, ha una sua logica. Sul terreno, ha almeno tre buchi enormi.
Il primo: le «zone pilota» da cui Israele si ritirerebbe: i media libanesi indicano un’area circoscritta a sud di Nabatiye, forse il castello di Beaufort, e un’altra nella regione di Wazzani, che non è mai stata teatro di guerra in senso stretto. Ritirarsi da Wazzani costa poco a Israele mentre non sembra ci sia accordo sull’eventuale altra «zona pilota». In ogni caso, le altre zone «saranno determinate di comune accordo», ma solo dopo che sarà stato attuato quanto previsto nell’«allegato di sicurezza» ancora da scrivere.
La geometria è questa: i ritiri reali vengono dopo i dettagli, e i dettagli vengono dopo che i ritiri iniziali avranno dimostrato qualcosa. Nel frattempo, i droni e i jet israeliani continuano a sorvolare lo spazio aereo libanese. Le ruspe continuano a demolire nell’estremo sud. E Israele afferma di non avere ambizioni territoriali in Libano, in un paese dove segmenti crescenti del proprio elettorato chiedono la colonizzazione almeno fino al Litani.
Il secondo buco: il disarmo di Hezbollah. Non si capisce come il governo libanese, tramite un esercito che gli americani sostengono da anni senza risultati definitivi sul fronte della sovranità, riuscirebbe a smantellare la struttura militare e sociale del Partito di Dio. Non è una questione tecnica. È una questione politica. Nel governo libanese siedono due ministri di Hezbollah, perché nel sistema i governi devono includere tutte le comunità politico-religiose in virtù di un patto di convivenza non scritto ma inviolato da decenni. L’accordo firmato a Washington separa il Libano dall’equazione iraniana, mette Hezbollah alla porta di uno Stato di cui è però parte integrante. Questo «altro Libano» che si stacca da Hezbollah esiste. Ma non cancella l’«altro Libano» che non ci sta.
Terzo buco: i soldi. La ricostruzione del sud sarà finanziata dai paesi arabi del Golfo, gli unici con casse sufficienti a comprare influenza politica, ma non è detto che a Riad, Doha e Abu Dhabi abbiano fretta di investire in un simile esperimento. Inoltre, si specifica che i fondi non dovranno essere iraniani e che non dovranno arrivare a Hezbollah: non si capisce come il governo di Beirut riuscirà in pratica a controllare canali di finanziamento che attraversano reti informali radicate da quarant’anni nel tessuto del sud libanese.
Tutto questo non significa che l’accordo sia carta straccia. Significa che è, per ora, una cornice senza quadro. L’altro Libano, quello delle massicce e sentite celebrazioni dell’Ashura a Nabatiye, quello degli sfollati che sono tornati anche solo per dire «ci siamo», quello che ha fatto sentire la propria voce nelle proteste delle ultime ore, non si cancella con una firma. Non sono marionette di Teheran: sono libanesi che vivono sotto il fuoco incrociato da anni e che, a torto o a ragione, identificano in Hezbollah l’unica forza che li protegge in assenza di uno Stato a dir poco latitante. Delegittimarli come appendice iraniana è, oltre che sbagliato, politicamente controproducente.
È però assai improbabile che la spaccatura porti alla guerra civile. Il contesto è radicalmente diverso dal 1983, quando un accordo tripartito con Israele saltò in pochi mesi: allora infuriava davvero la guerra civile, la Siria di Asad padre era una potenza regionale, l’Iran di Khomeini era in grande ascesa e Hezbollah in fase di fondazione e decollo. Oggi la Siria di Ahmad Sharaa assomiglia più a una filiale turco-americana che a un attore indipendente. E il Libano profondo, quello delle basi intermedie dei potentati verticali, dei capi comunitari che gestiscono il sistema con logiche clientelari, non vuole la guerra civile. Nessuno, filo-americani e filo-iraniani compresi, ha un reale interesse a portare il paese allo scontro fratricida aperto. Il nodo reale, quello che l’accordo non tocca e che nessun allegato di sicurezza potrà risolvere per decreto, è strutturale: un paese che da decenni non produce, non tassa, non si difende da solo, che ha esternalizzato la propria sicurezza in parte all’Iran e in parte agli Stati uniti, con un’economia basata sulle rimesse della diaspora, non costruisce sovranità firmando a Washington. La firma può essere un punto di partenza, se la sequenza verrà rispettata e se i dettagli che mancano verranno riempiti in modo equo.
Commenta (0 Commenti)Il testo della riforma elettorale arriva blindato nell’aula della Camera. Meloni non ammette modifiche e punta al premierato di fatto con una maggioranza dopata. Esautorato il parlamento e anche gli elettori che non potranno scegliere chi dovrebbe rappresentarli
Piglio tutto La riforma elettorale a tappe forzate, restano forti dubbi sulla costituzionalità del testo
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La ministra delle riforme Casellati e i banchi della maggioranza durante la discussione sulla legge elettorale – foto di Angelo Carconi/Ansa
L’Aula della Camera ha iniziato ieri mattina l’esame della riforma elettorale targata centrodestra. Una legge dalla doppia blindatura: della maggioranza rispetto alle opposizioni e anche rispetto all’elettorato. Il Melonellum infatti toglie ogni residuo ruolo ai cittadini nella determinazione degli eletti in Parlamento, consegnandola alle segreterie dei partiti. La prima blindatura riguarda anche il testo, dato che quello licenziato dalla commissione Affari costituzionali, la versione ter del Melonellum, non sarà modificata né dall’aula di Montecitorio né da Palazzo Madama per l’accordo intercorso tra i partiti del centrodestra. L’unica incertezza riguarda i tempi di approvazione. Questo aspetto diverrà chiaro mercoledì primo luglio, quando alla capigruppo la maggioranza chiederà il contingentamento dei tempi; se verrà proposto per il sì della Camera una data tra il 7 e il 10 luglio, vorrà dire che la premier Meloni punta a un sì definitivo nell’altro ramo del Parlamento prima della pausa estiva.
LA FOTOGRAFIA degli scranni dell’Aula ieri per la discussione generale era eloquente: il centrodestra ha schierato per la propria riforma una manciata di deputati, e cioè i capigruppo di Fi e Fdi in commissione Affari costituzionali, Paolo Emilio Russo e Alessandro Urzì (gli unici a intervenire per la maggioranza), i relatori Angelo Rossi (Fdi) e Nazario Pagano (Fi), con la ostentata assenza dei deputati leghisti, come l’altro relatore Igor Iezzi. Un modo inconscio di rimarcare che le decisioni sul Melonellum sono state prese in sede extra-parlamentare, vale a dire a Palazzo Chigi. Simona Bonafè (Pd) ha detto che Giorgia Meloni «si è ritagliata una legge su misura» nel timore di perdere con il Rosatellum. In effetti il centro del nuovo sistema è l’indicazione del candidato premier da depositare assieme alle liste elettorali, terreno su cui Giorgia Meloni è convinta di avere maggiori atout, sia rispetto a Elly Schlein o Giuseppe Conte, sia rispetto a Roberto Vannacci.
DOPO ALCUNI DUBBI di una settimana fa, da Palazzo Chigi è arrivato l’ordine di andare avanti senza tentennamenti. «Una forma surrettizia di premierato», hanno accusato in Aula diversi parlamentari del centrosinistra, come i dem Gianni Cuperlo, Chiara Braga e Paolo Cianni, o Nicola Fratoianni (Avs), ma fermamente respinta dalla ministra per le riforme Maria Elisabetta Casellati, che tuttavia ha usato per sostenere la riforma gli stessi argomenti utilizzati per
Leggi tutto: Melonellum in aula blindato. Decidono tutto i partiti - di Giovanni Innamorati
Commenta (0 Commenti)Arriva in Italia il primo picco di calore. Ma le nuove regole per sospendere il lavoro nelle ore più calde sono blande, escludono le partite Iva e non sono ancora in vigore. Il risultato, per Cgil e Greenpeace, è che fino a domani rischieranno la salute 1,5 milioni di lavoratori
Tempo moderno Greenpeace, Cgil e Legambiente: a rischio 1,5 milioni di lavoratori per l’afa. Rider esclusi: «Se ci fermiamo, non guadagniamo». A Palermo sospese anche le udienze in tribunale, il presidente lombardo Fontana: «Pronti ai black out».
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Un operaio al lavoro in un cantiere nel centro di Torino – Foto Tino Romano/Ansa
La canicola metterà a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori in Italia fino al 27 giugno denunciano Cgil e Legambiente basandosi su un’analisi di Greenpeace. Ma le norme che introducono anche quest’anno misure temporanee e emergenziali sugli ammortizzatori sociali nell’industria, nell’edilizia e in agricoltura contenute nel decreto Infrastrutture varato dal governo il 22 giugno entreranno in vigore il primo luglio, cioè tre giorni dopo la fine del primo picco stagionale del caldo prodotto dallo stravolgimento climatico. Senza contare il fatto che, come sempre accade in queste situazioni con il governo Meloni, il decreto ieri sembrava scomparso. Lo hanno denunciato Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e Cinque Stelle. «Cosa gli impedisce di intervenire con urgenza?».
L’URGENZA, in fondo, non è tanto urgente per chi è esentato dal bollire per strappare gli spiccioli. Il clima si fa rovente in un regime di classe. Senza contare che la misura varata dal Consiglio dei ministri è insufficiente. Il sindacato di base Usb ha rispiegato il trucchetto: «Siamo convinti che serva una misura che copra il 100% del salario», mentre la cassa integrazione in deroga lo ha all’80%. Bisogna mettere i soldi e fare un favore alle aziende che non investono in sicurezza. Ma sono prontissime a ricevere defiscalizzazioni. L’anno prossimo sarà lo stesso.
IL DECRETO scadrà il 31 dicembre prossimo e, come sempre, esclude i lavoratori non dipendenti, a cominciare dalle partite Iva e, in particolare i rider che dovranno cuocersi per soddisfare le miserabili richieste di chi sta all’aria condizionata e vuole mangiare giapponese, farsi il tramezzino e bere la birretta, mentre fuori c’è la morte a 40 gradi, con il 100% di umidità. E tre euro di paga a consegna. «Per i lavoratori delle piattaforme digitali non ci sono misure – ha osservato Andrea Baccin di Nidil Cgil Milano – Se le aziende del delivery bloccano il servizio, il lavoratore perde il reddito». Si aspetta la riedizione del «bonus caldo»: centesimi in più per le consegne a 40 gradi.
TRA LE QUINTE apocalittiche delle città desertificate, tra cinismo e indifferenza, ieri è arrivata la conferma più plastica dell’irrilevanza della decretazione d’urgenza, pari solo alla stupidità nella reiterazione degli stessi errori fatti su quella che non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale contro il quale si finge di prendere provvedimenti per far fare i gargarismi al sistema mediatico. Fa caldo, facciamo qualcosa per questi poveracci che schiattano sulle impalcature o stramazzano nei campi. Per non parlare delle lamiere ardenti nei ghetti per migranti. Quelli ancora non sono stati percepiti dalla cronaca che smaterializza le notizie nel sempre uguale. Si aspetta il morto per schiarire l’ugola e urlare lo scandalo, mentre il sistema del caporalato continua sotto gli occhi di tutti. Nel frattempo ieri è deceduto un operaio di 50 anni per un malore a Mulazzo (Massa Carrara). Ovviamente lavorava in appalto. Martire del caldo.
TRANQUILLI, si muore ancora poco. Lo dicono i dati raccolti dal 15 maggio al 22 giugno, cioè prima del picco d’afa, della cabina di regia che si è
Commenta (0 Commenti)«Dall’Italia sono decollati 500 aerei statunitensi per supportare la guerra all’Iran». Il segretario generale della Nato racconta una storia diversa da quella del governo italiano. Che ci tiene all’immagine di chi sa dire no al presidente Usa e giura: era solo logistica
Saluti e basi Il segretario della Nato Mark Rutte intervistato da Fox Tv: «Un numero enorme». Il governo italiano si difende: «Solo assistenza logistica». Dalle basi di Sigonella e Aviano fornito supporto fondamentale per l’apparato bellico statunitense
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La base di Sigonella – Ufficio stampa Nas Sigonella
Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha scatenato una tempesta mediatica dichiarando che «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Il discorso, che partiva dalla «delusione» di Donald Trump per il mancato appoggio dei Paesi europei alla guerra in Medioriente, ha chiamato in causa direttamente il governo di Roma, sottolineando anche che si tratta di «un numero enorme» di voli, dato che «se consideriamo l’intera Europa, si parla di una cifra compresa tra 4.000 e 5.000».
IMMEDIATA la risposta, piccata a dir poco, del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Abbiamo operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti». Le opposizioni sono subito esplose in un coro di condanna e richiesta di spiegazioni sull’operato del governo.
NEL POMERIGGIO la portavoce della Nato, Allison Hart, ha chiarito che Rutte «ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di stazionamento delle forze e sorvoli. Il tipo di sostegno cui ha fatto riferimento riguarda il supporto logistico o tecnico». Parole che sembrano suggerite da Roma per placare le polemiche, ma che al momento non sono bastate.
DEL RESTO la questione è molto più spinosa di come il nostro governo vuole farla apparire. Il trattato bilaterale Usa-Italia risale al 1954 e da allora è sempre rimasto segreto. Nessun governo si è azzardato a spiegare cosa prevede questo accordo e dunque il biasimo non può ricadere solo su Guido Crosetto. Ma la giustificazione «gli aerei partiti dalle basi italiane non vanno a bombardare» è quantomai equivoca, se non apertamente fuorviante. «Abbiamo innumerevoli documenti» ci spiega Antonio Mazzeo, corrispondente di Pagine Esteri ed esperto di Difesa, «che provano che dalle basi di Aviano e Sigonella sono transitati aerei-cisterna per il rifornimento dei bombardieri partiti, ad esempio, dalla Gran Bretagna per bombardare l’Iran. Abbiamo il tracciato di grandi velivoli dell’US Airforce che hanno fatto scalo nelle stesse basi italiane per poi portare rifornimento alle truppe nel Golfo».
Inoltre, a Sigonella sono di stanza i droni Triton (velivolo ultra-tecnologico usato per lo spionaggio e il monitoraggio al suolo) e i pattugliatori P8 Poseidon della marina, specializzati nell’individuazione dei sottomarini e probabilmente usati sullo stretto di Hormuz. «Dopo che con la Rete italiana pace e disarmo abbiamo denunciato questi movimenti, abbiamo notato
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