Primo sì al ritorno del nucleare in Italia, dopo due referendum contrari. La crisi energetica offre l’occasione al governo per forzare il recupero di una tecnologia vecchia e sporca, con la promessa di soluzioni nuove che non si vedono. Un alibi per l’inerzia sulle rinnovabili
Cogli l'atomo Approvato alla Camera il ddl delega del governo: l’esecutivo punta sui reattori di nuova generazione, ma sono solo sulla carta. A favore anche Azione, no di Pd, 5S, Avs. Italia viva si è astenuta giudicando il provvedimento «vuoto»
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Roma, manifestazione contro il nucleare per il referendum del 2011 – Massimo Percossi/Ansa
Quasi quarant’anni dopo il primo referendum sul tema, ieri la Camera ha approvato il disegno di legge del governo che mira alla reintroduzione del nucleare in Italia. Il provvedimento, figlio di una lunga gestazione iniziata oltre un anno e mezzo fa, dovrà ora avere il via libera al Senato. La maggioranza ha promesso di voler andare a dama entro l’estate.
IL TESTO, di per sé, non disciplina nulla: si tratta di una delega in bianco al governo, a cui viene demandato di stilare i decreti attuativi entro un anno dall’approvazione della legge. Nei successivi provvedimenti dovrà essere indicato tutto, dal piano nazionale per la produzione di energia nucleare, all’individuazione dei siti dove dovrebbero sorgere le centrali, la strategia per la ricerca sulle nuove tecnologie, la localizzazione dei luoghi di stoccaggio delle scorie nucleari prodotte. Ma l’esecutivo, alle strette per via dei rincari energetici e alla ricerca di soluzioni, ha deciso di voler dettare i tempi, i più brevi possibili, quantomeno per mostrare una soluzione di facciata.
«ENTRO NATALE avremo i primi decreti», ha commentato ieri il ministro dell’Ambiente, il forzista Gilberto Pichetto Fratin, che subito dopo il voto ha convocato una conferenza stampa per rivendicare il provvedimento. Nella maggioranza sono gli azzurri a volersi intestare più di tutti la legge: «Era una storica battaglia di Berlusconi, oggi la portiamo avanti» ha detto Stefania Craxi, capogruppo di Fi al Senato. Era il 2009 quando l’allora premier aveva cercato di riaprire al nucleare in Italia attraverso un decreto: l’incidente della centrale di Fukushima in Giappone e il successivo referendum (il secondo) del 2011, fermarono il progetto. Almeno fino a ieri: «Le prime centrali potrebbero essere operative nel 2035. Il loro numero dipenderà dalla domanda, dalle tecnologie, dai prezzi, dalla consapevolezza della popolazione. Puntiamo a una percentuale di nucleare nel mix energetico tra l’11% e il 22%», ha detto ancora Pichetto Fratin. Nei decreti sarà coinvolto anche il ministero della Difesa, e dal testo la maggioranza non ha esplicitamente escluso utilizzi militari. «Ma sarà solo per scopi civili» ha detto ieri Pichetto Fratin.
LE CARTE in mano al governo però, a dire il vero, non sono molte. L’obiettivo è puntare su quello che viene definito «nucleare sostenibile»: si tratta delle centrali di terza e quarta generazione, diverse da quelle aperte nel secondo dopoguerra, più sicure ma ancora solo sulla carta. Le prime sono note come Small modular reactor, si tratta di centrali sempre a fissione, più piccole dei tradizionali reattori e raffreddate ad acqua, costruite in scala in moduli più piccoli e per questo in teoria più facilmente installabili. Al momento ne esistono solo dei prototipi in Cina e in Russia, altrove sono in fase di progettazione, ed ognuna di esse sarebbe in grado di produrre fino a un massimo di circa 300 Mwh. Le centrali di quarta generazione sono chiamate Advanced modular reactor e il loro sviluppo è fermo alla fase di progettazione. Si tratta di sistemi a fissione, che vengono però raffreddati mediante piombo liquido, sali fusi o sodio: bruciando uranio e plutonio esausti, utilizzati già da vecchie centrali, dovrebbero essere in grado di ridurre la quantità di scorie e la radioattività, ma prima del 2032 non è prevista nemmeno una sperimentazione. Un progetto innovativo, ma per dirla con le parole che il nobel Giorgio Parisi ha usato nel corso dell’audizione sul testo «la fisica sulla carta è sempre affascinante, il problema è sempre la realizzazione pratica». Quelle che sono ancora solo progetti sono le centrali a fusione, che dovrebbero riprodurre quanto avviene nelle stelle: la loro implementazione non avverrebbe prima della metà del secolo ad essere eufemistici. Puntarci, al momento, è un atto di fede.
«SI TRATTA di una perdita di tempo e di soldi favoleggiando su una tecnologia non ancora disponibile. Il tutto al solo scopo reale di favorire lo status quo, cioè la
Leggi tutto: Primo sì al nucleare: «Apriremo le centrali entro dieci anni» - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)La Commissione europea e l’Ocse consegnano all’Italia una pagella pesantissima. Primi per debito e ultimi per crescita, indietro sui salari e con la sanità a pezzi. Ma il governo fa festa: Bruxelles concede un po’ di flessibilità per l’energia. Niente accise, solo investimenti green
Bocciati e contenti La flessibilità concessa per l’energia non potrà essere utilizzata per incentivare il fossile
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Il Commissario europeo per l'Economia e la Produttività Valdis Dombrovskis – Epa/Olivier Hoslet
Più bacchettate che aperture all’Italia, dal sociale al green. La Commissione europea apre alla flessibilità sui conti pubblici per consentire investimenti in materia energetica. Però avverte che il nuovo margine fiscale non può trasformarsi in uno strumento per finanziare misure generalizzate come i tagli alle accise o altri sussidi energetici permanenti.
NEL PACCHETTO del Semestre europeo, presentato ieri a palazzo Berlymont, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato che dentro lo scostamento dell’1,5% del Pil per le spese militari ci sarà una mini-clausola di scostamento. Vale lo 0,3% del Pil, per un totale dello 0,6% in tre anni e un valore stimato di circa 14 miliardi di euro. Però Dombrovskis è chiaro e non fraintendibile: eventuali misure contro il caro energia dovranno essere sempre «temporanee» e «mirate», evitando interventi generalizzati che indeboliscono la spinta verso minori consumi e transizione green.
Parla principalmente all’Italia, il commissario. Il pressing di Roma è partito oltre due settimane fa con la lettera di Meloni a Von der Leyen, e sembra non arrestarsi neppure in queste ore. Al di là della piccola concessione fiscale, che Meloni e Giorgetti vedono come una breccia, Bruxelles non lascia molto spazio ai desiderata di Palazzo Chigi. Anzi, Roma viene esplicitamente richiamata per la scelta di riduzione delle accise sui carburanti, la misura adottata dal governo per calmierare la fiammata dei prezzi innescata con la crisi di Hormuz.
L’esecutivo Ue insiste invece sulla necessità di accelerare la transizione energetica attraverso investimenti su rinnovabili e reti elettriche. Manca invece, nelle raccomandazioni del Semestre, una riferimento esplicito al nucleare, che pure Bruxelles considera compatibile con la transizione all’interno della tassonomia europea. Ma non è escluso che proprio sull’atomo non si riapra presto il dibattito. Il tema d’altronde, sta a cuore alla Francia, ma l’Italia ha manifestato il suo interesse, come dimostrano numerose dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin.
MA È IL QUADRO complessivo a essere desolante. L’Italia è insieme a Ungheria, Slovacchia e Romania tra i paesi europei che mostrano i maggiori squilibri macroeconomici: fragilità strutturali rappresentate dal debito elevato e dalla crescita economica al palo. Il paradosso è che mentre il governo chiede più margini fiscali, Bruxelles amplia contemporaneamente l’elenco delle priorità su cui l’Italia dovrebbe spendere di più.
LE CARENZE SI EVIDENZIANO in settori importanti come il mercato del lavoro, la sanità, l’alto livello di esclusione sociale, soprattutto al Sud. Intanto Bruxelles certifica come i
Leggi tutto: Bruxelles con una mano aiuta con l’altra bacchetta l’Italia - di Andrea Valdambrini
Commenta (0 Commenti)Raccoglievano fragole, li hanno bruciati vivi perché chiedevano ai caporali di essere pagati. Quattro braccianti, tre afghani e un pakistano, sono morti così nelle campagne calabresi, un quinto si è salvato. Vittime della schiavitù, nel Paese che celebra il 2 giugno e la Costituzione
Calabria Due fermi per il rogo di Amendolara: omicidio plurimo. Il sopravvissuto: mai pagati da aprile, lite in auto con i caporali. Le indagini: dai trafficanti di esseri umani allo sfruttamento totale nei campi. L’ombra delle ’ndrine
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Il distributore in cui è stata ritrovata l’auto con i quattro braccianti carbonizzati ad Amendolara – Ansa
Il viaggio prima dell’alba da Villapiana a Scanzano passato a litigare per lo stipendio mai pagato e per gli straordinari nemmeno riconosciuti. I toni che si alzano. Le minacce. E il ritorno all’ora di pranzo interrotto alla stazione di servizio Ip di Amendolara, sulla statale 106 che attraversa la provincia di Cosenza. La benzina sparata dentro l’abitacolo, il fuoco appiccato con l’accendino. Le portiere bloccate mentre dentro il fumo nero riempie tutti gli spazi e brucia i polmoni. Un rogo in cui lunedì sono morti, probabilmente asfissiati, tre uomini afgani e un pachistano, lavoratori agricoli nella raccolta delle fragole. Esiste un video del momento della tragedia, ieri l’ha rilanciato sui social anche il governatore della Calabria Roberto Occhiuto.
C’È UN SUPERSTITE, Taj Mohammad Alamyar, classe 1991, afgano pure lui. Ha ustioni sulle braccia e sulla schiena, è scappato dal bagagliaio abbassando il sedile posteriore. E ci sono due fermati dalla procura di Castrovillari per omicidio plurimo aggravato, si sanno solo i nomi con cui si facevano chiamare: Alì e Bat.
Lavoratori delle campagne, pachistani di origine e, secondo gli inquirenti, caporali. Tutte le mattine, con il loro minivan, andavano a Villapiana a prendere «i colleghi» per portarli nei campi. La polizia li ha presi lunedì sera a Villapiana. Ci sarebbe anche un altro scampato, sempre afghano, che lunedì non è andato a lavorare, e questo probabilmente gli ha salvato la vita.
IN TEORIA tutti i lavoratori avevano un regolare contratto – cominciato il 20 aprile dopo almeno tre settimane di nero totale – ma di soldi sin qui pare non ne avessero mai visti. L’accordo era per 45 euro a giornata di otto ore. Lunedì i due presunti killer avrebbero addirittura chiesto un contributo per il viaggio. Che però nessuno era disposto a sborsare. Sarebbe questa l’origine del litigio. Una tragedia dello sfruttamento. Alamyar, che di questa storia non è solo il superstite ma anche il testimone, a una mediatrice culturale della Flai Cgil ha raccontato che i due pachistani non erano intenzionati a pagare alcunché. Dicevano che per il vitto e l’alloggio a Vallepiana non c’erano problemi, ma di soldi era meglio non
Leggi tutto: I braccianti afghani bruciati vivi perché volevano lo stipendio - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)Israele bombarda ancora il Libano, anche un ospedale a Tiro, e ordina l’evacuazione di Beirut sud. Netanyhau ottiene quel che cerca: l’Iran annuncia l’interruzione delle trattative con gli Usa. A Trump non risulta o comunque «non importa». Hezbollah per il cessate il fuoco
Il gioco sporco Su domanda della Francia ieri notte si è riunito in emergenza il Consiglio di sicurezza Onu: «No all’escalation»
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Il Consiglio di Sicurezza si riunisce presso la sede delle Nazioni Unite – (Foto AP/Seth Wenig)
La Ue si appella a Israele e chiede che cessi «l’escalation militare» in Libano, dove deve essere rispettata «la sovranità e l’integrità territoriale». Ieri è intervenuto con parole decise anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l’incontro con il Corpo diplomatico (compresi i rappresentanti di Iran e Israele, ma senza quelli di Russia e Bielorussia) in preparazione della festa del 2 giugno: «Il caos è tristemente evidente anche in Medio Oriente, conferma che le cattive pratiche raccolgono velocemente seguaci. Ne sono eloquente esempio la irrisolta crisi indotta dal conflitto tuttora in atto a Gaza e la perdurante minaccia di una guerra su vasta scala che dall’Iran potrebbe irradiarsi a tutta la regione, e che già colpisce così brutalmente e in modo indebito la popolazione civile del Libano».
Per cercare una risposta della comunità internazionale al disastro che ora dopo ora si aggrava in Libano, su domanda della Francia ieri notte si è riunito in emergenza il Consiglio di sicurezza Onu. «Siamo profondamente allarmati dall’escalation delle attività militari nel Libano meridionale e oltre», ha dichiarato Stephane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, «esortiamo tutti gli attori a rispettare la cessazione delle ostilità e a evitare un’ulteriore escalation».
La riunione del consiglio di sicurezza è stata richiesta, ha spiegato il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, «perché, se riconosciamo il diritto di Israele alla legittima difesa nulla può giustificare il prolungarsi delle operazioni militari e l’occupazione sempre più profonda del territorio», con la presa simbolica del forte medievale di Beaufort (già occupato per 18 anni, nel 2000 Israele si era ritirato), mentre era stato firmato un cessate-il-fuoco il 17 aprile scorso, mai rispettato da Tel Aviv.
Germania e Gran Bretagna si sono unite alle dichiarazioni di preoccupazione della Francia. Ieri, due ministri europei, una tedesca e l’altro norvegese, non hanno potuto raggiungere Beirut, dove avevano intenzione di esprimere solidarietà al popolo libanese e sono stati obbligati ad atterrare a Cipro. Francia e Italia, due principali contribuenti anche in uomini all’Unifil, riflettono sul futuro di questa missione tampone tra Libano e Israele, che nata nel 1978 e rilanciata nel 2006, dovrebbe esaurirsi alla fine di quest’anno (in questi anni, più di 3mila militari sono morti in servizio, due i soldati francesi uccisi ultimamente).
La Francia cerca una via d’uscita. Ha una lunga storia di relazioni con il Libano (mandato francese dopo la
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Oggi un Lunedì Rosso dedicato alle risorse umane. Quelle definite di scarso valore dal Ceo di Standard Chartered, o quelle private di ogni diritto nelle carceri israeliane. Quelle espulse dai centri delle città che vengono plasmate dai grandi eventi, come nel caso dei Mondiali di calcio in Messico. Nella foto: Una volta all’anno, uno degli ultimi branchi di cavalli selvaggi del continente europeo viene condotto in un’arena vicino alla riserva naturale di Duelmen, in Germania, per catturare i giovani stalloni e garantire così la sopravvivenza di questa mandria secolare. Foto AP/Martin Meissner Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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L’annuncio dell’accordo gli resta in gola, Trump non riesce a chiudere la guerra e a riaprire Hormuz. Il tempo non è dalla sua parte: in Iran si rafforza l’ala oltranzista mentre il Paese affronta una grave crisi economica. La Casa bianca può solo minacciare nuove bombe
La guerra grande La Casa bianca fa richieste inaccettabili e rafforza i falchi di Teheran. Intanto nei supermercati e nei forni tornano i quaderni dei crediti
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Foto AP/Vahid Salemi – Foto AP/Vahid Salemi
Il presidente americano è alla ricerca di una vittoria in Medio Oriente e finora non è riuscito a decidere quale strada percorrere per ottenerla. La «decisione definitiva» tra la pace e la guerra è stata rimandata per «alcuni dettagli della proposta». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth dichiara che le forze armate americane sono pronte a riprendere i combattimenti nel Golfo Persico, se necessario.
Trump continua staccare i petali della margherita recitando «firmo o non firmo?», mentre a Teheran si fa sempre più strada l’idea che gli Usa stiano guadagnando tempo, mantenendo aperto il canale negoziale senza impegnarsi fino in fondo, in attesa di condizioni più favorevoli sul piano politico e militare. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, in un messaggio ha scritto: «Il Presidente degli Stati uniti tradisce la diplomazia per la terza volta. Continuando il blocco navale e avanzando richieste eccessive nei negoziati, ha dimostrato più che mai di non essere un negoziatore e di perseguire altri obiettivi».
PIÙ PASSA IL TEMPO, più gli ultraconservatori iraniani riescono a mettere i bastoni tra le ruote all’accordo. Una lettera di Mahmoud Nabavian, deputato conservatore presente durante i colloqui con J.D. Vance a Islamabad, è stata indirizzata ai negoziatori iraniani. Il documento, ufficiosamente considerato espressione degli ultraconservatori, indica una serie di «linee rosse» per qualsiasi possibile intesa con gli Stati uniti. Nel testo si insiste sulla rimozione completa delle sanzioni, sul mantenimento del controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e sulla possibilità di riprendere immediatamente l’arricchimento dell’uranio in caso di violazioni dell’accordo da parte americana.
Mentre il clima politico e mediatico resta concentrato su Washington e Teheran, nel sud dell’Iran tornano a manifestarsi segnali di tensione tra le parti che dimostrano quanto il fragile cessate il fuoco possa trasformarsi rapidamente in un confronto aperto sul campo a causa di un errore di calcolo dell’una o dell’altra parte.
NELLE PROVINCE di Bushehr e Hormozgan si sono moltiplicate, negli ultimi giorni, segnalazioni di movimenti militari, lanci di missili e attività di difesa aerea, accompagnate da versioni contrastanti su possibili esplosioni e intercettazioni di droni. Le autorità iraniane hanno parlato dell’abbattimento di un velivolo ostile, mentre gli Usa hanno smentito ogni perdita. Bloomberg ieri ha rivelato che l’attacco missilistico iraniano di tre giorni fa contro la base americana in Kuwait ha causato il ferimento di diversi militari statunitensi e il danneggiamento di due droni MQ-9 Reaper.
Le informazioni discordanti hanno alimentato l’incertezza su quanto accaduto nel Golfo persico, confermando quanto l’area resti altamente sensibile e soggetta a interpretazioni divergenti. Lo Stretto di Hormuz rimane sempre più al centro delle dinamiche di pressione tra Iran e Washington e delle dispute su un possibile accordo che includerebbe la gestione dei flussi commerciali energetici e la graduale normalizzazione del traffico marittimo.
Si è consolidata anche una vera e propria “guerra delle narrazioni”, in cui immagini satellitari, dichiarazioni ufficiali e report mediatici diventano strumenti di pressione. Dalle ricostruzioni sulle capacità missilistiche iraniane ai piani economici attribuiti alle parti, la crisi appare sempre più definita dalla competizione sul controllo dell’informazione, con impatti diretti sull’opinione pubblica e sui mercati.
I MEDIATORI – Pakistan, Qatar e Oman – sono impegnati in canali informali di negoziazione, mentre Russia e Israele cercano di rafforzare il proprio ruolo nel
Leggi tutto: L’Iran travolto dalla crisi - di Francesca Luci
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