Di rito di sciopero La comunità bengalese contro il neo-sindaco Venturini che ha sospeso l’autorizzazione
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«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.
La sua candidatura a consigliere comunale nelle ultime elezioni era data pressoché scontata, salvo poi rientrare nei ranghi del partito quando, proprio negli ultimi mesi della campagna elettorale, gli alleati della Lega, messi alle strette, avevano sventolato la bandiera dell’anti islamismo. Muri, autobus, vaporetti, strade di Venezia e della terraferma sono stati tappezzati con grandi cartelloni e la scritta “No Moschea” a firma del Carroccio.
Proprio quella moschea per la quale Prince Howlader aveva trattato per almeno tre anni con l’allora sindaco Luigi Brugnaro che lo aveva messo in contatto con il proprietario di quell’area dismessa in via Giustizia, a ridosso della stazione di Mestre, guidandolo nell’acquisto e dandogli consigli sulla realizzazione e su come rientrare negli standard urbanistici della zona. Non chiamiamola “moschea” però. «Non ci sarà nessuna moschea a Mestre» aveva dichiarato più volte l’ex sindaco, che preferiva l’accezione «centro di preghiera islamica». Dove sta la differenza lo sapeva solo lui.
DOPO UNA CAMPAGNA elettorale basata solo su slogan nazionalisti e islamofobi, il neo sindaco Simone Venturini, considerato da sempre il “delfino” di Brugnaro, si è trovato tra la mani la pesante eredità di dover continuare a gestire la questione della moschea. O del centro di preghiera islamica, se preferite. Col rischio di dover scontentare il suo elettorato di destra, buona parte del quale proveniente proprio dalla comunità islamica dell’entroterra forte di almeno 20 mila persone. E così Venturini ha scelto di non scegliere seguendo la politica del “prendiamo tempo che magari le cose si risolvono da sole”.
«Io sono un sostenitore della libertà religiosa – ha dichiarato il primo cittadino di Venezia – ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione». Passi che, sempre secondo Venturini, sarebbero l’abolizione del velo integrale, il rispetto delle leggi italiane, la proprietà delle lingua, la scuola dell’obbligo per i bambini e mantenere pulita e sicura via della Giustizia, oggi in stato di colpevole degrado e certo non per colpa dei bengalesi. Tutte condizioni, a parte il velo integrale utilizzato comunque da una sparuta minoranza di donne, che una amministrazione potrebbe verificare in poco tempo e che comunque avrebbe il dovere di far applicare, come l’obbligo scolastico o il rispetto delle leggi, senza dover far baratti con la realizzazione di una moschea.
L’ATTESA DELLE “CONDIZIONI favorevoli”, proposta dal sindaco, quindi è stata interpretata da Howlader per quello che è: un rimando alle calende greche. Da qui il suo “ora basta!”. «Non vogliamo che le nostre terze generazioni crescano senza valori – ha spiegato -. Vogliamo realizzare un luogo dove i nostri giovani non crescano dispersi come maranza. Un luogo di aggregazione dove la comunità bengalese possa riunirsi. Anche le donne». Howlader ricorda che tutta l’operazione – 15 milioni circa – è integralmente a spese della comunità. «Noi non abbiamo mai creato problemi a Venezia. Anzi, siamo una risorsa economica per tutta la città. Al Comune chiediamo che venga ultimato l’iter burocratico e concessi i permessi per la costruzione o scenderemo in sciopero. Stiamo valutando l’idea di astenerci da tutti i lavori e andare a pregare davanti al Comune, visto che non possiamo farlo in un nostro luogo».
NON È NEMMENO la prima volta che la comunità bangladese di Venezia minaccia lo sciopero. Ci fu un precedente nel 2017 con Venturini allora assessore delle giunta Brugnaro. La comunità protestava contro la chiusura di una moschea in via Fogazzaro chiedono un luogo alternativo dove pregare. Lo ottennero, sia pure provvisorio, nel PalaPlip, senza bisogno di incrociare le braccia. Qui cominciò la ricerca di uno spazio definitivo arrivato oggi in via Giustizia. Se i problemi non li affronti, prima o poi, ritornano.
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La riserva della repubblica Cdm lampo oggi per prolungare ancora il taglio alle accise e «salvare» il controesodo
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STAZIONE DI SERVIZIO CARO BENZINA DISTRIBUTORE ESSO INDICAZIONE COSTO COSTI PREZZO PREZZI BENZINAIO
Prima una proroga di sette giorni dei tagli alle accise, poi una misura più calibrata in base al reddito. È la strategia allo studio del governo per contrastare il caro carburanti, ma potrebbe essere troppo tardi per attuarla. Il consiglio dei ministri ne discuterà oggi alle 18: la premier Meloni lo ha convocato d’urgenza ieri («Bisogna trovare una soluzione e fare presto») per trovare un accordo sulla questione che più sta minando la popolarità e l’unità dell’esecutivo.
I problemi sono molteplici: l’inutilità delle misure adottate finora, la mancanza di coperture economiche e i contrasti interni al centrodestra sulla tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche, nonostante sia l’unica soluzione possibile e sensata per calmierare i prezzi dei carburanti senza bruciare altre risorse pubbliche. I tagli alle accise sono già costati 2,5 miliardi in quattro mesi.
LA STRATEGIA del governo Meloni finora è stata fallimentare. Quando è scoppiato il conflitto in Iran, che ha provocato la chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi del petrolio, l’esecutivo ha deciso di calmierare il costo del carburante tagliando le accise. Era marzo e si pensava fosse una misura straordinaria per pochi giorni, credendo a Trump che prometteva una guerra-lampo, invece non è ancora finita. Lo sconto di 17 cent al litro non è servito: a febbraio benzina e gasolio erano intorno a 1,65 euro, oggi superano i due euro nonostante il taglio alle accise. I carburanti commerciali come il supreme diesel hanno addirittura superato i tre euro al litro in autostrada. Inoltre la strategia meloniana non ha sensibilizzato sulla necessità di cambiare stile di vita usando meno l’auto, né ha incentivato il trasporto pubblico per favorire un modello di mobilità più economico e meno inquinante.
DI PROROGA in proroga si è arrivati a domenica scorsa, quando Giorgetti e Pichetto Fratin hanno firmato un mini-rinvio di 48 ore raccattando i 20,8 milioni del maggiore gettito dell’Iva dovuto all’aumento dei prezzi. Ma i ministri si sono finalmente resi conto che non si poteva più andare avanti così: lo Stato sta sperperando troppi soldi per assecondare la premier, che ha preferito abbassare genericamente le tariffe alla pompa anziché studiare misure calibrate in base al reddito.
Dei tagli alle accise beneficiano sia i ricchi col suv sia gli operai che faticano ad arrivare a fine mese: Meloni pensava fosse un’ottima strategia in vista delle elezioni, ma i prezzi sono saliti comunque alle stelle compromettendo la sua popolarità. Solo ora che ha prosciugato le casse pubbliche il governo sta valutando una misura meno iniqua: l’idea è stata discussa ieri tra Meloni, Tajani, Salvini, Giorgetti e Lupi, e sarà portata oggi in cdm. Come ha anticipato il vicepremier Salvini, l’ipotesi è prorogare il taglio alle accise «per alcuni giorni», fino ai primi di settembre, e poi fare «qualcosa di più continuativo e sostanzioso». Ma per quello «servono soldi» e il problema è proprio lì.
I DUBBI riguardano già la proroga di una settimana. Il taglio alle accise scadrebbe stasera a mezzanotte e l’idea è di portarlo al 2 settembre per includere l’ultimo contro-esodo dalle vacanze. Ma per coprire il rinvio non si potrà attingere dall’extragettito di agosto, i cui dati saranno disponibili solo a inizio settembre. L’unica possibilità è quindi decurtare ancora i budget dei singoli ministeri, come già fatto a marzo; a meno che Giorgetti non
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Commenta (0 Commenti)Poligono di tiro In mancanza di un canale diplomatico con la Russia i volenterosi europei promettono ancora armi a Zelensky, mentre si impegnano a intensificare la cooperazione con l’industria di difesa ucraina e a condividere tecnologie. È la porta d’entrata di Kiev nella Ue. Anche se Meloni fa finta di no
Poligono di tiro Priorità della coalizione è rafforzare la difesa aerea e intensificare la cooperazione con l’Ucraina. È la porta d’ingresso di Kiev nella Ue
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Kiev, Volodymyr Zelensky alla cerimonia per i 35 anni dell’indipendenza ucraina – Foto di Efrem Lukatsky/Ap
È soltanto alla fine del documento della “coalizione dei volonterosi”, che si è riunita in forma ibrida nel giorno simbolico della celebrazione dei 35 anni di indipendenza dell’Ucraina, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, Frederich Merz e Andy Burnham (il solo dei tre a Kyiv), che il gruppo di 18 paesi nato a Londra il 2 marzo 2025 ricorda l’impegno a «proseguire i lavori relativi alle garanzie di sicurezza per contribuire allo stabilimento di una pace giusta, robusta e durevole in Ucraina». Un segnale anche dal ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, che rivela dialoghi con paesi che «hanno contatti più stretti con la Russia rispetto agli europei» – si parla di Turchia, paesi del Golfo, Egitto – nella prospettiva di arrivare almeno a un cessate-il-fuoco in un primo tempo, per «tentare di tutto» e trovare una «soluzione diplomatica».
MA IERI, LA RIUNIONE dei “volonterosi” era ancora tutta dedicata alle armi, come rifornire l’Ucraina, che è in carenza di missili, droni, caccia: nel documento finale dell’incontro, i volonterosi si dicono «determinati ad aumentare il sostegno militare» all’Ucraina, «la priorità assoluta» è «rafforzare la difesa aerea», mentre si impegnano a «intensificare la cooperazione con l’industria di difesa» ucraina e a «condividere le tecnologie pertinenti». È la porta d’entrata dell’Ucraina nella Ue.
LA UE HA ANNUNCIATO un nuovo finanziamento di 6,1 miliardi, una tranche nell’ambito del mega-prestito di 90 miliardi deciso a febbraio, a cui si è unita anche la Gran Bretagna a metà luglio. Proprio da Londra è arrivata ieri la notizia più importante, che ha fatto reagire Mosca: la Gran Bretagna ha autorizzato il gruppo di difesa Mbda a divulgare il know how segreto sulle componenti britanniche del missile a lunga gittata Storm Shadow/Scalp, «più mortale dei droni» per Mbda, di cui la Francia si è impegnata a permettere la produzione in Ucraina, con la prossima apertura di catene di montaggio nel paese in guerra. Il Cremlino ha accusato Londra di «buttare benzina sul fuoco» con la rimozione del segreto di fabbricazione. «Chi ha appiccato l’incendio?», ha ribattuto il primo ministro, Andy Burnham.
Macron si è impegnato a «dare all’Ucraina tutti i mezzi necessari per difendere i cieli» e ha anticipato «esercitazioni su vasta scala che saranno condotte proprio dalla nostra coalizione nei mesi di ottobre e novembre». La Francia invierà dei missili di intercettazione. Il 13 luglio, è stato concluso quello che Volodymyr Zelensky ha battezzato il drone deal, che comprende il rafforzamento della difesa aerea con gli Scalp, con licenza di costruzione in Ucraina. La francese Safran fornirà bombe Aasm aria-terra, mentre Francia-Italia con il consorzio Eurosam si impegnano per gli Aster 30 (simili ai Patriot). In seguito alla riunione della “coalizione anti-balistica” di metà luglio, una dozzina di paesi hanno già concluso accordi di co-produzione di armamenti con l’Ucraina, che si addizionano alle consegne impegnate o già effettuate (per esempio, 95 aerei tipo F16 consegnati dagli europei nel 2024-25).
Per la Francia, si tratta di 4 sistemi di difesa antiaerea (tra 700mila e 1 miliardo di euro), oltre alla Road Map per l’acquisizione di 16 Rafale da parte dell’Ucraina (prevista per il 2028-29), con un’opzione di salire a 100 entro dieci anni. I missili Flamingo sono costruiti in collaborazione con Safran. La Germania si è impegnata per un finanziamento di 12 miliardi di aiuti militari quest’anno. La Svezia il 30 giugno ha firmato per la consegna di 16 Gripen, un caccia prodotto dalla Saab (2,2 miliardi), con un obiettivo di salire a 100-120 entro il 2030.
PER IL PROSSIMO FUTURO, è già prevista una valanga di finanziamenti di armi,
Leggi tutto: Avanti con le armi e zero diplomazia: l’aiuto dei volenterosi - di Anna Maria Merlo
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Tempi duri per chi dissente, per chi difende diritti e spazi di libertà. Dai centri sociali agli «antifa», dalla lotta alla violenza di genere alla Corte penale internazionale, questa settimana Lunedì Rosso racconta un presente in cui la repressione avanza e le risposte politiche arretrano. Nella foto: Rio de Janeiro, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva apre la sua campagna elettorale. Al voto del 4 ottobre sfiderà Flávio Bolsonaro (Bruna Prado/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. |
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Fossilizzati L’estate più calda non smuove il ministro dell’Ambiente, tra i più penalizzati dai tagli in manovra: la crisi climatica è un’ipotesi
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Un campo di mais bruciato dalle alte temperature e dall’assenza di pioggia ad Alessandria – Luca Zennaro/Ansa
L’indifferenza del governo Meloni alla crisi climatica è dimostrata dai numeri. In quattro anni l’esecutivo ha più che dimezzato la spesa pubblica per l’energia pulita e la mobilità sostenibile, riducendo i fondi Pnrr per le comunità energetiche rinnovabili da 2,2 miliardi a 795 milioni e quelli per l’acquisto di veicoli non inquinanti da 8,7 a 4,6 miliardi. Il ministero dell’Ambiente è stato tra i più penalizzati dall’ultima manovra con un taglio di oltre 376 milioni per il 2026. Gas e petrolio, invece, non sono mai stati messi in discussione dalla destra: e così ieri benzina e diesel sono arrivati al loro massimo dal 2022, proprio mentre milioni di italiani rientravano dalle ferie. I prezzi alla pompa sono ormai stabili sopra i 2 euro al litro e la situazione peggiorerà ulteriormente da domani quando scadranno i tagli alle accise. Davanti a queste cifre, l’impegno a «fare di più» promesso da Pichetto Fratin non può essere credibile.
Nell’intervista di ieri su Repubblica, il ministro dell’ambiente è stato vago su tutto: la crisi climatica è solo un’ipotesi («se siamo davvero convinti che rappresenti una priorità nazionale, dovremmo affrontarla con spirito unitario»), le decisioni su come spendere i fondi Ue per ridurre il fossile sono ancora da prendere («è partito il confronto col Mef») e comunque non si deve «pensare che questo governo possa risolvere con la bacchetta magica un problema di dimensioni planetarie»: una retorica per negare la realtà e al contempo darsi l’alibi per non iniziare a fare la propria parte.
ALL’OSSERVAZIONE che il governo sembra più interessato ad altre questioni, Pichetto replica che «i temi sono dettati dalle contingenze» ma ci si chiede cos’altro debba accadere per far aprire gli occhi, dopo l’estate più calda da quando si misurano le temperature, che ha provocato 14mila morti in Europa e ha fatto accumulare un’enorme quantità di acqua evaporata in atmosfera che ci ricadrà addosso nei prossimi mesi sotto forma di eventi meteo estremi e distruttivi. I primi sono già avvenuti nei giorni scorsi. In Toscana, Liguria, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Friuli ci sono stati violenti temporali con raffiche di vento superiori a 100 km/h che hanno generato allagamenti, fatto cadere centinaia di alberi e danneggiato edifici e strade. In alcune località è caduta in tre ore la pioggia che in media si registrava in un’intera estate. Rispetto a questo scenario, su cui la scienza lancia allarmi inascoltati da cinquant’anni e che è destinato ad aggravarsi, la crisi climatica è oggi l’emergenza più grave e dovrebbe già essere la priorità.
In Italia, invece, l’indifferenza delle istituzioni si vede non solo dalle parole del ministro all’ambiente ma anche dall’ostilità del governo al Green deal europeo e dal tabù a parlare delle temperature anomale, su cui nessun esponente dell’esecutivo è intervenuto, eccetto la nota e triste uscita del presidente del Senato La Russa. Mentre nella penisola si preferisce distrarsi coi dibattiti su Ranucci e la cultura woke, in Spagna, Francia e Germania si diffondono bollettini sui morti per caldo con un approccio simile al periodo del covid.
PER RIVENDICARE di avere fatto qualcosa, Pichetto Fratin sottolinea i 28 gigawatt di impianti da fonti rinnovabili installati da inizio legislatura. Ma guardando le percentuali, a luglio le rinnovabili hanno coperto il 41,5% della domanda elettrica nazionale contro il
Leggi tutto: Clima, governo senza strategia - di Alex Giuzio
Commenta (0 Commenti)Giochi del silenzio A Taranto Meloni ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo Nessuna parola sulle molteplici crisi che investono la città
Giochi del silenzio A Taranto Meloni ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo. Nessuna parola sulle molteplici crisi che investono la città
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Atleti e dirigenti partecipano alla 20ª edizione dei Giochi del Mediterraneo nel centro di Taranto – Foto Ansa
Se saranno un successo si capirà alla chiusura. Intanto l’epica intorno questa edizione dei Giochi del Mediterraneo è già stata creata dal commissario incaricato dal governo, Massimo Ferrarese. Ma non intorno alla città ospitante, Taranto, piuttosto sulla sua persona. Un passato in politica con Angelino Alfano, fondatore di associazione di beneficenza con Al Bano, vera gloria locale, Ferrarese si descrive come colui che «ha donato una rotatoria alla sua città per velocizzare il traffico».
IN QUESTE SETTIMANE si è proposto come l’uomo del fare, senza il quale l’evento (deciso dal governo precedente) non si sarebbe mai tenuto. «Sono partito senza soldi – ha raccontato – all’inizio ho affidato le gare di progettazione senza la copertura finanziaria, poi l’ho spiegato alla Corte dei conti: era una mia decisione, un rischio che mi sono assunto». E ancora: «Tutti i tecnici e i politici mi hanno fatto i complimenti per la velocità, la grandezza e il carattere avveniristico di alcuni impianti, saranno un volano turistico». La sua sovraesposizione serve a tenere in ombra tutto il resto, come la crisi economica e sociale della città.
CIRCA 200 PERSONE si sono riunite giovedì sera in assemblea nel parco dove si tiene il concerto del primo maggio. «I decreti sicurezza ci impediscono di protestare – hanno spiegato dall’associazione Cittadini liberi e pensanti – ma faremo sentire la nostra voce». La voce è di una parte della città esasperata contro un’altra, altrettanto esasperata: «Ilva is a killer» hanno scritto sulle magliette esposte nello stadio pochi minuti prima dei saluti istituzionali.
PER L’APERTURA dei Giochi sono arrivati il presidente Mattarella (che in un messaggio ieri ha fatto sentire la sua vicinanza ai cittadini di Taranto che «hanno dovuto fronteggiare drammatici aspetti di occupazione e di salute»), quelli delle Camere, La Russa e Fontana. Per la Commissione Europea ci sarà il vicepresidente Raffaele Fitto. E mezzo governo italiano che per questa kermesse, organizzata nel feudo del potente sottosegretario alla salute Marcello Gemmato, ha speso quasi 400 milioni di euro. Con la premier, Giorgia Meloni quattro ministri: Andrea Abodi (Sport), Tommaso Foti (Affari Europei), Orazio Schillaci (Salute) e Gianmarco Mazzi (Turismo).
ASSENTI il ministro alle Imprese e Made in Italy Adolfo Urso e quella al lavoro Marina Calderone. «Loro a Taranto meglio che non si fanno vedere», spiega un tassista. Anche lui, come altri attuali colleghi, una volta lavorava in una delle decine di aziende dell’indotto dell’ex Ilva che hanno chiuso in questi 14 anni di crisi. Oggi si sa quello che Taranto non è più ma non che volto avrà nei prossimi anni. Non è più una città operaia, non è più una città portuale o militare (le risorse per l’Arsenale della Marina devono ancora arrivare), non ha i problemi di overturism del Salento. Ma il motto di questa edizione dei giochi del Mediterraneo «Embrace the future», che campeggia sul Ponte girevole che collega il Mar Grande al Mar Piccolo, suona come una presa in giro.
ACCANTO C’È IL CASTELLO Aragonese dove le istituzioni italiane hanno ricevuto le delegazioni straniere. I paesi in gara sono 26 eppure sono arrivati solo i capi di Stato di Albania, Kosovo, Macedonia e Libano e quelli del governo algerino e serbo. Pochissimi i curiosi in attesa che fanno spiccare ancora di più i molti cecchini sopra le terrazze di Taranto Vecchia. Il vicino Villaggio Fan (qualche stand che vende a 20 euro le magliette con il logo Taranto 2026 e un mega schermo per vedere la cerimonia di apertura) a un’ora e mezza dall’apertura ieri era ancora deserto.
Eppure per Ferrarese «Taranto sta svolgendo un ruolo su questioni delicate che hanno a che fare con lo scenario internazionale». Sarà pure così ma la città è ancora mezza chiusa per ferie e per strada girano solo i giovani volontari dei Giochi. Uno dei più antichi bar del centro non ha neanche richiamato i dipendenti dalle vacanze: «Non mi è sembrato ci fosse bisogno», spiega cortese la proprietaria mentre le tv locali diffondono l’annuncio che alcune gare degli sport meno popolari saranno a ingresso gratuito. Su quello che rimarrà alla città dopo l’evento (come il nuovo faraonico stadio del nuoto) non circola ottimismo. «Vedremo se ci sarà manutenzione e se la gestione sarà pubblica o privata – dice un lavoratore dell’ex Ilva in cassa integrazione – anche lo sport è una questione di classe: di certo il figlio di un operaio non può fare tennis o scherma, figuriamoci quello di un operaio disoccupato». «Con quei soldi si poteva risanare parte della città», nota Simona, ambientalista.
LA NOTIZIA che anche l’Eusider si è aggiunta all’improvvisa cordata capitanata da Federacciai per rilevare gli impianti siderurgici non interessa a nessuno. «Serve a salvare il governo e le industrie del nord che hanno bisogno di acciaio, mica Taranto», la chiosa di Mario, che della sua esperienza di lavoro nello stabilimento si porta dietro il ricordo di un tumore alla tiroide e tanta rabbia. Ma che sia una foglia di fico lo rileva anche Federmeccanica: «Per salvare l’ex Ilva, lo Stato deve tornare a fare l’imprenditore, con una quota di maggioranza che gli permetta lavorare con la cordata Federacciai al progetto di decarbonizzazione».
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