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Oggi un Lunedì Rosso dedicato agli errori. Quelli fatti in passato dalle formazioni politiche di centrosinistra che vengono ora analizzati nel processo di costruzione di un desiderato “campo largo”. Quelli del Likud, partito di governo in Israele, che fa marcia indietro rispetto all’alleanza con Donald Trump. Quelli fatti dalle istituzioni: secondo l’associazione Antigone lo sdoganamento dei taser alle forze dell’ordine ha prodotto conseguenze nefaste. Nella foto: Abitanti dormono sul tetto delle loro case per sfuggire al caldo opprimente degli ambienti interni, mentre caldo e umidità persistono a causa del ritardo del monsone a Mumbai, in India. Foto AP/Rafiq Maqbool
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Alla vigilia dei colloqui in Svizzera tra Iran e Stati uniti, Israele tenta ancora una volta di sabotare il tavolo: bombe senza sosta sul Libano, nonostante il cessate il fuoco raggiunto venerdì. In due giorni un centinaio di vittime. Teheran annuncia la chiusura di Hormuz perché Trump non ferma Netanyahu
La guerra grande In Svizzera arrivano le delegazioni di Washington e Teheran. Che annuncia la chiusura di Hormuz se Israele non verrà fermato
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Petroliere e navi mercantili sono visibili nel Golfo dell'Oman, lungo le rotte marittime che collegano lo Stretto di Hormuz al Mar Arabico – Foto Ap
L’offensiva israeliana in Libano, tra le più violente degli ultimi mesi, arriva in un momento di estrema fragilità per la diplomazia mediorientale. Il memorandum d’intesa firmato solo pochi giorni fa da Stati uniti e Iran non riesce a prendere il volo: prevedeva la fine delle ostilità su tutti i fronti e l’avvio di sessanta giorni di negoziati per un’intesa nucleare globale. Ma il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah, entrato formalmente in vigore venerdì pomeriggio e mediato da Washington e Doha, si è rivelato fragilissimo. Solo poche ore dopo i raid sono ripresi con un’intensità sorprendente. L’escalation in Libano ha costretto i mediatori a rinviare a oggi i colloqui tecnici tra Usa e Iran previsti in Svizzera ieri.
Teheran continua a chiedere la fine delle ostilità in Libano e ieri il comando centrale di Khatam al-Anbiya ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo, definendola il primo passo per contrastare quella che descrive come una violazione palese degli impegni assunti dagli Stati uniti. Un’enorme leva di pressione attraverso la quale l’Iran intende costringere Washington a frenare l’azione militare israeliana. Mercati energetici in allarme, l’indice Brent inverte il suo andamento verso l’alto e supera gli 80 dollari.
IL PRIMO MINISTRO israeliano Benjamin Netanyahu vuole mantenere il controllo di una zona di sicurezza nel sud del Libano e rifiuta un ritiro totale e immediato delle truppe. Il ministro Itamar Ben Gvir, invece, è deciso a far «bruciare» il Libano. È evidente che il governo israeliano è decisamente distante dalle aspettative dei mediatori internazionali. Ecco che arriva la voce del presidente americano Donald Trump, che ha definito Netanyahu «una persona molto difficile». E, ironia della sorte, la mossa migliore di Trump per costringere il premier all’obbedienza è quella di non appoggiarlo alle elezioni israeliane d’autunno. Trump ha dichiarato di voler prima vedere chi altro si candiderà. Ma Netanyahu di questo passo tra tre mesi probabilmente sarà riuscito a riaccendere il conflitto nella regione e non avrà più bisogno di elezioni né dell’appoggio di Trump.
LA SITUAZIONE resta fluida e in costante evoluzione. Una delegazione iraniana si trova in Svizzera, guidata dal presidente del parlamento, Mohammad Ghalibaf, per monitorare l’attuazione degli impegni assunti dalla controparte americana e denunciare quelle che Teheran considera inadempienze degli alleati di Washington. Gli inviati speciali statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner sono a loro volta giunti a Ginevra per preparare i prossimi round negoziali, sebbene il clima di sfiducia reciproca resti palpabile. La presenza del vice presidente JD Vance in Svizzera è stata prima rinviata, poi confermata.
Il ministro dell’interno pachistano Mohsin Naqvi, principale architetto della mediazione, è stato ieri nella capitale iraniana per colloqui urgenti con il ministro degli esteri Abbas Araghchi, nel tentativo di scongiurare un collasso totale dell’intesa. Il portavoce del ministero degli esteri, Esmail Baghaei, ha ribadito che ogni accordo si misura nel momento della sua attuazione e che Teheran non ha firmato il memorandum per vederlo ignorato sul campo.
IN IRAN, INTANTO, il presidente Masoud Pezeshkian deve fare i conti con una dura opposizione conservatrice. Testate intransigenti accusano l’esecutivo di eccessivo ottimismo e di aver accettato clausole nucleari che
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Commenta (0 Commenti)Altro che rapporto recuperato, Trump scarica volgarmente Meloni: «Mi ha implorato di fare la foto con me, mi fa pena». La replica segna una rottura definitiva: «Sei debole con i nemici dell’Occidente». Ma ora la premier ha perso l’unica sponda su cui ha puntato tutto
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Trump col cancelliere Merz, la premier Meloni e il presidente del Consiglio Ue Costa – Foto Pool Reuters
È la cronaca di un disastro non annunciato né previsto. Una tempesta che scoppia all’improvviso e travolge ogni illusione di poter ricostruire un rapporto, se non più privilegiato, almeno di forte vicinanza con gli Usa di Trump. Lo scambio di schiaffoni e insulti va avanti tutto il giorno: botta e risposta. «Meloni mi ha fatto pena». «Dispiace che Trump non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’occidente». «Giorgia era una mia fan ma non la voglio come fan dal momento che lei, come il gruppo della Nato, non c’era per Hormuz». La pace non tornerà, potrà tutt’al più essere mimata. Giorgia Meloni, che alla riconciliazione mirava davvero ed era felice dei passi avanti che riteneva di aver fatto a Evian, non può che esserne immensamente contrariata.
A PALAZZO CHIGI fioccano le ipotesi sul perché Trump abbia deciso di andare giù con tanta pesantezza, con l’intento di umiliare Meloni: «Non ero tenuto a parlarci…Mi ha implorato di fare una foto con lei». L’intervista telefonica con il giornalista Daniele Compatangelo, diffusa dalla 7, arriva in traduzione italiana e senza l’audio originale per precisi accordi con lo staff della Casa Bianca. Sarebbe del tutto fuori luogo mettere in dubbio la fedeltà della traduzione ma così si perde l’intonazione che sarebbe di una certa utilità.
Impossibile dire cosa abbia spinto il rancoroso Donald a mostrarsi tanto sprezzante. Forse il malumore per quei meme che inondano i social americani e nei quali sembra uno scolaretto imbarazzato di fronte alle rampogne dell’italiana. Più probabilmente non gli sia piaciuto sentirla rivendersi come pace fatta quello che era invece solo un passetto sulla strada di una riappacificazione ancora lontana.
LA PREMIER E L’INTERO governo prendono malissimo gli insulti presidenziali. Il ministro degli Esteri Tajani cancella il viaggio a Miami in programma. Il governatore della Lombardia Fontana, in procinto di partire per gli Usa, disferà i bagagli poco dopo. Salvini abbraccia l’umiliata e offesa: «Chi attacca Giorgia attacca tutti noi». Ministri e pezzi grossi dichiarano tutti: uno più sdegnato dell’altro. Ad addolcire la pillola arriva la telefonata di Sergio Mattarella, che poi garantirà piena solidarietà alla premier sbeffeggiata. Passaggio centrale per palazzo Chigi: significa che a sentirsi offeso non è il governo italiano ma lo Stato, anzi «la nazione».
ANCHE PER MATTARELLA una reazione immediata è necessaria ma a dosare il volume di fuoco è la premier. È lei a decidere di alzare ancora il tiro. La rissa è uno smacco per chi, come lei, fino a ieri mattina si rivendeva gli incontri di Evian come prova di un rapporto con la Casa Bianca «immutato». Però Meloni fa di necessità virtù e sfrutta l’occasione: «Dichiarazioni totalmente inventate. Sono allibita. Non so perché Trump si comporti così con gli alleati. Con i nemici dell’Occidente si dimostra molto più accondiscendente». Non c’è bisogno di specificare a quali nemici alluda: Putin, Xi, ma anche gli ayatollah, perché Roma è convinta che la pace di Trump sia una resa. E conclude dura: «Io e l’Italia non imploriamo mai».
SAREBBE REPERTORIO se non ci fosse quell’accusa rivolta al maleducato di Washington: feroce con gli amici e servile con i nemici. Vuol dire bruciarsi i ponti alle spalle ma a questo punto Meloni si è convinta che
Leggi tutto: L’agguato di Trump a Meloni - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)Il più grande attacco di droni mai visto dall’inizio dell’invasione in Ucraina colpisce Mosca. Salta una raffineria, piove petrolio sulla capitale che ora ha paura. Dopo il G7 l’Europa spinge Kiev: può vincere. Putin prepara la risposta e dice: la guerra durerà più a lungo
La prova del fuoco Salta una raffineria, paura tra gli abitanti della capitale russa I leader europei spingono l’Ucraina: ora non sta più perdendo. Subito Zelensky rivendica: se Kiev brucia, bruciate anche voi. A picco l’economia russa
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Colonne di fumo sulla raffineria di Gazprom a Mosca colpita da droni ucraini – Sefa Karacan/Getty Images
Piove petrolio sulla regione di Mosca e i russi ora sanno che la guerra è arrivata a casa loro. Per strada ci sono pozzanghere nerastre, sui balconi patine di olio nero, i media hanno coniato l’espressione «pioggia di petrolio» e i residenti si chiedono: «L’aria sarà ancora buona da respirare?».
Succede a Kapotnya, appena fuori dalla capitale, dove ieri il tetto di una raffineria è saltato in seguito al più grande attacco di droni dall’inizio della guerra. Non di una delle parti, ma in generale. Il record precedente era del 24 marzo 2026: 948 droni russi sull’Ucraina. Nelle scorse 24 ore le forze armate di Kiev ne hanno lanciati 992, più 4 missili da crociera a lungo raggio e 10 bombe guidate. «Se Kiev brucia, brucerà anche Mosca» ha rivendicato Volodymyr Zelensky dopo l’attacco. E i leader europei lo appoggiano, del resto al G7 di Evian hanno inaugurato una nuova fase mediatica del conflitto, quella in cui l’Ucraina non sta più perdendo.
L’aggressività dei toni di Macron, Merz e Starmer contro la Russia è diventata direttamente proporzionale al successo degli attacchi ucraini. Consci del fatto che il trattato tra Mosca e Kiev sancirà gli equilibri strategici del Vecchio continente nel futuro prossimo, i tre ora sentono che è il momento di insistere. Ora arriverà la risposta russa, presumibilmente su Kiev, e poi di nuovo la rappresaglia ucraina. Fino a quando? Finché Putin non si fermerà, rispondono i tre insieme a molti altri.
Ma ribaltiamo la domanda: Putin può fermarsi qui?
PER IL CONSIGLIERE per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov, è «categoricamente sbagliato» ritenere che gli equilibri al fronte siano mutati a favore dell’Ucraina. Anzi, questi attacchi non fanno che «prolungare la guerra» allontanando la pace. La quale, Mosca l’ha ribadito più volte, si potrebbe raggiungere in fretta accettando di risolvere le «cause profonde del conflitto». Formula vaga che ruota essenzialmente intorno al Donbass e alle altre regioni occupate. La Nato, la lingua russa, la chiesa ortodossa e altre questioni che periodicamente riemergono, come la denazificazione, sono accessorie e l’hanno dimostrato i russi stessi.
Putin non può fare come Donald Trump in Iran e dichiarare di aver vinto a dispetto dei fatti. Senza quel 18% del territorio del Donetsk che manca per la conquista dell’intero Donbass, come si giustificheranno le centinaia di migliaia di morti e feriti? O meglio, come si spiegherà che la grandezza della madre patria è stata salvata scacciando il mostro occidentale? Non si può. Putin ha le spalle al muro: vincere o vincere. Tutte le altre opzioni al momento sono fantasie, ma facilmente immaginabili. Nel baratro, se si dovesse arrivare a quel punto, verranno trascinati tutti: innanzitutto i russi.
INTANTO I CIVILI che abitano vicino Mosca hanno iniziato ad avere paura. Alla fine la guerra che vedevano in televisione come cavalcata trionfante è esplosa vicino agli asili, agli
Leggi tutto: Il più grande attacco di droni è su Mosca: «La guerra si allunga» - di Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Vinto Dallo stop immediato alle sanzioni al controllo di Hormuz a Teheran Ora la firma in Svizzera, parte il negoziato: 60 giorni non basteranno
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Il presidente iraniano Mahsoud Pezeskhian a un’esibizione del 2025 sulle conquiste nucleari iraniane – Ap
Il Memorandum è stato reso pubblico dall’amministrazione americana dopo forti pressioni, lo ha letto un funzionario della Casa bianca ai giornalisti a Evian mentre il presidente ha detto che i leader dei 7 Grandi lo avrebbero «amato». Si articola come anticipato in 14 punti e fissa un quadro preliminare in attesa di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni.
Che però, ha fatto sapere subito il presidente Usa, molto probabilmente non basteranno: «Non è una scadenza tassativa». Assai probabile che si andrà oltre.
Sul fronte militare, il Memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, la rimozione del blocco navale americano entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman la futura gestione dello Stretto.
Sul nucleare, Teheran riafferma di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere lo status quo del proprio programma durante i negoziati, mentre la questione delle scorte di uranio arricchito e dei livelli di arricchimento resta per ora aperta. A definirla dovranno essere i negoziati tra le parti che si apriranno adesso.
Ma da sunito gli Stati uniti si impegnano a emettere deroghe «immediate» per le esportazioni petrolifere iraniane, a sbloccare progressivamente i fondi congelati, senza indicare cifre precise. Ma stabilendo che saranno resi «pienamente disponibili» alla Banca Centrale iraniana man mano che i negoziati avanzeranno, e che sarà cofinanziato, con capitali privati internazionali, un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione.
Il fondo si attiverebbe solo dopo la firma di un accordo finale ed è condizionato allo smantellamento del programma nucleare militare iraniano, all’accettazione di ispezioni internazionali e alla gestione dell’uranio arricchito. Washington lo presenta come una semplice opportunità di mercato legata a un cambiamento di comportamento del regime; per gli iraniani è invece una forma di compensazione per i danni bellici subiti.
La revoca completa delle sanzioni, comprese quelle Onu e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), è rinviata all’accordo definitivo, che dovrà essere ratificato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza della Nazioni unite.
Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tradizionale alleato di Trump, si è detto «piuttosto scettico» a causa dei «47 anni di inganni» da parte dell’Iran e ha chiesto che l’accordo venga sottoposto all’approvazione del Congresso Usa.
Il senatore democratico Raphael Warnock ha fatto notare che «lo Stretto di Hormuz era già aperto prima della guerra … la domanda è: perché ci siamo ritrovati in guerra?». Gli esperti dell’Atlantic Council, dal canto loro, hanno definito il conflitto un fallimento strategico.
Il nervosismo di Trump sembra essere legato ai giudizi severi di media ed esperti americani che, analizzando i contenuti emersi dell’accordo, vedono il bilancio pendere a favore della
Leggi tutto: La sconfitta è servita: gli Usa svelano i punti del Memorandum - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Assolti costruttori e dipendenti comunali nel primo processo alle speculazioni edilizie a Milano. Tirare su un grattacielo di 24 piani da un palazzo di 3 era consentito dalle regole e dalla prassi. Un sistema che si allarga ad altre città: serve una risposta politica prima che giudiziaria
Giustizia La prima sentenza boccia la tesi dei pm: agito in base a giurisprudenza di quegli anni
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Grattacielo Torre Milano di via Stresa – Ansa/ Matteo Corner
Costruttori di tutta Italia prendete appunti: costruire nuovi grattacieli con i permessi edilizi delle ristrutturazioni, risparmiando sugli oneri di urbanizzazione e senza servizi aggiuntivi per il quartiere, può non essere reato. Almeno a Milano, almeno fino al 2023, quando gli esposti dei comitati cittadini hanno squarciato il velo sui grattacieli facili e la procura ha avviato indagini a raffica che hanno riallineato Milano alla legislazione nazionale. Questa prima sentenza di assoluzione dà ragione a comune di Milano e costruttori, ma con una formula che conferma l’esistenza di un modo di costruire alla milanese diversa dal resto del Paese.
LA GIUDICE Paola Braggion ha infatti assolto tutti gli otto imputati «perché il fatto non costituisce reato», una formula diversa dalla più comune «il fatto non sussiste». Perché in questo caso il fatto sussiste, ma costruttori e dipendenti comunali hanno agito in buona fede, seguendo le prassi comunali e la giurisprudenza di quegli anni. L’autorizzazione per Torre Milano risale al 2018, il grattacielo fu realizzato prima del 2022, un palazzo di 24 piani per 87 metri d’altezza costruito tramite Scia come ristrutturazione dell’edificio preesistente di 3 piani.
Le accuse per gli imputati (dipendenti comunali e costruttori) erano abuso edilizio e lottizzazione abusiva. La pm Marina Petruzzella aveva chiesto, oltre alle condanne, anche la confisca del palazzo, richiesta controversa perché il palazzo è abitato da quattro anni. Nel comunicato firmato dal presidente del tribunale, Fabio Roia, ci sono riferimenti temporali agli anni nei quali è stata autorizzata Torre Milano, le motivazioni arriveranno tra 90 giorni. Nel comunicato firmato da Roia è scritto che per «tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e le pronunce della Corte costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione» edilizia.
INOLTRE «LA PRASSI consolidata del comune di Milano» derivante dall’applicazione della legge regionale e del Piano di governo del territorio comunale «consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato», ossia una ristrutturazione tramite Scia.
Scrive ancora il presidente del tribunale: «L’asseveratore del progetto deve essere altresì assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere “falso”, secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione». Costruttori e dipendenti comunali hanno cioè agito affidandosi alla prassi e alla giurisprudenza di quegli anni e i fatti commessi non possono considerarsi come un reato. Per chi aveva affidato la battaglia politica alla magistratura un brutto colpo.
SODDISFATTO invece il sindaco
Leggi tutto: Torre Milano, tutti assolti: abuso edilizio in «buona fede» - di Roberto Maggioni
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