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Rabbia a Minneapolis dopo l’omicidio di Renee Good da parte dell’Ice. L’amministrazione Usa sostiene gli agenti anti immigrazione e garantisce impunità. Vance: «Io e il presidente siamo dalla vostra parte». E l’Fbi monopolizza le indagini

Licenza di uccidere Proteste a Minneapolis e decine di altre città. Per sicurezza, scuole chiuse per una settimana

LEGGI anche: L’Ice uccide una donna a Minneapolis ma Trump attacca: «Terrorismo interno»

Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good foto Ap/Ryan Murphy Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good – foto Ap/Ryan Murphy

Il capo dell’agenzia investigativa statale del Minnesota, la Bca, ha dichiarato che la procura federale ha impedito all’agenzia di partecipare all’indagine sull’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, la 37enne uccisa mercoledì a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice. In un comunicato, il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, ha dichiarato che inizialmente era stato deciso che la sua unità investigativa avrebbe condotto un’indagine congiunta con l’Fbi, ma che in seguito il Bureau ha cambiato idea e la Bca non avrà più accesso ai materiali necessari. La Bca «si è ritirata a malincuore dall’indagine», ha scritto Evans.

SEGUENDO LA PRASSI ormai solita dell’amministrazione Trump di riscrivere la realtà, durante una conferenza stampa che la Segretaria della Sicurezza nazionale (il dipartimento a capo dell’Ice), Kristi Noem, ha tenuto a New York ha dichiarato che l’Fbi non avrebbe «tagliato fuori» l’agenzia statale del Minnesota, ma avrebbe seguito la prassi. «Vogliamo la loro collaborazione – ha dichiarato Noem – per tenere i criminali lontani dalle strade». Su chi siano questi criminali a cui si riferisce Noem c’è molto dibattito, visto che per il governatore del Minnesota, Tim Walz, a commettere reati sarebbero gli agenti dell’Ice.

Con una mossa che ha ben pochi precedenti, come ha sottolineato nel suo programma serale Stephen Colbert, Walz ha emesso un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale del Minnesota «a proteggere la nostra popolazione. Da settimane avvertiamo che le operazioni pericolose e sensazionalistiche dell’amministrazione Trump rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza pubblica, e che qualcuno potrebbe farsi male».

WALZ HA DEFINITO la ricostruzione ufficiale un atto di «propaganda» e ha assicurato che «lo Stato garantirà un’indagine completa, equa e rapida per assicurare l’accertamento delle responsabilità e la giustizia».

Da quando si è diffusa la notizia dell’omicidio di Good, i network nazionali si sono occupati quasi solo di questa vicenda. L’omicidio in pieno giorno, da parte di un agente mascherato, di una donna disarmata che obiettivamente non rappresentava una minaccia per nessuno, ha fatto sobbalzare l’opinione pubblica. La persona che l’amministrazione Trump dipinge come una terrorista interna che avrebbe tentato di investire degli agenti federali con la sua auto era una cittadina americana nata in Colorado, maiaccusata di nulla, a parte una multa per infrazione al codice della strada. Sui social media si descriveva come «poeta, scrittrice, moglie e madre». Era sposata con una donna e aveva un bambino di sei anni.

GIÀ LA SERA dell’omicidio si sono svolte manifestazioni, non solo a Minneapolis ma anche in altre città Usa, con le piazze di Chicago, New York e Seattle che si sono riempite per far

Mentre il mondo si trastulla con gli auguri per il nuovo anno, il leader del mondo libero, quello che secondo chi governa l’Italia esprime al meglio i valori occidentali, bombarda il Venezuela. Arrivano notizie drammatiche da Caracas. Il Pentagono interpellato dai giornalisti non dice, e rinvia alla Casa Bianca. Sì, il presidente ha ordinato l’attacco. In una breve intervista telefonica con il New York Times dopo l’annuncio, Trump ha celebrato il successo della missione per catturare Nicólas Maduro. “Ottima pianificazione, ottimi soldati e ottime persone”, ha detto. “È stata un’operazione brillante, in realtà”, ha aggiunto.  Ora si sa che Maduro e sua moglie sono stati catturati e portati fuori dal paese.

La pirateria diventa la politica del presidente Usa

La tenaglia attorno al Venezuela era cominciata ad agosto. Proprio quando Trump ha cambiato nome al Dipartimento della Difesa che ora è diventato Dipartimento della Guerra. In sostanza ha dichiarato che il suo paese è in guerra con il mondo, con tutti coloro (soprattutto Stati singoli piccolo-medi) che hanno cose che lui vorrebbe avere o fanno politiche economiche che a lui non piacciono o non convengono. In tutto questo i cittadini americani non ci guadagnerano proprio nulla. A guadagnarci sarà quella piccolissima fascia dei più ricchi e potenti che, nel caso venezuelano, sono i proprietari e i grandi azionisti delle aziende estrattive e delle raffinerie di petrolio.  Il presidente fa della pirateria la sua politica. E nonostante sieda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu è il principe dell’insicurezza globale.

Oggi gli Stati Uniti sono in guerra con il centro-America. Il bombardamento di Caracas vuole essere anche un segno di intimidazione, con lo scopo di minacciare e assoggettare i paesi di quella regione. Cacciato Nicólas Maduro, molto probabilmente si insedierà un governo guidato da Maria Corina Machado, insignita poche settimane da del Premio Nobel per la Pace. E Trump può rivendicare, e c’è da giurare che lo farà, che ha aiutato la pace.

E’ come con il Cile nel 1973. Certo, in Cile vi era un governo legittimo, frutto di libere elezioni. In Venezuela la situazione politica non è democratica. Ma l’attacco degli States non è per questo meno radicale e più giustificato. Gli Stati Uniti hanno fatto saltare diversi governi e regimi, Trump non è il primo a farlo. Ricordiamo il colpo di stato in Grecia o l’imposizione del regime dello Scia in Persia, o il bombardamento di Bagdad e l’uccisione di Sadam Hussein, o l’attacco alla Libia (con il sostegno francese) e l’assassinio di Muammar Gheddafi. Non è quindi la prima volta. Né Trump è il primo presidente Usa a ordinare attacchi ai paesi da sottomettere o da domare.

Nicolas Maduro (copyright Str/Xinhua/ABACAPRESS.COM)

Le mani sui giacimenti petroliferi

Ma questo attacco a Caracas è particolarmente subdolo. Le violazioni americane delle acque territoriali venezuelane, gli attacchi alle imbarcazioni civili e commerciali erano iniziate da mesi, inducendo una corte a ricordare al Presidente che le azioni militari devono sottostare alla decisione del Congresso. E Trump ha tuonato che stava difendendo la salute degli americani dai narcotrafficanti, sapendo bene che questi provengono dalla Colombia, non dal Venezuela. Come la favola di Esopo nella quale il lupo dice all’agnello che gli intorbidisce l’acqua. E siccome non è vero, come non è vero che il Venezuala produce e traffica oppiacei, il Presidente decide di bombardare per riportare la democrazia in Venezuela…. e per rendere i ricchi giacimenti petroliferi siti nelle acque venezuelane disponibili alle corporation americane senza sforzo.

Il 2026 è cominciato all’insegna della violenza non della guerra, della pirateria e della sepoltura del diritto internazionale. Le macerie che questa Amministrazione ha accumulato in questo primo anno di governo sono state tante, mandando al macero quella cornice di diritto che oggi resta al massimo il tema di film, non proprio belli ma che fanno cassa. Norimberga vende. Chi volle quel processo, chi volle vincere non solo sul campo di battaglia ma con il diritto, oggi ha un governo che rinnega tutto questo.  Trump rinnega Norimberga e quell’impegno coraggioso di rendere il mondo un luogo più sicuro e civile. Fine della storia. Caracas sotto le bombe sancisce (anche se non inaugura) un tempo nuovo e terribile. Nessuno è oggi sicuro: nessuno stato e, soprattutto, nessuna persona.

L'appello dell'ex premier estone alla Cisl riaccende il dibattito sul rapporto tra pace e preparazione alla guerra

Kaja Kallas alla Cisl invita a prepararsi alla guerra: una narrazione pericolosa che ora colpisce anche i lavoratori

Il videomessaggio sul grande schermo di Kaja Kallas alla “Maratona per la Pace” della Cisl, nel quale dice che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra” sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

La proposta della Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della Ue e dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i “valori” europei, dovrebbe conoscere.

 

Da Erasmo da Rotterdam, “La guerra piace a chi non la conosce” (Adagia), ad Immanuel Kant, “Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire del tutto. Infatti pronti come sono a mostrarsi sempre armati a questo scopo minacciano costantemente gli altri Stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella quantità degli armati…“ (Per la pace perpetua); da Bertrand Russell, “La preparazione alla guerra, lungi dall’essere un mezzo per prevenire la guerra, è in realtà la causa principale delle guerre. (…) Gli armamenti e le alleanze militari creano un clima di sospetto e paura che porta inevitabilmente al conflitto” (Common Sense and Nuclear Warfare), a Papa Giovanni XXIII, “La guerra è aliena alla ragione” (Pacem in terris), la deterrenza militare è disvelata nella sua infondatezza e logica perversa che alimenta la minaccia che dichiara di voler prevenire. E’ il dilemma, o paradosso, della deterrenza, come ho spiegato più volte.

 

Del resto, già nella lettera che Albert Einstein inviò a Sigmund Freud nel luglio del 1932, quattordici anni dopo “l’inutile strage” della Grande guerra e sette anni prima della Seconda guerra mondiale, ponendo al padre della psicoanalisi la domanda cruciale su come liberare l’umanità dalla guerra – già consapevole che la risposta a questa domanda “è una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta” – attribuisce la causa principale delle guerre “al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità”.

 

E’ quel gruppo di potere, sia interno ad ogni Stato che trasversale ad essi, che il presidente (ed ex generale) Usa Dwight D. Eishenhower, nel discorso di addio alla presidenza del 1961, avrebbe definito “complesso militare-industriale”, che dal riarmo globale per la preparazione della guerra ha tutto da guadagnare, tanto quanto dal disarmo per la preparazione della pace ha tutto da perdere.

 

Ma, si chiedeva Einstein scrivendo a Freud, com’è possibile che questa minoranza che fa affari con le guerre “riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e perdere?” Anche su questo lo scienziato delinea nella lettera a Freud una risposta che ha pienamente valore – o addirittura maggiore – anche per il nostro presente: “La minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose.

Ciò consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica”. Salvo che per la chiesa cattolica, che man mano si è posizionata dalla parte del pacifismo anziché della “guerra giusta”, per il resto la lettera di Einstein mette a fuoco i dispositivi formativi e informativi che ancora sovraintendono alla riconversione bellicista delle menti, necessaria alla riconversione bellica dell’economia e del lavoro al servizio della guerra. Alimentando la costruzione di un nemico minaccioso che, intanto, disarma i paesi di fronte alle minacce reali.

 

Mentre per preparare la guerra la spesa militare italiana ha superato nel 2025 la cifra dei 35 miliardi di euro – puntando progressivamente a quel 5% del Pil che significherà 140 miliardi di euro all’anno, sottratti agli investimenti sociali e civili – ancora nel 2020 le organizzazioni per la pace e il disarmo denunciavano che per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti in terapia intensiva (vedi ricerca Greenpeace): proprio quell’anno l’Italia fu “attaccata” dalla pandemia da Covid e si trovò negli hangar decine di caccia F35 – dentro un programma pluriennale di spesa che ne prevede l’acquisto di 125 – e gli ospedali senza sufficienti posti di terapia intensiva, costringendo i medici a dover scegliere tra chi curare e chi no.

Ne avevo parlato nel libro che proponeva di Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (GoWare), pubblicato nel 2021, ma sono stato ampiamente smentito dai fatti. Peccato che oggi anche la Cisl, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa di Kaja Kallas, abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il disarmo e la pace.

 

Sicurezza Si prepara un decreto ed è stato depositato un ddl per istituire un’Autorità apposita. Sindacati e opposizioni: «Incostituzionale». 81 mila gli ordini esecutivi nel 2024. Per l’Istat un milione di affittuari è sotto la soglia di povertà

La destra e il diritto assoluto alla proprietà: «Accelerare gli sfratti»

La destra conferma la sua idea di sicurezza: è la difesa della proprietà privata, meglio ancora se messa a rendita da grandi investitori ai danni di cittadini abbandonati a sé stessi. Di questo parla la nuova idea, proveniente da Fratelli d’Italia, per accelerare gli sfratti. Così, dopo il balletto sulla tassazione degli affitti brevi e il silenzio sul Piano casa, ecco il riflesso pavloviano del manganello.

GIÀ SONO operative le norme che hanno peggiorato la condizione degli inquilini contenute nel decreto sicurezza. Colpiscono chi occupa una casa per necessità e anche i solidali che si mobilitano a tutela dei più deboli con i picchetti anti-sfratto. Ma le associazioni degli investitori immobiliari lamentano che quella stretta repressiva, pure giudicata sproporzionate da fior di giuristi ed esperti, vale soltanto per la prima casa. Non copre gli immobili messi a rendita da speculatori e operatori del real estate. Allora i meloniani stanno approntando un testo che accelera l’ordine esecutivo. L’allarme arriva da Unione inquilini, che ricorda che in questo paese già più di un milione di locatari vive al di sotto della soglia di povertà e non gode di alcuna misura di sostegno da parte dell’esecutivo. «Si è aperta la caccia allo scalpo degli sfrattati – spiega Silvia Paoluzzi, segretaria di Ui – Il governo sta elaborando un decreto. E c’è un disegno di legge di FdI. Vogliono accelerare l’esecuzione degli sfratti». Il disegno di legge è stato depositato al senato, primo firmatario Paolo Marcheschi di FdI e alla camera da Alice Buonguerrieri: punta velocizzare gli sfratti per chi non paga l’affitto per due mesi. Per rendere la procedura più snella si pensa a un’Autorità ad hoc alle dipendenze del ministero della giustizia. Anche il Sunia considera che la scorciatoia potrebbe essere incostituzionale.

BALAKRISHNAN Rajagopal, relatore Onu per il diritto all’alloggio, nei giorni scorsi era in Italia. Ha incontrato, tra gli altri, gli inquilini del quartiere romano del Quarticciolo, e ribadito che gli sfratti senza passaggio da casa a casa violano il Trattato sui diritti economici sociali e culturali che l’Italia ha recepito con la legge 881 del 1977. Queste norme, la Costituzione italiana e gli impegni Onu, dicono che la proprietà privata non è un diritto assoluto, va contemperato con altri diritti predominanti. La casa, insomma, non è un bene come un altro: riguarda un diritto fondamentale, che solo pochi giorni fa papa Leone XIV ha definito «sacro». «Oltre al danno dell’assenza totale di un piano casa nella manovra siamo alla beffa: la maggioranza usa l’arma di distrazione di massa della morosità» dice il senatore Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione bilancio. «L’istituzione di un’Autorità per gli sfratti serve solo a mostrare il manganello per dare un segnale ai proprietari senza affrontare la radice del problema» aggiunge il deputato M5S Agostino Santillo. «Altro che emergenza abitativa: questa è una dichiarazione di guerra ai poveri», aggiunge da Avs Marco Grimaldi. L’opposizione ha una proposta di legge unitaria che contiene un Piano per l’edilizia residenziale pubblica, il rifinanziamento dei fondi per morosità incolpevole e un censimento degli immobili inutilizzati. Servono almeno 500 mila appartamenti di edilizia popolare. Sarebbe auspicabile che vengano ricavati dal patrimonio già costruito, per scongiurare altro consumo di suolo ed evitare ghetti destinati ai poveri.

C’È UN PROBLEMA strutturale sull’esecuzione degli sfratti. Secondo il Viminale, l’anno scorso sono stati emessi 81mila provvedimenti di sfratto, solo un quarto portati a termine. Per procedere allo sfratto, infatti, non basta l’accelerazione amministrativa che immagina il governo. Servono più forze dell’ordine, ma anche altre figure che di solito vengono mobilitate per buttare le persone fuori casa: l’ufficiale giudiziario, un fabbro, i servizi sociali. Da questo punto di vista, la nuova stretta sugli sfratti potrebbe risultare una mera mossa di propaganda. Ma sarebbe destinata a non avere esiti del tutto virtuali, comunque avrebbe un effetto logorante sugli inquilini oltre a iniettare ulteriori tossine nelle relazioni sociali, ma difficilmente produrrebbe da subito l’aumento degli sgomberi. A meno che la destra non pensi anche di ricorrere a guardiani e piccoli eserciti privati che, come accade in altri paesi, fanno il lavoro sporco per conto dei padroni di casa. Almeno questo, ancora non risulta.

Dieci anni dopo l'accordo di Parigi nel 2015, le sfide dei cambiamenti climatici restano aperte: finanziamenti alle economie emergenti, politiche di adattamento, uscita dalle fonti fossili. Cosa si discuterà a Belém a novembre.

2025 UN Climate Change Conference (UNFCCC COP 30) – Huairou Commission

Un luogo simbolico, l’Amazzonia, e una data storica, dieci anni dopo l’accordo di Parigi sulle emissioni del 2015. Basteranno queste circostanze per ottenere risultati ambiziosi alla Cop30 in Brasile?

La prossima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la trentesima, si terrà a Belém, città di quasi un milione e 400mila abitanti alle porte della foresta amazzonica, sulla riva destra del Rio Guamá, dal 10 al 21 novembre.

Cop, ricordiamo, è l’acronimo di Conference of the Parties, la Conferenza delle Parti che riunisce i Paesi che hanno aderito nel 1992 alla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, firmata al Summit della Terra di Rio de Janeiro.

Manca poco più di una settimana alla Cop brasiliana e si segnalano già i primi timori sui possibili esiti.

A far discutere è soprattutto l’iniziativa Belém Committment for Sustainable Fuels lanciata dal governo brasiliano il 14 ottobre all’evento Pre-Cop a Brasilia, nota come “Belém 4x”: sostenere l’obiettivo globale di quadruplicare la produzione e l’utilizzo di carburanti sostenibili entro il 2035.

L’Italia, insieme a Giappone e India, ha già espresso il suo supporto all’iniziativa, volta a promuovere la diffusione di idrogeno e suoi derivati, biogas, biocombustibili e carburanti sintetici di origine rinnovabile (e-fuel).

Proprio il nostro Paese è capofila in Europa nella “battaglia” contro il regolamento Ue che impone di vendere solo nuove auto a emissioni zero allo scarico dal 2035, di fatto bandendo i motori endotermici verso il “tutto elettrico”. L’Italia, infatti, punta a includere nel regolamento l’uso di biocarburanti, nel tentativo di salvare le filiere industriali automotive tradizionali.

Tuttavia, come rimarca l’organizzazione indipendente Transport & Environment (TE), “un’adozione così massiccia dei biocarburanti potrebbe avere conseguenze molto negative per ambiente e clima, a seconda di come sarà interpretato questo impegno”.

Ad oggi, infatti, “l’espansione dei biocarburanti è stata disastrosa, con vaste aree di terreno disboscate per far posto a colture come la palma da olio, la soia, la canna da zucchero e il mais. Le recenti proiezioni di TE mostrano che, con gli attuali trend e politiche di crescita, il 90% dei biocarburanti dipenderà ancora da colture alimentari e foraggere entro il 2030”.

Più in generale, come abbiamo scritto riguardo ai Nationally determined contributions (Ndc), i piani contenenti gli impegni climatici ufficiali che ogni Paese firmatario dell’Accordo di Parigi presenta alle Nazioni Unite, l’Onu ha registrato diversi progressi ma anche tante incertezze.

Gli impegni principali sui temi energetici, stabiliti nelle ultime Cop (da quella di Glasgow nel 2021 a quella di Baku dello scorso anno) sono i seguenti:

  • triplicare la potenza delle fonti rinnovabili al 2030, arrivando a 11,2 TW;
  • raddoppiare il tasso medio annuo di miglioramento dell’efficienza energetica al 2030;
  • ridurre gradualmente la produzione elettrica da carbone senza abbiattimento delle emissioni;
  • eliminare progressivamente l’uso di combustibili fossili (e relativi sussidi).

Altro nodo da sciogliere è la finanza climatica.

Come scrive BloombergNEF in un documento che esamina le incertezze riguardo alla Cop 30, dietro gli investimenti nelle energie rinnovabili ci sono ampie divergenze geografiche.

I Paesi emergenti (esclusa la Cina) hanno investito 140 miliardi di dollari nelle rinnovabili nel 2024, rispetto ai 49 miliardi di $ nel 2015. Eppure, queste economie hanno assorbito solo il 19% degli investimenti globali in energia pulita lo scorso anno, con una media di circa il 18% nell’ultimo decennio.

E nell’ambito dei Paesi emergenti, la maggior parte dei capitali rimane concentrata in pochi mercati più grandi o con redditi più elevati, come India, Brasile e Sudafrica, mentre ai Paesi in via di sviluppo a basso reddito restano le briciole.

Questo squilibrio, afferma BloombergNEF, “è sorprendente, considerando che i mercati emergenti rappresentano circa il 40% delle emissioni globali e oltre il 60% della popolazione mondiale”. Pertanto, “allineare i flussi di capitale con questa crescente quota di domanda e di emissioni sarà essenziale, per raggiungere gli obiettivi globali di decarbonizzazione”.

Altro tema cruciale è la spesa per l’adattamento al surriscaldamento terrestre.

Sempre BloombergNEF evidenzia che “gli impatti fisici del cambiamento climatico rappresentano già un rischio finanziario significativo che costa all’economia globale almeno 1,4 trilioni di dollari all’anno” (1.400 miliardi di $).

La preparazione di un Paese agli impatti di eventi estremi come inondazioni, tifoni, ondate di calore, siccità, diventa sempre più rilevante per ridurre i danni economici a infrastrutture, aziende e comunità.

Tuttavia, la maggior parte dei Paesi non sta stanziando fondi sufficienti per le politiche e misure di adattamento climatico, anche se alcuni governi “stanno iniziando a considerare la resilienza climatica come un investimento strategico, non solo un centro di costo”.

In sostanza, la Cop 30 dovrà affrontare il tema di una transizione energetica equa e solidale, con flussi finanziari dedicati alle economie più povere e con obiettivi specifici per l’adattamento al global warming.

Lo scenario geopolitico attuale complica tutto: il negazionismo climatico di Trump, le dispute commerciali con la Cina a colpi di dazi e controlli sulle esportazioni di materie prime critiche, senza dimenticare le divisioni che albergano tra i 27 Stati membri Ue riguardo alle politiche ambientali.

Bruxelles non ha ancora definito i suoi piani ufficiali sull’energia e il clima da presentare alla Cop 30. Intanto il leader cinese Xi Jinping ha dichiarato all’assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre che il Paese ridurrà le emissioni del 7-10% entro il 2035, un target però poco ambizioso rispetto alle potenzialità del Paese.

Mentre il Production Gap Report pubblicato a settembre da diversi istituti internazionali di ricerca, stima che nel 2030 la produzione globale di combustibili fossili supererà del 120% quella compatibile con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media entro +1,5 gradi centigradi a fine secolo (1,5 °C è il target più ambizioso degli accordi di Parigi, che appare sempre più difficile da rispettare).

Come conclude BloombergNEF: “la transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2 non procede abbastanza velocemente da consentire di realizzare l’ambizione di emissioni nette zero concordata a Parigi dieci anni fa”.

Per il “Net Zero” servono impegni e obiettivi ben più stringenti di quelli discussi nelle ultime Cop. Vedremo se in Brasile ci sarà un cambio di rotta, ma i dubbi sono tanti.

 

Dietro la polemica ritorna l'antica questione etica del rapporto tra maestranze e produzione bellica

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Il comunicato emesso dalla Fim Cisl, in polemica con l’iniziativa spontanea di un gruppo di lavoratori della Leonardo di Grottaglie, in provincia di Taranto [1], sostenuti dalla Fiom Cgil, non è frutto di un punto di vista comprensibile e motivato, ma di un “analfabetismo di ritorno” che contraddice i valori fondativi e statutari del “sindacato nuovo” nato nel 1950.[2]

Premesso ciò, mi sento di ringraziare di cuore quelle persone che, lavorando nella principale azienda italiana per fatturato militare (13° posto al mondo), hanno lanciato su “change.org” la petizione «NON IN MIO NOME, NON COL MIO LAVORO», con il fine di chiedere sia lo stop immediato da parte del gruppo Leonardo di forniture di sistemi d’arma ad Israele, sia d’investire nelle attività civili e non esclusivamente in campo militare, riaprendo una doverosa discussione sindacale su “cosa e per chi produrre” a partire dalle fabbriche d’armi.

Discussione che, oltre a interrogarci sul piano etico, ci mette di fronte come lavoratori e sindacalisti alla questione del lavoro e sulle prospettive dell’occupazione. Su questo interrogativo ho ritrovato una mia intervista al compianto Massimiliano Pilati, pubblicata sulla rivista «Azione Nonviolenta» quasi 20 anni fa, con il titolo «E se il lavoro da difendere è in una fabbrica di armi?».

All’epoca ero responsabile dell’Ufficio Internazionale della Fim Cisl e rappresentavo l’organizzazione nella Rete italiana Disarmo, di cui eravamo stati i promotori nel 2004 (con il segretario generale Giorgio Caprioli) insieme alla Fiom Cgil e a numerose associazioni e movimenti espressione della società civile, in massima parte di area cattolica. Adesione alla RiD venuta meno nel 2018 durante la segreteria generale di Marco Bentivogli.

La ripropongo cosi com’era. Rileggendola l’ho trovata di un’attualità sorprendente, in quanto l’approccio al problema non cambia. Ciò che cambia, oltre agli attori, sono i contesti e di conseguenza gli obiettivi e le forme con cui declinare le proprie azioni.

DISARMO[3]

A cura di Massimiliano Pilati – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

E se il lavoro da difendere è in una fabbrica di armi?

Come si concilia il diritto del lavoratore con la produzione di armi? il lavoratore è solo parte dell’ingranaggio o ha anche lui delle responsabilità? che significato hanno per il sindacato parole come: nonviolenza, disarmo, riconversione dell’industria bellica?

 

Abbiamo chiesto a Gianni Alioti della Fim Cisl di aprire la discussione.

 

I sindacati, con tutti i loro limiti e difetti, hanno svolto e svolgono tuttora un grande ruolo di protezione del lavoro dal libero e incondizionato funzionamento del mercato. Gian Primo Cella ha scritto che “il sindacato è in fondo una rappresentazione organizzata degli aspetti più concreti della vita quotidiana, del lavoro, ma non solo. Per questo riproduce impegno e dedizione, solidarietà pratica, ma anche egoismi e meschinità. Fornisce rappresentanza e protezione al lavoro e ai lavoratori, per come essi sono, non per come dovrebbero essere”.

Parlando di produzione d’armi dobbiamo, quindi, avere coscienza di ciò e delle contraddizioni che possono manifestarsi tra la difesa corporativa degli interessi materiali e le scelte di natura etica e politica.

Una cosa va detta, però, con chiarezza: la decisione di produrre armi da parte degli Stati (che ne sono i maggiori committenti) non è lo strumento per garantire il diritto al lavoro (il fine), né per creare maggiore occupazione. Chi sostiene questo (fosse anche un sindacalista) fa un’operazione mistificatoria. È vero piuttosto il contrario: spesso si usa il diritto al lavoro e la difesa dell’occupazione come argomento per giustificare determinate commesse militari da parte dello Stato o peggio per forzare i vincoli all’export di armamenti verso determinati paesi. In questi casi i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali - sovente - finiscono per essere colpevolmente risucchiati in azioni di lobby. Per rompere questa logica subalterna è fondamentale che il sindacalismo svolga anche un ruolo “educatore”, recuperando la tensione etica, coniugando l’utopia con la pratica del possibile, rifuggendo viceversa il cinismo e l’opportunismo. In caso contrario la partecipazione massiccia dei sindacati nel Movimento per la Pace, come ho più volte sostenuto, rischia di essere schizofrenica.

In questo senso la nonviolenza è un importante antidoto. Allo stesso modo le parole “disarmo”, “riconversione dell’industria militare” (concetto più ampio e radicale di quello comunemente usato di “industria bellica”, perché presuppone il superamento degli Eserciti e della Difesa Armata) rivestono un’importanza straordinaria, in quanto ci costringono come sindacati a misurarci concretamente con le nostre contraddizioni.

Il disarmo presuppone un’azione del sindacato globale per ridefinire le priorità nell’agenda politica degli Stati e della comunità internazionale riducendo le spese militari e trasferendo risorse ingenti dalla “sicurezza militare” alla “sicurezza alimentare - ambientale - sanitaria”.

Per quanto riguarda la “riconversione dell’industria militare” dobbiamo partire da un dato: nonostante si stia verificando una crescita imponente delle spese militari nel mondo, l’occupazione in questo settore non è destinata ad aumentare, anzi subisce una progressiva contrazione (a maggior ragione se riuscissimo ad invertire il trend delle spese per armamenti).

L’esperienza dei primi anni ’90 ci ha insegnato che una dipendenza esclusiva delle aziende dal mercato militare è un elemento di maggiore vulnerabilità sul piano occupazionale. Per questo occorre lanciare un nuovo programma Konver a livello europeo, accompagnato da iniziative legislative nelle regioni direttamente interessate, che rispondano ad esigenze di innovazione, conversione e diversificazione nel civile dell’industria militare, dettate - più che da ragioni di crisi di mercato - da scelte di responsabilità sociale e comportamento etico delle imprese.

Ritornando, invece, alla questione posta sulle responsabilità individuali di quanti lavorano in fabbriche d’armi, ritengo personalmente sbagliato colpevolizzare i lavoratori per le cose che si producono. L’obiettivo della riconversione nel civile - per avere successo - deve coinvolgere necessariamente gli operai, i tecnici ed i manager di queste aziende. Un atteggiamento antagonista verso questi lavoratori preclude, viceversa, l’individuazione di alternative alla produzione militare impiegando le competenze professionali e le tecnologie esistenti. Se vogliamo dare una risposta a questo problema dobbiamo offrire un quadro giuridico e normativo che garantisca (sul piano della tutela del reddito e della mobilità da un posto di lavoro ad un altro) il diritto all’obiezione di coscienza dei lavoratori occupati nelle fabbriche d’armi. Il mio pensiero va a Maurizio Saggioro, operaio della MPR, che nel 1981 - prima della messa al bando delle mine antiuomo - pagò la sua testimonianza di obiettore alla produzione militare con il licenziamento.

Note

[2] La Fim-Cisl celebra il suo primo congresso a Genova nell’ ottobre 1951. È la data di nascita ufficiale, ma la Fim è già in vita dal 30 marzo 1950, quando a Milano due federazioni sindacali dei metalmeccanici, la Fillm (Federazione italiana liberi lavoratori metalmeccanici, appartenente alla Libera CGIL) e il Silm (Sindacato italiano lavoratori metalmeccanici, appartenente alla Federazione Italiana del Lavoro) stipulano un accordo di unificazione sotto la sigla Fim (Federazione italiana metalmeccanici) e decidono di aderire alla confederazione Cisl, che si costituirà a Roma un mese dopo.