Stato di Palestina La Germania rinuncia al sostegno incondizionato a Israele e chiede negoziati subito per realizzare la soluzione dei Due Stati
Gerusalemme. L'incontro tra il premier israeliano Benyamin Netanyahu e l'inviato Usa Steve Witkoff – Ansa
Travolta dall’effetto domino innescato dall’annuncio di Emmanuel Macron, secondo cui la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina a settembre, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, la Germania è stata costretta a deviare, seppur di poco, dall’abituale appiattimento sulle posizioni dettate da Israele. Berlino non ha compiuto un passo pieno verso il riconoscimento dello Stato palestinese. Piuttosto, il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha esortato ieri le parti ad avviare subito negoziati per realizzare la soluzione dei Due Stati (Israele e Palestina), oggi invocata da molti governi occidentali che sorvolano sul fatto che da anni gli esecutivi israeliani lavorano per renderla irrealizzabile.
«Una soluzione negoziata a Due Stati resta l’unica via che può offrire alle persone di entrambe le parti una vita in pace, sicurezza e dignità», ha affermato Wadephul poco prima di partire per Israele, dove ha poi incontrato il suo omologo Gideon Saar. Sono le solite frasi che i leader europei ripetono da due decenni. I media israeliani ieri parlavano addirittura di una Germania che «frena», mentre quelli tedeschi sottolineavano che Berlino, comunque, blocca chi in Europa vorrebbe sanzionare Israele. Eppure, le osservazioni del ministro degli Esteri tedesco segnano un piccolo cambiamento per un paese che, per quasi due anni, nonostante i massacri a Gaza, ha ribadito che non era ancora il momento di riconoscere uno Stato palestinese. Appena un mese fa, incontrando Gideon Saar – questa volta a Berlino – Wadephul aveva dichiarato che uno Stato palestinese potrà essere istituito soltanto tramite un accordo con Israele. Una condizione contraria al diritto internazionale e alle risoluzioni dell’Onu che, se non verrà rimossa, impedirà per sempre l’indipendenza palestinese.
In ogni caso, il premier Netanyahu e i suoi ministri non si lasciano impressionare dagli annunci di riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu previsti per settembre. L’ultimo è giunto dal premier canadese Mark Carney, che ha di fatto subordinato quel passo a un processo di riforme all’interno dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidata da Abu Mazen e a elezioni palestinesi che escludano la partecipazione di Hamas. Il Portogallo dovrebbe seguire il Canada, e lo stesso si prevede per Australia e Nuova Zelanda.
Netanyahu sa che, finché potrà contare sul sostegno militare, politico e diplomatico degli Stati Uniti, avrà modo di manovrare con sufficiente disinvoltura e respingere le pressioni esterne. Ieri ha incontrato a Gerusalemme l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, con il quale ha discusso di una posizione comune israelo-americana contro Hamas. L’obiettivo è continuare ad accusare il movimento islamista di essere responsabile del mancato accordo di cessate il fuoco a Gaza e, di conseguenza, della mancata liberazione dei 50 ostaggi israeliani. Sul tavolo c’era anche la proposta di annessione di parti di Gaza a Israele per «punire Hamas». A dare ulteriore spinta agli obiettivi di Netanyahu sono arrivate le dichiarazioni di Donald Trump, che ieri su Truth Social ha scritto: «Il modo più rapido per porre fine alla crisi umanitaria a Gaza è che Hamas SI ARRENDA E LIBERI GLI OSTAGGI!!!». Un cambiamento di tono rispetto a qualche giorno fa, quando il presidente americano aveva affermato che Israele potrebbe fare di più per portare cibo alla popolazione di Gaza. Trump ha fatto anche un altro regalo a Netanyahu: mentre diversi paesi riconoscono lo Stato di Palestina, o dichiarano di volerlo fare, gli Stati Uniti hanno varato sanzioni contro dirigenti dell’Anp di Abu Mazen e dell’Olp, accusandoli di minare gli «sforzi di pace». Gideon Saar ha ringraziato Washington per la sua «chiarezza morale». Per l’Anp è stato un colpo. I suoi dirigenti sperano ancora di riallacciare i rapporti con Trump per proporsi alla guida di Gaza una volta conclusa l’offensiva israeliana.
Witkoff dovrebbe effettuare oggi la sua seconda visita a Gaza, recandosi in uno dei centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dalla contestata fondazione americana Ghf. La fame a Gaza è stata aggravata proprio dalla decisione di Israele, sostenuta dall’amministrazione Trump, di introdurre un nuovo sistema di distribuzione del cibo affidato alla Ghf. La fondazione ha distribuito viveri solo in pochi siti, situati in aree controllate dall’esercito israeliano, e mille civili palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano di accedere al cibo, colpiti dai soldati che hanno aperto il fuoco sulla folla.
Con ogni probabilità, Netanyahu e l’inviato americano hanno discusso anche dell’«emigrazione volontaria», il modo soft con cui Israele e Stati uniti definiscono la pulizia etnica dei palestinesi di Gaza. Il quotidiano Yedioth Ahronot rivela che il primo ministro israeliano ha recentemente spinto per l’adozione di misure esecutive volte a sfollare gli abitanti della Striscia, sostenendo che ci sono «accordi con cinque paesi per assorbire gli sfollati». Netanyahu è convinto che Israele potrebbe iniziare il piano di espulsione già nelle prossime settimane. Ad aiutarlo c’è il Mossad, incaricato di intensificare i contatti con diversi paesi. Netanyahu, aggiunge Yedioth Ahronot, ha promesso al ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, di procedere con l’annessione di parti della Striscia di Gaza. I coloni israeliani ne sono consapevoli e hanno intensificato le provocazioni. La loro leader, Daniella Weiss, ha guidato – nella notte tra mercoledì e giovedì – centinaia di settler da Sderot fino al confine con Gaza per chiedere l’ingresso immediato degli israeliani nel nord della Striscia.
Intanto, in risposta alla cosiddetta “Dichiarazione di New York” – firmata da Arabia saudita e Francia, con il sostegno di Egitto, Qatar e Lega Araba – che invita Hamas a deporre le armi, da Gaza fanno sapere che la resistenza palestinese non cesserà finché ci sarà l’occupazione israeliana e non sarà istituito uno Stato palestinese indipendente e sovrano con Gerusalemme come capitale.
