Dopo la Sassonia La parola chiave della discontinuità è rigenerazione: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare
Dopo il rientro dalle ferie a tasche vuote le contraddizioni si accumulano. Meloni fa di Charlie Kirk un altisonante riferimento politico mentre esprime a bassa voce, senza condanne, la propria distanza dalle guerre che Trump rilancia.
Davanti c’è un inverno con bollette alle stelle, e il sovranismo importa il repertorio di quei Maga la cui strategia di sicurezza nazionale inneggia alle forze che fermano la traiettoria europea. Non occorre evocare cospirazioni: da Washington come da Mosca ci si aspetta che le destre europee nazionaliste riportino l’Unione europea a essere un mercato di stati deboli, trattabili uno alla volta. Chi importa il repertorio importa anche il ruolo: smontare la casa in cui abita.
Il 43,8 per cento dell’Afd in Sassonia-Anhalt scandito da «ci riprendiamo la Germania!» dovrebbe interrompere la conversazione rituale su primarie e perimetro del «campo largo»: suona come litigare sul timone della scialuppa senza verificare se la nave abbia ancora uno scafo.
Magdeburgo dice più di un possibile contagio dell’estrema destra nel pieno di un’escalation militarista, con solo i verdi che sembrano reggere nelle urne: mostra dove finisce il centro che decide di inseguirla. Sottrarle argomenti – irrigidire l’immigrazione, svuotare il Green deal, parlare più di ordine – non produce la sua ritirata, ma la legittimazione della sua logica. Il Ppe ci ha provato: prima delle europee del 2024 ha ottenuto il ritiro del regolamento sui pesticidi. La destra è avanzata comunque. Se la transizione è un lusso delle élite urbane, perché preferire chi promette di rallentarla a chi vuole smantellarla? Mentre cerca di rubarle voti, il centro le consegna il monopolio della diagnosi.
La domanda posta da Magdeburgo non è dunque di posizionamento, ma di conflitto: quale organizzare, contro chi, con quale coalizione sociale. Il centro liberale ha smesso di organizzarlo: difende procedure e libertà, indispensabili, ma non distribuisce più potere. Chi non ha potere sul salario, sulla casa, sul prezzo dell’energia, cerca protezione altrove. La destra radicale gliela offre a poco prezzo: appartenenza, un confine, un nemico. Trasforma un conflitto verticale in orizzontale: alla domanda «Chi possiede, chi decide, chi paga?» sostituisce un chi è protetto e chi va cacciato. Organizza gli impoveriti dentro una spiegazione del loro impoverimento.
Una sinistra che voglia essere rilevante deve farlo in direzione opposta, e il terreno decisivo è la crisi climatica: non un tema in coda agli altri (economia, guerra), ma la matrice che li sta riorganizzando impetuosamente, nonostante le resistenze negazioniste. Il prezzo dell’energia modifica salari reali, margini industriali e affitti; le guerre nei paesi produttori si trasferiscono nelle bollette europee. Ogni politica climatica produce vincitori e perdenti identificabili, e concentra i costi nel presente distribuendo i benefici nel futuro: la struttura ideale per una reazione di rigetto.
La destra lo ha capito prima e ha trasformato la transizione in questione morale contro le élite: voi pagate, loro decidono. La risposta progressista è stata troppo spesso la pedagogia. A chi teme di perdere reddito non basta spiegare perché decarbonizzare: occorre dire chi pagherà la riconversione, che lavoro avrà chi ci lavora oggi, chi possiederà la nuova industria. Il risultato di Magdeburgo va letto anche come quello di una regione di chimica energivora, compensazioni pubbliche e declino demografico.
È qui che la discussione sul campo largo mostra la propria insufficienza. Campo largo è un’indicazione spaziale: dice quanto deve essere grande il terreno, non chi debba coltivarlo e contro quali interessi. Fronte indica insieme un argine e una direzione. Massimo Cacciari ha ragione: un’alleanza non ricava un’idea del mondo dalla necessità di sopravvivere o dal desiderio di vincere. L’operaio che teme la chiusura della fabbrica e la studentessa che chiede di decarbonizzarla diventano un blocco sociale solo se la riconversione porta investimenti, formazione e un nuovo posto di lavoro. I perimetri vanno distinti: il fronte costituzionale contro chi minaccia la democrazia comprende liberali e conservatori; quello di trasformazione solo chi condivide la direzione di marcia.
Credo che la parola attorno a cui organizzare la discontinuità sia rigenerazione. Resilienza appartiene al lessico dell’adattamento: assume lo shock come dato e chiede di imparare ad assorbirlo. Rigenerazione parte da una domanda più radicale: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare. Salario minimo, sanità, casa, trasporti e rinnovabili smettono di essere cinque capitoli di programma e diventano punti sulla stessa linea di conflitto: ridurre la dipendenza dal mercato.
Del resto, quella che in Italia si chiama «emergenza» è spesso figlia di rendite protette, mentre l’emergenza reale – siccità, alluvioni, calore – è rimossa fino alla catastrofe. Rigenerare acquedotti, suoli, boschi, edilizia pubblica significa fare della manutenzione della Repubblica una politica industriale permanente. Se la dipendenza dal fossile trasforma ogni guerra nelle aree produttrici in una tassa domestica, l’indipendenza energetica (europea, nazionale e di comunità) è la politica estera più comprensibile che la sinistra possa proporre. Fa parte del saper difendersi e negoziare senza fare della spesa militare il principio ordinatore dei bilanci.
Resta la prova decisiva: chi paga? L’ordine conta. Prima trasporti pubblici, case efficienti, energia accessibile; poi divieti e obblighi.
Il precedente tedesco è istruttivo: la legge sulle caldaie del 2023 impose la sostituzione prima di sussidi e alternative, e l’estate dopo quasi metà degli elettori AfD indicava clima ed energia fra le ragioni del loro voto. Insomma, denaro pubblico condizionato a occupazione, salari ed emissioni verificabili, restituito se gli impegni saltano; fiscalità progressiva su patrimoni e rendite, e investimenti comuni europei. Alcune rendite privilegiate vanno aggredite: dirlo prima distingue una teoria del cambiamento da una lista di promesse.
